MASTURBATION

Raggiungere la soddisfazione sessuale mediante la manipolazione degli organi sessuali. Questa la fredda definizione di Masturbazione. Si potrebbe aggiungere: senza l’intervento di altra persona, ma, come vedremo, questo non sempre è vero.
Nella letteratura del mondo classico non ci sono riferimenti a questa pratica. Qualche accenno se ne può cogliere, forzando notevolmente il testo tràdito,addirittura nell’Iliade. Però non si trattava di amore solitario, lontano da occhi indiscreti, bensì di una specie di preliminare, di gioco erotico prima dell’accoppiamento vero e proprio, in una società fortemente caratterizzata dall’omosessualità maschile. Poiché di masturbazione femminile, neppure a parlarne!
Perché una femmina dovrebbe provare piacere (sessuale) da per se stessa? Soltanto perché non lo prova in un normale rapporto con un uomo! Quindi, la donna che gode da sola è, potenzialmente, frigida e non sarà mai una buona fattrice né una buona madre. Questa equazione viene adombrata in un’opera spuria di Galeno, ed è indicativa di un certo tipo di mentalità.
Insomma, il mondo greco-ellenistico ignora proprio il fenomeno e, se lo considera, lo fa in un contesto di educazione sociale che esclude del tutto la donna.
Nell’Ebraismo, è noto, la masturbazione è peccato contro Dio, il peccato di Onan che spreca il proprio seme spargendolo per terra, anziché nella vagina femminile onde procreare nuova vita, che è dono di Dio. Siccome la donna è semplicemente un vaso in cui raccogliere il seme virile, se lei si masturba o meno poco importa.
Verso il II secolo, in ambito d dell’Impero Romano (allora, praticamente, tutto il mondo “civile” e cosiddetto tale), la prospettiva si sposta un poco. Tutto il mondo latino deplorava l’omosessualità femminile, quando praticata da donne libere. Nelle schiave era appena tollerata, ma si raccomandava di punire le schiave sorprese in atteggiamenti intimi fra di loro. Lo stesso avveniva in alcune civiltà orientali, che prevedevano per le donne lesbiche, sorprese-diciamo così- in flagrante, la bastonatura in mezzo alle gambe. Però la masturbazione (femminile) ci dice Persia andava repressa in ogni modo anche e soprattutto con la sferza. Quale il motivo di questa avversione?
La società romana, checché se ne dica, era profondamente maschilista: la donna non doveva provare piacere sessuale se non in compagnia del maschio.

Il rovesciamento della situazione avviene con l’affermarsi del Cristianesimo. Sulla scia del concetto giudaico, il peccato di Onan rientra fra quelli aborriti ed estremamente gravi. Un santo monaco del deserto ebbe a scrivere che un assassino potrebbe esser perdonato, giacché ha tolto la vita ad un solo uomo, un masturbatore non potrà mai avere la remissione del proprio peccato, perché, con un gesto solo, ha massacrato migliaia di (futuri) esseri umani.
Apro una parentesi che prego i lettori impressionabili di saltare a pie’ pari. In certe comunità monastiche femminili del basso Egitto (quindi molto vicine a regioni in cui ancora oggi è presente, purtroppo, la mutilazione degli organi sessuali) le vergini votate a Cristo si facevano spontaneamente infibulare, con una procedura estremamente dolorosa. Evodio la chiama con un termine che potremmo tradurre “sacra cucitura” ed aggiunge, in modo assolutamente non ironico, che molte donne sarebbe meglio si cucissero le labbra della bocca. Però, siccome l’orgasmo femminile non è soltanto vaginale, c’era pure l’escissione del clitoride; di solito, per mezzo di valve di molluschi estremamente affilate.
Per tutto il Medioevo, la masturbazione (maschile e femminile) fu assolutamente aborrita. Toccarsi le parti intime, peccato gravissimo. E se un poveretto se le toccava, magari perché gli prudevano (vista la scarsissima igiene dell’epoca) e, peggio, lo faceva in pubblico!, rischiava una buona dose di frustate e perfino la castrazione! Per le donne “rovistarsi fra le gonne” era sintomo di assoluta lascivia, in un essere, la figlia di Eva, già lasciva e perversa di per sé. I documenti ecclesiastici non fanno mai esplicito riferimento alla riprovevole pratica onanista, ma il vescovo di Bamberga emanò, alla fine del XV secolo, un’ordinanza in cui prescriveva che le novizie dei conventi, sorprese in atteggiamenti equivoci, venissero frustate sul petto e raccomandava ai confessori di infliggere pene corporali, quale unica penitenza, nonché rimedio, alle colpevoli. Né ai fraticelli andava meglio. Cinquanta sferzate sul posteriore era il minimo per simile oscena pratica.
Non siamo ben informati dalla letteratura coeva, anzi non lo siamo per niente! Si preferiva glissare su questo argomento. Possiamo immaginare i ragazzini, sorpresi con il pisellino in mano, sculacciati dalle madri o dagli istitutori, giovani fanciulle fustigate perché le loro dita erano scese troppo in basso, ma niente di sicuro.
Né meglio va nel Cinquecento, secolo in cui con estrema pruderie, si comincia ad affrontare il problema. Però, nella stragrande maggioranza dei casi si parla di masturbazione maschile. Rarissimi cenni a quella femminile, si pensava poco diffusa. La cultura riformata, cioè quelli che chiamano Protestanti, era ancora più severa di quella cattolica nei confronti della masturbazione. Risale, forse, all’Inghilterra puritana del ’600, la tremenda pratica dell’anello. In uso nei collegi maschili, consisteva nell’infilare nel prepuzio un anello di metallo in modo che il perverso giovane non potesse scoprire il glande e procedere all’autosoddisfazione; con conseguenze facilmente immaginabili sul piano igienico. Nei pochissimi collegi femminili, si legavano fra loro i pollici delle allieve onde non potessero toccarsi e dormissero sonni tranquilli.
D’altronde, lo stesso sesso era aborrito. Le coppie regolarmente sposate dovevano evitare qualsiasi osceno toccamento fra di loro, procedere all’atto della penetrazione, indossando camicie da notte con un buco nel punto strategico e, una volta avvenuta l’eiaculazione, il marito doveva immediatamente levarsi dal talamo nuziale e pregare fortemente Dio affinché lo perdonasse per la goduria immonda appena provata. Della moglie, nessuna parola. Anzi se v’era orgasmo, da parte della donna, significava che questa o era estremamente lasciva oppure, nella maggior parte dei casi, stava per esser preda del demonio, se già non lo era.
Tutti questi provvedimenti, purtroppo per i benpensanti, non ottennero l’effetto sperato.
Samuel Pepys, lo afferma egli stesso, frustò a sangue un valletto sorpreso nel momento culminante del finale travolgente dell’autoerotismo; e bastonava il proprio figlio per prevenire nel ragazzino la tentazione all’onanismo. Alla fine del ’600, una madre fu processata perché aveva ridotto quasi un fin di vita sua figlia, a suon di cinghiate; la donna si difese, dicendo che lo aveva fatto perché la ragazza faceva le cosacce: venne assolta.
Caso quasi limite quello accaduto in Francia nel 1698. Una prostituta soddisfaceva i propri clienti, soddisfacendosi da sola. Cioè, alcuni uomini la pagavano affinché lei si masturbasse davanti a loro.
Cinquanta colpi di verga, il marchio rovente sulla spalla e, procedimento inaudito!, un’altro marchio a fuoco sul basso ventre, in posizione strategica, le tolsero, forse, per sempre questo vizio!
Quando praticata in età adulta, la masturbazione assume connotati degni dell’intervento della psichiatria, ma bisogna fare, anche in questo caso, delle distinzioni. In una società prettamente maschilista, che bada(va) soltanto al piacere sessuale del maschio, osservare una donna, magari di nascosto, mentre cercava di raggiungere da sola l’orgasmo era eccitante ed oggetto di qualche licenzioso brano letterario. La stessa cosa fatto da un uomo adulto, era oscena!

A detta di molti storiografi, il XIX fu il secolo più sessuofobico in assoluto. Dopo la “esplosione” libertina della Rivoluzione e del ventennio napoleonico, in cui si permise perfino alle donne di recitare in teatro con enorme scandalo dei giovani adolescenti che avrebbero potuto rimanere turbati da simili visioni di femmine esposte alla vista di tutti (lo scrive Silvio Pellico), la censura calò come una cappa.
Il nostro tema non si affrontò più. Si punì brutalmente e basta! Riprese su scala vasta, l’uso di infibulare i giovanetti con l’anello al prepuzio. Ma ci fu anche di peggio. Intorno al 1820, nei riformatori, nei collegi, nelle comunità esclusivamente maschili britanniche il sadismo e la pederastia imperavano. Ogni mattina i sorveglianti controllavano attentamente e con puntiglio le lenzuola, e se queste venivano trovate bagnate…
si finiva sulla Madama nudi come vermi… e ti frustavano sul posteriore…almeno tre dozzine…e il sorvegliante ti strofinava cinque o sei o perfino dieci volte il manico del Gatto fra le natiche sanguinanti, dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso….
Questo brano fu citato dai “Democratici” (anche se allora non si chiamavano così) in una seduta del Parlamento scozzese, nel 1851, per decidere di abrogare le punizioni corporali nei riformatori. Il gesto stesso, passare il manico della frusta (simbolo fallico) nello spacco internaticale , rimandava inequivocabilmente al gesto che aveva compiuto il punito!
Ai mozzi delle navi da guerra era severamente proibito masturbarsi. Potevano masturbare i marinai ed i superiori, ma non loro stessi. Il Bacio della Figlia del Cannoniere era sempre in agguato! Si distendevano, le brache calate, sopra un affusto di cannone ed il guardiamarina, o chi per lui, frustava il povero mozzo con un frustino di legno o di bambù per mezzo tocco (all’incirca un quarto d’ora). Poi, al mozzo ferito toccava “andare a riva”, cioè arrampicarsi sulle sartie fino alla coffa. Alcuni non ce la facevano e ricadevano giù sfiniti: se sopravvivevano, erano sodomizzati da alcuni membri dell’equipaggio, spesse volte.
Florence Nightingale adombra, nelle sue numerose lettere, il fatto che alcuni soldati feriti, quelli meno gravi naturalmente, si concedessero a questo vizio “…che menoma il corpo e danna l’anima..”
Dell’autoerotismo femminile, nessuna parola. Eppure, nel collegio di Southampton il nuovo Regolamento, stilato nel 1873, imponeva alle fanciulle che, diciamo così, indulgevano un po’ troppo nei toccamenti, una o più docce gelate e, subito dopo, qualche buona vergata, al minimo una dozzina. Ovviamente, purché le colpevoli avessero meno di 15 anni, perché la legge proibiva di frustare le ragazze maggiori di questa età.
Non così in Germania. La Flugge era sempre pronta per queste scostumate. Anzi, la si adoperava a scopo preventivo, addirittura. “ Si dia una buona battuta alle ragazzine ed alle signorine, in modo tale che, essendo contrite ed addolorate, abbiano ad altro a cui pensare…” recita una specie di manuale per l’educazione delle giovani fanciulle, pubblicato ad Heidelberg intorno al 1870.
Richard von Krafft-Ebing, nella sua Psycopathia Sexualis del 1886, considera la masturbazione alla stregua delle peggiori perversioni sessuali, anzi, proprio data la diffusione di tale patologia, addirittura la peggiore in assoluto. Vizio osceno che porta immancabilmente alla cecità. In più se a masturbarsi è una persona adulta, essa dev’essere immediatamente ricoverata in manicomio. La masturbazione femminile, poi, è chiarissimo e lampante sintomo di isteria; e questa malattia, allora, si curava con bagni gelati alternati a bagni bollenti e con bastonate sul ventre e sul sedere; soltanto in casi gravissimi di isteria, si ricorreva alla trapanazione del cranio o all’isterectomia.
Qualche anno più tardi, il medico italiano Mantegazza scrive, senza peli sulla penna: “anche le bambine e le fanciulle si masturbano, ma assai meno spesso che i maschi [perciò] è assai più facile correggere una bambina che un bambino da questo vizio. Però, non è facile persuadere una donna voluttuosa, che certe gioie artificiose sono poco sane, poco morali e che devono essere posposte alle soddisfazioni della natura”.
I parroci facevano di tutto per impedire, o, almeno, limitare, quest’immondo peccato e convincevano le madri a controllare la propria prole, in ogni ora del giorno. “Qualche scapaccione, qualche frustata persino, possono salvare l’anima del giovinetto” (cardinale Ferrata).
Alla metà degli Anni ’50 del XX sec., affermatesi le teorie di Freud e di altri psichiatri, la masturbazione cominciò ad esser considerata non negativamente, anzi, in certi casi, pulsione naturale che coinvolge pure la fantasia e prodromo della sessualità vera e propria. Purtuttavia, le resistenze a questa “rivalutazione” permasero e permangono.
O no?