È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 6)

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Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall’altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.

Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s’illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.
“Cazzo!” Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.
Raggelai. Era tutto vero. Anch’io ero entrata a far parte della schiera delle mogli con l’amante.
Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.

Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.
Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.
Non male. Pensai.

Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.
Sotto non misi nulla.
Scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.
La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d’eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.
Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.
Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.
Basta sentirsi sexy, per esserlo.
“Wow – Esordì Mandy, sgranando gli occhi – Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?”
“Ma se la gonna mi arriva al ginocchio” Protestai scherzosamente.
“Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te della colazione che hanno nel piatto!”
Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.
Patrick non c’era ancora. Smaniosa continuavo a buttare gli occhi nel corridoio impaziente di vederlo, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi e cadenzati, ma niente.
Ora che non temevo più d’incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un’altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be’ caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.
Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell’uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.
Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe finché si ritirò nel suo ufficio senza degnarmi di uno sguardo.
Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.
Ancheggiando lentamente, dall’alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.
Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.
Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino che lo sentii chiamarmi:

“Denise potresti venire nel mio ufficio?”
Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.
“Hai bisogno di me?” Mormorai entrando.

Non c’era più la Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell’ufficio c’era solo la lussuriosa Denise.

“Non sai quanto – Rantolò – Chiudi la porta”

Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.
Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.
Lasciai che mi scrutasse, che m’immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.
Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.
Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendo i miei capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.
Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.
Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l’impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.
Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.
Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.
Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l’altra  mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti desiderosa di dargli tutto. Tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.
La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell’estasi più totale.
Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.
Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.
Si era ripreso il comando.
Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi ci fece sedere sopra e poggiare le gambe sui braccioli.
“Toccati per me” Disse, accomodandosi sul divano.
Voleva che mi masturbassi davanti a lui. Lo accontentai.
Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l’altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d’eccitazione.
Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.
Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.
Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.
I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.
Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.
Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.
Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.
Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.
Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell’estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.
Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m’impediva di godere liberamente.
Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.
Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.
Lo vidi raccogliere anche l’altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.
Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l’orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all’estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l’eternità.
Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.
Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.
“Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele”
“Ma non tornerai prima di stasera!” Protestai.
“Lo so – Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi – E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi”.

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