E’ solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 4)

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Riassunto:

In una mattina qualunque Denise va al lavoro in anticipo per terminare un incarico affidatole all’ultimo momento dal suo capo. Appena arriva, però, si ritrova “vittima” del peccaminoso agguato di Patrick, il suo capo, che la travolge con la sua sfrenata e irresistibile passione. Denise dovrà così fare i conti con se stessa e con le proprie voglie. Divisa fra la ragione e il desiderio.

E’ solo sesso – Capitolo 4

Uscita dall’ufficio mi precipitai in macchina e abbandonai la testa sul volante, oppressa da mille dubbi.

Che ho fatto … Continuai a pensare, flagellandomi con tutte le parole più crudeli che conoscevo.
Mi sembrava di essere la versione femminile e porca di Dr. Jekill e Mr. Hyde. Non riuscivo a riconoscermi e non capivo cosa mi stesse succedendo. Non avevo più alcuna autorità sul mio corpo e sui miei sensi. Patrick sapeva eccitarmi a tal punto da rendere vani tutti i miei patetici tentativi di controllare le mie pulsioni. Eppure il mio autocontrollo era sempre stato un punto fermo nella mia vita. Un inossidabile muro di freni e paletti dietro cui mi ero trincerata proprio per non turbare quella fragile serenità che avevo costruito. O forse, invece, era solo la barriera che mi proteggeva da me stessa, dal mio istinto e da quella parte di me che non riuscivo a domare. Avevo alzato un muro contro me stessa per non conoscermi fino in fondo. Per non sapere cosa sarei stata in grado di fare. E a giudicare dai fatti di quel giorno, ciò che stavo scoprendo di me non mi piaceva affatto.
Ma con lui, con Patrick era tutta un’altra storia.
I suoi caldi tratti mediterranei richiamavano notti di passione sfrenata, e la vezzosa cicatrice sul suo sopracciglio destro pareva il marchio, il tratto distintivo,
di un’anima dominata da un’istintualità animalesca diametralmente opposta alla mia.
La sua voce poi, profonda e viscerale, sapeva dosarla alla perfezione, consapevole che una voce può sciogliere più di mille parole.
Quando varcai la soglia di casa mi precipitai sotto la doccia. Mi sentivo sporca. Volevo lavarmi quel sesso sbagliato dalla pelle, spazzare via l’odore di quell’uomo, tornare pura come quella stessa mattina appena sveglia, quando tutto doveva ancora succedere, quando mi sentivo ancora padrona della mia vita.
Il getto dell’acqua mi schizzava addosso tutta la sua rabbia. Mi strofinai la pelle con isterica insistenza fino a renderla rossa, rossa come la vergogna che provavo.
Afferrai il microfono della doccia e me lo passai sul corpo lavando via i resti del bagnoschiuma insieme a quella me così porca con cui non volevo più avere niente a che fare.
Chiusi la doccia, mi avvolsi in un telo e mi buttai sul letto.
Mi sentivo accaldata, stranamente accaldata. Pensai che fosse l’effetto di quella doccia bollente ad avermi infuocato così. Slacciai il telo e porsi tutto il mio corpo nudo all’aria, sperando che il condizionatore alleviasse quel bollore, ma non fu così.
Afferrai il telecomando e provai a diminuire i gradi, ma da quell’aggeggio continuava ad uscire aria calda. Stizzita la spensi e andai ad aprire la finestra. La brezza che entrò piroettò sui miei capezzoli e s’intrufolò fra le mie gambe regalandomi un brivido. Allungai la mano là sotto quasi a fermare quel torpore che sapevo essere il preludio di quell’eccitazione che volevo reprimere e annullare. Avevo avuto tre orgasmi quel giorno e ancora non ero sazia.
Mi gettai sul letto a pancia in giù, in collera con me stessa perché nonostante i miei sforzi per ritrovare la normalità ormai perduta, l’unica cosa che volevo era ancora Patrick dentro di me.
Al solo pensiero di ripetere le imprese di quel giorno mi sentii avvampare d’eccitazione. Cedetti.
Allungai le mani fra le mie gambe. Un fremito mi percorse non appena le dita trovarono il clitoride e un gemito mi esplose in gola.
Inarcai la schiena puntellando le ginocchia sul materasso. Quanto avrei voluto che il marmoreo membro di Patrick mi penetrasse e mi facesse urlare di piacere. Ma lui non c’era. Dovevo accontentarmi di me stessa, proprio di quella me stessa che volevo reprimere, zittire e soffocare.
Accarezzai le labbra, scivolai dentro e fuori dalla fessura facendo attenzione a non stuzzicare troppo il clitoride. Volevo allungare il piacere, tenerlo con me il più possibile.
Mi girai supina, divaricai le gambe e continuai a giocare con la mia ritrovata compagna di giochi assecondando ogni sua voglia. I miei umori scivolavano sulla mia pelle facendo scorrere libere le dita in ogni anfratto. Avvicinai le ginocchia al petto e le allargai.
Tutta la mia valle del piacere era lì aperta al mondo e gridava la sua voglia di godere. Con un dito la percorsi tutta, da cima a fondo, disegnandovi sopra arabeschi di piacere. La picchiettai, la massaggiai, la stuzzicai, la penetrai per poi uscirne e rituffarmici nuovamente finché il piacere divenne incontenibile. Era come un getto d’acqua troppo potente perché le mie mani potessero arginarlo e trattenerlo ancora. Volevo scoppiare.
Allargai le grandi labbra portando il clitoride alla ribalta e portai l’altra mano dietro di me in quel pertugio stretto che pulsava affamato e desideroso di partecipare alla festa.
Con le dita unite scivolai attraverso le labbra avanti e indietro, sentendo il piacere conquistare tutto il mio corpo come un vulcano pronto ad esplodere. 
Timidamente indugiai sul pertugio e lo varcai. Le mie dita si mossero ritmicamente avanti e indietro, dentro e fuori in un crescendo incontenibile che mi diede pace solo nel momento in cui toccai le stelle.


Capitoli Precedenti di “È solo sesso”:

  1. 1° Capitolo
  2. 2° Capitolo
  3. 3° Capitolo

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