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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 16)

Per un attimo restai col respiro sospeso, in ascolto del suono carico di speranza che accompagna l'attesa di una risposta. Ero riuscita a trovare un varco. In tutto quel buio avevo scovato una piccola luce in grado d'illuminare la verità, dolce o amara che fosse.
Avanti Patrick, rispondi! Pensai.
E se davvero mi avesse risposto, che gli avrei detto? Ora che mi trovavo così vicina a lui, ora che finalmente ero riuscita a chiamarlo dopo ore e ore in cui ci avevo provato inutilmente, sperai che non rispondesse.
Il dubbio lascia sempre aperta la speranza. Se lui non mi avesse risposto, avrei potuto continuare a credere a ciò che volevo, se invece lo avesse fatto, avrei dovuto affrontare la dura realtà, qualunque essa fosse, e non ero sicura di essere abbastanza forte per affrontare la perdita definitiva del mio amante, del mio liberatore, del Caronte che mi aveva traghettato alla scoperta di me stessa per poi abbandonarmi in balia dei miei demoni.
Ad interrompere le mie paranoie fu il trillo lontano di un telefono. In casa ero sola, di chi era allora quell'aggeggio che suonava con sempre maggior foga?
Uscii dalla stanza, ma là il suono era più flebile. Tornai sui miei passi e seguii lo squillo fino a trovarmi davanti alla cabina armadio.
Col cuore in subbuglio l'aprii. Il trillo si spense, così come la mia chiamata a Patrick.
La trovai decisamente una strana coincidenza.
Con la mano tremante ricomposi il numero sconosciuto memorizzato sul cellulare e, contemporaneamente, il misterioso telefono ricominciò a squillare, dapprima dimesso, quasi timoroso, poi con sempre maggior vigore fino a diventare insopportabile. Era talmente forte che non fu difficile identificare la scatola che lo conteneva. La aprii e sgranai gli occhi scoprendo che all'interno c'era un cofanetto identico a quello che mi aveva regalato Patrick.
E questo che significa? Pensai. Le coincidenze iniziavano ad essere troppe.
Dentro il cofanetto c'era un cellulare identico a quello che tenevo in mano.
Presi il telefono gemello che era dentro la scatola e composi l'unico numero in memoria. Il mio cellulare squillò.
Non mi pareva possibile, eppure non c'era alcun dubbio: quello dentro la scatola era lo stesso telefono da cui Patrick mi aveva chiamata per attivare il vibratore. Ma che ci faceva in casa mia, nella parte di cabina armadio dedicata agli abiti di Eric? Chi lo aveva messo lì?

«Eric sa tutto» Bisbigliai sconvolta.

Ecco la verità più atroce, quella che non solo aveva stroncato la mia storia con Patrick, ma che metteva anche a rischio il mio matrimonio.
La nausea mi stritolò lo stomaco. Eric aveva scoperto tutto, ecco perché aveva allontanato Patrick.
Come avrei fatto adesso a guardare mio marito negli occhi? Che gli avrei detto? Mi sentii nuda, vulnerabile e mi accasciai a terra sotto il peso della vergogna.
In quel preciso istante mi sentii addosso tutta la responsabilità di ciò che avevo fatto. Fu come svegliarmi di colpo, aprendo gli occhi sulla desolazione di un mondo in rovina.
Non esisteva più una doppia vita. Le mie due esistenze parallele si erano unite in una realtà che non era più sotto il mio controllo e che mi si stava sgretolando fra le dita.
Da quanto tempo Eric lo sapeva? Niente nel suo comportamento mi aveva fatto sospettare che avesse scoperto la mia tresca. Nemmeno quel mattino, mentre mi parlava del nuovo incarico che aveva affidato a Patrick, mi era sembrato incendiato dalla collera che divampa quando si scopre di essere stati traditi. Com'era possibile che non si fosse ribellato, che non mi avesse fatto alcuna scenata, che si fosse semplicemente limitato ad allontanare Patrick? No, qualcosa non tornava.
Uscii dalla cabina armadio e accesi il computer che Eric aveva lasciato a casa. La curiosità di sapere lottava con la reticenza, con la paura di non essere pronta ad affrontare ciò che avrei scoperto. Ormai, però, non potevo più tornare indietro.
Un pessimo presentimento aveva già messo radici nella mia mente, radici che ben presto mi avrebbero soffocato l'anima se non le avessi estirpate in tempo.
Presi tutto il coraggio che avevo e digitai la password che levò l'ombra sulla verità più insospettabile.
Riconobbi le unghie scarlatte che aprivano maliziosamente i petali del mio fiore, mostrando spudoratamente i miei anfratti lussuriosi. Era la foto che avevo inviato a Patrick. Come faceva ad averla Eric?
Per qualche istante, guardai sconcertata la gigantografia del mio sesso, incapace di qualunque reazione. Quella vista mi aveva spiazzata, confusa, spinta ancora più a fondo nel baratro della solitudine. Ed era solo l'inizio.
Con un timido clic, mi ritrovai catapultata nella stanza dello Sheraton dove Patrick mi aveva bendata e legata al letto. Non credetti ai miei occhi.
In quella camera, infatti, c'era una terza persona che, a mia insaputa, aveva ripreso ogni cosa, immortalando il mio corpo nudo e avido di piacere trafitto prima da un dardo di vetro, poi da quello di Patrick. Il mio sesso luccicante di miele era spiattellato in primo piano, e il mio pertugio inghiottiva quell'asta trasparente per risputarlo e inghiottirlo nuovamente. Le mie labbra si aprivano e abbracciavano quel dardo, la lingua di Patrick blandiva il mio clitoride, i miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e le mie voglie si risvegliarono.
La mia vita si stava disintegrando, eppure il mio corpo moriva di desiderio.
Dovevo ammetterlo, se non fosse stato che la protagonista ero io, avrei di certo trovato quel video terribilmente eccitante e avrei fatto l'amore con me stessa davanti a quello schermo. Avrei spalancato le gambe appoggiandole ai braccioli della sedia e avrei vezzeggiato e varcato quegli anfratti vogliosi fino ad urlare di piacere.
Ero confusa, infuriata ed eccitata. Combinazione esplosiva. I miei pensieri parevano cani rabbiosi malamente trattenuti da un recinto troppo fragile, e mordevano e laceravano la mia anima fino ad inghiottirla.
Quante persone avevano visto quel video? E perché era sul computer di mio marito?
C'era una sola spiegazione, un'unica risposta a cui ostinatamente cercai di oppormi, finché il video confermò inequivocabilmente i miei sospetti.
Il misterioso cameraman posò la telecamera sul cavalletto e si avvicinò al talamo al quale ero legata per gustarsi appieno la scena, e io restai di sale. Quell'uomo era Eric, mio marito.
Mi sentii sbriciolata, annientata, annichilita come la mia vita.
Impietrita e con masochistica rassegnazione guardai il video fino all'ultimo istante. Vidi gli occhi di Eric lanciare occhiate d'intesa a Patrick ed incendiarsi di desiderio nel vedermi godere per mano di un altro uomo. Lo vidi tirare fuori il suo sesso e massaggiarselo lentamente, avanti e indietro, senza affrettare l'orgasmo.
Ero sposata con uno sconosciuto. La mia vita era pura finzione, il mio matrimonio era pura finzione, persino il mio amante era finto. Ero vittima di un gioco di cui non sapevo di essere la pedina. Sia Eric che Patrick mi avevano usata per realizzare le loro torbide fantasie.
C'ero cascata in pieno. Non avevo mai minimamente sospettato che Eric e Patrick fossero d'accordo, men che meno che dietro al mio finto tradimento ci fosse la diabolica mente di mio marito.
Il mio dolce, sensibile, premuroso e gentile maritino non esisteva, non era mai esistito. Era solo una maschera, una finzione come tutto il resto, così come Patrick e i suoi discorsi sull'amore.
Ero stata presa in giro dagli uomini più importanti della mia vita.
Quello, però, non era l'unico video custodito da quel computer. Era solo uno dei tanti che riproducevano ogni singolo incontro con Patrick, ogni nostra scopata, ogni bacio, ogni gemito, perfino le volte in cui avevo fatto l'amore con me stessa, e di certo non poteva mancare la mia notte folle a Roma, dove lo avevo fatto per la prima volta con uno sconosciuto e con una donna, e quelle immagini era stato Eric stesso a filmarle. Lui era lì, mentre io lo credevo a New York.
Eric aveva riempito di telecamere l'ufficio, la casa, perfino gli alberghi dove avevo dormito con Patrick. Chissà quante volte si era masturbato guardandomi godere con un altro.
Scorsi tutti i video, ripercorrendo ogni mio incontro con Patrick, ogni carezza, ogni bacio, ogni orgasmo. Di certo non potevo negare che quel gioco mi avesse fatto divertire, ma a che prezzo?
Eric però non si limitava solo a filmare le imprese mie e di Patrick, ma anche le sue con la sua provocante assistente.

«Lo sapevo!» Gridai inviperita, alzandomi di scatto dalla sedia, poi però tornai sui miei passi.

Per quanto mi facesse male, non riuscivo a fare a meno di guardare quella donna gemere e ansimare di fronte alla telecamera che Eric teneva in mano.
I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e lei li stringeva, strizzando i capezzoli fra le dita. Stavano scopando sulla scrivania di Eric, in ufficio. Chissà quante volte l'avevano fatto a mia insaputa? Chissà da quanto tempo andava avanti quella storia? Forse addirittura prima del nostro matrimonio. Ricordai che quella donna era stata assunta in azienda proprio nello stesso periodo in cui era arrivato Eric, magari la loro storia era iniziata ancor prima di conoscermi.
Fabbricavo castelli, pensieri perversi, immaginando chissà quali infide verità a cui ero sempre, e pateticamente, rimasta all'oscuro.
Fra tutte le menzogne che Patrick mi aveva detto, di certo una verità c'era: Eric non era la persona che credevo, ma nascondeva un lato torbido, perverso, decisamente l'opposto dell'uomo che credevo di aver sposato. Un lato losco sì, ma anche dannatamente intrigante e questo mi faceva infuriare ancora di più.
Ero inorridita e allo stesso tempo affascinata, e mi odiai per questo. Mi odiai per essere anch'io tanto perversa da riuscire ad eccitarmi in mezzo a tutta quella menzogna.

«Sì, sì, dillo che ti piace, fammi sentire quanto godi» Era la voce infoiata di Eric che incitava la sua amante, e lei ubbidì, miagolando più forte.

Poi l'inquadratura si spostò sui loro sessi. A tutto schermo vidi la verga di mio marito trafiggere il corpo di quella donna, sbattere violentemente contro le sue pareti arrivandole fino all'utero, mentre lei con le dita spalancava le sue labbra picchiettandosi il clitoride.
Lui sfilò il suo fulgido dardo luccicante di miele e lo sfregò avanti e indietro fra i meandri di lei, dal clitoride fino allo stretto pertugio per poi risalire nuovamente attraversando le grandi labbra.
Lei scese dalla scrivania e, ammiccando all'obiettivo per nulla turbata da quella presenza indiscreta, si diresse verso il divanetto. Eric seguì con l'occhio della telecamera l'ancheggiare di quel corpo nudo finché s'inginocchiò sulla pelle morbida e si chinò in avanti mostrando spudoratamente la bellezza peccaminosa dei suoi anfratti.
Con le mani si allargò le natiche, il suo pertugio pulsava voglioso. Scivolò con le dita fra le labbra gocciolanti di lattiginoso miele e, gemendo, varcò la sua soglia. Eric la incitava, eccitato fino allo sfinimento, ma senza smettere d'immortalare quel lussurioso spettacolo, anzi, la inquadrò così da vicino che la sua soglia pareva una bocca spalancata per divorare qualunque cosa, poi le dita umide di lei salirono fino al grinzoso pertugio. Ne seguirono il perimetro umettandolo e forzandolo finché, con un rantolo intenso che pareva arrivare da un'altra dimensione, lo varcarono. Gemendo, spinse le sue falangi dentro di sé preparandosi a ricevere la fulgida verga di Eric, che non tardò ad arrivare.
Lentamente lo conficcò in quel tunnel che pareva troppo stretto per riceverlo, la pelle grinzosa si dilatò svelta, e la donna iniziò a urlare così forte che dovetti ammutolire il computer.
Eric iniziò a penetrarla con foga, quasi con violenza, finché di colpo si fermò, restando per qualche istante a godersi il suo piacere riempire quel corpo caldo.
Quando ne uscì, la donna allargò nuovamente le natiche mostrando la sua bocca spalancata, finché il vischioso seme di Eric scivolò fuori come bava.

Mi serviva aria, mi mancava l'ossigeno, non riuscivo a respirare. Andai alla finestra e la spalancai, sperando che la brezza calmasse i miei nervi schizofrenici.
Erano troppe le verità che mi erano piombate addosso in pochi minuti. Troppe per poterle affrontare lucidamente. Troppe da sopportare.
Ma non era l'aria a mancarmi, era quella casa dai mille occhi a soffocarmi. Non restai lì un secondo di più. Scesi le scale e corsi in strada senza prendere nulla tranne ciò che avevo addosso. Eric sarebbe arrivato da un momento all'altro e non avevo nessuna intenzione di incontrarlo, non ora.
Girovagai per le strade senza meta, vittima degli atroci pensieri che mi straziavano la mente.
Ero un gabbiano ferito e smarrito che vagava in cerca di un rifugio.
Persa nella mia solitudine attraversai la strada senza guardare, e per poco non mi feci travolgere da una moto. La sentii sfrecciarmi accanto, quasi sfiorarmi, e mi risvegliai dal mio torpore. Il motociclista rallentò fin quasi a fermarsi, poi fuggì via.
Fuggi, fuggi. Pensai. Fuggi anche tu. Ma il motociclista non si allontanò. Mi seguì senza che me ne accorgessi, mescolandosi al traffico e ai suoi rumori, percorrendo insieme a me quelle strade tanto familiari eppure ora quasi sconosciute.
Non c'era più traccia della sicurezza che avevo imparato a gustare, e nemmeno della spavalda seduzione che avevo ostentato e di cui mi ero sentita intrisa.
Era quella, forse, la cosa che mi aveva ferita di più. Non era stata una folle attrazione a spingere Patrick ad avermi a tutti i costi, ma era stato solo un gioco, una scommessa, forse una sfida.
Qualunque fosse il motivo non era comunque certo stato l'istinto a guidarlo, ma solo ed esclusivamente il freddo calcolo ordito dalla diabolica e perversa mente di mio marito.
Quando una donna perde la consapevolezza della propria forza, perde tutto.
Continuai a vagare ignara dell'angelo o del demone che, a cavallo della sua moto nera, mi seguiva, finché la tasca della giacca vibrò. Ne estrassi il cellulare e vidi che era Eric a chiamare.
Non risposi. Di certo era rientrato a casa e si era accorto che avevo scoperto il suo inganno.
Il telefono squillò e squillò ininterrottamente seguendo ogni mio passo come un'ombra. Ma respinsi ogni chiamata. Avevo già troppa confusione in testa per metterci dentro anche le sue parole.
In quel momento mi accorsi del mio misterioso inseguitore. Chi era? Cosa voleva da me? Accelerai il passo cambiando spesso direzione, ma lui non mi perse mai di vista.
Mi sedetti su di una panchina e attesi la sua mossa. Con una rapida accelerata mi sfrecciò davanti, senza però rinunciare a lanciarmi un'occhiata che pareva una mano a cui aggrapparmi.
Il suo viso era quasi interamente celato dal casco, ma quegli occhi avevano la luce spavalda e avida tipica di chi si sente il padrone del mondo e di chi ancora non si sente addosso il peso degli anni.
La t-shirt aderiva sui suoi muscoli tonici come una seconda pelle. La forza e la mascolinità selvaggia che trasudava erano enfatizzati dal senso d'istinto e libertà che trasmetteva la moto che cavalcava. Chi sceglie il precario equilibrio delle due ruote non fa calcoli. Prende la vita come viene senza lasciarsi sfuggire le opportunità più succulente. In quell'istante decisi.
Volevo dimostrare a Eric, a Patrick e soprattutto a me stessa che non ero una pedina nelle loro mani, ma che ero padrona di me stessa, della mia vita e del mio corpo e che ero libera di provare piacere con chiunque volessi. Calzai di nuovo i panni dell'infallibile seduttrice e camminai ancheggiando fino a raggiungere il motociclista fermo al semaforo. Gli lanciai un'occhiata carica di promesse e scivolai in un vicolo chiuso, dove perfino il sole si rifiutava di entrare. Era il retro di un locale notturno che a quell'ora era ancora deserto. Il rombo della moto riecheggiò in quello stretto cunicolo, rimbalzando sui muri sgretolati fino a trafiggermi le tempie.
Se ne stava fermo, a cavallo della sua moto, pronto a fuggire, stritolato dall'incertezza, scervellandosi su cosa quella pazza di fronte a lui avesse in mente. Era indeciso se restare o no, ma in quegli occhi fiammeggianti lessi tutta la brama e il desiderio che lo stavano trascinando fra le mie gambe.
Mi voleva, eccome se mi voleva e sentii il piacere di sentirmi irresistibile scorrermi nelle vene, e ammorbidire i miei movimenti.
Quell'uomo avrebbe potuto essere chiunque: un assassino, il mio vicino di casa, un cameriere, un sadico violentatore, ma non m'importava. Per me, in quel momento era ciò che mi serviva per rivendicare la mia libertà.
Ancheggiando lentamente mi avvicinai a lui. Ad ogni passo sollevavo un po' la gonna finché scoprii le mie labbra affamate. Poi mi fermai, in mezzo al vicolo, e infilai le dita fra le mie gambe. Enfatizzando i miei gemiti, le immersi nel mio miele. La gonna era sollevata fino alla vita ed entrambe le mie mani erano fra le mie cosce e si muovevano fra quei pertugi e quelle valli guidate dall'estremo desiderio di godere fino allo sfinimento.
Il mio fiore pulsava d'eccitazione, fremeva per il desiderio di essere penetrato da quello sconosciuto. Sentivo il piacere rasentare il limite del non ritorno. Sarebbero bastati pochi colpi per farmi vedere le stelle. Così levai le dita e me le portai alle labbra, succhiandole.
Lo sconosciuto non si trattenne più. Scese furiosamente dalla moto scaraventò il casco per terra, liberando una folta chioma corvina, e si precipitò da me.
Avevo decisamente scelto bene. La sua avvenenza era indiscutibile e il vistoso rigonfiamento nei pantaloni smascherava una verga dalle dimensioni decisamente sopra la media.
Si slacciò la cintura e quel dardo schizzò fuori dirompente pronto a trafiggermi. Lo afferrai con entrambe le mani e lo massaggia scivolando sulla sua pelle già umida.
Lui mi afferrò le natiche con avida bramosia, io gli saltai in braccio e mi conficcai la sua verga fra le gambe. Mugolai sentendo quel dardo strofinarsi fra le mie pareti e farsi strada dentro di me. Lui con due passi mi appoggiò con la schiena contro il muro e iniziò a scoparmi rantolando famelico. Il suo respiro carezzava il mio collo, il suo profumo legnoso si intrufolava nelle mie narici. Afferrai i suoi capelli e dondolai in bilico su quella verga, sentendo il piacere crescere, divorarmi le viscere, impadronirsi della mia voce fino a riempirmi per esondare in un urlo che, riecheggiando in quel vicolo deserto, pareva voler raggiungere Eric e Patrick, ovunque fossero.










E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 16)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Libero.
Per un attimo restai col respiro sospeso, in ascolto del suono carico di speranza che accompagna l'attesa di una risposta. Ero riuscita a trovare un varco. In tutto quel buio avevo scovato una piccola luce in grado d'illuminare la verità, dolce o amara che fosse.
Avanti Patrick, rispondi! Pensai.
E se davvero mi avesse risposto, che gli avrei detto? Ora che mi trovavo così vicina a lui, ora che finalmente ero riuscita a chiamarlo dopo ore e ore in cui ci avevo provato inutilmente, sperai che non rispondesse.
Il dubbio lascia sempre aperta la speranza. Se lui non mi avesse risposto, avrei potuto continuare a credere a ciò che volevo, se invece lo avesse fatto, avrei dovuto affrontare la dura realtà, qualunque essa fosse, e non ero sicura di essere abbastanza forte per affrontare la perdita definitiva del mio amante, del mio liberatore, del Caronte che mi aveva traghettato alla scoperta di me stessa per poi abbandonarmi in balia dei miei demoni.
Ad interrompere le mie paranoie fu il trillo lontano di un telefono. In casa ero sola, di chi era allora quell'aggeggio che suonava con sempre maggior foga?
Uscii dalla stanza, ma là il suono era più flebile. Tornai sui miei passi e seguii lo squillo fino a trovarmi davanti alla cabina armadio.
Col cuore in subbuglio l'aprii. Il trillo si spense, così come la mia chiamata a Patrick.
La trovai decisamente una strana coincidenza.
Con la mano tremante ricomposi il numero sconosciuto memorizzato sul cellulare e, contemporaneamente, il misterioso telefono ricominciò a squillare, dapprima dimesso, quasi timoroso, poi con sempre maggior vigore fino a diventare insopportabile. Era talmente forte che non fu difficile identificare la scatola che lo conteneva. La aprii e sgranai gli occhi scoprendo che all'interno c'era un cofanetto identico a quello che mi aveva regalato Patrick.
E questo che significa? Pensai. Le coincidenze iniziavano ad essere troppe.
Dentro il cofanetto c'era un cellulare identico a quello che tenevo in mano.
Presi il telefono gemello che era dentro la scatola e composi l'unico numero in memoria. Il mio cellulare squillò.
Non mi pareva possibile, eppure non c'era alcun dubbio: quello dentro la scatola era lo stesso telefono da cui Patrick mi aveva chiamata per attivare il vibratore. Ma che ci faceva in casa mia, nella parte di cabina armadio dedicata agli abiti di Eric? Chi lo aveva messo lì?
«Eric sa tutto» Bisbigliai sconvolta.
Ecco la verità più atroce, quella che non solo aveva stroncato la mia storia con Patrick, ma che metteva anche a rischio il mio matrimonio.
La nausea mi stritolò lo stomaco. Eric aveva scoperto tutto, ecco perché aveva allontanato Patrick.
Come avrei fatto adesso a guardare mio marito negli occhi? Che gli avrei detto? Mi sentii nuda, vulnerabile e mi accasciai a terra sotto il peso della vergogna.
In quel preciso istante mi sentii addosso tutta la responsabilità di ciò che avevo fatto. Fu come svegliarmi di colpo, aprendo gli occhi sulla desolazione di un mondo in rovina.
Non esisteva più una doppia vita. Le mie due esistenze parallele si erano unite in una realtà che non era più sotto il mio controllo e che mi si stava sgretolando fra le dita.
Da quanto tempo Eric lo sapeva? Niente nel suo comportamento mi aveva fatto sospettare che avesse scoperto la mia tresca. Nemmeno quel mattino, mentre mi parlava del nuovo incarico che aveva affidato a Patrick, mi era sembrato incendiato dalla collera che divampa quando si scopre di essere stati traditi. Com'era possibile che non si fosse ribellato, che non mi avesse fatto alcuna scenata, che si fosse semplicemente limitato ad allontanare Patrick? No, qualcosa non tornava.
Uscii dalla cabina armadio e accesi il computer che Eric aveva lasciato a casa. La curiosità di sapere lottava con la reticenza, con la paura di non essere pronta ad affrontare ciò che avrei scoperto. Ormai, però, non potevo più tornare indietro.
Un pessimo presentimento aveva già messo radici nella mia mente, radici che ben presto mi avrebbero soffocato l'anima se non le avessi estirpate in tempo.
Presi tutto il coraggio che avevo e digitai la password che levò l'ombra sulla verità più insospettabile.
Riconobbi le unghie scarlatte che aprivano maliziosamente i petali del mio fiore, mostrando spudoratamente i miei anfratti lussuriosi. Era la foto che avevo inviato a Patrick. Come faceva ad averla Eric?
Per qualche istante, guardai sconcertata la gigantografia del mio sesso, incapace di qualunque reazione. Quella vista mi aveva spiazzata, confusa, spinta ancora più a fondo nel baratro della solitudine. Ed era solo l'inizio.
Con un timido clic, mi ritrovai catapultata nella stanza dello Sheraton dove Patrick mi aveva bendata e legata al letto. Non credetti ai miei occhi.
In quella camera, infatti, c'era una terza persona che, a mia insaputa, aveva ripreso ogni cosa, immortalando il mio corpo nudo e avido di piacere trafitto prima da un dardo di vetro, poi da quello di Patrick. Il mio sesso luccicante di miele era spiattellato in primo piano, e il mio pertugio inghiottiva quell'asta trasparente per risputarlo e inghiottirlo nuovamente. Le mie labbra si aprivano e abbracciavano quel dardo, la lingua di Patrick blandiva il mio clitoride, i miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e le mie voglie si risvegliarono.
La mia vita si stava disintegrando, eppure il mio corpo moriva di desiderio.
Dovevo ammetterlo, se non fosse stato che la protagonista ero io, avrei di certo trovato quel video terribilmente eccitante e avrei fatto l'amore con me stessa davanti a quello schermo. Avrei spalancato le gambe appoggiandole ai braccioli della sedia e avrei vezzeggiato e varcato quegli anfratti vogliosi fino ad urlare di piacere.
Ero confusa, infuriata ed eccitata. Combinazione esplosiva. I miei pensieri parevano cani rabbiosi malamente trattenuti da un recinto troppo fragile, e mordevano e laceravano la mia anima fino ad inghiottirla.
Quante persone avevano visto quel video? E perché era sul computer di mio marito?
C'era una sola spiegazione, un'unica risposta a cui ostinatamente cercai di oppormi, finché il video confermò inequivocabilmente i miei sospetti.
Il misterioso cameraman posò la telecamera sul cavalletto e si avvicinò al talamo al quale ero legata per gustarsi appieno la scena, e io restai di sale. Quell'uomo era Eric, mio marito.
Mi sentii sbriciolata, annientata, annichilita come la mia vita.
Impietrita e con masochistica rassegnazione guardai il video fino all'ultimo istante. Vidi gli occhi di Eric lanciare occhiate d'intesa a Patrick ed incendiarsi di desiderio nel vedermi godere per mano di un altro uomo. Lo vidi tirare fuori il suo sesso e massaggiarselo lentamente, avanti e indietro, senza affrettare l'orgasmo.
Ero sposata con uno sconosciuto. La mia vita era pura finzione, il mio matrimonio era pura finzione, persino il mio amante era finto. Ero vittima di un gioco di cui non sapevo di essere la pedina. Sia Eric che Patrick mi avevano usata per realizzare le loro torbide fantasie.
C'ero cascata in pieno. Non avevo mai minimamente sospettato che Eric e Patrick fossero d'accordo, men che meno che dietro al mio finto tradimento ci fosse la diabolica mente di mio marito.
Il mio dolce, sensibile, premuroso e gentile maritino non esisteva, non era mai esistito. Era solo una maschera, una finzione come tutto il resto, così come Patrick e i suoi discorsi sull'amore.
Ero stata presa in giro dagli uomini più importanti della mia vita.
Quello, però, non era l'unico video custodito da quel computer. Era solo uno dei tanti che riproducevano ogni singolo incontro con Patrick, ogni nostra scopata, ogni bacio, ogni gemito, perfino le volte in cui avevo fatto l'amore con me stessa, e di certo non poteva mancare la mia notte folle a Roma, dove lo avevo fatto per la prima volta con uno sconosciuto e con una donna, e quelle immagini era stato Eric stesso a filmarle. Lui era lì, mentre io lo credevo a New York.
Eric aveva riempito di telecamere l'ufficio, la casa, perfino gli alberghi dove avevo dormito con Patrick. Chissà quante volte si era masturbato guardandomi godere con un altro.
Scorsi tutti i video, ripercorrendo ogni mio incontro con Patrick, ogni carezza, ogni bacio, ogni orgasmo. Di certo non potevo negare che quel gioco mi avesse fatto divertire, ma a che prezzo?
Eric però non si limitava solo a filmare le imprese mie e di Patrick, ma anche le sue con la sua provocante assistente.
«Lo sapevo!» Gridai inviperita, alzandomi di scatto dalla sedia, poi però tornai sui miei passi.
Per quanto mi facesse male, non riuscivo a fare a meno di guardare quella donna gemere e ansimare di fronte alla telecamera che Eric teneva in mano.
I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e lei li stringeva, strizzando i capezzoli fra le dita. Stavano scopando sulla scrivania di Eric, in ufficio. Chissà quante volte l'avevano fatto a mia insaputa? Chissà da quanto tempo andava avanti quella storia? Forse addirittura prima del nostro matrimonio. Ricordai che quella donna era stata assunta in azienda proprio nello stesso periodo in cui era arrivato Eric, magari la loro storia era iniziata ancor prima di conoscermi.
Fabbricavo castelli, pensieri perversi, immaginando chissà quali infide verità a cui ero sempre, e pateticamente, rimasta all'oscuro.
Fra tutte le menzogne che Patrick mi aveva detto, di certo una verità c'era: Eric non era la persona che credevo, ma nascondeva un lato torbido, perverso, decisamente l'opposto dell'uomo che credevo di aver sposato. Un lato losco sì, ma anche dannatamente intrigante e questo mi faceva infuriare ancora di più.
Ero inorridita e allo stesso tempo affascinata, e mi odiai per questo. Mi odiai per essere anch'io tanto perversa da riuscire ad eccitarmi in mezzo a tutta quella menzogna.
«Sì, sì, dillo che ti piace, fammi sentire quanto godi!» Era la voce infoiata di Eric che incitava la sua amante, e lei ubbidì, miagolando più forte.
Poi l'inquadratura si spostò sui loro sessi. A tutto schermo vidi la verga di mio marito trafiggere il corpo di quella donna, sbattere violentemente contro le sue pareti arrivandole fino all'utero, mentre lei con le dita spalancava le sue labbra picchiettandosi il clitoride.
Lui sfilò il suo fulgido dardo luccicante di miele e lo sfregò avanti e indietro fra i meandri di lei, dal clitoride fino allo stretto pertugio per poi risalire nuovamente attraversando le grandi labbra.
Lei scese dalla scrivania e, ammiccando all'obiettivo per nulla turbata da quella presenza indiscreta, si diresse verso il divanetto. Eric seguì con l'occhio della telecamera l'ancheggiare di quel corpo nudo finché s'inginocchiò sulla pelle morbida e si chinò in avanti mostrando spudoratamente la bellezza peccaminosa dei suoi anfratti.
Con le mani si allargò le natiche, il suo pertugio pulsava voglioso. Scivolò con le dita fra le labbra gocciolanti di lattiginoso miele e, gemendo, varcò la sua soglia. Eric la incitava, eccitato fino allo sfinimento, ma senza smettere d'immortalare quel lussurioso spettacolo, anzi, la inquadrò così da vicino che la sua soglia pareva una bocca spalancata per divorare qualunque cosa, poi le dita umide di lei salirono fino al grinzoso pertugio. Ne seguirono il perimetro umettandolo e forzandolo finché, con un rantolo intenso che pareva arrivasse da un'altra dimensione, lo varcarono. Gemendo, spinse le sue falangi dentro di sé preparandosi a ricevere la fulgida verga di Eric, che non tardò ad arrivare.
Lentamente ficcò il suo dardo in quel tunnel che pareva troppo stretto per riceverlo, la pelle grinzosa si dilatò svelta, e la donna iniziò a urlare così forte che dovetti ammutolire il computer.
Eric iniziò a penetrarla con foga, quasi con violenza, finché di colpo si fermò, restando per qualche istante a godersi il suo piacere riempire quel corpo caldo.
Quando ne uscì, la donna allargò nuovamente le natiche mostrando la sua bocca spalancata, finché il vischioso seme di Eric scivolò fuori come bava.
Mi serviva aria, mi mancava l'ossigeno, non riuscivo a respirare. Andai alla finestra e la spalancai, sperando che la brezza calmasse i miei nervi schizofrenici.
Erano troppe le verità che mi erano piombate addosso in pochi minuti. Troppe per poterle affrontare lucidamente. Troppe da sopportare.
Ma non era l'aria a mancarmi, era quella casa dai mille occhi a soffocarmi. Non restai lì un secondo di più. Scesi le scale e corsi in strada senza prendere nulla tranne ciò che avevo addosso. Eric sarebbe arrivato da un momento all'altro e non avevo nessuna intenzione di incontrarlo, non ora.
Girovagai per le strade senza meta, vittima degli atroci pensieri che mi straziavano la mente.
Ero un gabbiano ferito e smarrito che vagava in cerca di un rifugio.
Persa nella mia solitudine attraversai la strada senza guardare, e per poco non mi feci travolgere da una moto. La sentii sfrecciarmi accanto, quasi sfiorarmi, e mi risvegliai dal mio torpore. Il motociclista rallentò fin quasi a fermarsi, poi fuggì via.
Fuggi, fuggi. Pensai. Fuggi anche tu. Ma il motociclista non si allontanò. Mi seguì senza che me ne accorgessi, mescolandosi al traffico e ai suoi rumori, percorrendo insieme a me quelle strade tanto familiari eppure ora quasi sconosciute.
Non c'era più traccia della sicurezza che avevo imparato a gustare, e nemmeno della spavalda seduzione che avevo ostentato e di cui mi ero sentita intrisa.
Era quella, forse, la cosa che mi aveva ferita di più. Non era stata una folle attrazione a spingere Patrick ad avermi a tutti i costi, ma era stato solo un gioco, una scommessa, forse una sfida.
Qualunque fosse il motivo non era comunque certo stato l'istinto a guidarlo, ma solo ed esclusivamente il freddo calcolo ordito dalla diabolica e perversa mente di mio marito.
Quando una donna perde la consapevolezza della propria forza, perde tutto.
Continuai a vagare ignara dell'angelo o del demone che, a cavallo della sua moto nera, mi seguiva, finché la tasca della giacca vibrò. Ne estrassi il cellulare e vidi che era Eric a chiamare.
Non risposi. Di certo era rientrato a casa e si era accorto che avevo scoperto il suo inganno.
Il telefono squillò e squillò ininterrottamente seguendo ogni mio passo come un'ombra. Ma respinsi ogni chiamata. Avevo già troppa confusione in testa per metterci dentro anche le sue parole.
In quel momento mi accorsi del mio misterioso inseguitore. Chi era? Cosa voleva da me? Accelerai il passo cambiando spesso direzione, ma lui non mi perse mai di vista.
Mi sedetti su di una panchina e attesi la sua mossa. Con una rapida accelerata mi sfrecciò davanti, senza però rinunciare a lanciarmi un'occhiata che pareva una mano a cui aggrapparmi.
Il suo viso era quasi interamente celato dal casco, ma quegli occhi avevano la luce spavalda e avida tipica di chi si sente il padrone del mondo e di chi ancora non si sente addosso il peso degli anni.
La t-shirt aderiva sui suoi muscoli tonici come una seconda pelle. La forza e la mascolinità selvaggia che trasudava erano enfatizzati dal senso d'istinto e libertà che trasmetteva la moto che cavalcava. Chi sceglie il precario equilibrio delle due ruote non fa calcoli. Prende la vita come viene senza lasciarsi sfuggire le opportunità più succulente. In quell'istante decisi.
Volevo dimostrare a Eric, a Patrick e soprattutto a me stessa che non ero una pedina nelle loro mani, ma che ero padrona di me stessa, della mia vita e del mio corpo e che ero libera di provare piacere con chiunque volessi. Calzai di nuovo i panni dell'infallibile seduttrice e camminai ancheggiando fino a raggiungere il motociclista fermo al semaforo. Gli lanciai un'occhiata carica di promesse e scivolai in un vicolo chiuso, dove perfino il sole si rifiutava di entrare. Era il retro di un locale notturno che a quell'ora era ancora deserto. Il rombo della moto riecheggiò in quello stretto cunicolo, rimbalzando sui muri sgretolati fino a trafiggermi le tempie.
Se ne stava fermo, a cavallo della sua moto, pronto a fuggire, stritolato dall'incertezza, scervellandosi su cosa quella pazza di fronte a lui avesse in mente. Era indeciso se restare o no, ma in quegli occhi fiammeggianti lessi tutta la brama e il desiderio che lo stavano trascinando fra le mie gambe.
Mi voleva, eccome se mi voleva e sentii il piacere di sentirmi irresistibile scorrermi nelle vene, e ammorbidire i miei movimenti.
Quell'uomo avrebbe potuto essere chiunque: un assassino, il mio vicino di casa, un cameriere, un sadico violentatore, ma non m'importava. Per me, in quel momento era ciò che mi serviva per rivendicare la mia libertà.
Ancheggiando lentamente mi avvicinai a lui. Ad ogni passo sollevavo un po' la gonna finché scoprii le mie labbra affamate. Poi mi fermai, in mezzo al vicolo, e infilai le dita fra le mie gambe. Enfatizzando i miei gemiti, le immersi nel mio miele. La gonna era sollevata fino alla vita ed entrambe le mie mani erano fra le mie cosce e si muovevano fra quei pertugi e quelle valli guidate dall'estremo desiderio di godere fino allo sfinimento.
Il mio fiore pulsava d'eccitazione, fremeva per il desiderio di essere penetrato da quello sconosciuto. Sentivo il piacere rasentare il limite del non ritorno. Sarebbero bastati pochi colpi per farmi vedere le stelle. Così levai le dita e me le portai alle labbra, succhiandole.
Lo sconosciuto non si trattenne più. Scese furiosamente dalla moto scaraventò il casco per terra, liberando una folta chioma corvina, e si precipitò da me.
Avevo decisamente scelto bene. La sua avvenenza era indiscutibile e il vistoso rigonfiamento nei pantaloni smascherava una verga dalle dimensioni decisamente sopra la media.
Si slacciò la cintura e quel dardo schizzò fuori dirompente pronto a trafiggermi. Lo afferrai con entrambe le mani e lo massaggia scivolando sulla sua pelle già umida.
Lui mi afferrò le natiche con avida bramosia, io gli saltai in braccio e mi conficcai la sua verga fra le gambe. Mugolai sentendo quel dardo strofinarsi fra le mie pareti e farsi strada dentro di me. Lui con due passi mi appoggiò con la schiena contro il muro e iniziò a scoparmi rantolando famelico. Il suo respiro carezzava il mio collo, il suo profumo legnoso si intrufolava nelle mie narici. Afferrai i suoi capelli e dondolai in bilico su quella verga, sentendo il piacere crescere, divorarmi le viscere, impadronirsi della mia voce fino a riempirmi per esondare in un urlo che, riecheggiando in quel vicolo deserto, pareva voler raggiungere Eric e Patrick, ovunque fossero.

Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

... Continua ...







Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.
Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.
Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.
Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.
Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.
Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.
La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un'ombra.
Sentii salirmi un'inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.
Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.
Non c'era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.
Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all'ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.
Quando raggiunsi l'anticamera dell'ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.
Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

«Sì, sì, proprio lì ... no, aspetti, un po' più a destra, ... ecco sì, sì, così ...» Era la voce della biondina.

Oddio ... Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?

«Va bene così?»

Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch'io me l'ero spassata senza di lui.

«Sì, sì ... lì è proprio perfetto»

Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.

«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»

Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell'impresa.
Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.

«Infatti - Mi affrettai a rispondere - Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi»

Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d'aria e di calmarmi.
Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.
Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.

Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.
Il cellulare vibrò sul comodino per l'arrivo di un sms. M'illuminai.
Per quanto ne sapevo poteva essere anche l'avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.
Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.
Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C'era semplicemente scritto:

- Apri il pacco -

Mi sentii avvampare d'eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell'uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.
Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.
La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall'universo per svelare il mio misfatto.
Ero un'ombra nell'oscurità. L'unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.
Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che lo sigillava.
All'interno c'era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.
Sfilai la busta ed estrassi il biglietto che custodito al suo interno.
C'era scritto:

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

Non c'erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.
Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.
Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

Quell'attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.
Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l'aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.
Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.
Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell'oscurità. Anche il mio viso.
Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un'altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l'amore con l'universo.
M'immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.
Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.
Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d'eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L'accontentai.
Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.
Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell'argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l'altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d'eccitazione.
Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l'aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.
Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.
Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.
Sentii l'eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mio e con mio marito nell'altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.
Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.
Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell'incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.
Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall'estasi.
La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:

«Ti piace il mio regalo?»

«Oh, sì» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l'anima.

«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere»

Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.
Non esisteva nient'altro all'infuori di noi due. Quell'orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell'universo parallelo dove s'incontrano le anime travolte dall'estasi del piacere più sublime.

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c'era.
Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l'avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.
Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d'acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d'acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.
Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.
Sì, avrei chiuso con Patrick ... Un giorno o l'altro ... Forse.









E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.
Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.
Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.
Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.
Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.
Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.
La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un'ombra.
Sentii salirmi un'inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.
Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.
Non c'era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.
Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all'ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.
Quando raggiunsi l'anticamera dell'ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.
Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

«Sì, sì, proprio lì... No, aspetti, un po' più a destra... ecco sì, sì, così...» Era la voce della biondina.
Oddio... Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?
«Va bene così?»
Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch'io me l'ero spassata senza di lui.
«Sì, sì... lì è proprio perfetto!»
Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.
«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»
Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell'impresa.
Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.
«Infatti! - Mi affrettai a rispondere - Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi.»
Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d'aria e di calmarmi.
Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.
Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.
Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.
Il cellulare vibrò sul comodino per l'arrivo di un sms. M'illuminai.
Per quanto ne sapevo poteva essere anche l'avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.
Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.
Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C'era semplicemente scritto:

- Apri il pacco -

Mi sentii avvampare d'eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell'uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.
Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.
La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall'universo per svelare il mio misfatto.
Ero un'ombra nell'oscurità. L'unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.
Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che sigillava il pacco.
All'interno c'era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.
Sfilai la busta ed estrassi il biglietto custodito al suo interno.
C'era scritto:

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

Non c'erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.
Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.
Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

Quell'attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.
Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l'aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.
Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.
Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell'oscurità. Anche il mio viso.
Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un'altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l'amore con l'universo.
M'immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.
Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.
Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d'eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L'accontentai.
Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.
Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell'argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l'altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d'eccitazione.
Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l'aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.
Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.
Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.
Sentii l'eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mia e con mio marito nell'altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.
Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.
Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell'incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.
Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall'estasi.
La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:
«Ti piace il mio regalo?»
«Oh, sì!» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l'anima.
«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere».
Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.
Non esisteva nient'altro all'infuori di noi due. Quell'orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell'universo parallelo dove s'incontrano le anime travolte dall'estasi del piacere più sublime.

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c'era.
Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l'avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.
Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d'acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d'acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.
Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.

Sì, avrei chiuso con Patrick... Un giorno o l'altro... Forse.

Leccamela (Racconto erotico)


Le 20.15 e io ero ancora bloccata in ufficio. Alle 17.29, esattamente un minuto prima che l’orario lavorativo terminasse, il mio capo aveva convocato me e i miei colleghi per l’ennesima, riunione. Da quando si era separata dal marito si era buttata a capofitto nel lavoro, tirava fino a tardi in ufficio e ogni scusa era buona per costringere anche noi a fare altrettanto.
"Se ha così bisogno di compagnia non potrebbe invitarci al bar per un aperitivo?” Questa era la lamentela comune fra i miei colleghi, ma poi ogni volta che capitava, diligentemente prendevamo posto al tavolo della sala riunioni.
Io solitamente ascoltando distrattamente il mio capo parlare, ma in realtà non facevo altro che guardarla. Era un bella donna, sui trentacinque, alta, atletica. Se si fosse degnata di uscire da quell’ufficio e di guardarsi un po’ intorno si sarebbe resa conto della fila di uomini disposti ad aiutarla volentieri a dimenticare il marito. Anzi, non solo uomini e non solo fuori ufficio.
Quella sera però il mio spirito rassegnato aveva lasciato il posto ad un altro ben più ribelle. Il mio fidanzato era tornato dopo un lungo viaggio di lavoro ed era dalla mattina che mi sentivo eccitata pensando alle capriole che finalmente avremmo fatto nel letto.
Il lungo periodo di astinenza forzata finalmente stava per finire e io non vedevo l’ora di saltargli al collo, mangiare le sue morbide e carnose labbra, stringermi nel suo forte abbraccio e sentire il suo cazzo penetrarmi in ogni buco.
L’eccitazione non aveva fatto che salire per tutto il giorno. Continuavo a immaginarmi a far l'amore con lui ovunque in giro per la casa. Desideravo la sua testa fra le mie gambe mentre la sua lingua mi faceva urlare di piacere.
Ero talmente eccitata che ogni volta che l’occhio mi cadeva sull’evidenziatore non riuscivo a fare a meno di pensare a come sarebbe stato infilarlo nel mio sesso voglioso. Per non parlare della scatola dei timbri, con tutti quei manici dalle forme e dimensioni più varie. Mi eccitava da morire l’idea di farmi una bella doppia con tutti quegli oggetti. Mi sembrava di avere la scrivania e i cassetti pieni di giocattoli erotici.
Me ne stavo seduta a quel tavolo tormentandomi le labbra con le dita. Sempre più impaziente, pensavo al mio uomo che mi stava aspettando, al tempo che stava passando e avevo il terrore che nell’attesa si addormentasse sfinito dal jet-leg.
Volevo scopare, volevo godere e invece ero bloccata in quella stupida riunione. Evidentemente la mia agitazione me la si leggeva in faccia, e forse anche nel mio comportamento, perché il mio capo mi domandò perplesso:
         «Va tutto bene?»
Io, presa in contropiede, risposi frettolosamente:
         «Sì, sì …  – poi in un impeto di lucidità, colsi la palla al balzo e continuai – Ho solo bisogno della toilette.»
         «Certo vai pure» Mi dispensò solerte.
Sorrisi alzandomi e sgusciai fuori dalla stanza sentendomi addosso lo sguardo invidioso dei miei colleghi.
Attraversai il corridoio deserto e in penombra, entrai nel mio ufficio e mi chiusi dentro.
Sollevai la gonna e infilai una mano nelle mutandine. Erano fradice dei miei umori. Non riuscii a trattenere un gemito non appena le mie dita sfiorarono il clitoride. Non potevo più aspettare...
Corsi alla scrivania e feci partire una videochiamata con il mio ragazzo. Sfilai le mutandine, mi sedetti comoda sulla sedia e spalancai le gambe appoggiandole ai braccioli. Sentivo il desiderio pulsarmi tra le cosce. Se mi fossi impegnata un attimo probabilmente sarei venuta anche senza toccarmi. Era così eccitante essere al lavoro, con tutti i miei colleghi chiusi nella stanza accanto, e io lì a toccarmi guardando il membro del mio ragazzo che a quella vista era diventato duro come il marmo.
Cominciai ad accarezzarmi mentre il mio uomo si masturbava. Le mie dita si muovevano lente e delicate per ritardare l’orgasmo che già sentivo imminente. Presi l’evidenziatore fucsia e me lo feci scivolare nella mia fessura gemendo di piacere. Dentro e fuori, dentro e fuori, ma qualcosa mancava ancora. Il mio culetto non vedeva l’ora che qualcosa lo penetrasse. Afferrai il timbro, lo immersi nei miei umori e forzai il mio pertugio soffocando un grido di piacere.
Improvvisamente la porta si spalancò e il mio capo irruppe nella stanza. Spaventata nascosi le gambe sotto la scrivania. L’evidenziatore scivolò per terra mentre il timbro rimase saldo al suo posto. Cercai di ricompormi ma la situazione era irrecuperabile. Pensai che mi licenziasse in tronco. Normalmente mi sarei sentita una cretina per aver perso il lavoro, ma in quel momento le mie voglie ebbe la meglio e per un attimo pensai di fregarmene e finire ciò che avevo cominciato, tanto ormai il posto lo avevo perso. Ma quando lei mi fu vicina imperò:
         «Apri le gambe puttanella!»  Il suo sguardo più che collerico era infoiato.
Io obbedii, lei si chinò e  mi spalancò le cosce.
Il suo sesso colò di umori prevedendo quello che sarebbe successo. Le sue dita mi aprirono le labbra, si infilarono nei miei lussuriosi anfratti e, mentre io urlavo di piacere, la sua lingua cominciò a leccarmela e a succhiarmela avidamente. Poi, un attimo prima che l’orgasmo esplodesse, si allontanò, si sfilò la gonna e vidi che era senza mutandine. Le parigine incorniciavano due cosce perfettamente tornite e a coronare il tutto un malizioso cuoricino sul pube che impreziosiva un frutto peccaminoso che urlava tutta la sua smania di essere divorato.
Mise un piede, con la sua splendida scarpa tacco 12, sulla scrivania spalancandomi il suo fiore in faccia.
          «Leccamela!»  Ordinò.
Io non potevo chiedere di meglio. Quelle labbra armoniose e quel clitoride gonfio erano un richiamo irresistibile. Cominciai a scivolare con la lingua su tutto il suo sesso grondante di umori sentendola gemere di piacere.
Poi si inginocchiò sulla scrivania. Il suo pertugio si contraeva smanioso. Leccai pienamente avanti e indietro, assaporando ogni angolo di quel frutto prelibato, esplorandone ogni anfratto, ogni pertugio, ogni valle e ogni collina, e più succhiavo più sentivo l’eccitazione crescere. Presi la collana di perle che indossavo, la raccolsi nella mia mano e la strofinai sul suo sesso.
Lei godeva e si muoveva sotto di me strofinandosi sulla mia mano, poi presi le perle e una ad una gliele infilai nel voglioso pertugio. Ogni perla scatenava un gemito.
Continuai ad assaporarla, a succhiarla a leccarla, mentre dal suo corpo penzolava  una coda di gemme preziose. Lentamente iniziai a sfilarle, perla dopo perla fino a quando un urlo liberatorio annunciò il suo orgasmo.
Riprese fiato, poi si chinò fra le mie gambe. Il timbro era ancora lì ad allargare il mio anfratto proibito. Lei lo sfilò e cominciò ad infilarci la sua lingua per poi salire dentro la mia fessura riempiendo il mio culetto con le sue dita. La sua bocca continuò a baciare e sollecitare ogni mio anfratto finché gridai di piacere.
Mi era capitato altre volte di farlo con una donna, ma quella volta fu qualcosa di esplosivo che non vedevo l’ora di ripetere.
Mentre ero ancora stordita dall’orgasmo, lei si alzò, raccolse la sua gonna e senza nemmeno indossarla uscì dalla stanza. Quando fu sulla porta mi guardò e disse:
«Ti aspetto domattina alle 9.00 nel mio ufficio e … senza mutandine». Poi sparì nuda, nel buio del corridoio rompendo il silenzio solo col rumore dei suoi tacchi a spillo.
L’ufficio era deserto, aveva mandato a casa tutti i miei colleghi prima di raggiungermi, quindi nessuno di loro si era accorto di nulla. L’unico ad aver visto tutto era il mio fidanzato che si era divertito da morire ad assistere alle nostre effusioni.
Prima di chiudere la videochiamata mi disse:
         «Spero che tu ora abbia una gran voglia di cazzo, perché è quello che ti aspetta appena varcherai la porta di casa  - poi aggiunse -  resta senza mutandine».
         «Lo sai che ho sempre voglia del tuo cazzo» Risposi vogliosa. E con il mio peccaminoso fiore ancora fremente di piacere, tornai a casa desiderosa di saziare ogni sua smania.

Parliamo di sesso … "San" Clitoride salvatore di tutti gli orgasmi …


Esiste una piccola protuberanza nel corpo della donna, piccina sì, ma talmente potente da salvare anche i rapporti intimi più deludenti.
Se un uomo riesce ad imparare l'arte della stimolazione clitoridea (perché di arte si tratta, un'arte che una donna impiega anni e anni di piacevole pratica per affinare), potrebbe certamente fregiarsi del titolo di "Re del Sesso", perché a penetrare una donna stantuffando fino ad esplodere son capaci tutti, ma saper giocare con questo ultrasensibile lembo di pelle è tutta un'altra storia.
Non è necessario affidarsi solo sull'abilità del vostro partner. Non vergognatevi di allungare la mano fra le gambe e giocare voi stesse ... Continua a leggere
con la vostra vulva, accarezzando le labbra, stuzzicando il perineo, l'ano e soprattutto il clitoride. Lasciatevi andare e ascoltate il vostro corpo. Vedrete che il vostro compagno lo apprezzerà moltissimo. Una donna disinibita fra le lenzuola è il sogno di ogni uomo, e amano vedere la propria partner godere, anche procurandosi piacere da sé. Potete anche guidare la sua mano alla scoperta della vostra vulva, facendogli capire quali sono i movimenti giusti per stimolare al meglio le vostre zone erogene.
Da non ignorare anche l'uso dei sex toys. Di giocattoli erotici ce ne sono veramente per tutti i gusti. Fra farfalline, coniglietti, paperelle vibranti o semplici vibratori troverete di sicuro qualcosa che stuzzichi la vostra fantasia e, soprattutto, la vostra passionalità.
Il fatto è che per una donna non è così semplice raggiungere l'orgasmo solamente con la penetrazione vaginale. Alcune ci riescono, altre lo trovano piacevole ma non più di tanto, altre invece nemmeno quello, e finiscono erroneamente per pensare di essere frigide, invece hanno solo bisogno di una ulteriore stimolazione.
Ma se ci è stato fornito un corpo dotato di un organo prodigioso come il clitoride, perché dovremmo ignorarlo? Perché dovremmo tacciarlo addirittura di essere una creazione del demonio da cui stare alla larga snobbando così Madre Natura, ? Voi ignorate forse il vostro cuore, i polmoni, il fegato o il cervello di cui siamo dotati? Se ci è stato donato il clitoride è perché dobbiamo usarlo, e la sua funzione è farci urlare di piacere.

... Continua ...



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Parliamo di … SESSO: Voyeurismo da buco della serratura


C'è un certo "voyeurismo da buco della serratura", una sordida morbosità che spinge l'argomento "sesso" ad insinuarsi quasi sempre nelle conversazioni, anche solo con allusioni o frasi ad effetto. In una comitiva c'è sempre l'esibizionista cui piace raccontare le proprie avventure sessuali, vere o false che siano, e tutti lì a drizzare le orecchie curiosi, ma quando si tratta di dire la propria opinione ci si ritrae scandalizzati: "Chi? ... Io? ... No ... Mai fatto in vita mia!" ...
A tutti incuriosisce parlare di sesso, sia agli uomini che alle donne; solo che mentre i maschietti sono più diretti e parlano delle proprie esperienze come un vanto, le donne si nascondono dietro il classico: "L'ho letto da qualche parte". Questo perché la nostra ipocrita società non reputa allo stesso modo un uomo e una donna. Mentre l'uomo è tanto più maschio quanto più sesso fa; la donna, invece, più ne fa e più è zoccola (inteso in senso dispregiativo e non in quello lussurioso ed eccitante tipico dell'atto sessuale).


... Continua ...