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Sesso al ristorante

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Sesso al ristorante

Si usa sempre. Quando termina la scuola, quando termina un corso ad un seminario, in cui un certo numero di persone hanno lavorato insieme per alcuni mesi, ci si ritrova per una cena, o più semplicemente,per una pizza. E così è stato anche con il corso per la patente europea del computer.
La serata si presentava piuttosto monotona, poiché in realtà non avevo legato con molte persone, o meglio, avevo legato con una sola persona, per cui mi sarei trovato quasi sicuramente a dover chiacchierare di niente con persone che, finita la cena, non avrei quasi certamente più rivisto; mentre avrei gradito una serata con la mia amica. Mi preparai senza troppo entusiasmo ed uscii di casa all’ultimo momento.
Dopo i soliti convenevoli, a tavola feci in modo di trovarmi di fronte a L***, l’unica persona per cui ero uscito quella sera. A fianco avevo la collega che mi aveva assalito durante tutto il corso perché le spiegassi quello che doveva fare e che non riusciva assolutamente a capire. Ma ero certo che quest’ultima non si sarebbe interessata più di tanto a me. E fu così.
Incominciai una chiacchierata fitta con L***, che quella sera aveva indossato un abito davvero elegante: tailleur grigio scuro, una camicia e scarpe con tacchi davvero vertiginosi. Aveva anche indossato un paio di calze color carne davvero notevoli. Il profumo, un po’ maschile, lo avevo notato già da diverso tempo: le stava benissimo. E lei era davvero incantevole. Nei mesi del corso avevo avuto modo di chiacchierare a lungo con lei e ormai ci conoscevamo abbastanza; almeno: lei conosceva me, i miei gusti, le mie manie, se vogliamo. Io di lei conoscevo meno, perché su queste cose lei era molto riservata. Avevamo incominciato a chiacchierare tra noi quando mi ero lasciato andare ad un complimento, del resto meritato, sui suoi piedi. Era ancora la fine di settembre ed era caldo, per cui lei era arrivata al corso con delle infradito che mi avevano fatto girare la testa: aveva un paio di piedini difficilmente superabili, con unghie laccate di un rosso vivo; e, considerando la mia passione per i piedini, miei occhi erano caduti su di loro e così le avevo anche rivelato la mia passione. Nei mesi trascorsi, avevamo parlato spesso di piedi, ma ormai il tempo l’aveva costretta a coprirli e quella visione era sfumata. Ma quella sera indossava un paio di scarpe scollate che lasciavano poco all’immaginazione ed io cercavo ogni occasione per far cadere il mio sguardo su di loro, senza trascurare il resto, ovviamente.
Eravamo alla fine dell’antipasto quando sentii qualcosa che sfiorava la mia gamba. Sono cose che succedono, a volte, ma questo qualcosa non aveva l’aria di essere Adv casuale. Sentivo che mi sfiorava non solo la caviglia e non certo per caso. Risaliva lungo la gamba, all’interno ed all’esterno con insistenza. Mi chinai con una scusa e li vidi. L***, approfittando dell’intimità creata dalla tovaglia molto lunga, aveva sfilato le scarpe ed i suoi piedini erano lì, libero, avvolti nel nylon, con le unghie laccate di rosso vivo, conturbanti. E mi stava sfiorando le gambe salendo e scendendo.
Mi rialzai e la guardai. Mi guardava con un’aria assolutamente indifferente, ma era solo l’apparenza. Continuammo a mangiare ed a chiacchierare, rispondendo anche agli altri che ci coinvolgevano nella loro conversazione. Ma il mio pensiero era a quei piedini che mi scorrevano, e che, ad un certo punto, si erano posti sulle mie ginocchia, invitandomi a sfiorarli. Non c’era bisogno di scuse: mangiavo con la destra e con la sinistra, posta sotto la tovaglia, sfioravo le dita calde e delicate della mia amica. Risalivo lungo il dorso e sotto la pianta ora dell’uno ora dell’altro piedino. E lei continuava a sfiorarmi le ginocchia e mi guardava chiacchierando con calma e obbligandomi a rispondere alle sue domande. Quasi torturandomi: costringendomi a limitare il contatto, che avrei voluto diventasse più forte ed intenso. Ma mi liberò lei stessa da questa situazione. Scusandosi, si alzò dirigendosi perso i bagni.
Non era passato un minuto che qualcuno mi chiamò al cellulare.
“Ti sto aspettando…” era lei.
“Dove?”
“Sono nei bagni. Vieni.”
Non avevo bisogno di scuse. Tenendo sempre il cellulare all’orecchio mi allontanai dalla tavola e mi diressi verso i bagni.
Era lì. Mi a

spettava. Era sulla porta di quello che poteva essere uno sgabuzzino. Entrò ed io la seguii. Chiude la porta e accese la luce. Si trattava di uno sgabuzzino abbastanza grande. L*** si era seduta velocemente su una pila di tovaglie. Si stava sfilando le scarpe.
“Non possiamo stare via molto tempo. Ma hai tutto il tempo di baciarmeli.”
Mi chinai verso quelle perle.
Avvicinai le labbra alle dita ed incominciai a baciarle; poi risalii, come avevo fatto prima sotto il tavolo con la mano, lungo il dorso e lungo le piante. Passavo le labbra sulle calze di nylon e sentivo, sotto di loro, la seta della pelle liscia e morbida.
Mi stavo eccitando.

Sesso al ristorante

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La prima volta con la mia cuginetta

cugina latinoLa prima volta con la mia cuginetta

Io e Anna ci frequentiamo molto ultimamente e il motivo è che balliamo insieme i balli latino americani.
L’idea è stata di sua madre, la quale, ha pensato che facendola accoppiare con me nelle gare regionali, lei fosse fuori pericolo.
Faceva i conti senza la mia voglia sessuale che è ben al di sopra della media.
Io sono un ragazzo che per essere soddisfatto, deve almeno scopare due volte al giorno, fortunatamente ho una ragazza che mi soddisfa abbastanza, ma questo non è bastato a salvare la fighetta della mia cara cuginetta.
I balli che facciamo sono di per se stessi erotici, onestamente all’inizio ho cercato di resistere e di non pensare a Anna, ma poi quando lei dopo poche volte che uscivamo a cominciato a mettere quei vestitini da gara che praticamente mettono in risalto il suo corpo, facendola ancora più desiderabile, io piano piano, mi sono accorto che diventavo sempre più libidinoso nei suoi confronti e che anche le mie azioni lo erano di conseguenza.
Nei balli diventavo più provocante e le mani cominciavano a sfiorare i suoi seni e il suo sedere molto più spesso del dovuto.
I passaggi obbligati di certe figure, mi permettevano di stringerla e avvinghiarmi al suo corpo e molte volte mi eccitavo e senza pudore mi spingevo addosso a lei per fargli sentire il mio eccitamento.
Avevo notato che lei, quando sentiva il mio cazzo duro, faceva delle espressioni imbarazzate ma che non si spostava e questo per me era già un tacito consenso.
Probabilmente erano mie fantasie, ma la voglia cresceva dentro e così quel giorno sotto le feste di natale ho deciso di farle il mio regalo.
La invito a casa mia a fare delle prove e le dico di vestirsi come se fossimo in gara.
Lei arriva con una mini rossa e poco altro sopra.
È veramente sensuale con quel suo vestitino da gara e quando comincio a farla girare per la sala, sento subito il mio eccitamento crescere.
Siamo soli in casa, ho fatto in modo che i miei genitori non ci siano quel pomeriggio e così, le dico che voglio provare un pezzo nuovo, molto sensuale: ho trovato un bolero ritmato che secondo me è veramente travolgente, così, lo metto su e comincio a stringerla dicendo quali passi sono da fare, Lei pur avendo una mini, ha anche uno piccolo spacco laterale che lascia il massimo di libertà nei movimenti e nello stesso tempo mi fa vedere che porta uno slippino piccolissimo.
Non avevo bisogno di quella ulteriore tortura sessuale, ma ben venga anche quella: comincio a metterle una gamba in mezzo alle cosce, come se ballassimo un tango e le mie mani scivolano sul suo corpo con la scusa che devo fare dei passaggi nuovi.
Lei cerca di seguirmi e mi chiede cosa deve fare, io le dico di girarsi e spingere il bacino verso di me, come in una situazione sessuale, lei mi guarda, ci pensa un attimo e poi esegue quel movimento rotatorio col suo culo proprio sul mio cazzo in tiro.
A quel punto, io le metto una mano tra le gambe e vado a poggiarla sotto la mini all’altezza dello slip e spingendo contro ila sua fica, sento quanto è bagnata.
Il coraggio di farlo mi è venuto, quando ho visto i suoi capezzoli duri sotto la camicetta e, quando guardandola in viso ho riconosciuto la tipica faccia di una persona eccitata.
Lei lancia un piccolo gemito e invece di togliermi la mano, spinge ancora di più il suo bacino sul mio cazzo duro e ci rotea il sedere.
Io non capisco più niente, la spingo verso il divano, la faccio piegare facendole mettere le mani sul divano e in quella posizione a carponi, mi abbasso i calzoni e slip e spostandole di lato il piccolo perizoma, le metto dentro in un colpo solo tutto il mio cazzo.
Sento la sua tenera carne farmi spazio e sento anche i suoi sospiri di dolore misto al piacere per la mia intrusione violenta.
Le prendo i fianchi e comincio a scoparla con una passione estrema, il calore di quella figa attorno al mio cazzo r esasperante, sento che è ben stretta e capisco che le sue esperienze sono veramente al lumicino: mentre la scopo selvaggiamente, le chiedo quanti ne ha presi di cazzi prima del mio e lei pudicamente, con la voce rotta dal piacere, mi risponde che ne ha preso solo uno, ma che non cè paragone col mio, che io sono più grosso e che la sto facendo morire dal piacere, al che io la scopo ancora più violento e subito sento che lei smette di gemere e comincia a urlare per il suo primo godimento.
Mi piace scopare Anna…è stretta e mi procura delle fitte di piacere fortissime, in quella posizione poi e un bel vedere, il suo culo, sicuramente vergine è a rischio e lei non lo sa.
Questo pensiero mi fa passare il limite della mia resistenza, le dico che voglio venirle dentro, lei mi dice che non è protetta, allora io esco e le sborro sul vestito il mio piacere, subito la giro e mettendomi in piedi le dico di prendermelo in bocca, lei mi dice che non lo ha mai fatto che gli fa schifo e allora io le dico che è ora che lei impari a essere una vera donna e che deve essere anche troia se vuole fare felice il suo uomo.
Lei punta nell’orgoglio, si butta sul mio cazzo e aprendo la bocca comincia a muoversi sopra con molta inesperienza.
Le dico che con i denti mi fa male, le insegno come muoversi e lei piano, pano, comincia a muoversi con un ritmo che comincia a fare il suo effetto; le stringo i piccoli seni e gioco con i capezzoli, dopo un paio di minuti di quel succhiare, sento che Anna me lo sta facendo indurire di nuovo.
Le faccio dei complimenti per dirgli che è brava e che sta imparando in fretta, lei alza lo sguardo e con due occhi da vera troia, mi fa capire che è felice di farmi contento e me lo fa capire dandoci ancora di più dentro sul mio cazzo adesso di nuovo tesissimo.
Sento le mie palle di nuovo gonfie e pronte a scaricare il loro liquido, allora metto le mani sulla nuca di Anna e per la sua prima volta, lei riceve lo sperma di un uomo nella bocca.
La sento deglutire e cercare di respirare, poi la vedo uscire veloce, appena le lascio la testa e sputare il mio sperma.
Io sorrido e le dico che lo sperma fa bene al corpo e lei di rimando mi dice;
“Allora ingoialo tu”
Sorrido ancora di più e l’accarezzo e le dico che è stata brava, che è portata e che ha delle labbra che sono fatte apposta per fare pompini.
Lei mi guarda e fa finta di offendersi, poi si lascia fare le fusa e per dieci minuti giochiamo con i nostri corpi, poi lei involontariamente si mette di schiena e si sdraia sul mio divano, mettendo in mostra il suo culo perfetto.
Mi cresce la voglia di sodomizzarla e comincio a pensare a come fare senza che lei si ribelli o scappi via.
Le chiedo se qualcuno l’ha mai fatta venire con la lingua, quando lei mi dice che nessuno l’ha mai fatto, capisco che presto avrà fatto due esperienze nuove.
È ancora sdraiata con il suo gonnellino che sta proprio sopra il suo culetto, mi ricorda le pom pom americane, mi metto sopra di lei e le allargo le gambe, lei dai discorsi che ho fatto sa già cosa voglio farle e si lascia aprire le cosce.
Mi butto con la lingua nella sua fighetta ancora umida e comincio a scoparla con la mia lingua rugosa.
Devo dire che a me piace slinguazzare le fighe e ci metto molta passione, ho accumulato una tale esperienza che facilmente le faccio venire e infatti dopo pochi minuti, sento che lei aumenta il ritmo dei suoi sospiri e mi dice che le piace un casino, che è vicinissima a godere di nuovo, allora con la lingua esco leggermente e comincio a leccarle la sottile pelle che divide i due fori e entro sia nel primo che nel secondo.
Anna è troppo presa per riflettere sul pericolo che corre il suo culetto, continua a incitarmi e a gemere dal piacere, così, quando la sento partire per il suo ennesimo piacere, aspetto il momento di massima esplosione e poi mettendole le mani sulle spalle e tenendola forte, le infilo il cazzo nel suo sedere strettissimo.
Il suo grido di dolore si unisce alle parolaccie che mi dice, sento che contrae e cerca di espellermi, io le dico di fare il contrario, di rilassarsi e partecipare che tanto ormai cè lo ha dentro e che io non esco finchè non le vengo dentro.
Lei rimane silenziosa e io rallento il ritmo, quando comincio a sentire che muove le natiche per facilitare la mia entrata, capisco che finalmente si è abituata all’idea di essere sodomizzata .
Continuo piano fino a sentire che smette di gemere, allora le lascio le spalle con le mani e scendo sulla sua fighetta ancora bagnata e comincio a sditalinarla, una sua mano raggiunge la mia e comincia a sua volta a giocare con se stessa.
Quando sento che aumenta il ritmo e di conseguenza spinge il suo bacino sul mio cazzo ben piantato dentro di lei, metto le mani sui suoi fianchi e comincio a scoparle l’ano come se fossi davanti.
Estasiato nel vedere quel culo sodo danzare sotto le mie spinte, vengo come un pazzo e la riempio con quel poco sperma rimastomi.
Sento i suoi sospiri e il suo ultimo orgasmo sotto i miei attacchi e, insieme ci lasciamo andare esausti
Sul tappeto.
“Ti odio”… mi dice…
e sorridendomi mi da un bacio voluttuoso che è tutto un programma e io di risposta, ricambio il suo sorriso di ragazza soddisfatta e gli dico;
- Dai…guarda il lato positivo…adesso che sei ben aperta davanti e indietro: i movimenti ti verranno meglio quando balli con me…“
E lei facendomi la linguaccia, mi risponde;
Se èè vero che da oggi ballerò meglio, allora bisogna che lo rifacciamo presto, perché tu sai quanto io ci tengo a vincere i campionati regionali…

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Addio al Nubilato

Addio al nubilato

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addio al nubilato

«Ti chiedo scusa. Mi dispiace».

Non c’è giustizia per gli amanti. È una regola bastarda ma non preoccupa quanto male si fa all’altro.
Non c’è perdono. Con buona pace non si spiega, non si perde la faccia.

«Mi dispiace averti fatto male. Scusami!». Non pensavo di ferirti così tanto.
Amore è una parola magica, liberatoria, facile da pronunciare. Avevamo scelto di abolirla dal vocabolario.
Soltanto la nostra carne urlava. Sopraffatti dalle sue percosse non abbiamo conosciuto altro.
La carne è stata una padrona premurosa, tangibile il suo ruolo. Con attenzione ci procurava affetto.
La carne si impone.
Che sia maledetta! Lei ti ha trovato. Lei ha avuto bisogno di te.
Ma quando in gioco non ci sono sentimenti la sua leggerezza è insostenibile.
Viene fuori tutta, sensuale, con uno stato di grazia cambia spessore alle cose.
L’amore diventa impalpabile, rimane al confine tra le parole non dette e l’esistenza fisica dei corpi.
Noi siamo stati una coppia clandestina. Incontri che non c’erano mai perché non c’era tempo e non c’era modo. La sofferenza degli amanti che si difendono senza attacchi dell’amore.
Meglio il bisogno travolgente dell’altro, l’esigenza di vederlo e di toccarlo. C’era tutto nella corporeità.
Nella passione.
L’ideale corrisposto pienamente, quasi fosse un caso, ovunque andasse la ricerca. L’altro era una nostra proiezione, desiderio e innanzitutto amore di sé.
Tanta leggerezza e il cervello ha trovato soddisfazione, ha incontrato la persona giusta.
Finché «basta, non voglio più vederti…», ti alzi un mattino e pronto e imbandito sul tavolo trovi un caffè inacidito e un cartone di latte scaduto.
Senti che il cuore non ha più lo stesso ritmo mentre i ricordi balzano agli occhi, pesanti come mai avresti creduto.
Ecco qua, pensi, l’altro è il fortunato, il biglietto vincente.
Detesti che non sia successo prima, perché adesso sapresti cosa dire. Invece è il tempo a decidere dove andare e l’amore, questo sconosciuto, cominci a capire che faccia abbia soltanto quando ti blocchi alle mie parole.
Al momento non sai più nemmeno chi sei.
Non resisti, la paura ti fa impazzire e hai troppa voglia di toccarmi. Vuoi subito baciarmi.
Mi baci.
Sentire il tuo corpo vicino, la passione che scorre, il tuo respiro. È un momento straordinario e il sentimento si fa largo come da tempo gli sarebbe piaciuto ma non è mai successo. La carne ride del nostro incontro predestinato. Ma è tardi.
Il cielo ondeggia pericolosamente mentre mi rigiro e scappo.
Raggiungo l’altro lato della strada e sembra che i tuoi occhi abbiano un colore diverso. Una nota estenuante e indimenticabile.
La sensazione del tuo abbraccio è ancora così viva, sento il tuo profumo, il desiderio non sparisce eppure «questa volta non voglio!», spalanco la bocca e improvvisamente soffia un vento freddo. Me ne sto andando.
Ho fretta, la tua voce ancora dietro, me ne accorgo mentre corro.

Quando la notte torno a casa, da lui, voglio solamente dimenticare; ma ancora ci sei tu nel letto insieme a me.
Una dolcezza infinitamente triste.

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«Ti chiedo scusa. Mi dispiace».

Non c’è giustizia per gli amanti. È una regola bastarda ma non preoccupa quanto male si fa all’altro.
Non c’è perdono. Con buona pace non si spiega, non si perde la faccia.

«Mi dispiace averti fatto male. Scusami!». Non pensavo di ferirti così tanto.
Amore è una parola magica, liberatoria, facile da pronunciare. Avevamo scelto di abolirla dal vocabolario.
Soltanto la nostra carne urlava. Sopraffatti dalle sue percosse non abbiamo conosciuto altro.
La carne è stata una padrona premurosa, tangibile il suo ruolo. Con attenzione ci procurava affetto.
La carne si impone.
Che sia maledetta! Lei ti ha trovato. Lei ha avuto bisogno di te.
Ma quando in gioco non ci sono sentimenti la sua leggerezza è insostenibile.
Viene fuori tutta, sensuale, con uno stato di grazia cambia spessore alle cose.
L’amore diventa impalpabile, rimane al confine tra le parole non dette e l’esistenza fisica dei corpi.
Noi siamo stati una coppia clandestina. Incontri che non c’erano mai perché non c’era tempo e non c’era modo. La sofferenza degli amanti che si difendono senza attacchi dell’amore.
Meglio il bisogno travolgente dell’altro, l’esigenza di vederlo e di toccarlo. C’era tutto nella corporeità.
Nella passione.
L’ideale corrisposto pienamente, quasi fosse un caso, ovunque andasse la ricerca. L’altro era una nostra proiezione, desiderio e innanzitutto amore di sé.
Tanta leggerezza e il cervello ha trovato soddisfazione, ha incontrato la persona giusta.
Finché «basta, non voglio più vederti…», ti alzi un mattino e pronto e imbandito sul tavolo trovi un caffè inacidito e un cartone di latte scaduto.
Senti che il cuore non ha più lo stesso ritmo mentre i ricordi balzano agli occhi, pesanti come mai avresti creduto.
Ecco qua, pensi, l’altro è il fortunato, il biglietto vincente.
Detesti che non sia successo prima, perché adesso sapresti cosa dire. Invece è il tempo a decidere dove andare e l’amore, questo sconosciuto, cominci a capire che faccia abbia soltanto quando ti blocchi alle mie parole.
Al momento non sai più nemmeno chi sei.
Non resisti, la paura ti fa impazzire e hai troppa voglia di toccarmi. Vuoi subito baciarmi.
Mi baci.
Sentire il tuo corpo vicino, la passione che scorre, il tuo respiro. È un momento straordinario e il sentimento si fa largo come da tempo gli sarebbe piaciuto ma non è mai successo. La carne ride del nostro incontro predestinato. Ma è tardi.
Il cielo ondeggia pericolosamente mentre mi rigiro e scappo.
Raggiungo l’altro lato della strada e sembra che i tuoi occhi abbiano un colore diverso. Una nota estenuante e indimenticabile.
La sensazione del tuo abbraccio è ancora così viva, sento il tuo profumo, il desiderio non sparisce eppure «questa volta non voglio!», spalanco la bocca e improvvisamente soffia un vento freddo. Me ne sto andando.
Ho fretta, la tua voce ancora dietro, me ne accorgo mentre corro.

Quando la notte torno a casa, da lui, voglio solamente dimenticare; ma ancora ci sei tu nel letto insieme a me.
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5877636220_8539e16586_z.jpg«Merda!»
Beccata per eccesso di velocità, proprio quello che ci voleva. Roberta lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore. Aspettò ma nessuno scese dalla macchina della polizia. Che cavolo stavano facendo? Aprì il vano portaoggetti e frugò tra le carte cercando l’assicurazione. Trasalì per il colpo violento contro il vetro.
«Buongiorno» disse Roberta, mentre apriva il finestrino con un sorriso dolcissimo. Sperava che l’agente fosse un uomo, molto gentile e molto sensibile a un bel visino. La luce della torcia sparata direttamente nei suoi occhi rendeva impossibile capire se fosse un uomo o una donna.
«Scenda dalla macchina» ordinò la voce.
«Cosa?»
«Scenda dalla macchina.»
Roberta guardò di nuovo nello specchietto. Effettivamente sembrava una macchina della polizia con i lampeggianti accesi. Ma lei era una donna sola sul ciglio di un’autostrada. Col cazzo che scendeva dalla macchina!
«Mi dispiace. Ma non mi sento molto tranquilla. Come faccio a sapere che lei è davvero un poliziotto?» chiese con lo sguardo sospettoso, riparandosi con la mano dalla luce.
«Non glielo ripeterò di nuovo. Scenda dalla macchina» disse l’agente, abbassando la luce in modo che Roberta potesse vederlo in faccia.
«Franco? Gesù! Mi hai fatto spaventare» gli disse sorridendo sollevata, appoggiando la mani sul finestrino aperto. Lui aprì lo sportello con forza, cogliendola di sorpresa, lei tolse le braccia per non cadere per terra.
«Fuori dalla macchina signora, per favore.»
Roberta si slacciò la cintura e scese. Era la prima volta che lo vedeva in uniforme e la cosa non le dispiaceva affatto.
«Molto carino» sussurrò soddisfatta, mordendosi il labbro inferiore.
Con Franco aveva infranto tutte le sue regole. Aveva accettato di incontrarlo dopo meno di una settimana, si erano conosciuti on line su un sito di incontri, e questo non era da lei. La sua foto. Lui era sexy, sexy, sexy. La sua voce, profonda e rilassata, le aveva fatto venire i brividi in tutto il corpo dopo le prime dieci parole. Così era finita a casa sua, nel suo letto, perché buttarlo immediatamente sul divano, molto confortevole ma troppo piccolo, non le era sembrato elegante. Roberta aveva visto due uniformi appese una accanto all’altra, quando aveva posato il suo cappotto. Gli stivali erano sul pavimento del bagno. Gesù benedetto. Finalmente. Era un sacco di tempo che andava a caccia di un poliziotto. Franco le aveva tolto gli ultimi dubbi ficcandosi a letto con i boxer firmati, una t-shirt nera aderente e un profumo irresistibile appena uscito. Tutte le sue regole di brava ragazza avevano cessato di esistere. Si era accoccolato dietro di lei, sentire il suo corpo tiepido e muscoloso contro la sua schiena era incredibilmente romantico e deliziosamente osceno al tempo stesso. Mentre le massaggiava la schiena, le scostò i capelli e le baciò il collo. Dirgli di smettere le era sembrata l’unica cosa da fare. Un minuto di più e non sarebbe stata in grado di fermare se stessa. Così si rannicchiarono uno contro l’altra, lei appoggiata alla curva delle sue spalle alternando carezze e colpetti sul suo stomaco. Poi passò alle unghie, che lo fecero gemere. Il corpo di Franco era splendido, scolpito, glabro e liscio come la seta. La mano di Roberta andò più giù, indugiando sulla roccia che premeva contro i boxer. Dormirono poco e male. Scoparono al secondo appuntamento. Ma a quel punto lei non aveva più nessuna scelta. L’aspettativa di quanto sarebbe stato bello non andò delusa. Lui scopava forte e duro, una combinazione perfetta che la fece impazzire. La strana conversazione che avevano avuto circa dieci minuti prima che lui la fermasse, ora era chiara. Il telefono aveva squillato quando lei stava per uscire. Lui le aveva chiesto dove stesse andando e che strada avrebbe preso. “Strana domanda” aveva pensato in quel momento. Adesso era tutto chiaro. Lui stava in piedi davanti a lei in uniforme, il giubbotto antiproiettile, la pistola attaccata alla cintura, stivali da sbirro, pantaloni da sbirro, culo deliziosamente sodo. Gesù. Era una visione.
«Si giri. Mani dietro la schiena.»
Lei fece esattamente quello che lui le aveva detto di fare. Le stava alle spalle, il suo corpo spingeva contro la sua schiena, il cazzo contro il suo sedere. Le mise la coscia tra le gambe e gliele aprì con violenza. Roberta sentì qualcosa che scivolava lungo i suoi polpacci, risaliva all’interno delle sue cosce e si fermava proprio sotto la sua fica, poi risalì velocemente, costringendola a mettersi in punta di piedi. Era il manganello, probabilmente.
«Sei uno stronzo» miagolò Roberta, ma non lo pensava veramente.
Due mani dure le afferrarono i polsi, l’acciaio freddo delle manette attorno a un polso, poi all’altro, lui la tirava per le braccia con violenza anche se lei non opponeva nessuna resistenza. Il suono delle macchine che passavano e quello della sua in folle cessarono insieme al clic delle manette. Non erano manette buffe di pelliccia, non erano manette commestibili, no, erano vere manette da poliziotto. Era tutto vero. Cristo, il suo clitoride già pulsava, la sua fica era già fradicia.
«Si muova!» ringhiò lui, il suo respiro caldo sull’orecchio di Roberta. La trascinò oltre la sua macchina, verso l’auto della polizia. La spinse e la fece cadere in avanti, così Roberta si trovò piegata sul cofano. Con una mano la teneva per il collo, con l’altra le afferrò i capelli. Le spinse la testa giù, la guancia contro il metallo freddo del cofano.
«Rimanga ferma lì» urlò e si allontanò. Lei non si mosse. Lo guardò mentre si avvicinava alla sua macchina e spegneva le luci, poi fece lo stesso con l’auto di servizio, ma lasciò i lampeggianti accesi. La radio gracchiava e una voce appena percepibile stava parlando. Lui disse qualcosa alla radio, le dava le spalle. Era molto professionale, non sembrava lo stesso uomo che l’aveva fatta piegare sul cofano.
«Il tempo di finire con un’infrazione stradale. Sarò lì tra dieci minuti.»
Poi le fu di nuovo alle spalle, l’afferrò per i fianchi e le abbassò le mutandine facendogliele cadere attorno alle caviglie. La fresca aria autunnale baciò la sua schiena. Le venne la pelle d’oca. Lo sentì strappare qualcosa che doveva essere un preservativo, lo sentì armeggiare con la cintura e i pantaloni. Lei strinse e serrò i muscoli della fica, convinta che sarebbe riuscita a non farsi scopare.
«Smettila» ringhiò lui e la sculacciò, forte, il preservativo gli scappò dalle mani e volò verso di lei, atterrando a qualche centimetro dalla sua faccia.
«Cazzo» grugnì lei sottovoce. Le dita di Franco le sfiorarono la fica già bagnata. Lui le afferrò una ciocca di capelli, le tirò la testa all’indietro e le diede un morso sul collo.
«Sto per scoparti» le disse all’orecchio, poi le spinse di nuovo la testa giù, e la guancia di Roberta finì di nuovo contro il cofano della macchina. Poi la penetrò, veloce, forte e spietato. In un fugace momento di lucidità, Roberta immaginò come sarebbe apparsa la scena se un’altra macchina si fosse fermata dietro di loro. Forse sembrava che la stavano violentando. Gliene sarebbe importato a qualcuno? Lei era piegata sul cofano di una macchina della polizia e un poliziotto la stava scopando senza tanti complimenti. Questa era la fantasia che le passò per la testa. Il frastuono del traffico era coperto dai lamenti di Roberta, dal respiro veloce di Franco e dal rumore secco della pelle sulla pelle. «Stai per venire forte, signorina» sussurrò Franco, rallentando il ritmo e tirandole di nuovo i capelli.
«Vieni adesso. Vieni per me.» E spinse di nuovo veloce e forte.
E lei venne, venne come non faceva da un sacco di tempo, lanciando un urlo di piacere e di dolore, con le gambe che le tremavano e la fica che le pulsava, attraversata da onde dolci e lunghe. Lui era implacabile, la scopava forse più forte di prima. La teneva stretta per i fianchi, la punta delle dita dentro la carne di Roberta, e venne in un lamento. Poi si allontanò da lei velocemente, le strizzò una chiappa e la sculacciò dolcemente. Lei lo sentì armeggiare di nuovo con i vestiti. Lui si tirò su i boxer e i pantaloni e finalmente la girò verso di lui. La baciò forte sulle labbra, la girò di nuovo di spalle e le tolse le manette. Poi si allontanò da lei, di nuovo molto professionale. Roberta sentiva ancora il sangue rimbombarle nelle orecchie, il suo respiro assomigliava a un grugnito.
«Roberta?» disse lui, girandosi e guardandola.
«Sì?»
«Verrai lo stesso alle dieci?»
«C’è bisogno di chiederlo?»
«Immagino di no» rispose lui sorridendo, bello da morire. «Ci vediamo più tardi.»

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Ammanettata e scopata

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5877636220_8539e16586_z.jpg«Merda!»
Beccata per eccesso di velocità, proprio quello che ci voleva. Roberta lanciò un'occhiata allo specchietto retrovisore. Aspettò ma nessuno scese dalla macchina della polizia. Che cavolo stavano facendo? Aprì il vano portaoggetti e frugò tra le carte cercando l'assicurazione. Trasalì per il colpo violento contro il vetro.
«Buongiorno» disse Roberta, mentre apriva il finestrino con un sorriso dolcissimo. Sperava che l'agente fosse un uomo, molto gentile e molto sensibile a un bel visino. La luce della torcia sparata direttamente nei suoi occhi rendeva impossibile capire se fosse un uomo o una donna.
«Scenda dalla macchina» ordinò la voce.
«Cosa?»
«Scenda dalla macchina.»
Roberta guardò di nuovo nello specchietto. Effettivamente sembrava una macchina della polizia con i lampeggianti accesi. Ma lei era una donna sola sul ciglio di un'autostrada. Col cazzo che scendeva dalla macchina!
«Mi dispiace. Ma non mi sento molto tranquilla. Come faccio a sapere che lei è davvero un poliziotto?» chiese con lo sguardo sospettoso, riparandosi con la mano dalla luce.
«Non glielo ripeterò di nuovo. Scenda dalla macchina» disse l'agente, abbassando la luce in modo che Roberta potesse vederlo in faccia.
«Franco? Gesù! Mi hai fatto spaventare» gli disse sorridendo sollevata, appoggiando la mani sul finestrino aperto. Lui aprì lo sportello con forza, cogliendola di sorpresa, lei tolse le braccia per non cadere per terra.
«Fuori dalla macchina signora, per favore.»
Roberta si slacciò la cintura e scese. Era la prima volta che lo vedeva in uniforme e la cosa non le dispiaceva affatto.
«Molto carino» sussurrò soddisfatta, mordendosi il labbro inferiore.
Con Franco aveva infranto tutte le sue regole. Aveva accettato di incontrarlo dopo meno di una settimana, si erano conosciuti on line su un sito di incontri, e questo non era da lei. La sua foto. Lui era sexy, sexy, sexy. La sua voce, profonda e rilassata, le aveva fatto venire i brividi in tutto il corpo dopo le prime dieci parole. Così era finita a casa sua, nel suo letto, perché buttarlo immediatamente sul divano, molto confortevole ma troppo piccolo, non le era sembrato elegante. Roberta aveva visto due uniformi appese una accanto all'altra, quando aveva posato il suo cappotto. Gli stivali erano sul pavimento del bagno. Gesù benedetto. Finalmente. Era un sacco di tempo che andava a caccia di un poliziotto. Franco le aveva tolto gli ultimi dubbi ficcandosi a letto con i boxer firmati, una t-shirt nera aderente e un profumo irresistibile appena uscito. Tutte le sue regole di brava ragazza avevano cessato di esistere. Si era accoccolato dietro di lei, sentire il suo corpo tiepido e muscoloso contro la sua schiena era incredibilmente romantico e deliziosamente osceno al tempo stesso. Mentre le massaggiava la schiena, le scostò i capelli e le baciò il collo. Dirgli di smettere le era sembrata l'unica cosa da fare. Un minuto di più e non sarebbe stata in grado di fermare se stessa. Così si rannicchiarono uno contro l'altra, lei appoggiata alla curva delle sue spalle alternando carezze e colpetti sul suo stomaco. Poi passò alle unghie, che lo fecero gemere. Il corpo di Franco era splendido, scolpito, glabro e liscio come la seta. La mano di Roberta andò più giù, indugiando sulla roccia che premeva contro i boxer. Dormirono poco e male. Scoparono al secondo appuntamento. Ma a quel punto lei non aveva più nessuna scelta. L'aspettativa di quanto sarebbe stato bello non andò delusa. Lui scopava forte e duro, una combinazione perfetta che la fece impazzire. La strana conversazione che avevano avuto circa dieci minuti prima che lui la fermasse, ora era chiara. Il telefono aveva squillato quando lei stava per uscire. Lui le aveva chiesto dove stesse andando e che strada avrebbe preso. "Strana domanda" aveva pensato in quel momento. Adesso era tutto chiaro. Lui stava in piedi davanti a lei in uniforme, il giubbotto antiproiettile, la pistola attaccata alla cintura, stivali da sbirro, pantaloni da sbirro, culo deliziosamente sodo. Gesù. Era una visione.
«Si giri. Mani dietro la schiena.»
Lei fece esattamente quello che lui le aveva detto di fare. Le stava alle spalle, il suo corpo spingeva contro la sua schiena, il cazzo contro il suo sedere. Le mise la coscia tra le gambe e gliele aprì con violenza. Roberta sentì qualcosa che scivolava lungo i suoi polpacci, risaliva all'interno delle sue cosce e si fermava proprio sotto la sua fica, poi risalì velocemente, costringendola a mettersi in punta di piedi. Era il manganello, probabilmente.
«Sei uno stronzo» miagolò Roberta, ma non lo pensava veramente.
Due mani dure le afferrarono i polsi, l'acciaio freddo delle manette attorno a un polso, poi all'altro, lui la tirava per le braccia con violenza anche se lei non opponeva nessuna resistenza. Il suono delle macchine che passavano e quello della sua in folle cessarono insieme al clic delle manette. Non erano manette buffe di pelliccia, non erano manette commestibili, no, erano vere manette da poliziotto. Era tutto vero. Cristo, il suo clitoride già pulsava, la sua fica era già fradicia.
«Si muova!» ringhiò lui, il suo respiro caldo sull'orecchio di Roberta. La trascinò oltre la sua macchina, verso l'auto della polizia. La spinse e la fece cadere in avanti, così Roberta si trovò piegata sul cofano. Con una mano la teneva per il collo, con l'altra le afferrò i capelli. Le spinse la testa giù, la guancia contro il metallo freddo del cofano.
«Rimanga ferma lì» urlò e si allontanò. Lei non si mosse. Lo guardò mentre si avvicinava alla sua macchina e spegneva le luci, poi fece lo stesso con l'auto di servizio, ma lasciò i lampeggianti accesi. La radio gracchiava e una voce appena percepibile stava parlando. Lui disse qualcosa alla radio, le dava le spalle. Era molto professionale, non sembrava lo stesso uomo che l'aveva fatta piegare sul cofano.
«Il tempo di finire con un'infrazione stradale. Sarò lì tra dieci minuti.»
Poi le fu di nuovo alle spalle, l'afferrò per i fianchi e le abbassò le mutandine facendogliele cadere attorno alle caviglie. La fresca aria autunnale baciò la sua schiena. Le venne la pelle d'oca. Lo sentì strappare qualcosa che doveva essere un preservativo, lo sentì armeggiare con la cintura e i pantaloni. Lei strinse e serrò i muscoli della fica, convinta che sarebbe riuscita a non farsi scopare.
«Smettila» ringhiò lui e la sculacciò, forte, il preservativo gli scappò dalle mani e volò verso di lei, atterrando a qualche centimetro dalla sua faccia.
«Cazzo» grugnì lei sottovoce. Le dita di Franco le sfiorarono la fica già bagnata. Lui le afferrò una ciocca di capelli, le tirò la testa all'indietro e le diede un morso sul collo.
«Sto per scoparti» le disse all'orecchio, poi le spinse di nuovo la testa giù, e la guancia di Roberta finì di nuovo contro il cofano della macchina. Poi la penetrò, veloce, forte e spietato. In un fugace momento di lucidità, Roberta immaginò come sarebbe apparsa la scena se un'altra macchina si fosse fermata dietro di loro. Forse sembrava che la stavano violentando. Gliene sarebbe importato a qualcuno? Lei era piegata sul cofano di una macchina della polizia e un poliziotto la stava scopando senza tanti complimenti. Questa era la fantasia che le passò per la testa. Il frastuono del traffico era coperto dai lamenti di Roberta, dal respiro veloce di Franco e dal rumore secco della pelle sulla pelle. «Stai per venire forte, signorina» sussurrò Franco, rallentando il ritmo e tirandole di nuovo i capelli.
«Vieni adesso. Vieni per me.» E spinse di nuovo veloce e forte.
E lei venne, venne come non faceva da un sacco di tempo, lanciando un urlo di piacere e di dolore, con le gambe che le tremavano e la fica che le pulsava, attraversata da onde dolci e lunghe. Lui era implacabile, la scopava forse più forte di prima. La teneva stretta per i fianchi, la punta delle dita dentro la carne di Roberta, e venne in un lamento. Poi si allontanò da lei velocemente, le strizzò una chiappa e la sculacciò dolcemente. Lei lo sentì armeggiare di nuovo con i vestiti. Lui si tirò su i boxer e i pantaloni e finalmente la girò verso di lui. La baciò forte sulle labbra, la girò di nuovo di spalle e le tolse le manette. Poi si allontanò da lei, di nuovo molto professionale. Roberta sentiva ancora il sangue rimbombarle nelle orecchie, il suo respiro assomigliava a un grugnito.
«Roberta?» disse lui, girandosi e guardandola.
«Sì?»
«Verrai lo stesso alle dieci?»
«C'è bisogno di chiederlo?»
«Immagino di no» rispose lui sorridendo, bello da morire. «Ci vediamo più tardi.»

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Lo sceicco porco

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7454617-glamour-portrait-of-sexy-woman-on-grey-background.jpgAngela scosse lentamente il capo, abbassando lo sguardo. Lo sceicco rise e venne a piazzarsi di fronte alla ragazza, tenendole lo sguardo inchiodato addosso, ammaliato dalla sua giovane bellezza e dall’abito che pareva solo un velo luminoso sul suo corpo. La pelle bianca come l’avorio rifulgeva dolcemente al lume delle candele e nel riflesso delle fiammelle dorate lo sceicco vide dinanzi a sé una donna, snella e aggraziata, il seno pieno e tondo, che si riversava generosamente e seducentemente fuori dalla veste. E il seno si sollevava e abbassava lentamente a ogni respiro.

Le si accostò e con un fulmineo movimento le fece scivolare un braccio attorno all’esile vita, quasi sollevandola da terra; poi posò la bocca su quella della fanciulla, La ragazza vide se stessa come se fosse uscita dal proprio corpo e sente che tentava di penetrare. La resistenza della ragazza sembrò far desistere l’uomo. Lo sceicco fece un passo indietro, sempre sorridendo, ma con un nuovo fuoco che gli ardeva nello sguardo.

Con gesto repentino le strappò le vesti che caddero in un mucchietto attorno alle caviglie. Fissò l’uomo con gli occhi dilatati, poi si chinò per raccogliere gli abiti, ma le mani dell’uomo la presero per le spalle e la sollevarono. Si trovò così racchiusa tra le braccia dell’uomo. Questa volta lottò aveva in mente di fare. Senza che sapesse spiegarsi come, l’uomo si era liberato delle sue brache e il membro nudo svettava minaccioso. Angela restava senza fiato ogni volta che la bocca dell’uomo s’impadroniva della sua e che i suoi baci appassionati le coprivano il volto e il seno.

Sentì le mani dello sceicco scenderle lungo la schiena e poi le sue dita che la frugavano nelle parti più intime. Quando un dito dell’uomo si piantò con forza nel suo retto, atterrita, vinta dal panico, spinse con tutte le sue forze e per un attimo riuscì a svincolarsi. Lui scoppiò in una risata più fragorosa di quelle precedenti e noncurante delle lacrime della fanciulla si sbarazzò della camicia, mentre i suoi occhi ardevano di passione godendosi lo spettacolo delle grazie completamente svelate, di gran lunga più incantevoli di quanto avesse immaginato o persino sperato.

Quella schiava aveva un corpo degno di una Dea. Angela sbarrò gli occhi con orrore vedendosi dinanzi per la prima volta un uomo nudo. Rimase inchiodata al pavimento finché lui non fece un passo avanti, poi con un gride tuttavia implacabile. Lottò , si dimenò, ma ogni suo movimento non faceva che assecondare l’intento dell’uomo. I capelli le si sciolsero, accendendo ancor di più il desiderio dell’uomo. La verga dell’uomo sembrava acciaio rovente. La cercava , la frugava tra le cosce, poi, con un colpo secco, l’impalò. Angela si sollevò di scatto, dalle labbra le sfuggì un grido, e un dolore cocente parve diffondersi nelle reni.

Lo sceicco si ritrasse bruscamente, attonito per lo stupore, e abbassò lo sguardo su di lei. Le sfiorò teneramente la guancia e mormorò qualcosa con voce bassa e impercettibile, le si accostò dolcemente, baciandole i capelli e la fronte e accarezzandole il corpo con le mani. Poi la penetrò nuovamente a fondo incapace di trattenersi oltre. Angela aveva l’impressione che ogni suo movimento la squarciasse, e le salirono le lacrime agli occhi. Quando le dita dell’uomo le frugarono nuovamente l’ano, involontariamente si inarcò favorendo ancor di più l’inserimento del pene tra le labbra secche della sua vulva.

Il ritmo dello sceicco si fece cadenzato ed Angela, con ancor più terrore, sentì che la clitoride, insensibile ai richiami della ragione e dell’orrore di ciò che le stava accadendo, reclamava il piacere drizzandosi come uno stelo, e le ghiandole cominciarono ad emettere linfa abbondante come le sue lacrime. Sperò che ciò favorisse la conclusione di quello stupro, ma il membro statuario pareva diventato insensibile bronzo. Non poteva vedere il volto dello sceicco, ma lo immaginava teso nello sforzo di resistere quanto più possibile alla tentazione di eiaculare. Allora lo strinse con le cosce e lo avvolse con le braccia, premendo le mammelle gonfie sul torace dell’uomo.

Avvertì la verga gonfiarsi in modo pauroso e, nella sua inesperienza, comprese che tra non molto lo sperma di un uomo avrebbe rinfrescato le pareti dolenti della sua vagina. Un ancor più acuto terrore la prese, al pensiero di restare incinta, ma fu incapace di ribellarsi. Il pube fece un movimento in avanti che spinse sino alla bocca dell’utero la punta del membro.

Come da un abisso infinito, violento, frenetico lo sperma corse a fiotti lungo la canna, lo sentì con le labbra della vulva, finchè l’abbondante getto cremoso la riempì con la sua calda, stupenda vischiosità.

E dopo uno ne venne un altro, poi un altro, poi un terzo e un quarto e, mentre perdeva ogni energia nel pieno di un orgasmo violento, gridò di piacere e come percossa da un fulmine, si accasciò svenuta ai piedi dello sceicco, mentre l’ultima goccia le cadeva sul bianco ventre perlato.

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Lo sceicco porco

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7454617-glamour-portrait-of-sexy-woman-on-grey-background.jpgAngela scosse lentamente il capo, abbassando lo sguardo. Lo sceicco rise e venne a piazzarsi di fronte alla ragazza, tenendole lo sguardo inchiodato addosso, ammaliato dalla sua giovane bellezza e dall'abito che pareva solo un velo luminoso sul suo corpo. La pelle bianca come l'avorio rifulgeva dolcemente al lume delle candele e nel riflesso delle fiammelle dorate lo sceicco vide dinanzi a sé una donna, snella e aggraziata, il seno pieno e tondo, che si riversava generosamente e seducentemente fuori dalla veste. E il seno si sollevava e abbassava lentamente a ogni respiro.

Le si accostò e con un fulmineo movimento le fece scivolare un braccio attorno all'esile vita, quasi sollevandola da terra; poi posò la bocca su quella della fanciulla, La ragazza vide se stessa come se fosse uscita dal proprio corpo e sente che tentava di penetrare. La resistenza della ragazza sembrò far desistere l'uomo. Lo sceicco fece un passo indietro, sempre sorridendo, ma con un nuovo fuoco che gli ardeva nello sguardo.

Con gesto repentino le strappò le vesti che caddero in un mucchietto attorno alle caviglie. Fissò l'uomo con gli occhi dilatati, poi si chinò per raccogliere gli abiti, ma le mani dell'uomo la presero per le spalle e la sollevarono. Si trovò così racchiusa tra le braccia dell'uomo. Questa volta lottò aveva in mente di fare. Senza che sapesse spiegarsi come, l'uomo si era liberato delle sue brache e il membro nudo svettava minaccioso. Angela restava senza fiato ogni volta che la bocca dell'uomo s'impadroniva della sua e che i suoi baci appassionati le coprivano il volto e il seno.

Sentì le mani dello sceicco scenderle lungo la schiena e poi le sue dita che la frugavano nelle parti più intime. Quando un dito dell'uomo si piantò con forza nel suo retto, atterrita, vinta dal panico, spinse con tutte le sue forze e per un attimo riuscì a svincolarsi. Lui scoppiò in una risata più fragorosa di quelle precedenti e noncurante delle lacrime della fanciulla si sbarazzò della camicia, mentre i suoi occhi ardevano di passione godendosi lo spettacolo delle grazie completamente svelate, di gran lunga più incantevoli di quanto avesse immaginato o persino sperato.

Quella schiava aveva un corpo degno di una Dea. Angela sbarrò gli occhi con orrore vedendosi dinanzi per la prima volta un uomo nudo. Rimase inchiodata al pavimento finché lui non fece un passo avanti, poi con un gride tuttavia implacabile. Lottò , si dimenò, ma ogni suo movimento non faceva che assecondare l'intento dell'uomo. I capelli le si sciolsero, accendendo ancor di più il desiderio dell'uomo. La verga dell'uomo sembrava acciaio rovente. La cercava , la frugava tra le cosce, poi, con un colpo secco, l'impalò. Angela si sollevò di scatto, dalle labbra le sfuggì un grido, e un dolore cocente parve diffondersi nelle reni.

Lo sceicco si ritrasse bruscamente, attonito per lo stupore, e abbassò lo sguardo su di lei. Le sfiorò teneramente la guancia e mormorò qualcosa con voce bassa e impercettibile, le si accostò dolcemente, baciandole i capelli e la fronte e accarezzandole il corpo con le mani. Poi la penetrò nuovamente a fondo incapace di trattenersi oltre. Angela aveva l'impressione che ogni suo movimento la squarciasse, e le salirono le lacrime agli occhi. Quando le dita dell'uomo le frugarono nuovamente l'ano, involontariamente si inarcò favorendo ancor di più l'inserimento del pene tra le labbra secche della sua vulva.

Il ritmo dello sceicco si fece cadenzato ed Angela, con ancor più terrore, sentì che la clitoride, insensibile ai richiami della ragione e dell'orrore di ciò che le stava accadendo, reclamava il piacere drizzandosi come uno stelo, e le ghiandole cominciarono ad emettere linfa abbondante come le sue lacrime. Sperò che ciò favorisse la conclusione di quello stupro, ma il membro statuario pareva diventato insensibile bronzo. Non poteva vedere il volto dello sceicco, ma lo immaginava teso nello sforzo di resistere quanto più possibile alla tentazione di eiaculare. Allora lo strinse con le cosce e lo avvolse con le braccia, premendo le mammelle gonfie sul torace dell'uomo.

Avvertì la verga gonfiarsi in modo pauroso e, nella sua inesperienza, comprese che tra non molto lo sperma di un uomo avrebbe rinfrescato le pareti dolenti della sua vagina. Un ancor più acuto terrore la prese, al pensiero di restare incinta, ma fu incapace di ribellarsi. Il pube fece un movimento in avanti che spinse sino alla bocca dell'utero la punta del membro.

Come da un abisso infinito, violento, frenetico lo sperma corse a fiotti lungo la canna, lo sentì con le labbra della vulva, finchè l'abbondante getto cremoso la riempì con la sua calda, stupenda vischiosità.

E dopo uno ne venne un altro, poi un altro, poi un terzo e un quarto e, mentre perdeva ogni energia nel pieno di un orgasmo violento, gridò di piacere e come percossa da un fulmine, si accasciò svenuta ai piedi dello sceicco, mentre l'ultima goccia le cadeva sul bianco ventre perlato.

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Io e la professoressa

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Alessandra, liceo, sesso con la professoressa, sesso lesbo, donne sesso, storie di sesso, storie vere di sesso, racconti di sessoIo mi chiamo Alessandra e frequento un liceo , durante il mio primo anno le cose non andavano molto bene e per vari problemi mi ritrovavo a odiare la scuola e di conseguenza odiavo anche la prof. con la quale dovevo passare 19 ore alla settimana. Comunque alla fine l’anno non è andato bene e sono stata rimandata, essendo una testa dura avevo deciso di ripetere lì e non cambiare scuola, più che altro per ripicca…
Quello che allora non sapevo era che questa decisione mi avrebbe cambiato la vita, infatti l’anno successivo successe che questa prof ebbe un incidente in macchina, nulla di veramente grave ma fu costretta a rimanere a casa alcuni mesi. Durante quei mesi presi il coraggio e la consapevolezza che lei non centrava nulla con la mia bocciatura, e in più non era più una mia prof per cui la chiamai per sapere come stava e se aveva bisogno di qualcosa visto che non era sposata e a quanto si diceva a scuola non era neppure fidanzata. La prima volta fu molto imbarazzante per me (sono una persona piuttosto timida, ma lei fu molto gentile e dolce con me. A quella prima telefonata ne seguirono molte altre, nelle quali mi raccontò molto di sè e io cercavo di tirarle su il morale con le mie solite disavventure quotidiane o come le chiamo io le mie figure di m…..
Alla fine si creò una bella amicizia tra noi, ci sentivamo via sms e ci vedevamo ogni tanto per pranzo io la vedevo come un confidente e amica.
Con il passare del tempo però i miei sentimenti cambiarono cominciai a trovarla davvero bella, insomma mi aveva stregato con i suoi modi dolci. Non mi era mai successo di provare cose del genere con una donna, per di più una donna sulla quarantina che a molti può non sembrare bellissima, ma che ai miei occhi era una dea…
Ovviamente non avevo nessuna intenzione di confidarle ciò che provavo per lei anche perchè credevo fosse etero convinta e non volevo rischiare di rovinare tutto.
Le cose continuarono così per quasi tre anni, io che mi struggevo e facevo di tutto per poterla vedere anche solo un secondo nei corridoi, e lei con quel suo sorrisino mi mandava in estasi….
La svolta accadde durante l’estate dei miei 18 anni, mi chiamò per invitarmi a passare un fine settimana con lei al mare per festeggiare il mio compleanno. Non potete immaginare la mia felicità per quella proposta, avrei potuto passare alcuni giorni sola con lei e con le sue gentilezze… come potete immaginare accettai subito! Mi portò in un piccolo paese in toscana poco lontano dal mare in uno splendido alberghetto semplice ma carino. Appena arrivate ci sistemammo e decidemmo di andare subito a buttarci per un bel bagno. arrivate sulla spiaggia mi disse, sempre con la sua voce calda e per me estremamente rilassante, “è meglio che ti spalmi un po’ di crema, se no con la pelle bianca che hai rischi di bruciarti” ovviamente anche se in imbarazzo accettai. Il massaggio ebbe subito effetto su di me, in un secondo mi ritrovai fradicia, ma lei non sembrava essersene accorta. Una volta finita la schiena scese alle gambe e alle cosce al chè ebbi un piccolo sobbalzo e lei ” ti ho fatto male? scusami non volevo” e io ” no no figurati mi stavo appisolando e mi sono svegliata di soprassalto” ovviamente non era vero ero bella sveglia e bagnata come un lago..lei però questa volta non aveva il suo solito sguardo,era come se avesse capito tutto! però se era così non aveva avuto la reazione che temevo anzi mi sembrava mi scrutasse come per vedere sotto il costume. Io comunque non feci nulla e rimasi stesa a pancia sotto, ad un tratto sentii che si era chinata su di me e poco dopo sentii con un filo di voce ” dimmi la verità ti sei eccitata? non credere che non sappia che ti sei innamorata di me…. me ne sono accorta da un pezzo” e dopo sentii la sua mano che voltava verso di lei il mio viso, aprii gli occhi e la vidi a meno di 5 centimetri da me, mi appoggiò le labbra sulle mie e sentii la sua lingua che cercava di entrare per cui aprii leggermente le labbra e finalmente dopo anni di amore segreto le nostre lingue si incontrarono.. fu una sensazione indescrivibile. dopo non so quanto,(persi il senso del tempo) ci staccammo e lei mi bisbigliò nell’orecchio ” forse è meglio tornare in camera”. il tragitto dalla spiaggia all’albergo fu il più lungo della mia vita, arrivate finalmente in camera unimmo i due lettini e mi fece stendere sul letto poi mi ribaciò questa volta con più passione, la sua lingua mi faceva impazzire, intanto sentivo la sua mano ovunque che mi accarezzava come avevo sempre sognato, in un baleno ci ritrovammo nude con lei sopra di me che mi baciava il seno fino a scendere all’ombelico e poi sul mio fiore che ormai colava a dirotto, non so per quanto mi succhiò il clitoride, ma so che non avevo mai goduto tanto. Quando provò a infilare un dito si rese conto che ero ancora vergine e mi tornò a baciare e mi chiese “vuoi che io sia la prima a farti donna?” io non capivo più nulla e dopo un altro bacio le risposi “si! sono tre anni che aspetto questo momento” allora ritornò giù ” stai più rilassata che puoi potresti sentire un po’ di dolore ma stai tranquilla” io in estasi le dissi ” tu non potresti farmi male nemmeno se volessi, ti amo da sempre” e mentre mi sverginava mi disse con una voce d’angelo ” ti amo anch’io”, dopo un po’ di dolore iniziale cominciai a godere come non mai e ebbi più di un orgasmo, lei svanì un momento nel bagno per lavarsi la mano con i miei residui di sangue e quando tornò ricominciò a leccarmi ovunque e a baciarmi.. e mentre lo faceva mi portò la mia mano sul suo sesso già bagnatissimo io non ero molto esperta ma feci come lei e dal seno scesi baciandole e dando piccoli colpi con la lingua sentendola tremare di eccitazione, alla fine arrivai al punto tanto agognato e comincia a succhiare quando più potevo e mi concentrai soprattutto sul clitoride, era così buono da succhiare, lei non tardò molto e cominciò a tremare e a dire ” si dai amore non ti fermare sto venendooooooo” al chè io continuai sempre più veloce e bevvi di gusto i suoi umori, sembrava di bere nettare degli dei… dopo ci abbaracciammo esauste e lei conoscendomi bene si mise a coccolarmi e a baciarmi… anche se per la prima volta sembrava che sapesse perfettamente cosa mi piaceva…. le coccole mi fanno impazzire…

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