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Ebnezer

Ebnezer Grooten era brutale e antipatico, aborrito da tutti gli abitanti della cittadina. Avaro, esoso, gretto, ignorante prestava i soldi ad usura e guai a chi non li restituiva! Due o tre loschi figuri lo riducevano con le ossa rotte. Le autorità sapevano benissimo che erano scagnozzi di Ebnezer, ma non intervenivano: Ebnezer era molto ricco. Qualche multa, di tanto in tanto, e tutto finiva là.
Justine era la figlia, l’unica figlia, di Ebnezer: tanto delicata, tanto gentile, tanto raffinata; tutto il contrario del padre. Justine era stata una bambina normale finché la madre era rimasta viva: andava a scuola, per ricevere una buona educazione, si divertiva con le piccole compagne, sorrideva sempre a tutti. Poi, quando la signora Grooten morì improvvisamente, la vita cambiò anche per Justine. Il padre diventò sempre più ruvido, sempre più rinchiuso in se stesso, lucifugo e taccagno. Lesinava sul cibo della figlia, contandole le briciole che lei doveva mangiare, le impediva non soltanto di uscire fuori di casa ma persino di affacciarsi alle finestre; infatti, le aveva fatte sbarrare con pesanti assi di legno.
Justine era diventata la serva del padre; qualcuno dei clienti di Ebnezer, l’unica categoria di visitatori ammessa in casa, diceva pure che egli la frustava. Ne erano sicuri i vicini, che spesso sentivano il sibilo del bastone o della cinghia ed i lamenti sommessi di Justine.
Dopo che Justine ebbe compiuto i 15 anni, Ebnezer pensò di farla sposare, ma qualsiasi pretendente avrebbe voluto anche la dote e lui non era disposto a sganciare nemmeno un centesimo. Ebnezer diceva sempre che non poteva permettersi una serva, perché costava troppo. Poi, un giorno, in una delle sue rare uscite, capitò per caso al mercato delle schiave. Stavano vendendo delle detenute comuni, avviate alla colonia. Prima d’imbarcarle, però, il governo voleva vedere se non solo poteva risparmiare qualche soldo del viaggio, ma guadagnarci pure. Così le metteva all’asta, al migliore offerente. Quelle giovani e carine potevano tirar su anche una o due ghinee, quelle più brutte finivano incatenate nella stiva del vascello in attesa di arrivare in America, se mai ci fossero arrivate; lì, i coloni pagavano anche venti o trenta pellicce per una donna: non importava che fosse bella, bastava che fosse robusta. E fertile.
Quel giorno, al mercato, Ebnezer mise gli occhi su una femmina, più o meno della sua età, ma che ancora mostrava, celati, i segni di un’antica avvenenza. Trattò a lungo con l’incaricato della vendita, tirò a lungo sul prezzo ed alla fine la spuntò con soli 20 scellini, con la promessa solenne, tuttavia, che avrebbe sposato la schiava entro tre mesi dall’acquisto.
Ebnezer portò Bessie a casa sua, rimproverò Justine perché l’aveva scorta mentre lei spiava attraverso le fessure delle assi alle finestre e per far capire anche alla nuova arrivata che aria tirasse in casa sua, le picchiò tutte e due. Prima la figlia. Dopo, la futura moglie. Justine c’era abituata. Si piegò sul tavolo, si tirò su la gonna e subì le cinghiate paterne. Bessie sarebbe voluta scappare, ma non poteva. Una denuncia di Ebnezer e sarebbe finita sulla forca; prima, però, l’avrebbero frustata a sangue! Meglio prenderle adesso, sul deretano. Di sicuro, facevano meno male di quelle che le davano in galera.
Il ruolo di serva, che fino ad allora era toccato alla sola Justine, passò alla matrigna. Per meglio dire, si divisero i compiti del buon andamento dell’economia domestica. Almeno Bessie poteva uscire di casa, una volta a settimana, per andare a far compere al mercato; poca roba e di scarsa qualità, perché Ebnezer le dava 3 scellini contati e guai a lei se li sprecava! Tenendo fede alla promessa, Ebnezer sposò Bessie tre mesi dopo averla comprata. Per l’occasione, si concesse un mezzo stomaco di pecora bollito con tutte le proprie interiora e festeggiò anche con una mezza pinta di birra acida. Gli avanzi del suo pasto, le due donne avrebbero potuti mangiarli il giorno dopo.
Celebrate le nozze, Ebnezer voleva riscuotere il debito coniugale. Bessie era vergognosa assai. Infatti Justine dormiva nella stessa camera del padre, in un lettino con il materasso di foglie, in un angolo. Lo aveva deciso il capo famiglia, per risparmiare il costo di una candela di sego. Quella notte, Justine, distesa sul suo giaciglio la faccia rivolta alla parete, si tappò le orecchie per non sentire i grugniti paterni ed i lamenti della matrigna.
Fra i tanti, schifosi, compiti di Justine c’era anche quello di nettare il culo del padre dopo che egli si era alzato dalla seggetta. Adesso il compito passò alla moglie. Lo straccio usato per la circostanza doveva servire anche alle due femmine, perché non si poteva buttare quando non era ancora completamente lurido. Anzi, lo poteva usare Justine quando aveva il proprio ciclo, per pulirsela.
Durante il processo, vennero fuori particolari mostruosi. La violenza e la morbosità di Ebnezer erano senza limiti. Egli nutriva, a modo suo, una specie d’amore per Justine ma di natura niente affatto paterna. Sembra che, talvolta, dopo averla sculacciata passasse il suo fallo eretto sulle natiche bollenti di Justine. Di sicuro lo faceva con la moglie.
Una mattina, le urla di Bessie svegliarono tutti gli abitanti della via. Accorsi, alcuni giovani robusti dovettero scardinare la porta per entrare in casa. Il corpo di Ebnezer giaceva all’ingresso, la testa rotta, la gola squarciata. Bessie e Justine raccontarono che, quella notte, due o tre figuri erano entrati in casa, si erano precipitati in camera ed avevano immobilizzato il povero Ebnezer. Bessie aveva tentato di difendere il marito ma uno degli assassini le aveva dato un forte pugno e lei mostrava il livido sul mento. Quanto a Justine, beh pure lei aveva cercato di difendere il padre ma si era presa un morso violento sul petto, in una parte delicata ed immostrabile ad estranei. Il morso le aveva fatto talmente male, che lei era rimasta quasi svenuta dalla sofferenza.
Il magistrato Carpenter iniziò le indagini. Sembrava un caso facile; qualche cliente di Ebnezer lo strozzino aveva deciso che era arrivato il momento di farlo fuori, di levare dalla faccia della terra simile escremento. Si indagò fra i clienti, quelli noti, almeno.
Però, il giorno dopo l’assassinio di Ebnezer ne era accaduto un altro, a miglia di distanza. La diciannovenne figliastra di Norfolck, aveva sbudellato il padre, approfittando del fatto che questi era troppo ubriaco per accorgersi che ella lo stava ammazzando. Meno di mezz’ora prima, l’aveva violentata, come faceva sempre regolarmente tutti i martedì. La notizia dell’omicidio del nobiluomo destò scandalo enorme. Intervenne il re in persona: non si poteva assolutamente permettere che le figlie ammazzassero i propri padri!
Così il magistrato Carpenter fu costretto a battere un’altra pista. Bessie, una ex carcerata, poteva essere colpevole di uxoricidio, ma Justine, che tutti consideravano un angelo? Personalmente, Carpenter era restio ad usare la tortura indiziaria, ma ci fu obbligato dalle pressioni dei suoi superiori. Fece arrestare Bessie ed iniziò la solita procedura. La esortò a confessare il suo delitto, le mostrò la camera di tortura con tutti i suoi orrendi strumenti, minacciando adoperarli su di lei e le lasciò una notte per riflettere. Appesa mani e piedi alla parete della cella più buia e più umida. La mattina, Bessie insisteva a confermare la sua versione dei fatti. Le fecero vedere un tizio, un marinaio ubriaco, a cui veniva somministrata la tortura dell’acqua. Bessie vomitò e svenne. Per ritrovarsi nell’esatta posizione di quel marinaio, quando riaprì gli occhi. Mani e piedi ben tesi legati alle pareti, in direzioni opposte, le reni che appoggiavano su un cuneo appuntito, che le entrò nella carne non appena i legami furono allentati per poi essere immediatamente rimessi in trazione. Un imbuto in bocca ed il boia che vi versava dentro un boccione d’acqua lurida, poco alla volta perché l’inquisita non soffocasse. Il ventre di Bessie diventò gonfio come un otre; non riuscì a trattenere l’orina. Con un pesante randello, il boia colpì quel ventre teso: una, due, tra volte fino a che Bessie non rigettò dalla bocca tutta l’acqua ingurgitata. Quando si fu ripresa, il magistrato le disse che sarebbe stato meglio per lei che confessasse subito. Bessie negò. La tortura dell’acqua riprese.
Bessie era un osso duro. Qualcuno suggerì a Carpenter di adoperare il Cavallo, la tortura specifica per le donne. A Bessie legarono le braccia dietro la schiena, un gancio passò nella corda che le fissava i polsi e, mediante una carrucola, il corpo fu sollevato da terra. Quattro serventi portarono il Cavallo. Un cuneo di legno lungo circa un braccio fissato su un cavalletto, il vertice acuto, rivestito da entrambe le facce da sottili lamine con l’orlo seghettato, in alto. Bessie fu calata e messa, appunto, a cavallo del cuneo. Alle caviglie le furono fissati pesi da 8 libbre. Se non voleva che il cuneo le tagliasse le parti delicate, doveva sollevarsi, ma lo sforzo, dolorosissimo per le scapole, l’avrebbe costretta a ricadere giù, sul cuneo e sulle sue lamine. Inoltre, in sovrappiù, ad intervalli irregolari, entrava un servente e colpiva Bessie sul seno con una sferza fatta di fili di ferro. Nessuna donna aveva resistito più di una notte al Cavallo!
E non lo fece neppure Bessie. La mattina dopo confessò la dinamica dell’omicidio.

Erano state Justine e lei ad ammazzare Ebnezer, ma l’idea era venuta a Justine.
Quella notte, lei, Bessie, si era mostrata molto tenera, molto carina con il marito. Aveva tentato di farlo stancare attraverso ludi erotici, ma non c’era riuscita, almeno non del tutto. Allora era intervenuta Justine. Si era offerta spudoratamente al padre! Ed egli l’aveva presa, al modo sodomitico. Poi, stanco, si era addormentato. A quel punto, Justine lo aveva colpito alla testa con un pesante martello di legno.
Bessie e Justine avevano trascinato l’uomo nell’ingresso e, siccome Ebnezer dava segno di ridestarsi, Justine l’aveva colpito di nuovo, in fronte. Dopo, gli aveva tagliato la gola. A quel punto, Justine aveva sferrato un possente pugno alla mascella di Bessie, per dare veridicità alla messinscena concordata.
La pesante clava ed il coltello insanguinato erano nascosti in casa, nel pitale della seggetta.
Verso mezzogiorno le guardie si recarono a casa di Justine per arrestarla. Non la trovarono: la ragazza era fuggita. Iniziò la caccia, in tutto il regno. La scovarono, naturalmente. A Plymouth. Justine avrebbe voluto imbarcarsi, clandestina, mescolandosi ad un gruppo di dissidenti; in una scarsella, nascondeva ventotto monete d’argento e due d’oro. I dissidenti, come complici nella fuga di un’assassina, furono tutti condannati alla frusta. Sino a 50 colpi per gli uomini, fino a 30 per le donne. Vennero flagellati pubblicamente: occorsero due giorni per eseguire la sentenza, perché erano 163, i dissidenti, senza contare i bambini sotto i dieci anni, maschi e femmine, che subirono semplicemente la canna.
Justine, arrestata, fu sottoposta a visita, di fronte a tutta la corte. Un cerusico ed una levatrice la esaminarono per bene, con minuzia, senza trascurare nulla. Conclusero che Justine non era più intatta né davanti né di dietro.
Lei negava tutto! Bessie era un’assassina e una mentitrice! Lei amava suo padre, gli voleva veramente bene; non era vero che lui fosse violento, né che abusasse di lei. Severo sì, quando lei lo meritava, lui la picchiava ma giustamente.
La linea di difesa di Justine era giustificata dal fatto che, a quei tempi, ribellarsi alla violenza era considerata un’aggravante e non un’attenuante del delitto.
Carpenter procrastinò a lungo l’uso della tortura nei confronti di Justine. Una settimana di stringenti interrogatori non la convinsero a confessare. Allora, si diede inizio alla “convinzione leggera”. Ad ogni domanda alla quale non rispondeva, Justine riceveva una frustata sul petto, inferta con la sferza di ferro. Fra l’altro, non risultava assolutamente, sulla sua mammella, nessun segno del morso che lei diceva di aver ricevuto la notte dell’omicidio del padre.
Sull’orlo di una crisi di nervi, Carpenter dovette ricorrere al Cavallo. Due notti consecutive. Frustate sul dorso e sul petto ogni ora. Le ferite al basso ventre curate con orina mescolata a calce viva. Justine non confessò.
“ Lo squartamento è riservato ai regicidi, ma l’impiccagione è troppo poco per queste assassine!” mormorò il monarca, firmando la condanna a morte per Bessie e Justine.
Lord Whitemore, allora, consigliò la stessa pena che gli antenati riservavano ai parricidi. Il re approvò entusiasta.
Bessie urlò quando le furono tirate su le braccia, per legarla alla trave. Cinquanta frustate, un po’ su dappertutto, dai polpacci alle scapole. La stessa pena che subì Justine. I due corpi piagati furono coperti da una camicia grigia. Due carretti le condussero al luogo dell’ultimo supplizio. Il rogo. C’era molta gente, quel 28 aprile 1628, in piazza. E molti, che l’avevano conosciuta, piangevano per la triste sorte di Justine. Di Bessie non importava niente a nessuno. Entrambe furono legate allo stesso palo, con le pesanti catene di ferro. Non emisero alcun grido; sembra che, in prigione, avessero tagliato loro la lingua prima di condurle fuori. Il boia e due suoi assistenti, con delle torce, diedero fuoco alla pira. La grazia reale aveva negato la possibilità alle condannate di esser strangolate prima dell’accensione del rogo.

Ammanettata e scopata

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5877636220_8539e16586_z.jpg«Merda!»
Beccata per eccesso di velocità, proprio quello che ci voleva. Roberta lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore. Aspettò ma nessuno scese dalla macchina della polizia. Che cavolo stavano facendo? Aprì il vano portaoggetti e frugò tra le carte cercando l’assicurazione. Trasalì per il colpo violento contro il vetro.
«Buongiorno» disse Roberta, mentre apriva il finestrino con un sorriso dolcissimo. Sperava che l’agente fosse un uomo, molto gentile e molto sensibile a un bel visino. La luce della torcia sparata direttamente nei suoi occhi rendeva impossibile capire se fosse un uomo o una donna.
«Scenda dalla macchina» ordinò la voce.
«Cosa?»
«Scenda dalla macchina.»
Roberta guardò di nuovo nello specchietto. Effettivamente sembrava una macchina della polizia con i lampeggianti accesi. Ma lei era una donna sola sul ciglio di un’autostrada. Col cazzo che scendeva dalla macchina!
«Mi dispiace. Ma non mi sento molto tranquilla. Come faccio a sapere che lei è davvero un poliziotto?» chiese con lo sguardo sospettoso, riparandosi con la mano dalla luce.
«Non glielo ripeterò di nuovo. Scenda dalla macchina» disse l’agente, abbassando la luce in modo che Roberta potesse vederlo in faccia.
«Franco? Gesù! Mi hai fatto spaventare» gli disse sorridendo sollevata, appoggiando la mani sul finestrino aperto. Lui aprì lo sportello con forza, cogliendola di sorpresa, lei tolse le braccia per non cadere per terra.
«Fuori dalla macchina signora, per favore.»
Roberta si slacciò la cintura e scese. Era la prima volta che lo vedeva in uniforme e la cosa non le dispiaceva affatto.
«Molto carino» sussurrò soddisfatta, mordendosi il labbro inferiore.
Con Franco aveva infranto tutte le sue regole. Aveva accettato di incontrarlo dopo meno di una settimana, si erano conosciuti on line su un sito di incontri, e questo non era da lei. La sua foto. Lui era sexy, sexy, sexy. La sua voce, profonda e rilassata, le aveva fatto venire i brividi in tutto il corpo dopo le prime dieci parole. Così era finita a casa sua, nel suo letto, perché buttarlo immediatamente sul divano, molto confortevole ma troppo piccolo, non le era sembrato elegante. Roberta aveva visto due uniformi appese una accanto all’altra, quando aveva posato il suo cappotto. Gli stivali erano sul pavimento del bagno. Gesù benedetto. Finalmente. Era un sacco di tempo che andava a caccia di un poliziotto. Franco le aveva tolto gli ultimi dubbi ficcandosi a letto con i boxer firmati, una t-shirt nera aderente e un profumo irresistibile appena uscito. Tutte le sue regole di brava ragazza avevano cessato di esistere. Si era accoccolato dietro di lei, sentire il suo corpo tiepido e muscoloso contro la sua schiena era incredibilmente romantico e deliziosamente osceno al tempo stesso. Mentre le massaggiava la schiena, le scostò i capelli e le baciò il collo. Dirgli di smettere le era sembrata l’unica cosa da fare. Un minuto di più e non sarebbe stata in grado di fermare se stessa. Così si rannicchiarono uno contro l’altra, lei appoggiata alla curva delle sue spalle alternando carezze e colpetti sul suo stomaco. Poi passò alle unghie, che lo fecero gemere. Il corpo di Franco era splendido, scolpito, glabro e liscio come la seta. La mano di Roberta andò più giù, indugiando sulla roccia che premeva contro i boxer. Dormirono poco e male. Scoparono al secondo appuntamento. Ma a quel punto lei non aveva più nessuna scelta. L’aspettativa di quanto sarebbe stato bello non andò delusa. Lui scopava forte e duro, una combinazione perfetta che la fece impazzire. La strana conversazione che avevano avuto circa dieci minuti prima che lui la fermasse, ora era chiara. Il telefono aveva squillato quando lei stava per uscire. Lui le aveva chiesto dove stesse andando e che strada avrebbe preso. “Strana domanda” aveva pensato in quel momento. Adesso era tutto chiaro. Lui stava in piedi davanti a lei in uniforme, il giubbotto antiproiettile, la pistola attaccata alla cintura, stivali da sbirro, pantaloni da sbirro, culo deliziosamente sodo. Gesù. Era una visione.
«Si giri. Mani dietro la schiena.»
Lei fece esattamente quello che lui le aveva detto di fare. Le stava alle spalle, il suo corpo spingeva contro la sua schiena, il cazzo contro il suo sedere. Le mise la coscia tra le gambe e gliele aprì con violenza. Roberta sentì qualcosa che scivolava lungo i suoi polpacci, risaliva all’interno delle sue cosce e si fermava proprio sotto la sua fica, poi risalì velocemente, costringendola a mettersi in punta di piedi. Era il manganello, probabilmente.
«Sei uno stronzo» miagolò Roberta, ma non lo pensava veramente.
Due mani dure le afferrarono i polsi, l’acciaio freddo delle manette attorno a un polso, poi all’altro, lui la tirava per le braccia con violenza anche se lei non opponeva nessuna resistenza. Il suono delle macchine che passavano e quello della sua in folle cessarono insieme al clic delle manette. Non erano manette buffe di pelliccia, non erano manette commestibili, no, erano vere manette da poliziotto. Era tutto vero. Cristo, il suo clitoride già pulsava, la sua fica era già fradicia.
«Si muova!» ringhiò lui, il suo respiro caldo sull’orecchio di Roberta. La trascinò oltre la sua macchina, verso l’auto della polizia. La spinse e la fece cadere in avanti, così Roberta si trovò piegata sul cofano. Con una mano la teneva per il collo, con l’altra le afferrò i capelli. Le spinse la testa giù, la guancia contro il metallo freddo del cofano.
«Rimanga ferma lì» urlò e si allontanò. Lei non si mosse. Lo guardò mentre si avvicinava alla sua macchina e spegneva le luci, poi fece lo stesso con l’auto di servizio, ma lasciò i lampeggianti accesi. La radio gracchiava e una voce appena percepibile stava parlando. Lui disse qualcosa alla radio, le dava le spalle. Era molto professionale, non sembrava lo stesso uomo che l’aveva fatta piegare sul cofano.
«Il tempo di finire con un’infrazione stradale. Sarò lì tra dieci minuti.»
Poi le fu di nuovo alle spalle, l’afferrò per i fianchi e le abbassò le mutandine facendogliele cadere attorno alle caviglie. La fresca aria autunnale baciò la sua schiena. Le venne la pelle d’oca. Lo sentì strappare qualcosa che doveva essere un preservativo, lo sentì armeggiare con la cintura e i pantaloni. Lei strinse e serrò i muscoli della fica, convinta che sarebbe riuscita a non farsi scopare.
«Smettila» ringhiò lui e la sculacciò, forte, il preservativo gli scappò dalle mani e volò verso di lei, atterrando a qualche centimetro dalla sua faccia.
«Cazzo» grugnì lei sottovoce. Le dita di Franco le sfiorarono la fica già bagnata. Lui le afferrò una ciocca di capelli, le tirò la testa all’indietro e le diede un morso sul collo.
«Sto per scoparti» le disse all’orecchio, poi le spinse di nuovo la testa giù, e la guancia di Roberta finì di nuovo contro il cofano della macchina. Poi la penetrò, veloce, forte e spietato. In un fugace momento di lucidità, Roberta immaginò come sarebbe apparsa la scena se un’altra macchina si fosse fermata dietro di loro. Forse sembrava che la stavano violentando. Gliene sarebbe importato a qualcuno? Lei era piegata sul cofano di una macchina della polizia e un poliziotto la stava scopando senza tanti complimenti. Questa era la fantasia che le passò per la testa. Il frastuono del traffico era coperto dai lamenti di Roberta, dal respiro veloce di Franco e dal rumore secco della pelle sulla pelle. «Stai per venire forte, signorina» sussurrò Franco, rallentando il ritmo e tirandole di nuovo i capelli.
«Vieni adesso. Vieni per me.» E spinse di nuovo veloce e forte.
E lei venne, venne come non faceva da un sacco di tempo, lanciando un urlo di piacere e di dolore, con le gambe che le tremavano e la fica che le pulsava, attraversata da onde dolci e lunghe. Lui era implacabile, la scopava forse più forte di prima. La teneva stretta per i fianchi, la punta delle dita dentro la carne di Roberta, e venne in un lamento. Poi si allontanò da lei velocemente, le strizzò una chiappa e la sculacciò dolcemente. Lei lo sentì armeggiare di nuovo con i vestiti. Lui si tirò su i boxer e i pantaloni e finalmente la girò verso di lui. La baciò forte sulle labbra, la girò di nuovo di spalle e le tolse le manette. Poi si allontanò da lei, di nuovo molto professionale. Roberta sentiva ancora il sangue rimbombarle nelle orecchie, il suo respiro assomigliava a un grugnito.
«Roberta?» disse lui, girandosi e guardandola.
«Sì?»
«Verrai lo stesso alle dieci?»
«C’è bisogno di chiederlo?»
«Immagino di no» rispose lui sorridendo, bello da morire. «Ci vediamo più tardi.»

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