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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.
Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.
Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.
Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.
Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.
Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.
La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un'ombra.
Sentii salirmi un'inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.
Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.
Non c'era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.
Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all'ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.
Quando raggiunsi l'anticamera dell'ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.
Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

«Sì, sì, proprio lì ... no, aspetti, un po' più a destra, ... ecco sì, sì, così ...» Era la voce della biondina.

Oddio ... Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?

«Va bene così?»

Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch'io me l'ero spassata senza di lui.

«Sì, sì ... lì è proprio perfetto»

Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.

«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»

Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell'impresa.
Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.

«Infatti - Mi affrettai a rispondere - Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi»

Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d'aria e di calmarmi.
Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.
Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.

Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.
Il cellulare vibrò sul comodino per l'arrivo di un sms. M'illuminai.
Per quanto ne sapevo poteva essere anche l'avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.
Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.
Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C'era semplicemente scritto:

- Apri il pacco -

Mi sentii avvampare d'eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell'uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.
Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.
La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall'universo per svelare il mio misfatto.
Ero un'ombra nell'oscurità. L'unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.
Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che lo sigillava.
All'interno c'era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.
Sfilai la busta ed estrassi il biglietto che custodito al suo interno.
C'era scritto:

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

Non c'erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.
Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.
Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

Quell'attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.
Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l'aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.
Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.
Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell'oscurità. Anche il mio viso.
Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un'altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l'amore con l'universo.
M'immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.
Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.
Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d'eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L'accontentai.
Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.
Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell'argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l'altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d'eccitazione.
Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l'aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.
Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.
Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.
Sentii l'eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mio e con mio marito nell'altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.
Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.
Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell'incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.
Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall'estasi.
La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:

«Ti piace il mio regalo?»

«Oh, sì» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l'anima.

«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere»

Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.
Non esisteva nient'altro all'infuori di noi due. Quell'orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell'universo parallelo dove s'incontrano le anime travolte dall'estasi del piacere più sublime.

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c'era.
Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l'avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.
Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d'acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d'acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.
Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.
Sì, avrei chiuso con Patrick ... Un giorno o l'altro ... Forse.









E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.
Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.
Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.
Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.
Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.
Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.
La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un'ombra.
Sentii salirmi un'inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.
Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.
Non c'era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.
Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all'ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.
Quando raggiunsi l'anticamera dell'ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.
Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

«Sì, sì, proprio lì... No, aspetti, un po' più a destra... ecco sì, sì, così...» Era la voce della biondina.
Oddio... Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?
«Va bene così?»
Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch'io me l'ero spassata senza di lui.
«Sì, sì... lì è proprio perfetto!»
Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.
«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»
Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell'impresa.
Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.
«Infatti! - Mi affrettai a rispondere - Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi.»
Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d'aria e di calmarmi.
Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.
Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.
Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.
Il cellulare vibrò sul comodino per l'arrivo di un sms. M'illuminai.
Per quanto ne sapevo poteva essere anche l'avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.
Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.
Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C'era semplicemente scritto:

- Apri il pacco -

Mi sentii avvampare d'eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell'uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.
Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.
La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall'universo per svelare il mio misfatto.
Ero un'ombra nell'oscurità. L'unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.
Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che sigillava il pacco.
All'interno c'era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.
Sfilai la busta ed estrassi il biglietto custodito al suo interno.
C'era scritto:

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

Non c'erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.
Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.
Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

Quell'attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.
Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l'aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.
Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.
Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell'oscurità. Anche il mio viso.
Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un'altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l'amore con l'universo.
M'immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.
Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.
Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d'eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L'accontentai.
Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.
Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell'argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l'altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d'eccitazione.
Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l'aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.
Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.
Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.
Sentii l'eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mia e con mio marito nell'altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.
Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.
Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell'incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.
Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall'estasi.
La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:
«Ti piace il mio regalo?»
«Oh, sì!» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l'anima.
«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere».
Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.
Non esisteva nient'altro all'infuori di noi due. Quell'orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell'universo parallelo dove s'incontrano le anime travolte dall'estasi del piacere più sublime.

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c'era.
Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l'avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.
Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d'acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d'acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.
Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.

Sì, avrei chiuso con Patrick... Un giorno o l'altro... Forse.

È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 5)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Esausta e accaldata restai stesa sul letto attendendo che il respiro si normalizzasse.
Lo squillo del telefono mi strappò da quel mondo peccaminoso e attraente in cui mi stavo perdendo per ficcarmi a forza nella realtà.
Sapevo chi era. Istintivamente cercai di ricompormi, sedendomi sul letto e coprendomi pudicamente con il telo, come se il mio interlocutore potesse anche vedermi oltre che sentirmi, capendo ogni cosa.
Mi sentii nuda nel corpo e nell'anima. E mi sentii sola.
«Ciao Amore»
Era Eric, mio marito. Il senso di colpa si avventò sul mio fegato come un branco di piranha da troppo tempo senza cibo.
«Ciao Eric - Risposi con la voce più innamorata che fosse mai uscita dalla mia bocca. - Quando torni?»
Avrei voluto che tornasse in quello stesso istante. Magari l'averlo vicino avrebbe messo freno alla mia voglia di Patrick e avrei avuto il coraggio di troncare con lui una volta per tutte. Di sicuro avrei avuto molto meno tempo a disposizione e tutto sarebbe sfumato nel nulla. Forse.
«Venerdì, lo sai ... Ma che hai? Hai il fiatone?»
«No, sì, be' ... è che sono accaldata, credo si sia rotta l'aria condizionata»
«Chiama il tecnico, anzi, sai che faccio? Lo chiamo io, ho il numero sul cellulare, così non devi impazzire a cercarlo, e domani quando tornerai dal lavoro, sarà tutto ok. Riuscirai a resistere una notte senza il tuo amato condizionatore?»
«Resisterò» Davvero una grossa parola avevo scelto. Una parola che avrei voluto che abbracciasse molto più delle mie capacità di sopportare
una notte senza condizionatore.
Io lo avevo tradito e lui invece era così premuroso da occuparsi di me anche a chilometri di distanza. Mi sentii morire. Ma come avevo potuto?
Io, la razionale calcolatrice dalla vita organizzata con precisione maniacale, scrupolosa fino allo sfinimento persino nell'ordinare i cassetti della biancheria, come avevo potuto lasciarmi andare così? Come avevo potuto fare una cosa così sbagliata? Sbagliata sì, ma così maledettamente piacevole. Al solo pensiero mi sentii nuovamente avvampare.
Forse però anche la gentilezza di Eric celava qualcosa. Forse anche lui aveva qualcosa da farsi perdonare, magari era semplicemente il fatto di essere spesso fuori per lavoro a farlo sentire in colpa.
Ma quei dubbi erano solo i miei patetici tentativi per farmi sentire meno in fallo. A guidare le premure di Eric non era il suo senso di colpa ma solo la sua innata gentilezza e il suo esserci sempre e comunque.
La sbagliata ero io, non certo lui.
«Mi manchi» Sussurrò prima di lasciarmi di nuovo sola e nuda con le mie paure.

Quella notte non chiusi occhio. Il caldo mi faceva rotolare nel letto alla ricerca di qualche centimetro di lenzuolo fresco, ma questo si appiccicava di continuo alla mia pelle.
Erano ore che non vedevo Patrick, ma lui non si era allontanato da me un solo istante. Più cercavo di cacciarlo via dalla mente e dal corpo e più la voglia di lui mi scoppiava dentro con tutta la violenza con cui mi aveva presa la prima volta.
Rivedevo i suoi occhi bruni divorarmi, sentivo la prepotenza dei suoi baci sulla mia pelle e il piacere esplodermi dentro grazie al suo membro turgido e gonfio d'eccitazione per me.

Il cellulare vibrò per l'arrivo di un messaggio:

- Mi sto segando per te ... -

Era Patrick. Avvampando per la schiettezza di quelle parole e col cuore che partì a mille, le rilessi più volte per essere certa d'aver capito bene, poi scoppiai a ridere come una bambina che ha appena sentito dire una parolaccia.
Si stava masturbando pensando a me! Lo eccitavo così tanto da doversi sfogare anche da solo! Mi sentii lusingata, mi sentii porca fino al midollo, mi sentii sexy, sensuale, irresistibile. Forse era proprio quello ad attirarmi di più in tutta quella faccenda: era come mi faceva sentire.
Stetti al gioco e gli risposi:

- Vorrei essere lì e farlo io stessa ... -

- E io vorrei che fossi qui ... Ti voglio Denise! E voglio una tua foto. Ora! Voglio godere su una foto del tuo fantastico culo ... -

Quella dichiarazione così esplicita scatenò l'impertinente fremito dell'eccitazione. Lo sentii scivolare fra le mie gambe, scaldarmi la pelle, contrarre i miei muscoli e inturgidirmi i capezzoli.
Poggiai il cellulare a terra, mi accucciai lì sopra e con due dita allargai le labbra mostrando all'obbiettivo tutto lo splendore del mio sesso. Scattai la foto e la riguardai. Era spudoratamente porca e dannatamente eccitante. Le dita laccate di rosso schiudevano un mondo di valli lussuriose, monti peccaminosi, pertugi e pozzi neri che non chiedevano altro che essere leccati, baciati e penetrati senza sosta.
Gliela inviai. Attesi impaziente per alcuni minuti senza ricevere una risposta. Controllai più volte che non si fosse scaricata la batteria, ma nulla. Il mio cellulare era a posto e la ricezione era perfetta. Semplicemente era lui a negarsi. Poi un messaggino svegliò il telefono.

- Ho inzozzato il telefono godendo sulla tua foto! Sei splendida e non vedo l'ora di scoparti ancora e ancora e ancora ... -

Quel fuoriprogramma mi aveva dannatamente divertita ed eccitata, come tutta quella storia. C'era una sola spiegazione: ero una fottuta porca.
Ok, tutto quel sesso extraconiugale era un tradimento vero e proprio, ma se non l'avessi fatto, se avessi strozzato le mie pulsioni, annegandole nel ciò che si deve fare e ignorando ciò che invece si vuole, avrei tradito me stessa.
Io ero anche quello. Potevo combattere contro me stessa, ma sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Potevo farmi schifo finché volevo, ma ciò non avrebbe cambiato le cose di una virgola. Se avessi troncato quella storia avrei fatto di certo la cosa giusta, agli occhi del mondo e soprattutto verso mio marito, ma come l'avrei messa con me stessa? Mi sarei annullata insieme a tutte le mie voglie e mi sarei ingrigita come già stavo facendo prima che Patrick arrivasse a sconvolgere il mio mondo, facendomi capire che c'era un'altra Denise dentro di me che stava urlando per farsi sentire. Ora l'avevo sentita anch'io quella Denise e volevo a tutti i costi conoscerla fino in fondo.



Capitoli Precedenti di "È solo sesso":
  1. 1° Capitolo
  2. 2° Capitolo
  3. 3° Capitolo
  4. 4° Capitolo



È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 5)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Esausta e accaldata restai stesa sul letto attendendo che il respiro si normalizzasse.
Lo squillo del telefono mi strappò da quel mondo peccaminoso e attraente in cui mi stavo perdendo per ficcarmi a forza nella realtà.
Sapevo chi era. Istintivamente cercai di ricompormi, sedendomi sul letto e coprendomi pudicamente con il telo, come se il mio interlocutore potesse anche vedermi oltre che sentirmi, capendo ogni cosa.
Mi sentii nuda nel corpo e nell'anima. E mi sentii sola.
«Ciao Amore.»
Era Eric, mio marito. Il senso di colpa si avventò sul mio fegato come un branco di piranha da troppo tempo senza cibo.
«Ciao Eric! - Risposi con la voce più innamorata che fosse mai uscita dalla mia bocca. - Quando torni?»
Avrei voluto che tornasse in quello stesso istante. Magari l'averlo vicino avrebbe messo freno alla mia voglia di Patrick e avrei avuto il coraggio di troncare con lui una volta per tutte. Di sicuro avrei avuto molto meno tempo a disposizione e tutto sarebbe sfumato nel nulla. Forse.
«Venerdì, lo sai – Precisò affranto. La sua voce era una coccola delicata e amorevole che esasperò il mio senso di colpa. – Ma che hai? Hai il fiatone?» Domandò.
«No, sì, be'... è che sono accaldata, credo si sia rotta l'aria condizionata.»
«Chiama il tecnico, anzi, sai che faccio? Lo chiamo io, ho il numero sul cellulare, così non devi impazzire a cercarlo, e domani quando tornerai dal lavoro, sarà tutto ok. Riuscirai a resistere una notte senza il tuo amato condizionatore?» Chiese premuroso.
«Resisterò.» Avevo scelto davvero una grossa parola. Una parola che avrei voluto che abbracciasse molto più delle mie capacità di sopportare una notte senza condizionatore.
Io lo avevo tradito e lui invece era così premuroso da occuparsi di me anche a chilometri di distanza. Mi sentii morire. Ma come avevo potuto?
Io, la razionale calcolatrice dalla vita organizzata con precisione maniacale, scrupolosa fino allo sfinimento persino nell'ordinare i cassetti della biancheria, come avevo potuto lasciarmi andare così? Come avevo potuto fare una cosa così sbagliata? Sbagliata sì, ma così maledettamente piacevole. Al solo pensiero mi sentii nuovamente avvampare.
Forse però anche la gentilezza di Eric celava qualcosa. Forse anche lui aveva qualcosa da farsi perdonare, magari era semplicemente il fatto di essere spesso fuori per lavoro a farlo sentire in colpa.
Ma quei dubbi erano solo i miei patetici tentativi di farmi sentire meno in fallo. A guidare le premure di Eric non era il suo senso di colpa, ma solo la sua innata gentilezza e il suo esserci sempre e comunque.
La sbagliata ero io, non certo lui.
«Mi manchi» Sussurrò prima di lasciarmi di nuovo sola e nuda con le mie paure.

Quella notte non chiusi occhio. Il caldo mi faceva rotolare nel letto alla ricerca di qualche centimetro di lenzuolo fresco, ma questo si appiccicava di continuo alla mia pelle.
Erano ore che non vedevo Patrick, ma lui non si era allontanato da me un solo istante. Più cercavo di cacciarlo via dalla mente e dal corpo e più la voglia di lui mi scoppiava dentro con tutta la violenza con cui mi aveva presa la prima volta.
Rivedevo i suoi occhi bruni divorarmi, sentivo la prepotenza dei suoi baci sulla mia pelle e il piacere esplodermi dentro grazie al suo membro turgido e gonfio d'eccitazione per me.

Il cellulare vibrò per l'arrivo di un messaggio:

- Mi sto segando per te ... -

Era Patrick. Avvampando per la schiettezza di quelle parole e col cuore che partì a mille, le rilessi più volte per essere certa d'aver capito bene, poi scoppiai a ridere come una bambina che ha appena sentito dire una parolaccia.
Si stava masturbando pensando a me! Lo eccitavo così tanto da doversi sfogare anche da solo! Mi sentii lusingata, mi sentii porca fino al midollo, mi sentii sexy, sensuale, irresistibile. Forse era proprio quello ad attirarmi di più in tutta quella faccenda: era come mi faceva sentire.
Stetti al gioco e gli risposi:

- Vorrei essere lì e farlo io stessa ... -

- E io vorrei che fossi qui ... Ti voglio Denise! E voglio una tua foto. Ora! Voglio godere su una foto del tuo fantastico culo ... -

Quella dichiarazione così esplicita scatenò l'impertinente fremito dell'eccitazione. Lo sentii scivolare fra le mie gambe, scaldarmi la pelle, contrarre i miei muscoli e inturgidirmi i capezzoli.
Poggiai il cellulare a terra, mi accucciai lì sopra e con due dita allargai le labbra mostrando all'obbiettivo tutto lo splendore del mio sesso. Scattai la foto e la riguardai. Era spudoratamente porca e dannatamente eccitante. Le dita laccate di rosso schiudevano un mondo di valli lussuriose, monti peccaminosi, pertugi e pozzi neri che non chiedevano altro che essere leccati, baciati e penetrati senza sosta.
Gliela inviai. Attesi impaziente per alcuni minuti senza ricevere una risposta. Controllai più volte che non si fosse scaricata la batteria, ma nulla. Il mio cellulare era a posto e la ricezione era perfetta. Semplicemente era lui a negarsi. Poi un messaggino svegliò il telefono.

- Ho inzozzato il telefono godendo sulla tua foto! Sei splendida e non vedo l'ora di scoparti ancora e ancora e ancora ... -

Quel fuoriprogramma mi aveva dannatamente divertita ed eccitata, come tutta quella storia. C'era una sola spiegazione: ero una fottuta porca.
Ok, tutto quel sesso extraconiugale era un tradimento vero e proprio, ma se non l'avessi fatto, se avessi strozzato le mie pulsioni, annegandole nel ciò che si deve fare e ignorando ciò che invece si vuole, avrei tradito me stessa.

Io ero anche quello. Potevo combattere contro me stessa, ma sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Potevo farmi schifo finché volevo, ma ciò non avrebbe cambiato le cose di una virgola. Se avessi troncato quella storia avrei fatto di certo la cosa giusta, agli occhi del mondo e soprattutto verso mio marito, ma come l'avrei messa con me stessa? Mi sarei annullata insieme a tutte le mie voglie e mi sarei ingrigita come già stavo facendo prima che Patrick arrivasse a sconvolgere il mio mondo, facendomi capire che c'era un'altra Denise dentro di me che stava urlando per farsi sentire. Ora l'avevo sentita anch'io quella Denise e volevo a tutti i costi conoscerla fino in fondo.