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È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 18)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Il mattino successivo mi colse beatamente addormentata sul seno di Hanna. Avevamo trascorso l'intera notte a fare l'amore, a coccolarci e ad assaporaci finché il sonno ci aveva travolte. Il suo profumo di vaniglia mi riempiva le narici. Non resistetti, le succhiai un capezzolo. Hanna sorrise nel sonno e spalancò le gambe.
Sorrisi felice di trovarmi lì con lei. Mi misi a sedere sul letto e la guardai dormire.
Ora sapevo cosa fare. Come Hanna aveva predetto, la sbronza e tutto ciò che era successo durante quella notte mi avevano concesso una pausa, uno stop, un momentaneo stand by che mi era servito per raggranellare la lucidità necessaria per capire ciò che volevo. Prima però regalai ad Hanna il più bel risveglio che si possa avere.
Scesi piano dal letto, facendo attenzione a non svegliarla, e dal bagno presi un pennello da trucco con le setole morbidissime e un flacone di olio di mandorle.

Con la stessa accortezza di prima tornai accanto a lei e mi rigirai il pennello fra i polpastrelli facendolo scorrere sull'interno coscia di Hanna. Dal ginocchio risalii lentamente la gamba fino all'inguine, piroettai sul monte di Venere e scesi sull'altra gamba, dall'inguine al ginocchio, per poi tornare sui miei passi e fermarmi al centro.
Hanna iniziò a gemere ancor prima di svegliarsi. Carezzai con quelle morbide setole le sue ali ancora chiuse, vezzeggiando le piccole labbra che sbucavano come la timida lingua di un gatto addormentato.
Gemendo e ansimando ormai sveglia, ma senza aprire gli occhi, raccolse i talloni vicino alle natiche, spalancando le cosce e schiudendo il suo fiore fra le mie mani. Con due dita separai le grandi labbra porgendo al sole del mattino il rosa acceso della sua pelle, e vi passai il pennello facendolo roteare delicato e leggiadro. Il piccolo promontorio dondolava stuzzicato e dalla fessura brillò una goccia di rugiada.
Versai qualche goccia di olio sulle dita e le feci scivolare unite sulla sua pelle accesa di desiderio. I suoi gemiti si fecero più intensi così come le mie carezze. Sentii il clitoride gonfio sotto le mie dita, le piccole labbra morbide danzare fra le mie falangi e l'umida fessura che attendeva di essere varcata. La penetrai con un dito mentre il resto della mano stimolava tutto il resto, poi lo sfilai  e lo feci scivolare su, attraversando le sue valli, fino a raggiungere il clitoride. Le mie mani danzavano prive di qualsiasi attrito su quella pelle delicata, prive di ogni resistenza. L'olio levava ogni possibile fastidio che quel contatto poteva provocare ad Hanna.
Massaggiai le grandi labbra, mi feci scorrere quelle piccole e il clitoride fra le dita, giocai col sesso di Hanna rimbalzando lo sguardo dal suo viso distorto dagli spasmi del piacere, al suo fiore così bello e seducente. Hanna stava per raggiungere il capolinea, il suo ancheggiare aumentava così come i gorgheggi gutturali che gorgogliavano dalla sua gola. Presi il pennello per le setole, unsi il manico scaldandolo un poco e lo avvicinai alla fessura di Hanna. Con la punta stuzzicai il perimetro dell'apertura, poi la varcai.
Hanna, presa dalla foga, afferrò il pennello e lo infilò interamente dentro di sé fino allo setole, poi lo estrasse e lo rificcò di nuovo, dentro e fuori, dentro e fuori ad un ritmo sempre più forsennato. Io mi concentrai sul gonfio promontorio che stava implorando attenzione. Con una mano allargai le grandi labbra e con l'altra massaggiai e carezzai il clitoride finché un acuto si librò nell'aria per poi planare lieve e delicato come un sussurro di beatitudine.

«Scappa con me - Mi sussurrò guardandomi trasognata - Insomma, credo che prima di decidere cosa fare dovresti staccare la spina per un po', e una vacanza potrebbe schiarirti le idee»

«Mi sembra un'ottima idea»

«Fantastico - Esclamò sedendosi di scatto, già carica di entusiasmo - Ho una casetta in riva al mare dove potremmo rifugiarci per tutto il tempo che vorrai»

«Perfetto! Non subito però, prima devo fare una cosa»

«Hai ragione - Disse maliziosa avvicinandosi a me, intrufolando l'indice fra le mie ali e facendolo scorrere fino alla base per poi risalire - Prima c'è una cosa importantissima da fare - Mi succhiò un capezzolo e lo titillò con la lingua. Il desiderio friggeva e pulsava fra le mie cosce - Una cosa che non può proprio aspettare»

Io, già eccitata per aver giocato con lei, mi crogiolai nelle sue carezze, e, gemendo, mi sdraiai sul letto e la lasciai fare. Lei rotolò sul mio corpo finché il suo viso si trovò fra le mie gambe e mi spinse le cosce in alto, avvicinando le ginocchia al petto e le allargò completamente. Ero bagnata, intrisa di miele esattamente come la voglia di essere baciata, assaggiata, succhiata, leccata e penetrata dalla sua lingua fino allo sfinimento, fino a non avere più forza, fino ad essere prosciugata di tutto e riempita solo dal sublime piacere che sapeva darmi. Sì, sarei andata con lei in capo al mondo, l'avrei seguita ovunque e avremmo fatto l'amore in ogni modo e in ogni luogo, libere e selvagge come il desiderio che ci univa e che ci arroventava la pelle.
Quella voglia matta e intransigente che ti costringe a cedere ad ogni tentazione possibile e immaginabile. Io ero questo, ero piacere allo stato puro, volevo godere, godere e basta e seguivo chiunque stuzzicasse le mie fantasie e quietasse le mie voglie. Ero questo, Eric aveva ragione.
Eric, in quel momento pensai che non mi sarebbe affatto dispiaciuto che su quel letto ci fosse anche lui a penetrarmi e a trafiggermi in ogni pertugio. Lui e Hanna insieme per farmi godere e io lì a far godere loro. Se poi ci fossero stati anche Patrick e Big sarebbe stato davvero l'apoteosi del piacere. L'eccitazione m'irretiva la mente e liberava le mie fantasie più erotiche e sfrenate, mentre la lingua di Hanna si tuffò nella mia fessura, ed io impazzii.
Urlavo e godevo mentre lei mi leccava ovunque insinuandosi in ogni anfratto senza tralasciare nemmeno il minimo lembo di pelle. Quando prese il pennello quasi venni all'istante. Lentamente mi penetrò col manico esattamente come prima avevo fatto con lei, e il pensiero che quello stesso oggetto era stato poco prima dentro il suo corpo caldo ed era ancora umido dei suoi umori, amplificò il piacere, irrorando la mia pelle, correndo attraverso le mie vene raggiungendo i muscoli, il fegato, lo stomaco, i polmoni, il cuore, tutto. Ero un unico nervo carezzato dalla lingua di Hanna.
Tolse il pennello dalla mia fessura e penetrò il mio pertugio inumidito dalla sua saliva. Non credevo fosse possibile, ma il piacere crebbe fin quasi a farmi male, volevo scoppiare, gridare. Presi un cuscino e me lo portai sul viso per attutire i miei urli. Hanna spingeva il pennello dentro di me, lo sfilava e lo spingeva ancora dentro. I miei muscoli si contraevano e accompagnavano i suoi gesti ed ero incapace di controllare i miei spasmi. Sentivo il miele sgorgare e Hanna lo raccoglieva e lo gustava come se fosse stato il più dolce dei nettari.


È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 18)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Il mattino successivo mi colse beatamente addormentata sul seno di Hanna. Avevamo trascorso l'intera notte a fare l'amore, a coccolarci e ad assaporaci finché il sonno ci aveva travolte. Il suo profumo di vaniglia mi riempiva le narici. Non resistetti, le succhiai un capezzolo. Hanna sorrise nel sonno e spalancò le gambe.
Sorrisi felice di trovarmi lì con lei. Mi misi a sedere sul letto e la guardai dormire.
Ora mi era più chiaro quel che dovevo fare. Come Hanna aveva predetto, la sbronza e tutto ciò che era successo durante quella notte mi avevano concesso una pausa, uno stop, un momentaneo stand by che mi era servito per raggranellare la lucidità necessaria per capire ciò che volevo. Prima però regalai ad Hanna il più bel risveglio che si possa avere.
Scesi piano dal letto, facendo attenzione a non svegliarla, e dal bagno presi un pennello da trucco con le setole morbidissime e un flacone di olio di mandorle.
Con la stessa accortezza di prima tornai accanto a lei e mi rigirai il pennello fra i polpastrelli facendolo scorrere sull'interno coscia di Hanna. Dal ginocchio risalii lentamente la gamba fino all'inguine, piroettai sul monte di Venere e scesi sull'altra gamba, dall'inguine al ginocchio, per poi tornare sui miei passi e fermarmi al centro.
Hanna iniziò a gemere ancor prima di svegliarsi. Carezzai con quelle morbide setole le sue ali ancora chiuse, vezzeggiando le piccole labbra che sbucavano come la timida lingua di un gatto addormentato.
Gemendo e ansimando ormai sveglia, ma senza aprire gli occhi, raccolse i talloni vicino alle natiche, spalancando le cosce e schiudendo il suo fiore fra le mie mani. Con due dita separai le grandi labbra porgendo al sole del mattino il rosa acceso della sua pelle, e vi passai il pennello facendolo roteare delicato e leggiadro. Il piccolo promontorio dondolava stuzzicato e dalla fessura brillò una goccia di rugiada.
Versai qualche goccia di olio sulle dita e le feci scivolare unite sulla sua pelle accesa di desiderio. I suoi gemiti si fecero più intensi così come le mie carezze. Sentii il clitoride gonfio sotto le mie dita, le piccole labbra morbide danzare fra le mie falangi e l'umida fessura che attendeva di essere varcata. La penetrai con un dito mentre il resto della mano stimolava tutto il resto, poi lo sfilai e lo feci scivolare su, attraversando le sue valli, fino a raggiungere il clitoride. Le mie mani danzavano prive di qualsiasi attrito su quella pelle delicata, prive di ogni resistenza. L'olio levava ogni possibile fastidio che quel contatto poteva provocare ad Hanna.
Massaggiai le grandi labbra, mi feci scorrere quelle piccole e il clitoride fra le dita, giocai col sesso di Hanna rimbalzando lo sguardo dal suo viso distorto dagli spasmi del piacere, al suo fiore così bello e seducente. Hanna stava per raggiungere il capolinea, il suo ancheggiare aumentava così come i gorgheggi gutturali che gorgogliavano dalla sua gola. Presi il pennello per le setole, unsi il manico scaldandolo un poco e lo avvicinai alla fessura di Hanna. Con la punta stuzzicai il perimetro dell'apertura, poi la varcai.
Hanna, presa dalla foga, afferrò il pennello e lo infilò interamente dentro di sé fino allo setole, poi lo estrasse e lo rificcò di nuovo, dentro e fuori, dentro e fuori ad un ritmo sempre più forsennato. Io mi concentrai sul gonfio promontorio che stava implorando attenzione. Con una mano allargai le grandi labbra e con l'altra massaggiai e carezzai il clitoride finché un acuto si librò nell'aria per poi planare lieve e delicato come un sussurro di beatitudine.
«Scappa con me - Mi sussurrò guardandomi trasognata - Insomma, credo che prima di decidere cosa fare dovresti staccare la spina per un po', e una vacanza potrebbe schiarirti le idee.»
«Mi sembra un'ottima idea!» Hanna aveva decisamente ragione. Quell’idea mi elettrizzò.
«Fantastico - Esclamò sedendosi di scatto, già carica di entusiasmo - Ho una casetta in riva al mare dove potremmo rifugiarci per tutto il tempo che vorrai.»
«Perfetto! Non subito però, prima devo fare una cosa.»
«Hai ragione, - Disse maliziosa avvicinandosi a me, intrufolando l'indice fra le mie ali e facendolo scorrere fino alla base per poi risalire - prima c'è una cosa importantissima da fare - Mi succhiò un capezzolo e lo titillò con la lingua. Il desiderio friggeva e pulsava fra le mie cosce - Una cosa che non può proprio aspettare.»
Io, già eccitata per aver giocato con lei, mi crogiolai nelle sue carezze, e, gemendo, mi sdraiai sul letto e la lasciai fare. Lei rotolò sul mio corpo finché il suo viso si trovò fra le mie gambe e mi spinse le cosce in alto, avvicinando le ginocchia al petto e le allargò completamente. Ero bagnata, intrisa di miele esattamente come la voglia di essere baciata, assaggiata, succhiata, leccata e penetrata dalla sua lingua fino allo sfinimento, fino a non avere più forza, fino ad essere prosciugata di tutto e riempita solo dal sublime piacere che sapeva darmi. Sì, sarei andata con lei in capo al mondo, l'avrei seguita ovunque e avremmo fatto l'amore in ogni modo e in ogni luogo, libere e selvagge come il desiderio che ci univa e che ci arroventava la pelle.
Quella voglia matta e intransigente che ti costringe a cedere ad ogni tentazione possibile e immaginabile. Io ero questo, ero piacere allo stato puro, volevo godere, godere e basta e seguivo chiunque stuzzicasse le mie fantasie e quietasse le mie voglie. Ero questo, Eric aveva ragione.
Eric, in quel momento pensai che non mi sarebbe affatto dispiaciuto che su quel letto ci fosse stato anche lui a penetrarmi e a trafiggermi in ogni pertugio. Lui e Hanna insieme per farmi godere e io lì a far godere loro. Se poi ci fossero stati anche Patrick e Big sarebbe stato davvero l'apoteosi del piacere. L'eccitazione m'irretiva la mente e liberava le mie fantasie più erotiche e sfrenate, mentre la lingua di Hanna si tuffò nella mia fessura, ed io impazzii.
Urlavo e godevo mentre lei mi leccava ovunque insinuandosi in ogni anfratto senza tralasciare nemmeno il minimo lembo di pelle. Quando prese il pennello quasi venni all'istante. Lentamente mi penetrò col manico esattamente come prima avevo fatto con lei, e il pensiero che quello stesso oggetto era stato poco prima dentro il suo corpo caldo ed era ancora umido dei suoi umori, amplificò il piacere, irrorando la mia pelle, correndo attraverso le mie vene raggiungendo i muscoli, il fegato, lo stomaco, i polmoni, il cuore, tutto. Ero un unico nervo carezzato dalla lingua di Hanna.
Tolse il pennello dalla mia fessura e penetrò il mio pertugio inumidito dalla sua saliva. Non credevo fosse possibile, ma il piacere crebbe fin quasi a farmi male, volevo scoppiare, gridare. Presi un cuscino e me lo portai sul viso per attutire i miei urli. Hanna spingeva il pennello dentro di me, lo sfilava e lo spingeva ancora dentro. I miei muscoli si contraevano e accompagnavano i suoi gesti ed ero incapace di controllare i miei spasmi. Sentivo il miele sgorgare e Hanna lo raccoglieva e lo gustava come se fosse stato il più dolce dei nettari.

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 17)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Svuotata e leggera, galleggiai nel languido torpore che segue l'orgasmo. Quel breve lasso di tempo in cui i sensi sono ancora annebbiati e confusi e in cui il piacere frigge ancora fra le cosce. È l'istante in cui precipiti dolcemente verso la realtà, ed è tanto più lungo quanto più in alto ti ha spinto l'estasi. Come un paracadutista che si getta dall'aereo e che si gode l'ebrezza del volo e della libertà che solo gli uccelli hanno, prima toccare nuovamente il suolo.

«Perché mi stavi seguendo?» Domandai allo sconosciuto, quando rimisi i piedi a terra.

«Volevo offrirti un caffè, ma questo è stato decisamente meglio, - Rispose, segregando di nuovo il suo membro dentro i pantaloni. Lo guardai incantata. Avevo una voglia folle di prendere quel fantastico dardo fra le mani, di seguirne i rigonfiamenti delle vene, di giocare con lui fino a vederlo eruttare sul mio viso - Però non dovresti scopare col primo che passa»

«E tu non dovresti infilarlo dentro la prima pazza che incontri»


Il suo viso si aprì in un sorriso sincero.

«Posso offrirti un caffè ora?»

«È meglio di no, però accetterei volentieri un passaggio»

Lo squillo del cellulare mi fece schiantare di nuovo nella realtà. Era Eric. Ora, rinvigorita dall'orgasmo e rivendicata la mia libertà, mi sentii abbastanza forte per affrontarlo.

«Amore dove sei?» Esordì preoccupato.
Aveva la voce tesa di chi non sa cosa aspettarsi. Ero uscita dal percorso che aveva costruito per me.

«Non chiamarmi così, tu non sai nulla dell'amore! Sei solo un bugiardo, esattamente come il tuo amico. Ora so tutto, ho scoperto il tuo inganno» Risposi imbufalita.

«Lo so, ma Denise devi credermi, io ti amo»

«Piantala! - Urlai. La mia voce rimbombò nel vicolo - Tu non mi hai mai amata, altrimenti non mi avresti gettata nel letto di un altro uomo»


«Perché no? Quello è solo sesso, e lo sai anche tu» Respinse le mie accuse con la pacata sicurezza di chi sa di avere la carta vincente.

È solo sesso, le stesse parole che avevo detto a Patrick per ribattere ai suoi discorsi sull'amore.

«Mi hai mentito! - Lo assalii, cercando un appiglio al quale aggrapparmi per incolparlo - Perché non me l'hai detto che volevi una storia aperta?»

«Perché non avresti mai accettato. Ti saresti trincerata dietro tutti i tuoi luoghi comuni da brava ragazza senza capire cosa ti stavi perdendo. Dovevi sbatterci la testa da sola. Io e te non siamo fatti per la monogamia e mi eccita da morire sapere che mia moglie sta godendo per mano di un altro uomo. Non sai quante volte, tornando a casa, ho sperato di trovarti a letto con un altro o meglio ancora, con un'altra donna» Quel pensiero intrise la sua voce di desiderio.

«Tu sei malato!» Lo apostrofai, sconcertata. Sotto, sotto, però, una parte di me era anche attratta da quella prospettiva così libertina, peccaminosa e trasgressiva.
In fondo, ad eccitarmi di più nella storia con Patrick, era stato proprio il senso di trasgressione, di andare contro corrente, di essere una lussuriosa peccatrice agli occhi di chi non sapeva quali piaceri si stava perdendo, e ora non potevo certo essere io la bacchettona che accusava Eric di essere esattamente ciò che ero io.

«Se per te, volere che la propria moglie sia libera di godere come e quando vuole è una malattia, allora sì, sono malato - Ero confusa, non capivo se ciò che mi proponeva era la libertà più assoluta o la follia più totale. Mi aveva mentito, sì, ma tecnicamente lo avevo fatto anch'io con lui - In fondo, mi pare che ti sia divertita parecchio, ed è questo quello che conta»

«Quindi sono libera di farlo con chiunque, in qualunque momento?»

«Ma certo, a condizione, però, che poi torni sempre da me»

«Ti informo, allora, che ho appena scopato in un vicolo, con uno sconosciuto dal cazzo enorme, ma non tornerò a casa. Non stasera.»

Chiusi la telefonata senza attendere la sua replica. 
Il ragazzo mi guardava con un'espressione stralunata, e compiaciuta, ma non mi chiese nulla.
Si mise a cavallo della sua moto, mi prestò il suo casco e sfrecciammo via infilandoci nel traffico di una serata qualunque.

«Dammi il tuo numero» Mi supplicò, quando scesi dalla moto.

«Non credo sia una buona idea» Risposi.

«Non ho detto che lo sia, ma vorrei rivederti»

«No, tu vorresti riscoparmi» Lo stuzzicai.

«Oh, sì - Ammise, chinando timidamente il capo - Ma vorrei davvero offrirti anche un caffè»

Allungai la mano affinché mi porgesse il suo telefono e memorizzai il mio numero sotto la voce "La Ninfa del vicolo".
Prima di andarmene mi avvicinai al suo viso e lo baciai, succhiai il suo labbro e violai la sua bocca con la lingua, cercando la sua. Afferrai il suo favoloso membro che già gonfiava i pantaloni e, prima che fosse troppo tardi, mi allontanai sorridendo maliziosa, mordendomi il labbro che sapeva di lui. Vidi il desiderio fiammeggiargli negli occhi.

«A presto Big» Sussurrai.

«Big? Io non sono Big» Rispose perplesso.

«Oh, sì che lo sei»

Lo sconosciuto comprese che mi riferivo al suo membro, e baldanzoso e gongolante si mise il casco e sfrecciò via in sella alla sua moto.

Hanna mi aprì la porta vestita solo con una larga t-shirt sbiadita. Una spalla usciva dal collo largo fin sotto l'ascella, e l'eleganza delle sue gambe nude, lunghe e affusolate, la rendeva sexy da far paura.

«Denise?! - Esclamò sorpresa - Avanti, entra» E si scostò per lasciarmi passare.

Non sapevo dove andare, non avevo un soldo con me, non avevo voglia di tornare a casa e nemmeno di rifugiarmi da mia sorella. Avevo bisogno di parlare liberamente di ciò che mi era successo, mi serviva un aiuto, un consiglio e l'unica che me lo avrebbe dato senza giudicarmi era Hanna.
Seduta accanto a lei nel divano, le raccontai ogni cosa, senza tralasciare nessun particolare, le rovesciai addosso la storia dall'inizio alla fine e, se da un lato parlarne mi liberava da un peso, dall'altro rendeva tutto drammaticamente reale. Fu come ripiombare nuovamente nella confusione che mi aveva travolta quando avevo scoperto l'inganno di Eric.
Hanna ascoltò tutto senza dire una parola finché il mio telefono squillò. Era un numero sconosciuto.
Sorrisi immaginando che fosse Big, ma quando risposi, ad assalirmi fu un'altra voce:

«Denise, sono Patrick»

Eric aveva chiamato Patrick, lo aveva informato di tutto o forse aveva sperato di trovarmi da lui, ma il solo sentire la sua voce mi diede la nausea. Tutte le parole che avrei voluto rovesciargli addosso m'ingolfarono lo stomaco. Gli chiusi il telefono in faccia.

«Era Patrick» Sussurrai con gli occhi bassi.

«Bene - Esclamò risoluta Hanna, alzandosi - c'è solo una cosa da fare - Prese il mio cellulare e lo spense, poi mi guardò e disse - Sbronzarci!» I suoi occhi guizzavano di luce.

«Cosa?» Domandai incredula. Come poteva quella essere una soluzione?

«Non ti preoccupare, domani quando ti sveglierai ritroverai tutto quanto esattamente com'è ora, però magari sarai abbastanza lucida da capire cosa fare. Su, dai, vieni come me»

Mi prese per mano, mi trascinò in camera sua dove svuotò l'armadio alla ricerca di un abito adatto a me e si levò la t-shirt restando completamente nuda, per nulla intimidita dalla mia presenza. Il suo seno dirompente e sodo sfidava la gravità con una protervia incantevole, il suo corpo magro e tonico lo faceva sembrare ancora più abbondante. Ammirai il ventre piatto, la perfetta rotondità delle natiche da cui, chinandosi per indossare la gonna, sbirciarono voluttuose le labbra. Mi mancò il respiro e mi rifugiai in bagno per non cedere al desiderio di carezzare quel corpo, di sentirne la delicatezza sotto le dita e di saggiarne il sapore, assaporandolo e respirandolo.

Scegliemmo un locale poco distante dall'abitazione di Hanna, ci sedemmo in un angolo appartato e ordinammo due cocktail ai quali ne seguirono altri e altri ancora, tutti offerti da uomini desiderosi di infilare i loro piselli sotto le nostre corte gonne, ma quella sera non ce n'era per nessuno.
Sarà stato l'alcool, la voglia di evadere e annullarsi nuovamente, o semplicemente il desiderio represso di donarci l'un l'altra, ma mi ritrovai la sua bocca sulla mia.
Lentamente le sue labbra carnose e fresche iniziarono a succhiare le mie. Chiusi gli occhi gustandomi quell'estatico bacio e cercai la sua lingua. Un fremito mi guizzò fra le cosce. Volevo Hanna e lei voleva me.
Da sotto il tavolo Hanna mi sfiorò il ginocchio e risalì la coscia, un brivido rotolò sulla mia pelle pregustando l'attimo in cui le sue dita si sarebbero tuffate fra i miei anfratti. Allargai le gambe e gemetti, quando le sue dita s'immersero nei miei umori, ma non mi staccai dalla sua bocca. Spostai il bacino in avanti, appoggiandomi sulla punta dello sgabello, per lasciarle più pelle possibile. Hanna separò con magistrale delicatezza le grandi labbra e scivolò giù fino alla fessura per poi risalire fino al clitoride e tornare giù. Il mio sesso era interamente nella sua mano e lo vezzeggiava, lo stordiva, lo irretiva e lo estasiava. Lo sentii gonfiarsi fra le sue mani, espandersi e contrarsi avviluppando il più sfrenato desiderio.

«Andiamo a casa mia» Sussurrò Hanna.

Io ero talmente eccitata che non persi tempo a rispondere, mi alzai pronta a schizzare via dal locale.
Durante il breve tragitto barcollammo tenendoci per mano, sostando qua e là per baci fugaci e per audaci carezze. Mi sentivo una ragazzina senza altri pensieri per la testa se non ciò che sarebbe accaduto da lì a breve.
Quando arrivammo alla porta d'ingresso, Hanna, stordita dall'alcool, faticò a trovare le chiavi e, mentre tentava d'infilarle nella toppa, io varcai la sua fessura con due dita. Le chiavi le caddero e si appoggiò con le mani alla porta per non cadere. Ansimò intrisa di voglia come le mie dita che entravano e uscivano da lei. Mi chinai per raccogliere le chiavi e infilai la mia lingua fra le sue labbra raccogliendone il miele.

«Oddio ... Sì» Rantolò.

Con isterica fretta varcammo finalmente la soglia e senza nemmeno spogliarci mi chinai fra le sue gambe e iniziai a saggiare il suo frutto delicato, a succhiare le sue labbra piccole e armoniose, ad insinuarmi nella sua fessura e a vezzeggiarle il clitoride.
Hanna, urlando e gemendo, si appoggiò al muro e posò un piede sul mobile dell'ingresso. Il suo fiore sbocciò per me. Allargai le grandi labbra e leccai pienamente la sua pelle, poi mi concentrai sul grinzoso pertugio. Lo stuzzicai con la punta della lingua percorrendone il contorno, sentendone la resistenza e anche la voglia suprema che lo faceva contrarre. Umettai un dito scivolando fra gli umidi anfratti di Hanna e poi lo varcai. Hanna rantolò e chinò il capo indietro in preda all'estasi. Stava godendo.
Con un altro dito violai la sua fessura e concentrai la mia lingua sul suo clitoride.


«Sì, sì, sì, così ....» I suoi gemiti seguirono il suo ancheggiare sulla mia bocca finché sazia scivolò a terra, stordita dal piacere.
Le bastarono pochi istanti per riprendersi, poi, mi scagliò addosso uno sguardo libidinoso che m'incendiò più di quanto già non fossi e, gattonando, mi raggiunse.
Baciò la mia bocca, ingaggiò con la mia lingua una danza forsennata e mi spogliò.
Mi fece alzare e accomodare sulla poltrona accanto a noi, appoggiai i talloni sui braccioli spalancandomi a lei. La sua bocca mi lambì il collo e scivolò giù sul mio seno. Succhiò i miei capezzoli, mentre le sue dita varcarono la mia fessura. Ero fradicia di piacere, intrisa di desiderio fino all'osso. Allargai le cosce più che potei spostando il bacino in avanti per godere a pieno delle sue carezze.
La sua bocca rotolò sul mio ventre e, finalmente, approdò fra le mie gambe.
Separò le ali, leccò il mio miele, s'intrufolò nei miei pertugi e stuzzicò il mio clitoride con una delicatezza e una maestria che mai prima d'allora avevo provato.
Mi eccitava vedere la sua chioma bionda fra le mie gambe e vedere la sua lingua donarmi piacere. Più la guardavo più il desiderio cresceva. Poi le sue dita si tuffarono nei miei pozzi di piacere, mentre la sua bocca continuò a baciarmi e baciarmi ininterrottamente finché chiusi gli occhi, chinai il capo indietro e arricciai i piedi in preda ad un orgasmo che pareva interminabile.
Urlai, imprecai, affondai le unghie nella mia carne stordita dall'estasi.
Hanna non smise di carezzarmi. Continuò, delicatamente, a sfiorare la mia pelle intorpidita dal piacere, lusingandola e preparandola a godere nuovamente. La nostra notte era appena cominciata.






È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 17)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Svuotata e leggera, galleggiai nel languido torpore che segue l'orgasmo. Quel breve lasso di tempo in cui i sensi sono ancora annebbiati e confusi e in cui il piacere frigge ancora fra le cosce. È l'istante in cui precipiti dolcemente verso la realtà, ed è tanto più lungo quanto più in alto ti ha spinto l'estasi. Come un paracadutista che si getta dall'aereo e che si gode l'ebrezza del volo e della libertà che solo gli uccelli hanno, prima di toccare nuovamente il suolo.
«Perché mi stavi seguendo?» Domandai allo sconosciuto, quando rimisi i piedi a terra.
«Volevo offrirti un caffè, ma questo è stato decisamente meglio, - Rispose, segregando di nuovo il suo membro dentro i pantaloni. Lo guardai incantata. Avevo una voglia folle di prendere quel fantastico dardo fra le mani, di seguirne i rigonfiamenti delle vene, di giocare con lui fino a vederlo eruttare sul mio viso - Però non dovresti scopare col primo che passa!»
«E tu non dovresti infilarlo dentro la prima pazza che incontri!»
Il suo viso si aprì in un sorriso sincero.
«Posso offrirti un caffè ora?»
«È meglio di no, però accetterei volentieri un passaggio.»
Lo squillo del cellulare mi fece schiantare di nuovo nella realtà. Era Eric. Ora, rinvigorita dall'orgasmo e rivendicata la mia libertà, mi sentii abbastanza forte per affrontarlo.
«Amore dove sei?» Esordì preoccupato.
Aveva la voce tesa di chi non sa cosa aspettarsi. Ero uscita dal percorso che aveva costruito per me.
«Non chiamarmi così, tu non sai nulla dell'amore! Sei solo un bugiardo, esattamente come il tuo amico. Ora so tutto, ho scoperto il tuo inganno!» Risposi imbufalita.
«Lo so, ma Denise devi credermi, io ti amo!»
«Piantala! - Urlai. La mia voce rimbombò nel vicolo - Tu non mi hai mai amata, altrimenti non mi avresti gettata nel letto di un altro uomo!»
«Perché no? Quello è solo sesso, e lo sai anche tu» Respinse le mie accuse con la pacata sicurezza di chi sa di avere la carta vincente.
È solo sesso, le stesse parole che avevo detto a Patrick per ribattere ai suoi discorsi sull'amore.
«Mi hai mentito! - Lo assalii, cercando un appiglio al quale aggrapparmi per incolparlo - Perché non me l'hai detto che volevi una storia aperta?»
«Perché non avresti mai accettato. Ti saresti trincerata dietro tutti i tuoi luoghi comuni da brava ragazza senza capire cosa ti stavi perdendo. Dovevi sbatterci la testa da sola. Io e te non siamo fatti per la monogamia e mi eccita da morire sapere che mia moglie sta godendo per mano di un altro uomo. Non sai quante volte, tornando a casa, ho sperato di trovarti a letto con un altro o meglio ancora, con un'altra donna» Quel pensiero intrise la sua voce di desiderio.
«Tu sei malato!» Lo apostrofai, sconcertata. Sotto, sotto, però, una parte di me era anche attratta da quella prospettiva così libertina, peccaminosa e trasgressiva.
In fondo, ad eccitarmi di più nella storia con Patrick, era stato proprio il senso di trasgressione, di andare contro corrente, di essere una lussuriosa peccatrice agli occhi di chi non sapeva quali piaceri si stava perdendo, e ora non potevo certo essere io la bacchettona che accusava Eric di essere esattamente ciò che ero io.
«Se per te, volere che la propria moglie sia libera di godere come e quando vuole è una malattia, allora sì, sono malato - Ero confusa, non capivo se ciò che mi proponeva era la libertà più assoluta o la follia più totale. Mi aveva mentito, sì, ma tecnicamente lo avevo fatto anch'io con lui - In fondo, mi pare che ti sia divertita parecchio, ed è questo quello che conta.»
«Quindi sono libera di farlo con chiunque, in qualunque momento?»
«Ma certo, a condizione, però, che poi torni sempre da me.»
«Ti informo, allora, che ho appena scopato in un vicolo, con uno sconosciuto dal cazzo enorme, ma non tornerò a casa. Non stasera.»
Chiusi la telefonata senza attendere la sua replica. 
Il ragazzo mi guardava con un'espressione stralunata, e compiaciuta, ma non mi chiese nulla.
Si mise a cavallo della sua moto, mi prestò il suo casco e sfrecciammo via infilandoci nel traffico di una serata qualunque.
«Dammi il tuo numero» Mi supplicò, quando scesi dalla moto.
«Non credo sia una buona idea» Risposi.
«Non ho detto che lo sia, ma vorrei rivederti.»
«No, tu vorresti riscoparmi» Lo stuzzicai.
«Oh, sì! - Ammise, chinando timidamente il capo - Ma vorrei davvero offrirti anche un caffè.»
Allungai la mano affinché mi porgesse il suo telefono e memorizzai il mio numero sotto la voce "La Ninfa del vicolo".
Prima di andarmene mi avvicinai al suo viso e lo baciai, succhiai il suo labbro e violai la sua bocca con la lingua, cercando la sua. Afferrai il suo favoloso membro che già gonfiava i pantaloni e, prima che fosse troppo tardi, mi allontanai sorridendo maliziosa, mordendomi il labbro che sapeva di lui. Vidi il desiderio fiammeggiargli negli occhi.
«A presto Big» Sussurrai.
«Big? Io non sono Big» Rispose perplesso.
«Oh, sì che lo sei!»
Lo sconosciuto comprese che mi riferivo al suo membro, e baldanzoso e gongolante si mise il casco e sfrecciò via in sella alla sua moto.
Hanna mi aprì la porta vestita solo con una larga t-shirt sbiadita. Una spalla usciva dal collo largo fin sotto l'ascella, e l'eleganza delle sue gambe nude, lunghe e affusolate, la rendeva sexy da far paura.
«Denise?! - Esclamò sorpresa - Avanti, entra» E si scostò per lasciarmi passare.
Non sapevo dove andare, non avevo un soldo con me, non avevo voglia di tornare a casa e nemmeno di rifugiarmi da mia sorella. Avevo bisogno di parlare liberamente di ciò che mi era successo, mi serviva un aiuto, un consiglio e l'unica che me lo avrebbe dato senza giudicarmi era Hanna.
Seduta accanto a lei nel divano, le raccontai ogni cosa, senza tralasciare nessun particolare, le rovesciai addosso la storia dall'inizio alla fine e, se da un lato parlarne mi liberava da un peso, dall'altro rendeva tutto drammaticamente reale. Fu come ripiombare nuovamente nella confusione che mi aveva travolta quando avevo scoperto l'inganno di Eric.
Hanna ascoltò tutto senza dire una parola finché il mio telefono squillò. Era un numero sconosciuto.
Sorrisi immaginando che fosse Big, ma quando risposi, ad assalirmi fu un'altra voce:
«Denise, sono Patrick.»
Eric aveva chiamato Patrick, lo aveva informato di tutto o forse aveva sperato di trovarmi da lui, ma il solo sentire la sua voce mi diede la nausea. Tutte le parole che avrei voluto rovesciargli addosso m'ingolfarono lo stomaco. Gli chiusi il telefono in faccia.
«Era Patrick» Sussurrai con gli occhi bassi.
«Bene, - Esclamò risoluta Hanna, alzandosi - c'è solo una cosa da fare - Prese il mio cellulare e lo spense, poi mi guardò e disse - Sbronzarci!» I suoi occhi guizzavano di luce.
«Cosa?» Domandai incredula. Come poteva quella essere una soluzione?
«Non ti preoccupare, domani quando ti sveglierai ritroverai tutto quanto esattamente com'è ora, però magari sarai abbastanza lucida da capire cosa fare. Su, dai, vieni come me.»
Mi prese per mano, mi trascinò in camera sua dove svuotò l'armadio alla ricerca di un abito adatto a me e si levò la t-shirt restando completamente nuda, per nulla intimidita dalla mia presenza. Il suo seno dirompente e sodo sfidava la gravità con una protervia incantevole, il suo corpo magro e tonico lo faceva sembrare ancora più abbondante. Ammirai il ventre piatto, la perfetta rotondità delle natiche da cui, chinandosi per indossare la gonna, sbirciarono voluttuose le labbra. Mi mancò il respiro e mi rifugiai in bagno per non cedere al desiderio di carezzare quel corpo, di sentirne la delicatezza sotto le dita e di saggiarne il sapore, assaporandolo e respirandolo.
Scegliemmo un locale poco distante dall'abitazione di Hanna, ci sedemmo in un angolo appartato e ordinammo due cocktail ai quali ne seguirono altri e altri ancora, tutti offerti da uomini desiderosi di infilare i loro piselli sotto le nostre corte gonne, ma quella sera non ce n'era per nessuno.
Sarà stato l'alcool, la voglia di evadere e annullarsi nuovamente, o semplicemente il desiderio represso di donarci l'un l'altra, ma mi ritrovai la sua bocca sulla mia.
Lentamente le sue labbra carnose e fresche iniziarono a succhiare le mie. Chiusi gli occhi gustandomi quell'estatico bacio e cercai la sua lingua. Un fremito mi guizzò fra le cosce. Volevo Hanna e lei voleva me.
Da sotto il tavolo Hanna mi sfiorò il ginocchio e risalì la coscia, un brivido rotolò sulla mia pelle pregustando l'attimo in cui le sue dita si sarebbero tuffate fra i miei anfratti. Allargai le gambe e gemetti, quando le sue dita s'immersero nei miei umori, ma non mi staccai dalla sua bocca. Spostai il bacino in avanti, appoggiandomi sulla punta dello sgabello, per lasciarle più pelle possibile. Hanna separò con magistrale delicatezza le grandi labbra e scivolò giù fino alla fessura per poi risalire fino al clitoride e tornare giù. Il mio sesso era interamente nella sua mano e lo vezzeggiava, lo stordiva, lo irretiva e lo estasiava. Lo sentii gonfiarsi fra le sue mani, espandersi e contrarsi avviluppando il più sfrenato desiderio.
«Andiamo a casa mia» Sussurrò Hanna.
Io ero talmente eccitata che non persi tempo a rispondere, mi alzai pronta a schizzare via dal locale.
Durante il breve tragitto barcollammo tenendoci per mano, sostando qua e là per baci fugaci e per audaci carezze. Mi sentivo una ragazzina senza altri pensieri per la testa se non ciò che sarebbe accaduto da lì a breve.
Quando arrivammo alla porta d'ingresso, Hanna, stordita dall'alcool, faticò a trovare le chiavi e, mentre tentava d'infilarle nella toppa, io varcai la sua fessura con due dita. Le chiavi le caddero e si appoggiò con le mani alla porta per non cadere. Ansimò intrisa di voglia come le mie dita che entravano e uscivano da lei. Mi chinai per raccogliere le chiavi e infilai la mia lingua fra le sue labbra raccogliendone il miele.
«Oddio ... Sì!» Rantolò.
Con isterica fretta varcammo finalmente la soglia e senza nemmeno spogliarci mi chinai fra le sue gambe e iniziai a saggiare il suo frutto delicato, a succhiare le sue labbra piccole e armoniose, ad insinuarmi nella sua fessura e a vezzeggiarle il clitoride.
Hanna, urlando e gemendo, si appoggiò al muro e posò un piede sul mobile dell'ingresso. Il suo fiore sbocciò per me. Allargai le grandi labbra e leccai pienamente la sua pelle, poi mi concentrai sul grinzoso pertugio. Lo stuzzicai con la punta della lingua percorrendone il contorno, sentendone la resistenza e anche la voglia suprema che lo faceva contrarre. Umettai un dito scivolando fra gli umidi anfratti di Hanna e poi lo varcai. Hanna rantolò e chinò il capo indietro in preda all'estasi. Stava godendo.
Con un altro dito violai la sua fessura e concentrai la mia lingua sul suo clitoride.
«Sì, sì, sì, così...» I suoi gemiti seguirono il suo ancheggiare sulla mia bocca finché sazia scivolò a terra, stordita dal piacere.
Le bastarono pochi istanti per riprendersi, poi, mi scagliò addosso uno sguardo libidinoso che m'incendiò più di quanto già non fossi e, gattonando, mi raggiunse.
Baciò la mia bocca, ingaggiò con la mia lingua una danza forsennata e mi spogliò.
Mi fece alzare e accomodare sulla poltrona accanto a noi, appoggiai i talloni sui braccioli spalancandomi a lei. La sua bocca mi lambì il collo e scivolò giù sul mio seno. Succhiò i miei capezzoli, mentre le sue dita varcarono la mia fessura. Ero fradicia di piacere, intrisa di desiderio fino all'osso. Allargai le cosce più che potei spostando il bacino in avanti per godere a pieno delle sue carezze.
La sua bocca rotolò sul mio ventre e, finalmente, approdò fra le mie gambe.
Separò le ali, leccò il mio miele, s'intrufolò nei miei pertugi e stuzzicò il mio clitoride con una delicatezza e una maestria che mai prima d'allora avevo provato.
Mi eccitava vedere la sua chioma bionda fra le mie gambe e vedere la sua lingua donarmi piacere. Più la guardavo più il desiderio cresceva. Poi le sue dita si tuffarono nei miei pozzi di piacere, mentre la sua bocca continuò a baciarmi e baciarmi ininterrottamente finché chiusi gli occhi, chinai il capo indietro e arricciai i piedi in preda ad un orgasmo che pareva interminabile.
Urlai, imprecai, affondai le unghie nella mia carne stordita dall'estasi.

Hanna non smise di carezzarmi. Continuò, delicatamente, a sfiorare la mia pelle intorpidita dal piacere, lusingandola e preparandola a godere nuovamente. La nostra notte era appena cominciata.

Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

... Continua ...







Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

... Continua ...







Vicky & Susy (Racconto erotico – Capitolo 2)


Il mattino successivo colse entrambe con le mani fra le gambe l'una dell'altra.
Si erano addormentate così, carezzandosi a vicenda, e la prima cosa che fecero fu proprio tornare a coccolarsi per essere certe di riuscire a provare ancora le stesse sensazioni del giorno prima.
Il sole era già alto e non potevano certo restare chiuse in camera tutto il giorno senza destare sospetti. Così si rivestirono, scesero in cucina a fare colazione e sgattaiolarono fuori alla ricerca di un luogo appartato dove potersi divertire ancora fino all'ora di pranzo.
Era come avere fra le mani un tesoro nascosto di cui solo loro sapevano l'esistenza e di cui non vedevano l'ora di scoprirne le infinite potenzialità. La cosa che più le sorprese, però, era che era il loro stesso corpo a custodire questo strabiliante segreto e a dar loro tutto quel piacere. Cosa poteva esserci di sbagliato nel darsi piacere a vicenda, visto che il loro stesso corpo era fatto in modo tale da procurarlo? Quella piccola montagnola era lì fra le loro gambe esattamente come l'ombelico era sul ventre o come il naso sul viso. Se non era proibito toccarsi il naso, perché doveva esserlo per quel piccolo bottoncino?
Presero una coperta e si rintanarono nel fienile, il luogo dove si rifugiavano da piccole per sfuggire ai rimproveri della nonna. Salirono la scala a pioli che portava sul soppalco e stesero la coperta sopra la paglia illuminata dal sole che entrava dalla finestra. Da lì potevano tenere sott'occhio tutto senza essere viste.
Più attendevano, però, e più il formicolio in fondo al ventre cresceva. Si spogliarono interamente e spalancarono le cosce l'una di fronte all'altra, finalmente libere di darsi piacere.
Vicky non attese un secondo di più, scivolò con le dita fra le sue gambe e iniziò a carezzarsi il clitoride. Susy era fremente di desiderio, ma era anche incantata da quella visione. Restò con gli occhi incollati sul fiore della cugina ammirando quegli anfratti luccicanti di miele aprirsi al passaggio delle sue mani. Il rosa pallido della pelle delle cosce si accendeva in sfumature sempre più intense avvicinandosi alla fessura, fino a diventare quasi vermiglio al suo interno.
I crampi al ventre aumentarono. Il suo fiore reclamava attenzione, e lei lo accontentò.
Non appena le sue dita toccarono quegli anfratti si sentì nuovamente trasportata in un'altra dimensione, era come se tutto il resto sparisse, non contasse più nulla. In quei momenti esistevano solo lei e Vicky. Spalancò completamente le cosce e lasciò che fosse quell'infinito piacere a guidare le sue dita. Esplorò le sue cavità, giocò con le sue labbra, scivolò giù lungo la fessura, il perineo, poi tornò su, perché le sensazioni che quel bottoncino le regalava non avevano rivali.
I suoi occhi, però, erano tutti per Vicky. La guardò contorcersi sopraffatta e muovere convulsamente le sue dita sul suo sesso, varcare un po' la stretta soglia, uscire per tornare al clitoride, e rituffarsi ancora in quel pertugio.
Vicky era affascinata da quei misteriosi anfratti che si ritrovava fra le gambe. Era tentata di invaderli completamente, voleva scoprire cosa si provava penetrandoli, e così spingeva le sue dita sempre più in profondità sentendo il calore e la morbidezza dei suoi canali aprirsi per fare spazio alle sue dita e per poi richiudersi nuovamente. Scoprì che se il solo entrare e uscire da quella fessura non era poi granché, combinata con tutto il resto era qualcosa di talmente esplosivo che la portò a scalare la vetta del piacere in un lampo.
Raggiunse poi la cugina e le si mise fra le gambe per osservare da vicino il suo fiore carezzato dalle sue delicate dita, e ad esse aggiunse le sue.
La eccitava guardare la cugina toccarsi, e le piaceva farsi guardare da lei. Susy a quel punto levò la sua mano e lasciò che fosse la cugina a giocare con lei.
Vicky carezzò la pelle umida di Susy con entrambe le mani, massaggiando contemporaneamente ogni angolo del suo sesso, mentre lei, ansimante e sopraffatta, si lasciò andare sempre di più.
Vicky le afferrava il pube aprendo e chiudendo le sue mani, unendo le sue dita per poi spingerle in direzioni opposte: i pollici verso il basso si insinuavano fra gli anfratti custoditi fra le ali di Susy, mentre le altre dita correvano su verso il monte di Venere. Susy godeva per quelle carezze e ansimava stordita da quel piacere che avrebbe voluto che durasse in eterno.
Vicky le punzecchiava la pelle, la manipolava, la vezzeggiava, giocava col fiore di Susy come se fosse stata plastilina da modellare, scivolando fra la morbidezza del giovane vello della cugina e l'unguento che usciva da quelle pieghe vellutate.
Il profumo di Susy, la sua delicatezza, il rosso lucido e succoso che ricordavano la golosità di un frutto maturo, pronto per essere addentato, furono per Vicky un richiamo irresistibile. Era curiosa, Vicky, aveva fretta di scoprire ogni segreto di quel gioco proibito, voleva sapere fin dove poteva arrivare il piacere che quel pezzo di corpo regalava, così, avvicinò la sua bocca al sesso di Susy e v'insinuò la lingua.
Susy quasi gridò di piacere. Quel contatto morbido, umido e caldo la fece trasalire di godimento, mentre Vicky, fiera di quel successo, saggiò avidamente la pelle della cugina, succhiò le labbra, il bottoncino, non tralasciò nulla, nemmeno la fessura.
Susy ancheggiava spingendo il suo sesso contro la bocca della cugina in preda a spasmi di piacere che divennero sempre più irruenti e selvaggi finché si sentì finalmente esplodere.

Vicky poggiò il mento sul pube di Susy e la guardò sorridendo.

"Se questo è il sesso, mi piace da morire!" Esclamò Susy.

"Anche a me - Concordò Vicky - ed è solo l'inizio!"

Entrambe scoppiarono a ridere vittoriose. Insieme avevano scoperto i piaceri del sesso, e non avevano nessuna intenzione di fermarsi.


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  1. 1° Capitolo


Vicky & Susy (Racconto erotico – Capitolo 2)


Il mattino successivo colse entrambe con le mani fra le gambe l'una dell'altra.
Si erano addormentate così, carezzandosi a vicenda, e la prima cosa che fecero fu proprio tornare a coccolarsi per essere certe di riuscire a provare ancora le stesse sensazioni del giorno prima.
Il sole era già alto e non potevano certo restare chiuse in camera tutto il giorno senza destare sospetti. Così si rivestirono, scesero in cucina a fare colazione e sgattaiolarono fuori alla ricerca di un luogo appartato dove potersi divertire ancora fino all'ora di pranzo.
Era come avere fra le mani un tesoro nascosto di cui solo loro sapevano l'esistenza e di cui non vedevano l'ora di scoprirne le infinite potenzialità. La cosa che più le sorprese, però, era che era il loro stesso corpo a custodire questo strabiliante segreto e a dar loro tutto quel piacere. Cosa poteva esserci di sbagliato nel darsi piacere a vicenda, visto che il loro stesso corpo era fatto in modo tale da procurarlo? Quella piccola montagnola era lì fra le loro gambe esattamente come l'ombelico era sul ventre o come il naso sul viso. Se non era proibito toccarsi il naso, perché doveva esserlo per quel piccolo bottoncino?
Presero una coperta e si rintanarono nel fienile, il luogo dove si rifugiavano da piccole per sfuggire ai rimproveri della nonna. Salirono la scala a pioli che portava sul soppalco e stesero la coperta sopra la paglia illuminata dal sole che entrava dalla finestra. Da lì potevano tenere sott'occhio tutto senza essere viste.
Più attendevano, però, e più il formicolio in fondo al ventre cresceva. Si spogliarono interamente e spalancarono le cosce l'una di fronte all'altra, finalmente libere di darsi piacere.
Vicky non attese un secondo di più, scivolò con le dita fra le sue gambe e iniziò a carezzarsi il clitoride. Susy era fremente di desiderio, ma era anche incantata da quella visione. Restò con gli occhi incollati sul fiore della cugina ammirando quegli anfratti luccicanti di miele aprirsi al passaggio delle sue mani. Il rosa pallido della pelle delle cosce si accendeva in sfumature sempre più intense avvicinandosi alla fessura, fino a diventare quasi vermiglio al suo interno.
I crampi al ventre aumentarono. Il suo fiore reclamava attenzione, e lei lo accontentò.
Non appena le sue dita toccarono quegli anfratti si sentì nuovamente trasportata in un'altra dimensione, era come se tutto il resto sparisse, non contasse più nulla. In quei momenti esistevano solo lei e Vicky. Spalancò completamente le cosce e lasciò che fosse quell'infinito piacere a guidare le sue dita. Esplorò le sue cavità, giocò con le sue labbra, scivolò giù lungo la fessura, il perineo, poi tornò su, perché le sensazioni che quel bottoncino le regalava non avevano rivali.
I suoi occhi, però, erano tutti per Vicky. La guardò contorcersi sopraffatta e muovere convulsamente le sue dita sul suo sesso, varcare un po' la stretta soglia, uscire per tornare al clitoride, e rituffarsi ancora in quel pertugio.
Vicky era affascinata da quei misteriosi anfratti che si ritrovava fra le gambe. Era tentata di invaderli completamente, voleva scoprire cosa si provava penetrandoli, e così spingeva le sue dita sempre più in profondità sentendo il calore e la morbidezza dei suoi canali aprirsi per fare spazio alle sue dita e per poi richiudersi nuovamente. Scoprì che se il solo entrare e uscire da quella fessura non era poi granché, combinata con tutto il resto era qualcosa di talmente esplosivo che la portò a scalare la vetta del piacere in un lampo.
Raggiunse poi la cugina e le si mise fra le gambe per osservare da vicino il suo fiore carezzato dalle sue delicate dita, e ad esse aggiunse le sue.
La eccitava guardare la cugina toccarsi, e le piaceva farsi guardare da lei. Susy a quel punto levò la sua mano e lasciò che fosse la cugina a giocare con lei.
Vicky carezzò la pelle umida di Susy con entrambe le mani, massaggiando contemporaneamente ogni angolo del suo sesso, mentre lei, ansimante e sopraffatta, si lasciò andare sempre di più.
Vicky le afferrava il pube aprendo e chiudendo le sue mani, unendo le sue dita per poi spingerle in direzioni opposte: i pollici verso il basso si insinuavano fra gli anfratti custoditi fra le ali di Susy, mentre le altre dita correvano su verso il monte di Venere. Susy godeva per quelle carezze e ansimava stordita da quel piacere che avrebbe voluto che durasse in eterno.
Vicky le punzecchiava la pelle, la manipolava, la vezzeggiava, giocava col fiore di Susy come se fosse stata plastilina da modellare, scivolando fra la morbidezza del giovane vello della cugina e l'unguento che usciva da quelle pieghe vellutate.
Il profumo di Susy, la sua delicatezza, il rosso lucido e succoso che ricordavano la golosità di un frutto maturo, pronto per essere addentato, furono per Vicky un richiamo irresistibile. Era curiosa, Vicky, aveva fretta di scoprire ogni segreto di quel gioco proibito, voleva sapere fin dove poteva arrivare il piacere che quel pezzo di corpo regalava, così, avvicinò la sua bocca al sesso di Susy e v'insinuò la lingua.
Susy quasi gridò di piacere. Quel contatto morbido, umido e caldo la fece trasalire di godimento, mentre Vicky, fiera di quel successo, saggiò avidamente la pelle della cugina, succhiò le labbra, il bottoncino, non tralasciò nulla, nemmeno la fessura.
Susy ancheggiava spingendo il suo sesso contro la bocca della cugina in preda a spasmi di piacere che divennero sempre più irruenti e selvaggi finché si sentì finalmente esplodere.

Vicky poggiò il mento sul pube di Susy e la guardò sorridendo.

"Se questo è il sesso, mi piace da morire!" Esclamò Susy.

"Anche a me - Concordò Vicky - ed è solo l'inizio!"

Entrambe scoppiarono a ridere vittoriose. Insieme avevano scoperto i piaceri del sesso, e non avevano nessuna intenzione di fermarsi.


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  1. 1° Capitolo


Vicky & Susy (Racconto erotico – Capitolo 1)

Il soffocante caldo pomeridiano costringeva tutti nelle proprie stanze per il meritato riposo. La campagna a quell'ora pareva deserta. Nessuno osava avventurarsi per le strette vie che strisciavano sui colli fra il giallo dei campi di grano e il blu del cielo che cadeva a picco sul mondo. L'ombra là era quasi un miraggio. Il pennacchio verde di qualche quercia era l'unico riparo dal sole cocente.
Anche quell'anno Susy era costretta a trascorrere l'estate in campagna dai nonni. I genitori lavoravano entrambi in città e non volevano lasciarla sola in casa ogni giorno.
Per quanto comunque un po' le dispiacesse lasciare gli amici di sempre, lì avrebbe ritrovato Vicky la coetanea cugina con la quale trascorreva ogni estate da quando era nata. La sua scapestrata vitalità finiva sempre per divertirla, quando non metteva entrambe nei guai, a quel punto si rifugiavano nel fienile a sogghignare in attesa che la nonna si stancasse di cercarle.
Dividevano la stessa camera e lo stesso letto a due piazze fin da piccole, e anche quel pomeriggio erano lì a poltrire in attesa che la sera portasse con sé un po' di refrigerio.
Vicky si alzò e si levò la canotta che le copriva il torace. Il suo acerbo seno guizzò sfrontato nell'aria.

«Ma che fai?» Le domandò Susy sedendosi sul letto.

«Sono stufa di questo caldo -  Borbottò Vicky, e con un calcio scagliò via anche le mutandine, per poi gettarsi sul letto soddisfatta, donando il suo fiore delicato alla flebile brezza che entrava dalla finestra - Ora sto meglio, dovresti farlo anche tu»

«Cosa? No! - Protestò la cugina - E dovresti rivestirti»

Susy imbarazzata si girò su un fianco per non vedere il corpo nudo di Vicky.
Non era abituata a quel genere di libertà. I suoi genitori, al contrario di quelli di Vicky, erano molto pudici. La nudità per loro era quasi un tabù, per lo meno questo era ciò che Susy aveva intuito. Non avevano mai parlato apertamente di sesso con lei. Avevano preferito rimandare l'argomento, ma nel frattempo Susy era cresciuta, e ormai l'epoca delle api e dei cavoli era volata via senza che i suoi le dicessero una parola a riguardo.

«Perché?» Domandò Vicky, allettata, invece, da tutti ciò che suonava come proibito.

«Se ti vede qualcuno?»

«Qui ci siamo solo noi due, tutti gli altri poltriranno nelle loro stanze per almeno due ore! Ti vergogni, forse?»

La stuzzicò, avvicinandosi a lei.

«No» Negò Susy forse con troppa enfasi per sembrare sincera.

«Allora spogliati anche tu» La sfidò.

Faceva veramente un caldo assurdo, e la stoffa del vestito, per quanto leggera e sottile, sembrava uno scafandro, una barriera troppo resistente per il timido vento che spirava, così Susy si arrese e si levò ogni cosa.
Sentì un piacevole zefiro turbinarle fra le cosce, carezzarle la pelle risalendo sul suo ventre piatto fino alle dolci collinette che le stavano crescendo. Era la prima volta che se ne stava nuda in un luogo diverso dalla vasca da bagno.
Vicky, finalmente soddisfatta, portò le mani dietro la testa e chiuse gli occhi rilassandosi. Susy, invece, non riusciva a distogliere gli occhi da quel corpo nudo disteso accanto a lei.
La giovinezza stava trasformando entrambe. L'adolescenza stava fiorendo e con sé portava anche la smania, l'irrequietezza, la curiosità di scoprire senza sapere ancora cosa cercare.
I loro copri si stavano allungando acquistando le forme femminili di giovani donne.
Susy vide sul corpo di Vicky la stessa trasformazione che lei stessa stava subendo, ma con qualche differenza.
I seni si stavano gonfiando e sul pube stavano spuntando morbidi peli.
I suoi erano neri e spiccavano sulla sua pelle bianca come fili di cotone buttati là per caso. Quelli di Vicky, invece, parevano riccioli dorati, esattamente come i suoi folti capelli che in quel momento le ornavano il capo come una corona.
Avrebbe voluto allungare una mano per sentirne la consistenza, per accertarsi che fossero esattamente come i suoi, ma la timidezza la frenò.
Si girò dall'altra parte e si addormentò.

Dal mondo dei sogni la strappò una piacevole carezza.
Vicky era stufa di dormire. Voleva la compagnia della cugina per trascorrere il resto del tempo in cui dovevano restare confinate in quella stanza. Per svegliarla aveva iniziato a carezzare la pelle nuda di Susy con una piuma.
La fece scorrere su un suo braccio fino a raggiungerle il collo, poi scivolò giù lungo la schiena zigzagando qua e là sulla pelle nuda. Proseguì lungo una natica fino a scendere sulla gamba: dapprima sulla coscia, poi dietro il ginocchio e lungo il polpaccio. Susy, ancora sonnacchiosa, quasi s'addormentò per quelle leggere e delicate carezze, quando però Vicky raggiunse la pianta del piede, Susy saltò sul letto scossa dai fremiti del solletico. Entrambe scoppiarono a ridere, salvo poi soffocare le risate per non svegliare il resto degli occupanti della casa.
Susy tornò a sdraiarsi per raccogliere un altro po' di coccole. La cugina proseguì il suo cammino scorrendo con la piuma sull'altra gamba, partendo dalla caviglia. Susy sentì il piacevole solletichino risalire il suo corpo lungo il polpaccio e il ginocchio. Poi però cominciò a sentire un fremito al ventre. Un formicolio che le ruzzolava fra le gambe anche se lì la piuma non era ancora arrivata.
Ora la sentiva nell'interno coscia e più la piuma correva lungo il suo corpo più quella sensazione si faceva più intensa. Strinse il cuscino fra le mani e attese, il cuore accelerò il battito, ma non disse nulla alla cugina, temendo che avrebbe interrotto quella sorprendente scoperta. Allargò di più le gambe per lasciare più spazio a Vicky e alla sua piuma.
Era un battito di farfalla che le carezzava la pelle, possibile che una piuma potesse essere tanto piacevole? Era un piacere così strano, intenso, diverso da qualsiasi altra cosa avesse mai provato prima.
La piuma carezzò la coscia fino a raggiungere la natica, vi piroettò sopra, poi Vicky la fece scorrere fra la fessura che divideva i glutei e Susy non riuscì a trattenere un gemito.

«Che c'è Susy? Non stai bene?» Si preoccupò la cugina.

«No, no - Si affrettò a rispondere Susy - Sto bene ... Credo ... - Deglutì - Continua un altro po', la tua piuma è magica»

Vicky allora continuò il suo viaggio sul corpo della cugina proprio da dove l'aveva interrotta. Scivolò fra le sue colline e Susy inarcò il bacino e incitò la cugina a non fermarsi:

«Vicky è fantastico!»

«Davvero? È solo una piuma» Esclamò incredula la cugina.

«Poi lo faccio a te, ora però continua»

Si sentì piacevolmente intorpidita e calda. Quel formicolio in fondo al ventre era strano, la spingeva a contrarre i muscoli del pube, amplificando quella sensazione e irradiandola ovunque là sotto.
Vicky allora proseguì e approdò fra le gambe di Susy, proprio là dove non batte il sole.
Susy chiuse gli occhi immergendosi completamente in quelle nuove sensazioni. Sentì la piuma accarezzarle l'inguine, giocare fra i morbidi peli e stuzzicarle la pelle delicata ed estremamente sensibile e ricettiva.
Vicky incuriosita dalla reazione della cugina volle provare anche lei. Si sdraiò a pancia in giù e attese che Susy facesse lo stesso con lei.
Quando la piuma capitombolò fra le sue gambe per poco non le sfuggì un grido.
Sollevò il bacino quasi inginocchiandosi sul letto, afferrò le natiche e le allargò tirando la pelle affinché la cugina potesse carezzarla ovunque là sotto, e così fece.
Susy carezzò con la piuma quella valle ora illuminata dal sole, solleticò il pertugio stretto e grinzoso che lo sormontava e scivolò giù seguendo i contorni del bocciolo della cugina ormai pronto per sbocciare.
Quando la voce della nonna le raggiunse interrompendo quell'idillio, le due ragazze si rivestirono in tutta fretta, chiusero la piuma nello scrigno sul comò e attesero impazienti che la notte calasse per poter giocare ancora.
Quello era il loro segreto e lo avrebbero custodito gelosamente per tutta la vita.

Quando la notte divorò il giorno, le due ragazze si chiusero nella loro cameretta, si tolsero i vestiti ed aprirono lo scrigno che custodiva il loro segreto.
Susy, sghignazzando, si tuffò sul letto e si sdraiò a pancia in su. Vicky la raggiunse subito, le si mise con la testa fra le gambe e cominciò ad ammirare il sesso della cugina e a vezzeggiarlo con la piuma.

«I tuoi peli sono nerissimi» Disse.

«Già - Ansimò Susy - I tuoi sono più belli, sembrano fili d'oro»

«Non è vero - Dissentì Vicky, sedendosi sul letto e tirandosi il morbido vello dorato - A me piacciono di più i tuoi»

Susy si sedette di fronte alla cugina e le chiese se poteva toccarglieli. Vicky acconsentì. Susy allora allungò le mani su quei fili d'oro, li tirò delicatamente e se li rigirò fra le dita. Vicky sentì un fremito, spostò il bacino in avanti e si poggiò sui gomiti. Quel contatto le piaceva inaspettatamente.
Susy massaggiò il monte di Venere della cugina sentendo i morbidi ciuffi sotto la sua pelle, poi scese più giù dove timidi velli brillavano sulle ali che si aprivano fra le cosce di Vicky. Cercò quei fili dorati quasi contandoli uno ad uno, mentre la cugina si godeva quelle carezze.

«Credi sia sbagliato quello che stiamo facendo?» Domandò Susy.

Vicky si strinse nelle spalle e rispose:

«Anche ingozzarci di biscotti a notte fonda è sbagliato, ma lo facciamo lo stesso»

Susy si fece bastare la risposta della cugina. Quel nuovo gioco era troppo divertente per abbandonarlo così, senza un motivo valido.
Sembrava veramente che, fra le gambe, Vicky avesse una bocca dalle cui carnose labbra si intravedeva una timida lingua. Susy strinse fra le dita quei due lembi di pelle come se fra le mani avesse avuto un panino, il roseo ripieno fuoriuscì e lo accarezzò leggera. Vicky fu scossa da un fremito ancora più intenso del precedente. Ogni gesto della cugina sulla sua pelle richiamava sensazioni sempre più forti che la invogliavano a cercarne altre e altre ancora.

«Sì, sì - le disse ansimando - Accarezzami lì»

Susy allora sfiorò interamente il taglio che divideva le due ali da cima a fondo, mentre la cugina trattenne il respiro e strinse le lenzuola fra le mani. Poi tornò su e lo attraversò nuovamente, dal pube fino alla base, questa volta però il dito varcò la fessura, e la prima falange sparì al suo interno. Vicky inarcò la schiena e arricciò le dita dei piedi sopraffatta da un piacere che non aveva mai provato prima. Sotto la sua pelle, Susy, sentì quella delicata della cugina innalzarsi in protuberanze e ridiscendere in vallate, mentre Vicky gemette estasiata. Spalancò le gambe e il fiore che aveva fra le cosce sbocciò interamente mostrando a Susy tutta la sua bellezza. Le sembrò di ammirare una delle orchidee della nonna. Possibile che anche lei fosse così bella là sotto?
La cugina raccolse le gambe sotto i gomiti offrendo a Susy il suo sesso pulsante e impaziente di essere accarezzato. Susy lo esplorò curiosa, studiandone ogni anfratto, scivolando fra i lembi delicati prima con un dito, poi con due e infine con entrambe le mani, carezzando quella pelle, scorgendo l'umido miele fuoriuscire dai suoi lombi e ammirando i movimenti e le pulsazioni di quel sesso sfrontatamente spalancato proprio sotto il suo viso.
Insinuò una falange nella piccola fessura carezzandone i contorni. Il secondo pertugio della cugina si contraeva insieme a tutto il resto, così col dito scivolò su di esso sentendo la grinzosa pelle. A Viky le doleva il ventre, ma anziché dire alla cugina di fermarsi la incitò a non smettere di carezzarla, l'istinto le urlava che solo andando oltre avrebbe trovato pace.
Susy tornò con le dita fra gli umidi meandri, risalì le piccole labbra fin quando approdò sul piccolo promontorio che spiccava in cima.

«Oddio, Susy, sì, ti prego lì, lì,lì  ...»

Susy vedeva la cugina contorcersi in preda a convulsioni che non comprendeva fino in fondo, ma sapeva che ciò che Vicky stava provando era qualcosa di estremamente piacevole e non vedeva l'ora di provarlo lei stessa. Ricominciò a sentire il formicolio in fondo al ventre.
Con le dita continuò a carezzare il clitoride della cugina con movimenti lenti e circolari. Vicky iniziò ad ansimare e ad ancheggiare muovendosi sempre più convulsamente contro la mano di Susy. Un piacere folle la stava invadendo, lo sentiva crescere e crescere sempre di più, dominando i suoi sensi, i suoi movimenti e il suo respiro. Le parve impossibile che quel piacere potesse crescere ancora, eppure fu così. L'orgasmo, il primo orgasmo della sua vita la travolse così, grazie alle delicate dita della cugina, e la lasciò sfinita, ansimante e informicolita fra le coperte del letto che divideva con lei.

«Susy devi assolutamente provarlo anche tu»

Ansiosa di dividere quella scoperta con lei, Vicky le si mise fra le cosce e iniziò ad esplorare il sesso della cugina.
Susy sapeva che stavano facendo qualcosa che non avrebbero dovuto, o che per lo meno i suoi genitori non avrebbero di certo approvato. Sapeva di essere davanti ad uno di quei momenti che segnano il resto della vita. Era davanti ad un bivio, se avesse fermato la cugina forse la sua innocenza sarebbe rimasta intatta, se invece si fosse arresa a lei, niente sarebbe stato più come prima. Il guaio è che, come sempre in questi casi, non poteva sapere se ciò che il futuro le avrebbe riservato sarebbe stato meglio o peggio. Non sapeva cosa aspettarsi e non sapeva nemmeno se le sarebbe piaciuto. Ma se da una parte tutto questo era un freno, allo stesso modo era anche la cosa più eccitante che avesse mai fatto. Al desiderio di scoprire, di crescere e di conoscere quello che i grandi le avevano sempre nascosto si aggiunsero le dita di Vicky fra le sue cosce.
I suoi gesti delicati la sciolsero completamente, finché si concesse totalmente a quel piacere così nuovo e sconosciuto che la travolse completamente.
Vicky andava alla scoperta del sesso di Susy come un esploratore in una giungla incontaminata, scrutando il viso della cugina e cercando di capire quali fossero le zone più piacevoli e quali meno.
Esaminò ogni anfratto, immergendo le falangi nel dolce miele che sgorgava da quel frutto così simile al suo ma anche così diverso. Ne contemplò ogni diversità. La sua leggera peluria nera spiccava prepotente sulla sua pelle chiara, avvolgendo la rosata fessura dalla quale sbucavano le piccole labbra. Le afferrò con due dita e le tirò per vederne l'effettiva lunghezza, poi le aprì completamente. Davanti a lei la vergine fessura si spalancò. Non resistette e lentamente la varcò sentendo quel caldo canale avvolgere il suo dito. Susy sentì il piacere penetrarle all'interno ed espandersi ovunque. Viky vide il suo dito sparire dentro la cugina per poi riaffiorare luccicante, inumidito dai suoi umori, e la penetrò nuovamente, delicatamente, per non farle male.
Sentiva i muscoli di Susy contrarsi e lo stesso vide che faceva anche lo stretto e grinzoso pertugio che sostava proprio là sotto. Vicky lo considerò un invito e con un dito ne seguì i contorni sentendo l'increspatura della pelle, poi lo premette ma la resistenza che avvertì la fece desistere dal proseguire e tornò su, impaziente di far scoprire alla cugina le potenzialità di quella piccola, anzi piccolissima, montagnola.
Non appena la sfiorò, Susy si sentì avvampare e uno spasmo la colse. In quel preciso momento capì di aver fatto la cosa giusta seguendo la cugina. Capì che ciò che stava per provare era qualcosa che non aveva nemmeno mai pensato fosse possibile raggiungere. Era qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altra cosa le fosse mai capitata. Era qualcosa che per quell'attimo la rapì, catapultandola direttamente in cielo a danzare fra le stelle, e quando tutto scemò si sentì svuotata, disorientata, sfinita, ma assolutamente decisa a rifarlo ancora e ancora e ancora.