Archivi categoria: Sesso orale

Occhi indiscreti

Delia è una ragazza da tutti considerata molto bella. Il suo viso da bambina spesso illude chi la conosce per la prima volta: ha 22 anni, ma molti non gliene darebbero più di 15 o 16 .
I lunghi capelli biondi le arrivano quasi fino ai fianchi, spesso nascondendo due profondi occhi azzurri e un viso d’angelo che farebbe innamorare chiunque.
Vive in una famiglia modesta: il padre è un meccanico, la madre è casalinga; non ha fratelli o sorelle.
Timida di natura, faticosamente ha vinto questa sua timidezza al fine di cercare un lavoro che le permettesse d’aiutare i propri genitori, date le ristrettezze economiche in cui la sua famiglia versa.
Ha, quindi, trovato lavoro come domestica presso un’agiata coppia di giovani coniugi che vive dall’altra parte della città.
Il suo lavoro consiste nel recarsi il lunedì ed il martedì presso la coppia ed occuparsi del giardino circostante la casa.
E’ un lavoro duro perché deve occuparsi di un grosso appezzamento di terra, nonché delle piante che, grazie al lavoro del precedente giardiniere, sono ben curate in una piccola serra ad un centinaio di metri dalla casa.
L’autobus che la porta a lavoro ha una fermata un po distante dalla casa, così Delia è costretta a percorrere circa un chilometro a piedi e lungo questo tragitto non può fare a meno di notare le villette che si affacciano sul viale che la porta alla casa dove lavora.
Quest’ultima è decisamente meno sfarzosa delle altre, ma la cura del prato che la circonda la rende sicuramente la più bella.
Il cancello che separa il giardino dal viale è molto pesante e Delia fa sempre un grande sforzo per aprirlo.
Una mattina, Delia arrivò in anticipo presso il cancello della villa e, non volendo disturbare i due coniugi, decise di aspettare un po prima di entrare. Ma il tempo passava lentamente e il cielo, scuro già dall’alba, minacciava pioggia da un momento all’altro.
Così fu, infatti, dopo qualche istante e Delia, per cercare riparo, aprì il cancello e corse verso la casa.
Di solito, al suo arrivo, si recava direttamente nella piccola serra, dove più tardi, l’avrebbe raggiunta la padrona di casa per salutarla, prima di andare col marito al teatro.
I due coniugi, infatti, erano due ballerini professionisti che stavano preparando uno spettacolo insieme alla loro compagnia.
Delia trovò riparo sotto il porticato e pensò che, giacché si trovava là, poteva avvertire i padroni di casa che era arrivata.
Bussò col pugno alla porta e aspettò che qualcuno le aprisse, ma ciò non accadde.
La porta non era chiusa a chiave, quindi Delia entrò e timidamente chiese: “C’è qualcuno?”.
Non ci fu risposta, ma udì delle voci provenienti dal piano di sopra.
Vincendo la propria timidezza, decise di salire al piano di sopra, facendo attenzione che i gradini in legno della scala non facessero rumore.
Giunta al secondo piano non udì più le voci, ma si accorse di un rumore d’acqua che scorreva, proveniente dal bagno.
In silenzio accostò l’orecchio alla porta e quest’ultima si aprì quel tanto da permettere a Delia di vedere l’interno del bagno.
Fuori non pioveva più già da qualche minuto, anzi, il cielo, prima completamente coperto, si era aperto in più punti e la luce del sole ne passava attraverso.
Un raggio di sole investì la finestra del bagno ed, entrando al suo interno, illuminò tutta la stanza proprio mentre Delia scostava la porta socchiusa.
Ne rimase accecata perché le mattonelle bianche del bagno fecero da specchio, così, per qualche secondo, Delia non riuscì a vedere nulla.
Quando i suoi occhi si furono abituati, mise a fuoco la figura di un uomo seduto sul bordo della vasca con le gambe un po divaricate ed i piedi sul fondo della vasca.
L’uomo, completamente nudo, le dava le spalle, ma aveva
la testa leggermente in dietro, così Delia riconobbe il padrone di casa, Luca.
Pensò che se la moglie, Anna, l’avesse sorpresa mentre spiava suo marito, sicuramente si sarebbe infuriata. Delia
Fece per andarsene, ma, con la coda dell’occhio, si accorse di uno specchio nel bagno che era di fronte, o quasi, a
Luca.
Anna, per quel che Delia poteva vedere nello specchio, era inginocchiata nella vasca, di fronte a suo marito, e aveva la testa fra le gambe di lui. A quel punto la perversione di Delia prese il sopravvento, abituata a raccontare storie porno per telefono con www.numeroerotico.it non resistette a gustarsi tutta la scena.
Nascosta da Luca, Anna era invisibile agli occhi di Delia, che però poteva osservare cosa stesse facendo grazie allo specchio.
Con i capelli tirati in su, Anna teneva il pene di suo marito in bocca e lentamente lo estraeva, per poi tornare ad avvolgerlo con le labbra.
Con una mano sollevò il pene e con la lingua cominciò a leccargli lo scroto. Le gambe
e il corpo di Luca tremavano di piacere, mentre le mani si aggrappavano al bordo della vasca e la schiena si inarcava, come a offrire meglio il pene alla bocca di Anna.
Luca sembrava che stesse per scoppiare, ma Anna si fermò e si alzò in piedi davanti a lui.
Delia capì all’istante che, una volta in piedi, Anna l’avrebbe potuta scorgere, così socchiuse la porta per non farsi vedere.
Ora era appoggiata con le spalle al muro che separava il corridoio dal bagno.
Pensò che era meglio andare subito nella piccola serra, ma era troppo eccitata, così si inginocchiò e continuò ad osservare ciò che avveniva nel bagno attraverso il buco della serratura.
Anna era ancora in piedi di fronte a Luca, che ora la stava baciando sul ventre.
Delia non poté fare a meno di notare la bellezza del corpo di Anna: era decisamente alta, quasi quanto il marito, che sfiorava il metro e 85, ed aveva un seno prosperoso, ma soprattutto straordinario per quanto era sodo.
I capezzoli erano circondati da piccole aureole, che Luca cominciò a leccare dolcemente, mentre Anna gli teneva la testa con le mani.
Le gambe meravigliosamente affusolate terminavano verso un triangolo di peli neri che nascondevano la vagina.
Luca abbandonò il seno e girò quel corpo statuario per godersi la vista di quella che Delia pensò essere le più belle natiche che avesse mai visto.
Anna si piegò in avanti offrendo una visione migliore a Delia e anche a Luca, che cominciò a mordere dolcemente la carne che aveva di fronte.
Con la lingua si insinuò fra le labbra della vagina e Anna, che, come Luca, fino ad ora era rimasta quasi in rispettoso silenzio, cominciò a gemere dal piacere, muovendosi lentamente in avanti e in dietro.
Luca cominciò a leccare con più foga e Anna, presa anche lei dall’aumentare del ritmo con cui suo marito la faceva godere, si aggrappò con le mani al bordo della vasca per non cadere.
Ad un certo punto Anna non resistette più e staccò la sua vagina da quella lingua che la penetrava così incessantemente, forse temendo di raggiungere troppo in fretta l’orgasmo.
Si girò vero Luca e Delia poté notare che il suo viso si era fatto quasi paonazzo.
Forse perché accaldata, Anna si immerse nell’acqua della vasca e ne riuscì immediatamente, tornando in piedi davanti a Luca.
Egli le cinse i fianchi con le mani, aiutandola a sedersi sopra di lui, mentre Anna con una mano prese il pene per condurlo al suo interno.
Il membro toccò con la punta la morbida e rosea carne che sua moglie gli offriva e scivolò dentro la vagina lentamente, mentre i due amanti cominciavano a gemere.
Rimasero immobili per qualche secondo, con il pene di lui completamente all’interno di lei, tanto che Luca sentì il contatto fra le natiche di Anna ed il suo scroto.
Entrambi non si mossero, riuscendo a percepire le contrazioni dell’uno e dell’altra, poi Anna cominciò a sollevarsi sul membro di Luca, tornando ad avvolgerlo interamente. Il suo movimento, dapprima semplicemente verticale, divenne circolare.
Luca aveva la testa immersa fra i seni di Anna: cominciò a leccarli avidamente, mentre Anna gli teneva la testa.
Il ritmo si fece incessante, tanto che le gambe di Luca, scosse dai colpi di sua moglie, muovendosi all’interno della vasca, ne fecero cadere fuori dell’acqua, mista a schiuma.
I due ansimavano violentemente e quando Anna, improvvisamente, si fermò, i loro gemiti cominciarono a calmarsi e i due si ritrovarono abbracciati, quasi stravolti.
Delia pensò che tutto fosse finito, che era il caso di staccarsi dalla porta per andare nella serra, prima che i due uscissero dal bagno e la sorprendessero; ma la visione di quei magnifici corpi aggrappati l’uno all’altro l’aveva immobilizzata.
Dopo poco, notò che Anna stava parlando nell’orecchio di Luca: si guardarono negli occhi e si fecero un cenno d’intesa. Anna si sfilò da sopra Luca ed entrò carponi nella vasca.
Accentuò talmente l’incurvatura della schiena, che dalla superficie della vasca, completamente coperta di schiuma, ne uscirono fuori solo la testa e le natiche.
Luca si inginocchiò dietro di lei e con una spugna cominciò a massaggiarle la schiena; poi abbandonò la spugna e con una mano prese il pene e cominciò a strofinarlo su Anna, sulle sue morbide natiche e sulla vagina, quasi sommersa dalla schiuma.
Con l’altra mano carezzò lo sfintere, lo massaggiò, lo insaponò e, infine, ci spinse dentro un dito.
Anna cominciò a muoversi su quel dito e contemporaneamente Luca la penetrò col pene che aveva raggiunto nuovamente la piena erezione.
Si muoveva lentamente, cercando di percepire le contrazioni della moglie e, quando sentì che queste si facevano più frequenti, tolse il dito dalla stretta apertura e con entrambe le mani afferrò i fianchi di Anna muovendosi più velocemente e penetrandola con più vigore.
I loro gemiti tornarono a farsi sentire, disturbati solo dal rumore dell’acqua che muovevano nella vasca.
Delia notò che si stava eccitando e, sollevatasi la gonna fino ai fianchi, si infilò una mano nelle mutandine, cercando con le dita di massaggiarsi il clitoride.
Nel frattempo Luca continuava a penetrare Anna da dietro, eccitato anche dal contatto che le natiche di lei avevano con il suo inguine.
Mentre Delia continuava a masturbarsi, Luca sfilò il suo membro da Anna, che si alzò in piedi assieme a lui.
Restarono nella vasca e si misero l’uno di fronte all’altra: Anna lo abbracciò e si aggrappò a lui, sollevando le gambe e circondando il suo corpo.
Luca con una mano la aiutò, sostenendola da sotto, con l’altra indirizzò in pene dentro di lei, che lo accolse con un piccolo grido.
Delia era vicina all’orgasmo, ma decise che sarebbe venuta contemporaneamente la coppia.
Con la schiena appoggiata alla parete ed il peso di Luca sul suo corpo, Anna aveva il respiro affannoso.
Il suo amante la stava battendo con forza e lei ne era ancor più eccitata. Incitato dai gemiti di lei, Luca osservava con libidine il movimento del suo membro che entrava e usciva e che, ad ogni movimento, strappava un grido strozzato alla sua compagna.
Luca incrementò ancor più il ritmo, anche il suo respiro divenne più affannoso; Anna aveva, invece, cominciato ad urlare ad ogni colpo infertole.
Il tutto sembrò non dover finire mai, ma ad un certo punto Luca rallentò e cercò di penetrare Anna più di quanto gli fosse possibile; lei gli si aggrappò addosso con più forza e poi entrambi vennero.
Scivolarono nella vasca esausti, mentre Delia, al di là della porta, raggiungeva anche lei l’orgasmo e si sentì stravolta come se anche lei fosse stata in quel bagno.

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 18)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Il mattino successivo mi colse beatamente addormentata sul seno di Hanna. Avevamo trascorso l'intera notte a fare l'amore, a coccolarci e ad assaporaci finché il sonno ci aveva travolte. Il suo profumo di vaniglia mi riempiva le narici. Non resistetti, le succhiai un capezzolo. Hanna sorrise nel sonno e spalancò le gambe.
Sorrisi felice di trovarmi lì con lei. Mi misi a sedere sul letto e la guardai dormire.
Ora sapevo cosa fare. Come Hanna aveva predetto, la sbronza e tutto ciò che era successo durante quella notte mi avevano concesso una pausa, uno stop, un momentaneo stand by che mi era servito per raggranellare la lucidità necessaria per capire ciò che volevo. Prima però regalai ad Hanna il più bel risveglio che si possa avere.
Scesi piano dal letto, facendo attenzione a non svegliarla, e dal bagno presi un pennello da trucco con le setole morbidissime e un flacone di olio di mandorle.

Con la stessa accortezza di prima tornai accanto a lei e mi rigirai il pennello fra i polpastrelli facendolo scorrere sull'interno coscia di Hanna. Dal ginocchio risalii lentamente la gamba fino all'inguine, piroettai sul monte di Venere e scesi sull'altra gamba, dall'inguine al ginocchio, per poi tornare sui miei passi e fermarmi al centro.
Hanna iniziò a gemere ancor prima di svegliarsi. Carezzai con quelle morbide setole le sue ali ancora chiuse, vezzeggiando le piccole labbra che sbucavano come la timida lingua di un gatto addormentato.
Gemendo e ansimando ormai sveglia, ma senza aprire gli occhi, raccolse i talloni vicino alle natiche, spalancando le cosce e schiudendo il suo fiore fra le mie mani. Con due dita separai le grandi labbra porgendo al sole del mattino il rosa acceso della sua pelle, e vi passai il pennello facendolo roteare delicato e leggiadro. Il piccolo promontorio dondolava stuzzicato e dalla fessura brillò una goccia di rugiada.
Versai qualche goccia di olio sulle dita e le feci scivolare unite sulla sua pelle accesa di desiderio. I suoi gemiti si fecero più intensi così come le mie carezze. Sentii il clitoride gonfio sotto le mie dita, le piccole labbra morbide danzare fra le mie falangi e l'umida fessura che attendeva di essere varcata. La penetrai con un dito mentre il resto della mano stimolava tutto il resto, poi lo sfilai  e lo feci scivolare su, attraversando le sue valli, fino a raggiungere il clitoride. Le mie mani danzavano prive di qualsiasi attrito su quella pelle delicata, prive di ogni resistenza. L'olio levava ogni possibile fastidio che quel contatto poteva provocare ad Hanna.
Massaggiai le grandi labbra, mi feci scorrere quelle piccole e il clitoride fra le dita, giocai col sesso di Hanna rimbalzando lo sguardo dal suo viso distorto dagli spasmi del piacere, al suo fiore così bello e seducente. Hanna stava per raggiungere il capolinea, il suo ancheggiare aumentava così come i gorgheggi gutturali che gorgogliavano dalla sua gola. Presi il pennello per le setole, unsi il manico scaldandolo un poco e lo avvicinai alla fessura di Hanna. Con la punta stuzzicai il perimetro dell'apertura, poi la varcai.
Hanna, presa dalla foga, afferrò il pennello e lo infilò interamente dentro di sé fino allo setole, poi lo estrasse e lo rificcò di nuovo, dentro e fuori, dentro e fuori ad un ritmo sempre più forsennato. Io mi concentrai sul gonfio promontorio che stava implorando attenzione. Con una mano allargai le grandi labbra e con l'altra massaggiai e carezzai il clitoride finché un acuto si librò nell'aria per poi planare lieve e delicato come un sussurro di beatitudine.

«Scappa con me - Mi sussurrò guardandomi trasognata - Insomma, credo che prima di decidere cosa fare dovresti staccare la spina per un po', e una vacanza potrebbe schiarirti le idee»

«Mi sembra un'ottima idea»

«Fantastico - Esclamò sedendosi di scatto, già carica di entusiasmo - Ho una casetta in riva al mare dove potremmo rifugiarci per tutto il tempo che vorrai»

«Perfetto! Non subito però, prima devo fare una cosa»

«Hai ragione - Disse maliziosa avvicinandosi a me, intrufolando l'indice fra le mie ali e facendolo scorrere fino alla base per poi risalire - Prima c'è una cosa importantissima da fare - Mi succhiò un capezzolo e lo titillò con la lingua. Il desiderio friggeva e pulsava fra le mie cosce - Una cosa che non può proprio aspettare»

Io, già eccitata per aver giocato con lei, mi crogiolai nelle sue carezze, e, gemendo, mi sdraiai sul letto e la lasciai fare. Lei rotolò sul mio corpo finché il suo viso si trovò fra le mie gambe e mi spinse le cosce in alto, avvicinando le ginocchia al petto e le allargò completamente. Ero bagnata, intrisa di miele esattamente come la voglia di essere baciata, assaggiata, succhiata, leccata e penetrata dalla sua lingua fino allo sfinimento, fino a non avere più forza, fino ad essere prosciugata di tutto e riempita solo dal sublime piacere che sapeva darmi. Sì, sarei andata con lei in capo al mondo, l'avrei seguita ovunque e avremmo fatto l'amore in ogni modo e in ogni luogo, libere e selvagge come il desiderio che ci univa e che ci arroventava la pelle.
Quella voglia matta e intransigente che ti costringe a cedere ad ogni tentazione possibile e immaginabile. Io ero questo, ero piacere allo stato puro, volevo godere, godere e basta e seguivo chiunque stuzzicasse le mie fantasie e quietasse le mie voglie. Ero questo, Eric aveva ragione.
Eric, in quel momento pensai che non mi sarebbe affatto dispiaciuto che su quel letto ci fosse anche lui a penetrarmi e a trafiggermi in ogni pertugio. Lui e Hanna insieme per farmi godere e io lì a far godere loro. Se poi ci fossero stati anche Patrick e Big sarebbe stato davvero l'apoteosi del piacere. L'eccitazione m'irretiva la mente e liberava le mie fantasie più erotiche e sfrenate, mentre la lingua di Hanna si tuffò nella mia fessura, ed io impazzii.
Urlavo e godevo mentre lei mi leccava ovunque insinuandosi in ogni anfratto senza tralasciare nemmeno il minimo lembo di pelle. Quando prese il pennello quasi venni all'istante. Lentamente mi penetrò col manico esattamente come prima avevo fatto con lei, e il pensiero che quello stesso oggetto era stato poco prima dentro il suo corpo caldo ed era ancora umido dei suoi umori, amplificò il piacere, irrorando la mia pelle, correndo attraverso le mie vene raggiungendo i muscoli, il fegato, lo stomaco, i polmoni, il cuore, tutto. Ero un unico nervo carezzato dalla lingua di Hanna.
Tolse il pennello dalla mia fessura e penetrò il mio pertugio inumidito dalla sua saliva. Non credevo fosse possibile, ma il piacere crebbe fin quasi a farmi male, volevo scoppiare, gridare. Presi un cuscino e me lo portai sul viso per attutire i miei urli. Hanna spingeva il pennello dentro di me, lo sfilava e lo spingeva ancora dentro. I miei muscoli si contraevano e accompagnavano i suoi gesti ed ero incapace di controllare i miei spasmi. Sentivo il miele sgorgare e Hanna lo raccoglieva e lo gustava come se fosse stato il più dolce dei nettari.


È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 18)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Il mattino successivo mi colse beatamente addormentata sul seno di Hanna. Avevamo trascorso l'intera notte a fare l'amore, a coccolarci e ad assaporaci finché il sonno ci aveva travolte. Il suo profumo di vaniglia mi riempiva le narici. Non resistetti, le succhiai un capezzolo. Hanna sorrise nel sonno e spalancò le gambe.
Sorrisi felice di trovarmi lì con lei. Mi misi a sedere sul letto e la guardai dormire.
Ora mi era più chiaro quel che dovevo fare. Come Hanna aveva predetto, la sbronza e tutto ciò che era successo durante quella notte mi avevano concesso una pausa, uno stop, un momentaneo stand by che mi era servito per raggranellare la lucidità necessaria per capire ciò che volevo. Prima però regalai ad Hanna il più bel risveglio che si possa avere.
Scesi piano dal letto, facendo attenzione a non svegliarla, e dal bagno presi un pennello da trucco con le setole morbidissime e un flacone di olio di mandorle.
Con la stessa accortezza di prima tornai accanto a lei e mi rigirai il pennello fra i polpastrelli facendolo scorrere sull'interno coscia di Hanna. Dal ginocchio risalii lentamente la gamba fino all'inguine, piroettai sul monte di Venere e scesi sull'altra gamba, dall'inguine al ginocchio, per poi tornare sui miei passi e fermarmi al centro.
Hanna iniziò a gemere ancor prima di svegliarsi. Carezzai con quelle morbide setole le sue ali ancora chiuse, vezzeggiando le piccole labbra che sbucavano come la timida lingua di un gatto addormentato.
Gemendo e ansimando ormai sveglia, ma senza aprire gli occhi, raccolse i talloni vicino alle natiche, spalancando le cosce e schiudendo il suo fiore fra le mie mani. Con due dita separai le grandi labbra porgendo al sole del mattino il rosa acceso della sua pelle, e vi passai il pennello facendolo roteare delicato e leggiadro. Il piccolo promontorio dondolava stuzzicato e dalla fessura brillò una goccia di rugiada.
Versai qualche goccia di olio sulle dita e le feci scivolare unite sulla sua pelle accesa di desiderio. I suoi gemiti si fecero più intensi così come le mie carezze. Sentii il clitoride gonfio sotto le mie dita, le piccole labbra morbide danzare fra le mie falangi e l'umida fessura che attendeva di essere varcata. La penetrai con un dito mentre il resto della mano stimolava tutto il resto, poi lo sfilai e lo feci scivolare su, attraversando le sue valli, fino a raggiungere il clitoride. Le mie mani danzavano prive di qualsiasi attrito su quella pelle delicata, prive di ogni resistenza. L'olio levava ogni possibile fastidio che quel contatto poteva provocare ad Hanna.
Massaggiai le grandi labbra, mi feci scorrere quelle piccole e il clitoride fra le dita, giocai col sesso di Hanna rimbalzando lo sguardo dal suo viso distorto dagli spasmi del piacere, al suo fiore così bello e seducente. Hanna stava per raggiungere il capolinea, il suo ancheggiare aumentava così come i gorgheggi gutturali che gorgogliavano dalla sua gola. Presi il pennello per le setole, unsi il manico scaldandolo un poco e lo avvicinai alla fessura di Hanna. Con la punta stuzzicai il perimetro dell'apertura, poi la varcai.
Hanna, presa dalla foga, afferrò il pennello e lo infilò interamente dentro di sé fino allo setole, poi lo estrasse e lo rificcò di nuovo, dentro e fuori, dentro e fuori ad un ritmo sempre più forsennato. Io mi concentrai sul gonfio promontorio che stava implorando attenzione. Con una mano allargai le grandi labbra e con l'altra massaggiai e carezzai il clitoride finché un acuto si librò nell'aria per poi planare lieve e delicato come un sussurro di beatitudine.
«Scappa con me - Mi sussurrò guardandomi trasognata - Insomma, credo che prima di decidere cosa fare dovresti staccare la spina per un po', e una vacanza potrebbe schiarirti le idee.»
«Mi sembra un'ottima idea!» Hanna aveva decisamente ragione. Quell’idea mi elettrizzò.
«Fantastico - Esclamò sedendosi di scatto, già carica di entusiasmo - Ho una casetta in riva al mare dove potremmo rifugiarci per tutto il tempo che vorrai.»
«Perfetto! Non subito però, prima devo fare una cosa.»
«Hai ragione, - Disse maliziosa avvicinandosi a me, intrufolando l'indice fra le mie ali e facendolo scorrere fino alla base per poi risalire - prima c'è una cosa importantissima da fare - Mi succhiò un capezzolo e lo titillò con la lingua. Il desiderio friggeva e pulsava fra le mie cosce - Una cosa che non può proprio aspettare.»
Io, già eccitata per aver giocato con lei, mi crogiolai nelle sue carezze, e, gemendo, mi sdraiai sul letto e la lasciai fare. Lei rotolò sul mio corpo finché il suo viso si trovò fra le mie gambe e mi spinse le cosce in alto, avvicinando le ginocchia al petto e le allargò completamente. Ero bagnata, intrisa di miele esattamente come la voglia di essere baciata, assaggiata, succhiata, leccata e penetrata dalla sua lingua fino allo sfinimento, fino a non avere più forza, fino ad essere prosciugata di tutto e riempita solo dal sublime piacere che sapeva darmi. Sì, sarei andata con lei in capo al mondo, l'avrei seguita ovunque e avremmo fatto l'amore in ogni modo e in ogni luogo, libere e selvagge come il desiderio che ci univa e che ci arroventava la pelle.
Quella voglia matta e intransigente che ti costringe a cedere ad ogni tentazione possibile e immaginabile. Io ero questo, ero piacere allo stato puro, volevo godere, godere e basta e seguivo chiunque stuzzicasse le mie fantasie e quietasse le mie voglie. Ero questo, Eric aveva ragione.
Eric, in quel momento pensai che non mi sarebbe affatto dispiaciuto che su quel letto ci fosse stato anche lui a penetrarmi e a trafiggermi in ogni pertugio. Lui e Hanna insieme per farmi godere e io lì a far godere loro. Se poi ci fossero stati anche Patrick e Big sarebbe stato davvero l'apoteosi del piacere. L'eccitazione m'irretiva la mente e liberava le mie fantasie più erotiche e sfrenate, mentre la lingua di Hanna si tuffò nella mia fessura, ed io impazzii.
Urlavo e godevo mentre lei mi leccava ovunque insinuandosi in ogni anfratto senza tralasciare nemmeno il minimo lembo di pelle. Quando prese il pennello quasi venni all'istante. Lentamente mi penetrò col manico esattamente come prima avevo fatto con lei, e il pensiero che quello stesso oggetto era stato poco prima dentro il suo corpo caldo ed era ancora umido dei suoi umori, amplificò il piacere, irrorando la mia pelle, correndo attraverso le mie vene raggiungendo i muscoli, il fegato, lo stomaco, i polmoni, il cuore, tutto. Ero un unico nervo carezzato dalla lingua di Hanna.
Tolse il pennello dalla mia fessura e penetrò il mio pertugio inumidito dalla sua saliva. Non credevo fosse possibile, ma il piacere crebbe fin quasi a farmi male, volevo scoppiare, gridare. Presi un cuscino e me lo portai sul viso per attutire i miei urli. Hanna spingeva il pennello dentro di me, lo sfilava e lo spingeva ancora dentro. I miei muscoli si contraevano e accompagnavano i suoi gesti ed ero incapace di controllare i miei spasmi. Sentivo il miele sgorgare e Hanna lo raccoglieva e lo gustava come se fosse stato il più dolce dei nettari.

Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

... Continua ...







Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

... Continua ...







E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 12)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quando l'aereo decollò mi parve di lasciare a terra ogni laccio che mi legava alla vecchia Denise. Fu come se una zavorra si fosse staccata dalla mia anima, perché troppo pesante per volare insieme a me.
Da quel momento i viaggi di lavoro, quelli che per anni avevo categoricamente rifiutato, si moltiplicarono e spesso si dilungavano più del previsto, ma non perché le nostre voglie di letto interferissero col nostro lavoro, anzi, l'ansia di tuffarci nelle nostre effusioni ci spingeva ad essere talmente efficienti e convincenti coi clienti da chiudere le trattative spesso prima del previsto, proprio per sfruttare a pieno ogni attimo possibile, bevendo e prosciugando ogni istante, senza sprecarne nemmeno uno.
Fu però durante quel primo viaggio che avvenne la svolta. Durante quel viaggio, la crisalide divenne farfalla.

Patrick si era trattenuto al bar dell'Hotel con i clienti, io salii in camera per prepararmi per la cena, ma quando varcai la soglia trovai ad attendermi sul letto un abito da sera lungo, senza spalline e con un profondo spacco che arrivava all'inguine.
Adagiato sulla seta c'era un biglietto:

Indossalo e raggiungimi al bar. Stasera ti porterò in un posto speciale.
Dobbiamo festeggiare.

Patrick


Carica d'eccitazione, non persi tempo e lo indossai. Quell'abito era favoloso: era elegante, ma lo spacco che si apriva lungo tutta la gamba lo rendeva anche paurosamente sexy. Dai piedi laccati di rosso e racchiusi in un paio di sfavillanti sandali tacco dodici, saliva lungo la caviglia sottile, sul polpaccio, il ginocchio e ancora più su sulla coscia fino ad approdare all'inguine nudo.
Sarebbe bastato un lieve movimento o un timido alito di vento per sollevare quel velo di seta e mostrare al mondo il mio peccaminoso frutto.
A quel pensiero un fremito mi solleticò fra le gambe. Mi eccitava pensare che chiunque potesse sbirciare là sotto e accendersi di desiderio. Volevo che ogni uomo o donna che mi passava accanto desiderasse far l'amore con me.
Non resistetti. Scivolai con la mano attraverso lo spacco e, gemendo, accarezzai la mia fessura, lentamente. Il dolce miele invadeva ogni anfratto. Avrei voluto godere con me stessa, ma volevo esplodere di desiderio per Patrick. La curiosità di sapere cos'avesse  in serbo per me ebbe il sopravvento.
Colorai di rosso le labbra e uscii dalla stanza.
Nessuno rimaneva indifferente. Sentivo gli occhi di tutti addosso: quelli bramosi dei mariti e quelli scandalizzati delle mogli, quelli invidiosi e quelli desiderosi, e mi eccitavano da morire.
Lì non ero nessuno ed ero tutti al temo stesso. Non ero Denise coi suoi paletti e il suo autocontrollo, non ero la moglie di Eric e l'amante di Patrick, lì non c'era il mio passato e nemmeno il mio futuro.
Ero pura eleganza e seduzione. Ero l'incarnazione dei sogni proibiti di chiunque avesse la fortuna d'incontrarmi. Compreso Patrick.
Cominciò a far l'amore con me non appena entrai nel suo campo visivo.
I suoi occhi mi assaggiarono ardenti, accompagnando ogni mio passo finché lo raggiunsi. Saggiarono la mia pelle, si insinuarono sotto la seta immaginando il momento in cui sarebbe scivolata via dal mio corpo per poi avermi a suo piacimento.
Quando gli fui accanto si avvicinò finché la sua bocca mi sfiorò il collo raggiungendo il mio orecchio e sussurrò bramoso:

«Ti voglio»

Era esattamente ciò che volevo sentirmi dire.
Poi, coperto dal suo corpo, sgattaiolò con la mano fra le mie cosce fino a raggiungere la mia fessura umida e nuda e la penetrò lì, davanti a tutti, nel bel mezzo di un affollato bar d'hotel nell'ora dell'aperitivo.
Faticai a trattenere un gemito e poi un altro ancora e ancora un altro mentre le sue dita mi facevano godere entrando e uscendo da me, sfiorando i miei meandri, giocando coi miei petali, carezzando il mio clitoride. Mi aggrappai a lui stringendolo a me in un abbraccio che voleva impedire al mio corpo di contrarsi negli spasmi del piacere, mentre le sue labbra si fiondarono sulle mie impedendomi di gridare.
Quando sfilò le sue dita, poco prima che arrivasse l'orgasmo, quasi lo odiai per quella brusca interruzione. Volevo andare fino in fondo, non m'importava che fossimo in un locale pubblico. Volevo godere, godere e basta. Ero talmente eccitata che se anche m'avesse spogliata in mezzo a tutti quegli sconosciuti non mi sarei opposta, anzi, avrei aperto liberamente le gambe lasciando che tutti assistessero al mio piacere.
Il furore, il desiderio, la passione che zampillavano dai miei occhi gli aprirono sul viso un sorriso soddisfatto. Mi voleva così: pazza d'eccitazione.
Con ancora il desiderio che mi pulsava fra le cosce e che mi mordeva il ventre, lo seguii all'esterno dove c'era un'auto che ci attendeva per portarci in un locale fuori città.
I vetri oscurati ci riparavano dagli sguardi indiscreti, compreso quello dell'autista. Il mio frutto reclamava attenzione, gridava tutto il suo desiderio. Scostai la seta scoprendo interamente le gambe e il ventre fin quasi all'ombelico, gli occhi di Patrick si accesero famelici e l'eccitazione si gonfiò fra le sue gambe. Allungai una mano sul suo voglioso rigonfiamento, mentre con l'altra, gemendo, raggiunsi il mio monte di Venere. Da lì discesi le calde vallate, risalii sui promontori, vezzeggiai le fessure, carezzai i pertugi finché Patrick liberò il suo membro dai pantaloni e spinse la mia testa fra le sue gambe affinché ingoiassi il suo piacere. Le sue dita afferrarono le mie grandi labbra, il mio frutto pulsava nella sua mano mentre lui lo spremeva, lo stringeva, lo manipolava e io gemevo in preda all'estasi mentre il suo dardo mi riempiva la bocca. Non sapevo se eravamo in centro città, in campagna, in mezzo al traffico a pochi centimetri dal resto del mondo oppure dispersi chissà dove, ma non m'importava. Però mi eccitava pensare che un timido vetro oscurato era l'unica cosa che ci divideva dall'altro uomo che occupava la vettura.
Quando l'auto si fermò non avevo nemmeno idea di quanto tempo fosse passato, ma mi parve di essere in un altro mondo e in un'altra epoca.
Il crepuscolo si era arreso e la notte aveva fagocitato tutto, anche le luci della città.
Davanti a noi si presentava in tutta la sua imponenza una splendida villa settecentesca, immersa in un parco illuminato solo da suggestive fiaccole e candele.
Quando varcammo la soglia ci accolse il profumo intenso di incensi e candele aromatizzati all'oppio. Drappi rossi e broccati ornavano divani e finestre, e musica di sottofondo si mescolava alle risate e alle voci dei presenti.
Quel posto mi pareva surreale.
Un barman shakerava gli ingredienti di un cocktail, mentre oltre il banco, proprio di fronte a lui, un uomo succhiava il seno di una donna. Fra la folla che chiacchierava come se niente fosse, donne senza veli si aggiravano leggiadre e disinvolte raccogliendo calici di champagne dai vassoi dei camerieri, così come baci e carezze dai partecipanti alla festa.
Era il regno della lussuria.
Una scalinata conduceva alle appartate camere del piano superiore, ma nessuno impediva di far l'amore lì davanti a tutti e con chiunque, senza freni e senza giudizi, o semplicemente di sedersi al ristorante della villa e consumare nudi il proprio pasto.
Mi affascinava vedere la libertà che aleggiava in quel posto, il desiderio e l'eccitazione che impregnavano l'aria e l'anima di tutti i presenti.
Non avrei mai immaginato di capitare in un luogo del genere e probabilmente in qualsiasi altro istante della mia vita sarei scappata via inorridita o comunque intimidita e satura di vergogna, ma non in quel momento.
Grazie a Patrick ero talmente eccitata e intrisa di desiderio che ovunque si posassero i miei occhi scorgevo qualcosa che amplificava la mia voglia. L'alcool poi fece il resto, spogliandomi non solo del mio vestito ma anche di qualsiasi remora.
Patrick mi condusse nel giardino sul retro dove fiaccole poggiate per terra seguivano il perimetro di una piscina. Fu per me un richiamo irresistibile.
Sciolsi la cerniera dell'abito, la seta scivolò sulla mia pelle e si accasciò a terra. L'aria fresca turbinò sui miei capezzoli inturgidendoli. Nuda, percorsi lentamente i gradini che scendevano nell'acqua e m'immersi in quel tepore sotto gli occhi di tutti. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, se sarei riuscita ad andare fino in fondo e lasciarmi andare con uno sconosciuto oppure no, ma l'idea di poterlo fare mi eccitava terribilmente. Era tutto così trasgressivo, peccaminoso e il fatto che la stragrande maggioranza della gente lo trovasse sbagliato rendeva il tutto ancora più eccitante. Ero travolta, irretita e lusingata dal dolce sapore del proibito.
Mi sentivo una specie di eletta che aveva la fortuna di sorseggiare il nettare più prelibato e gustoso direttamente dai seni della Vita. Mi sentivo una libera ninfa che aveva il privilegio di essere baciata dalla libertà più assoluta, di godere pienamente dei piaceri del sesso più sublime, quello senza limiti e senza rimpianti, quello goduto liberando l'istinto.
Patrick si accomodò in un salottino a bordo piscina e scrutò ogni mio movimento. Era certo che di lì a poco qualcosa sarebbe accaduto e non voleva perdersi la scena.
L'acqua sciabordava fra le mie cosce e carezzava le mie labbra libere. Un leggero vapore si sollevava sfumando i contorni e rendendo l'atmosfera ancor più incantata. Raggiunsi l'isola al centro della vasca e mi adagiai sul bagnasciuga artificiale.
Una splendida ragazza s'immerse nell'acqua. Pareva una sirena. Il suo corpo nudo e sinuoso si muoveva morbido e seducente. Le sue curve emergevano, brillando illuminate dalle lanterne, per poi sparire nuovamente sotto la superficie e ricomparire un po' più in là.
La guardai danzare nell'acqua finché emerse per raggiungermi.
Non ebbe bisogno di dire nulla, di chiedere nulla. Io non dissi nulla, ma il fuoco che mi si accese fra le gambe divampò anche nei miei occhi. Lei se ne accorse e lo fece suo.
Gattonò fra le mie gambe maliziosa e leggiadra come poco prima aveva fatto nell'acqua. Scivolò su di me come una boccata d'aria fresca. La sua pelle calda e morbida sfiorava la mia, i suoi capezzoli giocarono sul mio ventre salendo su fino a danzare coi miei finché le sue labbra schiusero le mie.
Era la prima volta che lo facevo con una donna. La prima volta che una donna mi sfiorava così, la prima volta che i capezzoli di una femmina carezzavano la mia pelle e la prima volta che baciavo una donna non per affetto, ma per sfrenata passione.
Sapeva di cloro e di gloss alla ciliegia. Erano così morbide quelle labbra, così carnose e delicate senza la dura barba di un uomo a graffiarmi la pelle. Quelle labbra invogliavano a morderle, a succhiarle e penetrarle con la lingua per danzare insieme alla sua.
Poi la sua bocca si staccò dalla mia per scivolare giù lungo il mio collo e ancora più giù sul mio seno.
Gemetti sentendo il tocco delicato della sua lingua e dei suoi baci che raccoglievano le goccioline che ancora giacevano sulla mia pelle, finché una scarica elettrica mi percorse tutto il corpo, fino ad arricciarmi i piedi, quando le sue dita si intrufolarono fra le mie cosce.
Lentamente discese le mie valli, sfiorando la fessura e spingendosi giù fino al perineo, poi tornò su ripercorrendo gli stessi meandri fino ad approdare al clitoride. Mi sentii scuotere da un tremito e un gemito intenso sgorgò dalla mia gola. Non ressi più il peso della schiena e della testa come se tutta me stessa fosse impegnata solo ed esclusivamente a godere per quelle dita che mi carezzavano là dove nessuna donna era mai stata.
Mi sdraiai a terra e allargai le gambe più che potei. Il mio frutto era lì pronto per essere divorato da quella donna sconosciuta.
La sua bocca scese sul mio ventre e baciò i miei fianchi mentre le sue mani massaggiavano le mie labbra e si tuffarono nei miei umori. Le sue dita penetrarono la mia fessura come un coltello nel burro. Urlai di piacere. La delicatezza di quelle mani era qualcosa che non avevo mai provato, era la manualità, l'esperienza e l'arte del piacere che solo una donna può avere.
Quando la sua lingua sostituì le sue dita credetti di scoppiare. Vedevo la sua chioma bionda fra le mie cosce, la sua bocca gustare la mia pelle, le sue natiche alte contro il cielo mostrando alla luna il peccaminoso frutto che custodivano.
Sapientemente baciò ogni anfratto, succhiò le mie labbra, la sua lingua s'intrufolò nella mia fessura raccogliendo i miei umori, vezzeggiandola, corteggiandola, finché le bastò avvicinarsi al clitoride per farmi esplodere di piacere.
Ma questo non bastò a fermare la sua lingua, perché sapeva che un orgasmo, per una donna, è solo l'inizio. E' un antipasto, un aperitivo, è qualcosa che non sazia, ma anzi, scatena la fame.
Baciò l'interno delle mie cosce, l'inguine, risalì sul monte di Venere, sul mio ventre, il mio seno fino ad approdare nuovamente sulla mia bocca.
Il gloss e il cloro non c'erano più. Quelle scaltre labbra sapevano di me.
Liberai l'istinto e lasciai che fosse la curiosità a spingermi oltre il limite che fino a quel momento non avevo mai valicato.
Allungai una mano fra le sue gambe intrufolando le dita in quel sesso così uguale al mio eppure così diverso.
Era così morbida, umida e più le mie mani giocavano con le sue labbra e più i suoi gemiti si facevano intensi. Mi piaceva farla godere, mi eccitava far godere un'altra donna.
Volevo vederla da vicino, saggiarla, vedere il suo fiore schiudersi e sbocciare per me. Volevo che  mi esplodesse in bocca.
Mi sollevai e ruzzolai sopra di lei, fra le sue gambe.
Affondai le mani nei suoi seni e succhiai i suoi capezzoli, li sentii turgidi e gonfi contro la mia lingua. Poi scivolai fra le sue cosce e ammirai il suo sesso. Le sue armoniose grandi labbra si aprirono per mostrarmi la delicatezza dei piccoli petali, il bocciolo, i pertugi, gli anfratti. C'era un mondo intero da esplorare e da ammirare, un universo che non attendeva altro che le mie dita e la mia bocca.
Guardavo quel fiore, lo accarezzavo ed era come se accarezzassi il mio. Più lo saggiavo e più l'eccitazione cresceva alimentata anche dai suoi gemiti e dai suoi movimenti.
Le mie dita disegnavano arabeschi di piacere fra quei meandri lussuriosi, alternavo tocchi decisi ad altri delicati esattamente come avrei voluto essere toccata io, poi allargai le grandi labbra portando alla ribalta il clitoride gonfio d'eccitazione e intrufolai la lingua nella sua fessura. Saggiai quel frutto prelibato in ogni sua parte, avida del suo piacere e del mio. Erano i suoi gemiti a guidare la mia lingua e a muovere le mie dita.
Con la coda dell'occhio vidi Patrick in piedi accanto al divanetto che prendeva da dietro una donna. I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e a ogni colpo il viso di lei si contorceva dal piacere. Conoscevo bene le potenzialità di quel membro, e insieme a quel fiore che sbocciava sulla mia bocca avrei voluto anche quel dardo dentro di me. Patrick teneva la donna per i fianchi, la colpiva con forza, con veemenza, mentre i suoi occhi erano tutti per me. Scopava quella donna guardando me fra le gambe di un'altra.
Più mi guardava e più il desiderio cresceva. Mi eccitava quella complicità fra di noi. Quell'assoluta libertà di godere fra di noi e con altri senza il timore di ferire nessuno, semplicemente liberi di dare sfogo ad ogni nostra voglia senza temere di essere giudicati.
Era solo ed esclusivamente sesso. L'assoluta libertà di concedersi al piacere più assoluto e di dare piacere.
Improvvisamente sentii premere fra le gambe. Un membro gonfio di voglia voleva entrare nella mia fessura e la carezzava strofinandosi sulla mia pelle dal clitoride al perineo, premendo fra i miei anfratti desiderosi di essere violati ancora una volta.
Mi voltai per vedere chi fosse, ma com'era logico non lo conoscevo. Un uomo si ergeva sopra di me col suo petto nudo e tonico mentre io ero china in avanti fra le gambe della mia giovane compagna di giochi.
Non avevo idea di chi fosse, ma stavo iniziando a conoscere il suo sesso e ciò che mi stava facendo mi piaceva da morire.

«Continua, ti prego» Mi supplicò la ragazza, spingendomi la testa fra le sue cosce.

Non la feci attendere. Sopraffatta dall'eccitazione per le carezze di quel membro e pregustando l'attimo in cui sarebbe entrato dentro di me gonfiandomi di piacere, mi fiondai sui petali di quel fiore che pulsava davanti al mio viso e li succhiai avidamente, mentre con due dita varcai la sua soglia. Lei gridò in preda all'estasi, ancheggiando e muovendo il bacino sfregandosi sulla mia lingua e scorrendo sulle mie dita finché un urlo che riecheggiò in quella lussuriosa notte annunciò il suo orgasmo.
In quel momento lo sconosciuto mi penetrò e all'urlo della ragazza seguì il mio e poi un altro ancora mentre quel dardo mi riempiva con tutta la sua fiera passione.
La ragazza scivolò col viso fra le mie gambe e cominciò a baciarmi il clitoride. Credetti di non reggere a quel piacere così intenso. Ero sopraffatta dall'estasi più totale. Due persone sconosciute, un uomo e una donna, mi stavano facendo delirare. Non sapevo più dov'ero e cos'ero. Sentivo solo il piacere crescere, crescere, crescere inarrestabile e io gridavo perché volevo che continuassero a farmi godere sempre di più. Quando poi lo sconosciuto valicò con due dita anche il mio stretto e pulsante pertugio non riuscii più a trattenermi. Quando l'orgasmo arrivò mi sentii quasi svenire. Avevo raggiunto l'Olimpo e da lì non volli più scendere.

E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 12)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quando l'aereo decollò mi parve di lasciare a terra ogni laccio che mi legava alla vecchia Denise. Fu come se una zavorra si fosse staccata dalla mia anima, perché troppo pesante per volare insieme a me.
Fu infatti durante quel viaggio che avvenne la svolta, e la crisalide divenne farfalla.
Patrick si era trattenuto al bar dell'Hotel con i clienti, io salii in camera per prepararmi per la cena, ma quando varcai la soglia trovai ad attendermi sul letto un abito da sera lungo, senza spalline e con un profondo spacco che arrivava all'inguine.
Adagiato sulla seta c'era un biglietto:

Indossalo e raggiungimi al bar. Stasera ti porterò in un posto speciale.
Dobbiamo festeggiare.

Patrick

Carica d'eccitazione, non persi tempo e lo indossai. Quell'abito era favoloso: era elegante, ma lo spacco che si apriva lungo tutta la gamba lo rendeva anche paurosamente sexy. Dai piedi laccati di rosso e racchiusi in un paio di sfavillanti sandali tacco dodici, saliva lungo la caviglia sottile, sul polpaccio, il ginocchio e ancora più su sulla coscia fino ad approdare all'inguine nudo.
Sarebbe bastato un lieve movimento o un timido alito di vento per sollevare quel velo di seta e mostrare al mondo il mio peccaminoso frutto.
A quel pensiero un fremito mi solleticò fra le gambe. Mi eccitava pensare che chiunque potesse sbirciare là sotto e accendersi di desiderio. Volevo che ogni uomo o donna che mi passava accanto desiderasse far l'amore con me.
Non resistetti. Scivolai con la mano attraverso lo spacco e, gemendo, accarezzai la mia fessura, lentamente. Il dolce miele invadeva ogni anfratto. Avrei voluto godere con me stessa, ma volevo esplodere di desiderio per Patrick. La curiosità di sapere cos'avesse in serbo per me ebbe il sopravvento.
Colorai di rosso le labbra e uscii dalla stanza.
Nessuno rimaneva indifferente. Sentivo gli occhi di tutti addosso: quelli bramosi dei mariti e quelli scandalizzati delle mogli, quelli invidiosi e quelli desiderosi, e mi eccitavano da morire.
Lì non ero nessuno ed ero tutti al temo stesso. Non ero Denise coi suoi paletti e il suo autocontrollo, non ero la moglie di Eric e l'amante di Patrick, lì non c'era il mio passato e nemmeno il mio futuro.
Ero pura eleganza e seduzione. Ero l'incarnazione dei sogni proibiti di chiunque avesse la fortuna d'incontrarmi. Compreso Patrick.
Cominciò a far l'amore con me non appena entrai nel suo campo visivo.
I suoi occhi mi assaggiarono ardenti, accompagnando ogni mio passo finché lo raggiunsi. Saggiarono la mia pelle, si insinuarono sotto la seta immaginando il momento in cui sarebbe scivolata via dal mio corpo per poi avermi a suo piacimento.
Quando gli fui accanto si avvicinò finché la sua bocca mi sfiorò il collo raggiungendo il mio orecchio e sussurrò bramoso:
«Ti voglio!»
Era esattamente ciò che volevo sentirmi dire.
Poi, coperto dal suo corpo, sgattaiolò con la mano fra le mie cosce fino a raggiungere la mia fessura umida e nuda e la penetrò lì, davanti a tutti, nel bel mezzo di un affollato bar d'hotel nell'ora dell'aperitivo.
Faticai a trattenere un gemito e poi un altro ancora e ancora un altro mentre le sue dita mi facevano godere entrando e uscendo da me, sfiorando i miei meandri, giocando coi miei petali, carezzando il mio clitoride. Mi aggrappai a lui stringendolo a me in un abbraccio che voleva impedire al mio corpo di contrarsi negli spasmi del piacere, mentre le sue labbra si fiondarono sulle mie impedendomi di gridare.
Quando sfilò le sue dita, poco prima che arrivasse l'orgasmo, quasi lo odiai per quella brusca interruzione. Volevo andare fino in fondo, non m'importava che fossimo in un locale pubblico. Volevo godere, godere e basta. Ero talmente eccitata che se anche m'avesse spogliata in mezzo a tutti quegli sconosciuti non mi sarei opposta, anzi, avrei aperto liberamente le gambe lasciando che tutti assistessero al mio piacere.
Il furore, il desiderio, la passione che zampillavano dai miei occhi gli aprirono sul viso un sorriso soddisfatto. Mi voleva così: pazza d'eccitazione.
Con ancora il desiderio che mi pulsava fra le cosce e che mi mordeva il ventre, lo seguii all'esterno dove c'era un'auto che ci attendeva per portarci in un locale fuori città.
I vetri oscurati ci riparavano dagli sguardi indiscreti, compreso quello dell'autista. Il mio frutto reclamava attenzione, gridava tutto il suo desiderio. Scostai la seta scoprendo interamente le gambe e il ventre fin quasi all'ombelico, gli occhi di Patrick si accesero famelici e l'eccitazione si gonfiò fra le sue gambe. Allungai una mano sul suo voglioso rigonfiamento, mentre con l'altra, gemendo, raggiunsi il mio monte di Venere. Da lì discesi le calde vallate, risalii sui promontori, vezzeggiai le fessure, carezzai i pertugi finché Patrick liberò il suo membro dai pantaloni e spinse la mia testa fra le sue gambe affinché ingoiassi il suo piacere. Le sue dita afferrarono le mie grandi labbra, il mio frutto pulsava nella sua mano mentre lui lo spremeva, lo stringeva, lo manipolava e io gemevo in preda all'estasi mentre il suo dardo mi riempiva la bocca. Non sapevo se eravamo in centro città, in campagna, in mezzo al traffico a pochi centimetri dal resto del mondo oppure dispersi chissà dove, ma non m'importava. Però mi eccitava pensare che un timido vetro oscurato era l'unica cosa che ci divideva dall'altro uomo che occupava la vettura.
Quando l'auto si fermò non avevo nemmeno idea di quanto tempo fosse passato, ma mi parve di essere in un altro mondo e in un'altra epoca.
Il crepuscolo si era arreso e la notte aveva fagocitato tutto, anche le luci della città.
Davanti a noi si presentava in tutta la sua imponenza una splendida villa settecentesca, immersa in un parco illuminato solo da suggestive fiaccole e candele.
Quando varcammo la soglia ci accolse il profumo intenso di incensi e candele aromatizzati all'oppio. Drappi rossi e broccati ornavano divani e finestre, e musica di sottofondo si mescolava alle risate e alle voci dei presenti.
Quel posto mi pareva surreale.
Un barman shakerava gli ingredienti di un cocktail, mentre oltre il banco, proprio di fronte a lui, un uomo succhiava il seno di una donna. Fra la folla che chiacchierava come se niente fosse, donne senza veli si aggiravano leggiadre e disinvolte raccogliendo calici di champagne dai vassoi dei camerieri, così come baci e carezze dai partecipanti alla festa.
Era il regno della lussuria.
Una scalinata conduceva alle appartate camere del piano superiore, ma nessuno impediva di far l'amore lì davanti a tutti e con chiunque, senza freni e senza giudizi, o semplicemente di sedersi al ristorante della villa e consumare nudi il proprio pasto.
Mi affascinava vedere la libertà che aleggiava in quel posto, il desiderio e l'eccitazione che impregnavano l'aria e l'anima di tutti i presenti.
Non avrei mai immaginato di capitare in un luogo del genere e probabilmente in qualsiasi altro istante della mia vita sarei scappata via inorridita o comunque intimidita e satura di vergogna, ma non in quel momento.
Grazie a Patrick ero talmente eccitata e intrisa di desiderio che ovunque si posassero i miei occhi scorgevo qualcosa che amplificava la mia voglia. L'alcool poi fece il resto, spogliandomi non solo del mio vestito ma anche di qualsiasi remora.
Patrick mi condusse nel giardino sul retro dove fiaccole poggiate per terra seguivano il perimetro di una piscina. Fu per me un richiamo irresistibile.
Sciolsi la cerniera dell'abito, la seta scivolò sulla mia pelle e si accasciò a terra. L'aria fresca turbinò sui miei capezzoli inturgidendoli. Nuda, percorsi lentamente i gradini che scendevano nell'acqua e m'immersi in quel tepore sotto gli occhi di tutti. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, se sarei riuscita ad andare fino in fondo e lasciarmi andare con uno sconosciuto oppure no, ma l'idea di poterlo fare mi eccitava terribilmente. Era tutto così trasgressivo, peccaminoso e il fatto che la stragrande maggioranza della gente lo trovasse sbagliato rendeva il tutto ancora più eccitante. Ero travolta, irretita e lusingata dal dolce sapore del proibito.
Mi sentivo una specie di eletta che aveva la fortuna di sorseggiare il nettare più prelibato e gustoso direttamente dai seni della Vita. Mi sentivo una libera ninfa che aveva il privilegio di essere baciata dalla libertà più assoluta, di godere pienamente dei piaceri del sesso più sublime, quello senza limiti e senza rimpianti, quello goduto liberando l'istinto.
Patrick si accomodò in un salottino a bordo piscina e scrutò ogni mio movimento. Era certo che di lì a poco qualcosa sarebbe accaduto e non voleva perdersi la scena.
L'acqua sciabordava fra le mie cosce e carezzava le mie labbra libere. Un leggero vapore si sollevava sfumando i contorni e rendendo l'atmosfera ancor più incantata. Raggiunsi l'isola al centro della vasca e mi adagiai sul bagnasciuga artificiale.
Una splendida ragazza s'immerse nell'acqua. Pareva una sirena. Il suo corpo nudo e sinuoso si muoveva morbido e seducente. Le sue curve emergevano, brillando illuminate dalle lanterne, per poi sparire nuovamente sotto la superficie e ricomparire un po' più in là.
La guardai danzare nell'acqua finché emerse per raggiungermi.
Non ebbe bisogno di dire nulla, di chiedere nulla. Io non dissi nulla, ma il fuoco che mi si accese fra le gambe divampò anche nei miei occhi. Lei se ne accorse e lo fece suo.
Gattonò fra le mie gambe maliziosa e leggiadra come poco prima aveva fatto nell'acqua. Scivolò su di me come una boccata d'aria fresca. La sua pelle calda e morbida sfiorava la mia, i suoi capezzoli giocarono sul mio ventre salendo su fino a danzare coi miei finché le sue labbra schiusero le mie.
Era la prima volta che lo facevo con una donna. La prima volta che una donna mi sfiorava così, la prima volta che i capezzoli di una femmina carezzavano la mia pelle e la prima volta che baciavo una donna non per affetto, ma per sfrenata passione.
Sapeva di cloro e di gloss alla ciliegia. Erano così morbide quelle labbra, così carnose e delicate senza la dura barba di un uomo a graffiarmi la pelle. Quelle labbra invogliavano a morderle, a succhiarle e penetrarle con la lingua per danzare insieme alla sua.
Poi la sua bocca si staccò dalla mia per scivolare giù lungo il mio collo e ancora più giù sul mio seno.
Gemetti sentendo il tocco delicato della sua lingua e dei suoi baci che raccoglievano le goccioline che ancora giacevano sulla mia pelle, finché una scarica elettrica mi percorse tutto il corpo, fino ad arricciarmi i piedi, quando le sue dita si intrufolarono fra le mie cosce.
Lentamente discese le mie valli, sfiorando la fessura e spingendosi giù fino al perineo, poi tornò su ripercorrendo gli stessi meandri fino ad approdare al clitoride. Mi sentii scuotere da un tremito e un gemito intenso sgorgò dalla mia gola. Non ressi più il peso della schiena e della testa come se tutta me stessa fosse impegnata solo ed esclusivamente a godere per quelle dita che mi carezzavano là dove nessuna donna era mai stata.
Mi sdraiai a terra e allargai le gambe più che potei. Il mio frutto era lì pronto per essere divorato da quella donna sconosciuta.
La sua bocca scese sul mio ventre e baciò i miei fianchi mentre le sue mani massaggiavano le mie labbra e si tuffarono nei miei umori. Le sue dita penetrarono la mia fessura come un coltello nel burro. Urlai di piacere. La delicatezza di quelle mani era qualcosa che non avevo mai provato, era la manualità, l'esperienza e l'arte del piacere che solo una donna può avere.
Quando la sua lingua sostituì le sue dita credetti di scoppiare. Vedevo la sua chioma bionda fra le mie cosce, la sua bocca gustare la mia pelle, le sue natiche alte contro il cielo mostrando alla luna il peccaminoso frutto che custodivano.
Sapientemente baciò ogni anfratto, succhiò le mie labbra, la sua lingua s'intrufolò nella mia fessura raccogliendo i miei umori, vezzeggiandola, corteggiandola, finché le bastò avvicinarsi al clitoride per farmi esplodere di piacere.
Ma questo non bastò a fermare la sua lingua, perché sapeva che un orgasmo, per una donna, è solo l'inizio. È un antipasto, un aperitivo, è qualcosa che non sazia, ma anzi, scatena la fame.
Baciò l'interno delle mie cosce, l'inguine, risalì sul monte di Venere, sul mio ventre, il mio seno fino ad approdare nuovamente sulla mia bocca.
Il gloss e il cloro non c'erano più. Quelle scaltre labbra sapevano di me.
Liberai l'istinto e lasciai che fosse la curiosità a spingermi oltre il limite che fino a quel momento non avevo mai valicato.
Allungai una mano fra le sue gambe intrufolando le dita in quel sesso così uguale al mio eppure così diverso.
Era così morbida, umida e più le mie mani giocavano con le sue labbra e più i suoi gemiti si facevano intensi. Mi piaceva farla godere, mi eccitava far godere un'altra donna.
Volevo vederla da vicino, saggiarla, vedere il suo fiore schiudersi e sbocciare per me. Volevo che mi esplodesse in bocca.
Mi sollevai e ruzzolai sopra di lei, fra le sue gambe.
Affondai le mani nei suoi seni e succhiai i suoi capezzoli, li sentii turgidi e gonfi contro la mia lingua. Poi scivolai fra le sue cosce e ammirai il suo sesso. Le sue armoniose grandi labbra si aprirono per mostrarmi la delicatezza dei piccoli petali, il bocciolo, i pertugi, gli anfratti. C'era un mondo intero da esplorare e da ammirare, un universo che non attendeva altro che le mie dita e la mia bocca.
Guardavo quel fiore, lo accarezzavo ed era come se accarezzassi il mio. Più lo saggiavo e più l'eccitazione cresceva alimentata anche dai suoi gemiti e dai suoi movimenti.
Le mie dita disegnavano arabeschi di piacere fra quei meandri lussuriosi, alternavo tocchi decisi ad altri delicati esattamente come avrei voluto essere toccata io, poi allargai le grandi labbra portando alla ribalta il clitoride gonfio d'eccitazione e intrufolai la lingua nella sua fessura. Saggiai quel frutto prelibato in ogni sua parte, avida del suo piacere e del mio. Erano i suoi gemiti a guidare la mia lingua e a muovere le mie dita.
Con la coda dell'occhio vidi Patrick in piedi accanto al divanetto che prendeva da dietro una donna. I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e a ogni colpo il viso di lei si contorceva dal piacere. Conoscevo bene le potenzialità di quel membro, e insieme a quel fiore che sbocciava sulla mia bocca avrei voluto anche quel dardo dentro di me. Patrick teneva la donna per i fianchi, la colpiva con forza, con veemenza, mentre i suoi occhi erano tutti per me. Scopava quella donna guardando me fra le gambe di un'altra.
Più mi guardava e più il desiderio cresceva. Mi eccitava quella complicità fra di noi. Quell'assoluta libertà di godere fra di noi e con altri senza il timore di ferire nessuno, semplicemente liberi di dare sfogo ad ogni nostra voglia senza temere di essere giudicati.
Era solo ed esclusivamente sesso. L'assoluta libertà di concedersi al piacere più assoluto e di dare piacere.
Improvvisamente sentii premere fra le gambe. Un membro gonfio di voglia voleva entrare nella mia fessura e la carezzava strofinandosi sulla mia pelle dal clitoride al perineo, premendo fra i miei anfratti desiderosi di essere violati ancora una volta.
Mi voltai per vedere chi fosse, ma com'era logico non lo conoscevo. Un uomo si ergeva sopra di me col suo petto nudo e tonico mentre io ero china in avanti fra le gambe della mia giovane compagna di giochi.
Non avevo idea di chi fosse, ma stavo iniziando a conoscere il suo sesso e ciò che mi stava facendo mi piaceva da morire.
«Continua, ti prego» Mi supplicò la ragazza, spingendomi la testa fra le sue cosce.
Non la feci attendere. Sopraffatta dall'eccitazione per le carezze di quel membro e pregustando l'attimo in cui sarebbe entrato dentro di me gonfiandomi di piacere, mi fiondai sui petali di quel fiore che pulsava davanti al mio viso e li succhiai avidamente, mentre con due dita varcai la sua soglia. Lei gridò in preda all'estasi, ancheggiando e muovendo il bacino sfregandosi sulla mia lingua e scorrendo sulle mie dita finché un urlo che riecheggiò in quella lussuriosa notte annunciò il suo orgasmo.
In quel momento lo sconosciuto mi penetrò e all'urlo della ragazza seguì il mio e poi un altro ancora mentre quel dardo mi riempiva con tutta la sua fiera passione.

La ragazza scivolò col viso fra le mie gambe e cominciò a baciarmi il clitoride. Credetti di non reggere a quel piacere così intenso. Ero sopraffatta dall'estasi più totale. Due persone sconosciute, un uomo e una donna, mi stavano facendo delirare. Non sapevo più dov'ero e cos'ero. Sentivo solo il piacere crescere, crescere, crescere inarrestabile e io gridavo perché volevo che continuassero a farmi godere sempre di più. Quando poi lo sconosciuto valicò con due dita anche il mio stretto e pulsante pertugio non riuscii più a trattenermi. Quando l'orgasmo arrivò mi sentii quasi svenire. Avevo raggiunto l'Olimpo e da lì non volli più scendere.

È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 6)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall'altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.
Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s'illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.
"Cazzo!" Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.
Raggelai. Era tutto vero. Anch'io ero entrata a far parte della schiera delle mogli con l'amante.
Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.
Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.
Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.
Non male. Pensai.
Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.
Sotto non misi nulla.
Scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.
La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d'eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.
Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.
Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.
Basta sentirsi sexy, per esserlo.

"Wow - Esordì Mandy, sgranando gli occhi - Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?"

"Ma se la gonna mi arriva al ginocchio" Protestai scherzosamente.

"Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te della colazione che hanno nel piatto!"

Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.
Patrick non c'era ancora. Smaniosa continuavo a buttare gli occhi nel corridoio impaziente di vederlo, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi e cadenzati, ma niente.
Ora che non temevo più d'incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un'altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be' caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.
Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell'uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.
Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe finché si ritirò nel suo ufficio senza degnarmi di uno sguardo.
Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.
Ancheggiando lentamente, dall'alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.
Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.
Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino che lo sentii chiamarmi:

"Denise potresti venire nel mio ufficio?"

Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.

"Hai bisogno di me?" Mormorai entrando.

Non c'era più la Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell'ufficio c'era solo la lussuriosa Denise.

"Non sai quanto - Rantolò - Chiudi la porta"

Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.
Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.
Lasciai che mi scrutasse, che m'immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.
Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.
Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendo i miei capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.
Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.
Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l'impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.
Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.
Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.
Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l'altra  mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti desiderosa di dargli tutto. Tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.
La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell'estasi più totale.
Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.
Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.
Si era ripreso il comando.
Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi ci fece sedere sopra e poggiare le gambe sui braccioli.

"Toccati per me" Disse, accomodandosi sul divano.

Voleva che mi masturbassi davanti a lui. Lo accontentai.
Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l'altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d'eccitazione.
Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.
Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.
Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.
I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.
Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.
Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.
Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.
Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.
Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell'estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.
Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m'impediva di godere liberamente.
Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.
Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.
Lo vidi raccogliere anche l'altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.
Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l'orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all'estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l'eternità.
Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.
Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.

"Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele"

"Ma non tornerai prima di stasera!" Protestai.

"Lo so - Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi - E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi".

È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 6)

Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall'altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.
Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s'illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.
«Cazzo!» Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.
Raggelai. Era tutto vero. Anch'io ero entrata a far parte della schiera delle mogli fedifraghe.
Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.
Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.
Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.
Non male. Pensai.
Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.
Sotto non misi nulla.
A completare il look misi sulle labbra un rossetto scarlatto come le scarpe e scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.
La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d'eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.
Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.
Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.
Basta sentirsi sexy, per esserlo.
«Wow! - Esordì Mandy, sgranando gli occhi - Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?»
«Ma se la gonna mi arriva al ginocchio!» Protestai scherzosamente.
«Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te che la colazione che hanno nel piatto!»
«C’è forse qualcosa che dovrei sapere?» Chiese annusando aria di piccanti novità.
«No! Figurati!» Mi affrettai a rispondere, forse con troppa enfasi.
«Di solito quando una donna cambia look, c'è lo zampino di un uomo o meglio... del giocattolo che hanno nei pantaloni» Precisò maliziosa.
L’imbarazzo mi esplose sulle guance. Dovevo trovare una scusa per fuggire via prima che le sue domande mi cogliessero in fallo. Fallo, fallo… al solo pensare al significato più peccaminoso di quella parola mi sentii avvampare d’eccitazione.
«Ma che dici?! – Dissimulai, fingendomi quasi scandalizzata per quelle tendenziose parole – Scusa, ma non ho tempo per le tue fesserie, ora devo scappare»
«Ancora lavoro urgente?» Domandò preoccupata.
«Già» Risposi, attingendo alle mie scarse doti d’attrice per mostrarmi il più desolata e rancorosa possibile.
«Accidenti, quel tuo capo è un gran figo, ma anche un bello stronzo!» Sbottò.
Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.
Patrick non c'era ancora. Smaniosa e impaziente di vederlo, continuavo a buttare gli occhi nel corridoio, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi, cadenzati e inconfondibili, ma niente.
Ora che non temevo più d'incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un'altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be' caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.
Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, e picchiando le dita sulla tastiera, accanendomi su quei tasti come se fossero loro la causa della mia collera, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell'uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.
Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe, finché si ritirò nel suo ufficio senza nemmeno guardarmi.
Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.
Ancheggiando lentamente, dall'alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.
Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.
Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino, che lo sentii chiamarmi:
«Denise, potresti venire nel mio ufficio?»
Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.
«Hai bisogno di me?» Mormorai entrando.
Non c'era più traccia della Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell'ufficio c'era solo la lussuriosa Denise.
«Non sai quanto! – Rantolò bramoso – Chiudi la porta.»
Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.
Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.
Lasciai che mi scrutasse, che m'immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.
Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.
Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendomi i capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.
Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.
Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l'impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.
Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.
Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.
Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l'altra mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti, desiderosa di dargli tutto: tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.
La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell'estasi più totale.
Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.
Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.
Si era ripreso il comando.
Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi fece sedere lì sopra e poggiare le gambe sui braccioli.
«Toccati per me.» Disse, accomodandosi sul divano.
Lo accontentai.
Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l'altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d'eccitazione.
Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.
Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.
Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.
I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.
Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.
Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.
Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.
Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.
Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell'estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.
Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m'impediva di godere liberamente.
Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.
Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.
Lo vidi raccogliere anche l'altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.
Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l'orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all'estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l'eternità.
Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.
Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.
«Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele.»
«Ma non tornerai prima di stasera!» Protestai.
«Lo so. - Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi - E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi».
... Continua ...