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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 11)





Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"
"Denise, potresti venire nel mio ufficio?"

La voce affettata di Eric mi rivelò che non era solo. Era l'ostentata imparzialità che usava quando voleva allontanare ogni sospetto di favoritismi nei miei confronti e che spolverava quando era in compagnia di qualche pezzo grosso.

"Vengo subito" Risposi.

Nemmeno io volevo dare l'impressione di essere raccomandata. Per quanti incarichi prestigiosi Eric avesse cercato di propormi, io li avevo sempre rifiutati.
Oltretutto mi piaceva il mio lavoro, adoravo la compagnia di Hanna, e l'ambizione di far carriera non faceva decisamente parte del mio DNA.
Mi sistemai la gonna e, accompagnata del ticchettio dei mie tacchi, raggiunsi l'ascensore che mi avrebbe portato due piani più su.
Mi accolse Susan, la bionda assistente di Eric, strizzata in un tubino bordeaux che gridava "ho una gran voglia di scoparmi tuo marito".
Tutto in lei trasudava lussuria e promesse di piacere. Era la personificazione della seduzione.
Non mi era chiaro se era attirata dai soldi e dalla posizione di mio marito o semplicemente per puro spirito di conquista, ma di sicuro non era per amore. Era puro calcolo, spietata convenienza, i sentimenti erano decisamente banditi dai suoi piani, soppiantati da desideri ben più veniali. Glielo si leggeva chiaro e tondo negli occhi. Mi chiesi se Eric lo avesse capito oppure se il socio che teneva nei pantaloni avesse preso il sopravvento.
Mi salì un'avversione viscerale verso quella donna dagli occhi impertinenti, un astio reciproco che scatenò una guerra di sguardi. Eravamo due cagne rabbiose in lotta per lo stesso osso.
Col sorriso più finto che avessi mai visto mi informò che potevo entrare nell'ufficio di Eric.
Non le rivolsi nemmeno una mezza parola. Mi limitai a fulminarla con lo sguardo.
Certo che potevo entrare! Non avevo mica bisogno del suo permesso, quello era l'ufficio di MIO marito!
Con il sangue ancora in fermento varcai la soglia. Lì ad attendermi, oltre a mio marito, c'era Patrick.
Non mi aspettavo di vederlo lì, credevo fosse ancora in viaggio per lavoro. Alla collera si sostituì il panico.
Eravamo tutti e tre nella stessa stanza e non avevo idea del perché.
Eric aveva scoperto tutto? Patrick gli aveva detto di noi?
Io schizzavo lo sguardo ora a uno ora all'altro cercando di leggere la situazione, ma entrambi mi parevano enigmatici.
Eric era seduto dietro la sua scrivania con lo sguardo severo di chi sta per usare la sua autorità, mentre Patrick se ne stava stravaccato sul divano, con una caviglia appollaiata sul ginocchio, e con la solita strafottente aria di sfida stampigliata sul viso.
L'imbarazzo che mi immobilizzava non lo sfiorava nemmeno. Lui era abituato a trovarsi faccia a faccia coi mariti delle sue conquiste, io, invece, non avevo idea di come comportarmi. Mi sforzai di essere il più disinvolta e normale possibile, ma qual era la mia normalità? Ormai non lo sapevo più. Avevo perso qualsiasi riferimento, ogni appiglio era stato spazzato via da Patrick e dalla sua dirompenza. Era come se quella stanza fosse piena di lui, satura del suo carisma così in contrasto con la calma di Eric.
Volevo compiacere Patrick senza insospettire Eric. Non potevo permettere che finisse tutto così. Avevo bisogno di Patrick, ma anche di Eric.
In quel perverso intreccio di ruoli Patrick mi serviva per oltrepassare i miei limiti. Era Caronte che mi traghettava negli inferi della mia anima, alla ricerca delle mie voglie più profonde e delle mie più recondite perversioni. Patrick mi guidava, senza giudicarmi, alla scoperta di me stessa.
Eric era l'ancora, il faro, il porto sicuro a cui approdare ogni volta in cui ciò che scoprivo di me mi spaventava e mi disorientava.

"Denise, - Esordì Eric - come sai Betty dovrà assentarsi qualche mese in maternità - Ricominciai a respirare. Non ero lì perché aveva scoperto la nostra tresca - e tu sei perfetta per sostituirla"

Sgranai gli occhi incredula.

"Vuoi che diventi l'assistente di Patrick?"

Mio marito mi stava letteralmente gettando fra le braccia del mio amante.
In qualità di sua assistente non solo avrei avuto l'ufficio accanto al suo, ma avrei dovuto seguirlo anche nelle trasferte, avremmo trascorso le notti negli alberghi di tutto il mondo, avremmo viaggiato in luoghi lontani dove nessuno sapeva di noi, avremmo potuto fingere di essere una coppia a tutti gli effetti e non solo amanti clandestini. In pratica nessuno, vedendoci insieme, avrebbe potuto sospettare nulla.
Incrociai lo sguardo ardente di Patrick. Era carico di promesse di piacere che spiattellava lì, davanti a mio marito e faticava a contenere un sorriso vittorioso.
Era l'alibi perfetto che il mio amante aveva architettato per stare con me.

"Sì, se a te va bene. Voi due siete in ottima sintonia - Caro Eric non immagini quanto. Pensai - e la relazione che sei riuscita a preparare in poche ore ci ha permesso di chiudere un affare che ci farà guadagnare milioni di dollari. - La relazione, quella famosa relazione che avrei dovuto preparare la mattina in cui tutto ebbe inizio e che invece mi ritrovai, già fatta, nel cassetto della scrivania. - Sono certo che voi due insieme farete grandi cose. Allora, che ne pensi?"

Mi sentii elettrizzata, galvanizzata dalla prospettiva di poter gestire tranquillamente la mia doppia vita e ipereccitata pensando a tutte le occasioni che avremmo avuto per assecondare ogni nostra voglia.
Mi lusingava che Patrick mi volesse sempre con sé, che si insinuasse dietro le quinte della mia vita e ne muovesse i fili per dare ossigeno alla nostra storia. Era qualcosa che andava oltre la semplice scappatella, oltre il desiderio di conquista, oltre la scopata occasionale rubata in uno sgabuzzino buio. Patrick mi voleva nella sua vita, mi voleva nel suo letto, aveva fame del mio corpo. Mi sentivo bramata, avvolta da lui, guidata, trascinata e assorbita dalla sua lussuriosa intraprendenza.
Mi alzavo ogni mattina con la certezza che Patrick avesse tramato qualcosa e con la curiosità di sapere cosa avesse organizzato, cosa mi avesse riservato, dove lo avremmo fatto e come. Lui non mi corteggiava con le rose, le parole dolci, o i complimenti. Lui mi conquistava con l'impegno che metteva a raggranellare attimi con me.
Mi sentivo irresistibile, bramata, adulata, in bilico fra due fuochi pronti a divampare per avvolgermi nelle loro fiamme.
Sorprendendo mio marito, già pronto a dar fondo a tutte le sue capacità di convincermi, accettai l'incarico.

"Bene - Esclamò Patrick alzandosi - Vado a preparare la valigia, ed è meglio che lo faccia anche tu. Domani si parte per Roma" E se ne andò lasciandomi sola con mio marito.

Eric mi guardava con aria mortificata. Ciò che lui sapeva era che non amavo i cambiamenti repentini, e quello faceva decisamente parte delle cose che fino a qualche giorno prima mi avrebbero mandata su tutte le furie, ma questo faceva parte della vecchia Denise.
Una voglia improvvisa mi accese sul viso un sorriso malizioso. L'assecondai.
Lentamente raggiunsi Eric dietro la scrivania, mi sedetti sulle sue ginocchia e appoggiai le braccia sulle sue spalle. Lui mi accolse stringendomi a sé affondando le mani nei miei glutei.

"Non  è che vuoi spedirmi via con Patrick per avere più tempo con la tua bionda assistente, vero?"

Davvero ipocrita come domanda, visto che io avevo accettato l'incarico proprio per spassarmela col mio amante, ma il tono della mia voce era tutt'altro che accusatorio, anzi, era un invito a far l'amore con me, lì, in quello stesso istante.

"Assolutamente no" Rantolò Eric, già schiavo del suo desiderio.

Gli presi una mano e la portai fra le mie cosce dove ad attenderlo c'era il mio sesso nudo e intriso di miele. Il suo viso fiammeggiò di voglia e l'eccitazione si gonfiò fra le sue gambe.
Allungò la mano libera sulla scrivania e pigiò il tasto dell'interfono contattando la sua assistente:

"Susan, non ci sono per nessuno"

Le disse solamente.

"Ma ..." Lei tentò di parlare, ma Eric aveva già chiuso la conversazione e si era già scagliato sulla mia bocca.
La sua lingua s'intrufolò fra le mie labbra e si aggrovigliò alla mia, mentre le sue dita attraversarono le mie valli, stuzzicarono i promontori, scivolarono fra i miei petali lussuriosi e varcarono la soglia del più sublime piacere.
Gemetti sopraffatta e mi sfilai l'abito che ancora mi copriva. Restai nuda, vestita solo di lussuriosa passione.
Eric afferrò i miei seni, li strizzò fra le sue mani e succhiò i capezzoli incendiandomi di desiderio.
Slacciai la cintura e sbottonai i suoi pantaloni. Il suo membro gonfio di voglia guizzò fuori pronto per farsi valere.
Lo presi fra le mani e me lo strofinai addosso, premendolo contro il pube. Il mio monte di venere coccolò quel dardo, lo massaggiò, lo irretì. Le mie ali lo avvolsero in un peccaminoso abbracciò finché lo accompagnarono nell'unico posto dove doveva stare: dentro di me.
Mi ci sedetti sopra, trafiggendomi e riempendomi il ventre con tutta la forza, la potenza e il vigore che animavano il membro di Eric. Quel serpente era vivo dentro di me e io ancheggiavo, strofinando il bacino contro il suo, il suo vello morbido stuzzicava la mia pelle e io ansimavo, gemevo, senza fermare le mie grida di piacere. Volevo che attraversassero quelle pareti e che si schiantassero sulla bionda assistente di Eric, volevo che l'invidia le rodesse il fegato, e più pensavo a lei e più l'eccitazione mi mordeva il ventre.
I miei movimenti divennero più frenetici e famelici. Scivolavo su quell'asta, su e giù, su e giù, mentre le mani di Eric premevano sul clitoride amplificando il mio piacere.
Poi Eric, senza sfilare la sua verga, mi prese in braccio e mi adagiò sulla scrivania. Il legno duro premeva contro la mia schiena, ma non m'importava. Appoggiò le mie gambe sulle sue spalle, afferrò le mie cosce e cominciò a trafiggermi con la sua asta con colpi secchi e prepotenti.
Il suo bacino si schiantava sulle mie natiche, ogni spinta produceva uno schiocco, sentivo il suo dardo farsi strada dentro di me, spingersi ovunque, espandendo il mio piacere fin dentro l'utero, le ovaie e raggiungendo qualsiasi punto erogeno avessi nel corpo. Ero io stessa un unico gigantesco punto erogeno, e a ogni colpo schizzavo sempre più su oltre la Terra, oltre il cielo, oltre tutto, finché con un grido esplosi. Ero una stella fra le stelle.

Quando uscii da quell'ufficio, Eric mi teneva ancora fra le braccia. Incurante dei presenti mi baciò sulle labbra e mi lasciò andare a malincuore.
Prima di sparire lanciai uno sguardo verso Susan: era verde di rabbia.









E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 11)





Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"
«Denise, potresti venire nel mio ufficio?»
La voce affettata di Eric mi rivelò che non era solo. Era l'ostentata imparzialità che usava quando voleva allontanare ogni sospetto di favoritismi nei miei confronti e che spolverava quando era in compagnia di qualche pezzo grosso.
«Vengo subito» Risposi.
Nemmeno io volevo dare l'impressione di essere raccomandata. Per quanti incarichi prestigiosi Eric avesse cercato di propormi, io li avevo sempre rifiutati.
Oltretutto mi piaceva il mio lavoro, adoravo la compagnia di Hanna, e l'ambizione di far carriera non faceva decisamente parte del mio DNA.
Mi sistemai la gonna e, accompagnata del ticchettio dei miei tacchi, raggiunsi l'ascensore che mi avrebbe portato due piani più su.
Mi accolse Susan, la bionda assistente di Eric, strizzata in un tubino bordeaux che gridava "ho una gran voglia di scoparmi tuo marito".
Tutto in lei trasudava lussuria e promesse di piacere. Era la personificazione della seduzione.
Non mi era chiaro se era attirata dai soldi e dalla posizione di mio marito o semplicemente per puro spirito di conquista, ma di sicuro non era per amore. Era puro calcolo, spietata convenienza, i sentimenti erano decisamente banditi dai suoi piani, soppiantati da desideri ben più veniali. Glielo si leggeva chiaro e tondo negli occhi. Mi chiesi se Eric lo avesse capito oppure se il socio che teneva nei pantaloni avesse preso il sopravvento.
Mi salì un'avversione viscerale verso quella donna dagli occhi impertinenti, un astio reciproco che scatenò una guerra di sguardi. Eravamo due cagne rabbiose in lotta per lo stesso osso.
Col sorriso più finto che avessi mai visto mi informò che potevo entrare nell'ufficio di Eric.
Non le rivolsi nemmeno una mezza parola. Mi limitai a fulminarla con lo sguardo.
Certo che potevo entrare! Non avevo mica bisogno del suo permesso, quello era l'ufficio di MIO marito!
Con il sangue ancora in fermento varcai la soglia. Lì ad attendermi, oltre a mio marito, c'era Patrick.
Non mi aspettavo di vederlo lì, credevo fosse ancora in viaggio per lavoro. Alla collera si sostituì il panico.
Eravamo tutti e tre nella stessa stanza e non avevo idea del perché.
Eric aveva scoperto tutto? Patrick gli aveva detto di noi?
Io schizzavo lo sguardo ora a uno ora all'altro cercando di leggere la situazione, ma entrambi mi parevano enigmatici.
Eric era seduto dietro la sua scrivania con lo sguardo severo di chi sta per usare la sua autorità, mentre Patrick se ne stava stravaccato sul divano, con una caviglia appollaiata sul ginocchio, e con la solita strafottente aria di sfida stampigliata sul viso.
L'imbarazzo che mi immobilizzava non lo sfiorava nemmeno. Lui era abituato a trovarsi faccia a faccia coi mariti delle sue conquiste, io, invece, non avevo idea di come comportarmi. Mi sforzai di essere il più disinvolta e normale possibile, ma qual era la mia normalità? Ormai non lo sapevo più. Avevo perso qualsiasi riferimento, ogni appiglio era stato spazzato via da Patrick e dalla sua dirompenza. Era come se quella stanza fosse piena di lui, satura del suo carisma così in contrasto con la calma di Eric.
Volevo compiacere Patrick senza insospettire Eric. Non potevo permettere che finisse tutto così. Avevo bisogno di Patrick, ma anche di Eric.
In quel perverso intreccio di ruoli, Patrick mi serviva per oltrepassare i miei limiti. Era Caronte che mi traghettava negli inferi della mia anima, alla ricerca delle mie voglie più profonde e delle mie più recondite perversioni. Patrick mi guidava, senza giudicarmi, alla scoperta di me stessa.
Eric era l'ancora, il faro, il porto sicuro a cui approdare ogni volta in cui ciò che scoprivo di me mi spaventava e mi disorientava.
«Denise, - Esordì Eric - come sai Betty dovrà assentarsi qualche mese in maternità - Ricominciai a respirare. Non ero lì perché aveva scoperto la nostra tresca - e tu sei perfetta per sostituirla.»
Sgranai gli occhi incredula.
«Vuoi che diventi l'assistente di Patrick?»
Mio marito mi stava letteralmente gettando fra le braccia del mio amante.
In qualità di sua assistente non solo avrei avuto l'ufficio accanto al suo, ma avrei dovuto seguirlo anche nelle trasferte, avremmo trascorso le notti negli alberghi di tutto il mondo, avremmo viaggiato in luoghi lontani dove nessuno sapeva di noi, avremmo potuto fingere di essere una coppia a tutti gli effetti e non solo amanti clandestini. In pratica nessuno, vedendoci insieme, avrebbe potuto sospettare nulla.
Incrociai lo sguardo ardente di Patrick. Era carico di promesse di piacere che spiattellava lì, davanti a mio marito e faticava a contenere un sorriso vittorioso.
Era l'alibi perfetto che il mio amante aveva architettato per stare con me.
«Sì, se a te va bene. Voi due siete in ottima sintonia - Caro Eric non immagini quanto. Pensai - e la relazione che sei riuscita a preparare in poche ore ci ha permesso di chiudere un affare che ci farà guadagnare milioni di dollari. - La relazione, quella famosa relazione che avrei dovuto preparare la mattina in cui tutto ebbe inizio e che invece mi ritrovai, già fatta, nel cassetto della scrivania. - Sono certo che voi due insieme farete grandi cose. Allora, che ne pensi?»
Mi sentii elettrizzata, galvanizzata dalla prospettiva di poter gestire tranquillamente la mia doppia vita e ipereccitata pensando a tutte le occasioni che avremmo avuto per assecondare ogni nostra voglia.
Mi lusingava che Patrick mi volesse sempre con sé, che si insinuasse dietro le quinte della mia vita e ne muovesse i fili per dare ossigeno alla nostra storia. Era qualcosa che andava oltre la semplice scappatella, oltre il desiderio di conquista, oltre la scopata occasionale rubata in uno sgabuzzino buio. Patrick mi voleva nella sua vita, mi voleva nel suo letto, aveva fame del mio corpo. Mi sentivo bramata, avvolta da lui, guidata, trascinata e assorbita dalla sua lussuriosa intraprendenza.
Mi alzavo ogni mattina con la certezza che Patrick avesse tramato qualcosa e con la curiosità di sapere cosa avesse organizzato, cosa mi avesse riservato, dove lo avremmo fatto e come. Lui non mi corteggiava con le rose, le parole dolci o i complimenti. Lui mi conquistava con l'impegno che metteva a raggranellare attimi con me.
Mi sentivo irresistibile, bramata, adulata, in bilico fra due fuochi pronti a divampare per avvolgermi nelle loro fiamme.
Sorprendendo mio marito, già pronto a dar fondo a tutte le sue capacità di convincermi, accettai l'incarico.
«Bene! - Esclamò Patrick alzandosi - Vado a preparare la valigia, ed è meglio che lo faccia anche tu. Domani si parte per Roma» E se ne andò, lasciandomi sola con mio marito.
Eric mi guardava con aria mortificata. Ciò che lui sapeva era che non amavo i cambiamenti repentini, e quello faceva decisamente parte delle cose che fino a qualche giorno prima mi avrebbero mandata su tutte le furie, ma questo faceva parte della vecchia Denise.
Una voglia improvvisa mi accese sul viso un malizioso sorriso. L'assecondai.
Lentamente raggiunsi Eric dietro la scrivania, mi sedetti sulle sue ginocchia e appoggiai le braccia sulle sue spalle. Lui mi accolse stringendomi a sé affondando le mani nei miei glutei.
«Non è che vuoi spedirmi via con Patrick per avere più tempo con la tua bionda assistente, vero?»
Davvero ipocrita come domanda, visto che io avevo accettato l'incarico proprio per spassarmela col mio amante, ma il tono della mia voce era tutt'altro che accusatorio, anzi, era un invito a far l'amore con me, lì, in quello stesso istante.
«Assolutamente no!» Rantolò Eric, già schiavo del suo desiderio.
Gli presi una mano e la portai fra le mie cosce dove ad attenderlo c'era il mio sesso nudo e intriso di miele. Il suo viso fiammeggiò di voglia e l'eccitazione si gonfiò fra le sue gambe.
Allungò la mano libera sulla scrivania e pigiò il tasto dell'interfono contattando la sua assistente:
«Susan, non ci sono per nessuno.»
Le disse solamente.
«Ma...» Lei tentò di parlare, ma Eric aveva già chiuso la conversazione e si era già scagliato sulla mia bocca.
La sua lingua s'intrufolò fra le mie labbra e si aggrovigliò alla mia, mentre le sue dita attraversarono le mie valli, stuzzicarono i promontori, scivolarono fra i miei petali lussuriosi e varcarono la soglia del più sublime piacere.
Gemetti sopraffatta e mi sfilai l'abito che ancora mi copriva. Restai nuda, vestita solo di lussuriosa passione.
Eric afferrò i miei seni, li strizzò fra le sue mani e succhiò i capezzoli incendiandomi di desiderio.
Slacciai la cintura e sbottonai i suoi pantaloni. Il suo membro gonfio di voglia guizzò fuori pronto per farsi valere.
Lo presi fra le mani e me lo strofinai addosso, premendolo contro il pube. Il mio monte di venere coccolò quel dardo, lo massaggiò, lo irretì. Le mie ali lo avvolsero in un peccaminoso abbracciò finché lo accompagnarono nell'unico posto dove doveva stare: dentro di me.
Mi ci sedetti sopra, trafiggendomi e riempendomi il ventre con tutta la forza, la potenza e il vigore che animavano il membro di Eric. Quel serpente era vivo dentro di me e io ancheggiavo, strofinando il bacino contro il suo, il suo vello morbido stuzzicava la mia pelle e io ansimavo, gemevo, senza fermare le mie grida di piacere. Volevo che attraversassero quelle pareti e che si schiantassero sulla bionda assistente di Eric, volevo che l'invidia le rodesse il fegato, e più pensavo a lei e più l'eccitazione mi mordeva il ventre.
I miei movimenti divennero più frenetici e famelici. Scivolavo su quell'asta, su e giù, su e giù, mentre le mani di Eric premevano sul clitoride amplificando il mio piacere.
Poi Eric, senza sfilare la sua verga, mi prese in braccio e mi adagiò sulla scrivania. Il legno duro premeva contro la mia schiena, ma non m'importava. Appoggiò le mie gambe sulle sue spalle, afferrò le mie cosce e cominciò a trafiggermi con la sua asta con colpi secchi e prepotenti.
Il suo bacino si schiantava sulle mie natiche, ogni spinta produceva uno schiocco, sentivo il suo dardo farsi strada dentro di me, spingersi ovunque, espandendo il mio piacere fin dentro l'utero, le ovaie e raggiungendo qualsiasi punto erogeno avessi nel corpo. Ero io stessa un unico gigantesco punto erogeno, e a ogni colpo schizzavo sempre più su oltre la Terra, oltre il cielo, oltre tutto, finché con un grido esplosi. Ero una stella fra le stelle.

Quando uscii da quell'ufficio, Eric mi teneva ancora fra le braccia. Incurante dei presenti mi baciò sulle labbra e mi lasciò andare a malincuore.

Prima di sparire lanciai uno sguardo verso Susan: era verde di rabbia.









È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 6)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall'altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.
Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s'illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.
"Cazzo!" Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.
Raggelai. Era tutto vero. Anch'io ero entrata a far parte della schiera delle mogli con l'amante.
Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.
Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.
Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.
Non male. Pensai.
Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.
Sotto non misi nulla.
Scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.
La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d'eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.
Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.
Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.
Basta sentirsi sexy, per esserlo.

"Wow - Esordì Mandy, sgranando gli occhi - Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?"

"Ma se la gonna mi arriva al ginocchio" Protestai scherzosamente.

"Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te della colazione che hanno nel piatto!"

Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.
Patrick non c'era ancora. Smaniosa continuavo a buttare gli occhi nel corridoio impaziente di vederlo, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi e cadenzati, ma niente.
Ora che non temevo più d'incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un'altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be' caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.
Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell'uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.
Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe finché si ritirò nel suo ufficio senza degnarmi di uno sguardo.
Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.
Ancheggiando lentamente, dall'alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.
Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.
Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino che lo sentii chiamarmi:

"Denise potresti venire nel mio ufficio?"

Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.

"Hai bisogno di me?" Mormorai entrando.

Non c'era più la Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell'ufficio c'era solo la lussuriosa Denise.

"Non sai quanto - Rantolò - Chiudi la porta"

Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.
Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.
Lasciai che mi scrutasse, che m'immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.
Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.
Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendo i miei capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.
Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.
Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l'impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.
Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.
Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.
Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l'altra  mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti desiderosa di dargli tutto. Tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.
La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell'estasi più totale.
Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.
Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.
Si era ripreso il comando.
Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi ci fece sedere sopra e poggiare le gambe sui braccioli.

"Toccati per me" Disse, accomodandosi sul divano.

Voleva che mi masturbassi davanti a lui. Lo accontentai.
Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l'altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d'eccitazione.
Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.
Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.
Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.
I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.
Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.
Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.
Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.
Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.
Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell'estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.
Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m'impediva di godere liberamente.
Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.
Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.
Lo vidi raccogliere anche l'altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.
Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l'orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all'estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l'eternità.
Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.
Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.

"Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele"

"Ma non tornerai prima di stasera!" Protestai.

"Lo so - Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi - E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi".

È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 6)

Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall'altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.
Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s'illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.
«Cazzo!» Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.
Raggelai. Era tutto vero. Anch'io ero entrata a far parte della schiera delle mogli fedifraghe.
Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.
Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.
Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.
Non male. Pensai.
Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.
Sotto non misi nulla.
A completare il look misi sulle labbra un rossetto scarlatto come le scarpe e scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.
La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d'eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.
Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.
Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.
Basta sentirsi sexy, per esserlo.
«Wow! - Esordì Mandy, sgranando gli occhi - Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?»
«Ma se la gonna mi arriva al ginocchio!» Protestai scherzosamente.
«Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te che la colazione che hanno nel piatto!»
«C’è forse qualcosa che dovrei sapere?» Chiese annusando aria di piccanti novità.
«No! Figurati!» Mi affrettai a rispondere, forse con troppa enfasi.
«Di solito quando una donna cambia look, c'è lo zampino di un uomo o meglio... del giocattolo che hanno nei pantaloni» Precisò maliziosa.
L’imbarazzo mi esplose sulle guance. Dovevo trovare una scusa per fuggire via prima che le sue domande mi cogliessero in fallo. Fallo, fallo… al solo pensare al significato più peccaminoso di quella parola mi sentii avvampare d’eccitazione.
«Ma che dici?! – Dissimulai, fingendomi quasi scandalizzata per quelle tendenziose parole – Scusa, ma non ho tempo per le tue fesserie, ora devo scappare»
«Ancora lavoro urgente?» Domandò preoccupata.
«Già» Risposi, attingendo alle mie scarse doti d’attrice per mostrarmi il più desolata e rancorosa possibile.
«Accidenti, quel tuo capo è un gran figo, ma anche un bello stronzo!» Sbottò.
Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.
Patrick non c'era ancora. Smaniosa e impaziente di vederlo, continuavo a buttare gli occhi nel corridoio, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi, cadenzati e inconfondibili, ma niente.
Ora che non temevo più d'incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un'altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be' caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.
Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, e picchiando le dita sulla tastiera, accanendomi su quei tasti come se fossero loro la causa della mia collera, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell'uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.
Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe, finché si ritirò nel suo ufficio senza nemmeno guardarmi.
Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.
Ancheggiando lentamente, dall'alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.
Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.
Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino, che lo sentii chiamarmi:
«Denise, potresti venire nel mio ufficio?»
Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.
«Hai bisogno di me?» Mormorai entrando.
Non c'era più traccia della Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell'ufficio c'era solo la lussuriosa Denise.
«Non sai quanto! – Rantolò bramoso – Chiudi la porta.»
Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.
Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.
Lasciai che mi scrutasse, che m'immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.
Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.
Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendomi i capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.
Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.
Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l'impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.
Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.
Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.
Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l'altra mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti, desiderosa di dargli tutto: tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.
La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell'estasi più totale.
Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.
Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.
Si era ripreso il comando.
Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi fece sedere lì sopra e poggiare le gambe sui braccioli.
«Toccati per me.» Disse, accomodandosi sul divano.
Lo accontentai.
Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l'altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d'eccitazione.
Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.
Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.
Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.
I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.
Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.
Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.
Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.
Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.
Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell'estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.
Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m'impediva di godere liberamente.
Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.
Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.
Lo vidi raccogliere anche l'altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.
Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l'orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all'estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l'eternità.
Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.
Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.
«Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele.»
«Ma non tornerai prima di stasera!» Protestai.
«Lo so. - Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi - E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi».
... Continua ...




È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 1)

Questo è il primo capitolo di una storia che è nata fra le pagine di questo blog. Doveva essere un racconto a puntate e invece, parola dopo parola, si è trasformato in un vero e proprio romanzo erotico che ha riscosso l'approvazione della casa editrice Eroscultura.com che, con mia grande gioia, lo ha pubblicato! Potete trovare il romanzo su amazon.it, nelle librerie online e sul sito dell'editore.Su questo blog, però troverete qualche... assaggio.

Se volete scoprire come andrà a finire, non vi resta che seguirmi ... Buona lettura ...


È solo sesso - Capitolo 1


Salii le scale nel silenzio di una mattina qualunque. L'ufficio era deserto, si sentiva solo il suono dei miei tacchi riecheggiare lungo i corridoi. Ero sola, gli altri sarebbero arrivati tra un'ora, ma avevo del lavoro da terminare prima della riunione delle dieci. Di nuovo.
Da qualche tempo, infatti, pareva che il nuovo capo si divertisse, con sadica insistenza, a sobbarcarmi di lavoro. Usava la scusa delle mie fantomatiche competenze e capacità, ma secondo me era solo una ripicca perché con masochistica ostinazione continuavo a respingere le sue avances, cosa alla quale non era per niente abituato, e cosa per niente semplice, da parte mia, visto il suo carisma, il suo destabilizzante fare, autoritario e adulatorio al tempo stesso, e visto il suo corpo sexy da paura.
Paura, di non essere abbastanza forte per riuscire a resistergli. Paura di rimanere intrappolata nella sua orbita di promesse di incontenibile piacere che mi attraeva come una mosca col miele.
Mi affacciai sul pianerottolo. Il suo ufficio era vuoto, la luce era spenta. Lui non c'era. Probabilmente se la starà spassando con la sua assistente di turno. Pensai.
Attraversai il corridoio sollevata di non dover fuggire da quello sguardo ardente che pareva risucchiarmi l'anima, e proseguii verso la mia scrivania, ma non appena superai lo sgabuzzino della cancelleria, una ferrea stretta mi afferrò per la vita e mi trascinò all'interno di quel camerino buio.
Non ebbi il tempo di gridare, di oppormi e nemmeno di respirare che la porta si chiuse e due labbra calde, morbide, ansiose, si scagliarono sulla mia bocca, zittendomi definitivamente.
Patrick mi aveva teso un agguato. Stufo della mia indecisione e delle mie resistenze aveva giocato la carta della sorpresa, della forza e della prepotenza. Con prepotenza quella lingua si intrufolò nella mia bocca, con prepotenza le sue mani entrarono nella mia carne, mi sbottonarono la camicetta, mi palparono i seni e violarono le mie mutandine.
Stretta in quell'angolo buio cercai di oppormi a quella furia animalesca, cercai di resistere a quell'incontenibile passione che mi stava travolgendo. Cercai di essere più forte delle mie voglie. Io ci provai, lo giuro! Ma come si fa a resistere a qualcosa di così piacevole che ti esplode nelle viscere? Qualcosa di così maledettamente eccitante da annullare tutto il resto? Non si può.
La verità, però, è che non mi opposi a quel bacio. Non cercai minimamente di oppormi a quelle labbra e a quella lingua che violavano la mia bocca, e non mi opposi a quelle mani che affondavano nella mia carne. Io volevo quel bacio, lo volevo con tutta me stessa insieme a tutto quello che venne dopo.
Mi fiondai io stessa su quelle labbra che per tanto tempo avevo finto di non volere, le divorai, le succhiai sfogando tutta l'eccitazione repressa, fregandomene di tutto quello che c'era fuori da quella porta.
Il suo profumo s’insinuava nelle mie narici, il suo sapore mi riempiva la bocca, ma io ne volevo di più. Io volevo tutto.
Litigai coi bottoni della sua camicia e vittoriosa gliela scagliai a terra. Nel buio di quello sgabuzzino non riuscii a vedere chiaramente il suo petto nudo, ma avevo talmente fantasticato su quei muscoli che non fece alcuna differenza. Le mie mani sondarono quel torso tonico, gli addominali scolpiti, le braccia tornite e la schiena possente che prometteva di reggere ore di sesso sfrenato.
Forse era proprio quel buio che aveva permesso alla parte più porca di schizzare fuori. La luce, forse, avrebbe inibito le mie pulsioni, forse. O forse no, non sarebbe cambiato nulla.
Patrick si allontanò dalla mia bocca per scorrere con le labbra tutto il mio corpo. Scivolò dietro il mio orecchio e lungo il mio collo. Il ventre mi si contorse per l'eccitazione. Lui arrivò ai miei seni, succhiò i capezzoli portando via il veleno di ogni remora, li mordicchiò incendiando le mie voglie e li titillò con la sua lingua esperta. Gemetti sopraffatta mentre le sue dita correvano sul mio ventre, intrufolandosi nel tanga e immergendosi negli umori che stavano annegando il mio sesso.
L'eccitazione si nutre di eccitazione.
Sentivo la sua voglia di me gonfiarsi fra le sue gambe e ingigantire la mia, già straripante: voglia di lui. Liberai il suo sesso dai jeans e lo afferrai. Era così fiero e vigoroso che desiderai di averlo dentro di me subito, in quello stesso istante. Ma Patrick aveva altri piani.
Mi fece salire sul tavolino dietro di me, mi sfilò definitivamente la gonna e il tanga, e si chinò fra le mie gambe. Non riuscii più a contenermi. I miei gemiti sommessi divennero sempre più forti e selvaggi esattamente come il piacere che, come una scarica elettrica, percorreva tutto il mio corpo. Godevo per quella lingua, che sapientemente si muoveva fra le mie cosce sapendo esattamente dove andar giù deciso e dove invece essere più delicato. Allargai di più le gambe per offrirgli il mio frutto prelibato in tutto il suo splendore. Volevo che lo assaporasse, che lo divorasse per l'eternità, mai sazio di me.
Mi penetrò con la sua lingua, succhiò le mie labbra, stuzzicò il perineo, coccolò il clitoride fin quando il mio piacere esplose nella sua bocca.
Il cuore mi batteva all'impazzata, avevo il fiato corto come dopo una folle corsa, ma la mia voglia di lui non era passata, e lui lo sapeva. Continuò a baciarmi delicatamente preparandomi per il piatto forte.
La sua bocca risalì il mio corpo, indugiò sui miei seni e approdò sulla mia bocca. Afferrai la sua testa trattenendolo a me, perdendomi nelle sue labbra e succhiando quella lingua, che ancora sapeva di me e che mi aveva fatto godere poco prima.
Sentivo i suoi rantoli infoiati, le sue braccia forti strette al mio corpo, le sue mani avide sulla mia schiena e sul mio seno.
Ero pronta per accoglierlo, affamata di lui, del suo corpo, del suo sesso. Volevo che mi esplodesse dentro, che godesse di me e con me. Volevo diventare per lui insostituibile e irrinunciabile.
Sentivo il suo vigore premere fra le mie gambe ancora intorpidite dall'orgasmo, la sua pelle contro la mia pelle, finché mi scivolò dentro per non uscirne più.
Reclinai la testa, inarcai la schiena in preda a spasmi di piacere che mi arricciavano le dita dei piedi. Le sue mani aggrappate alle mie cosce, il suo bacino contro il mio. Ogni colpo secco e deciso era un passo verso il Paradiso.
I miei gemiti divennero vere e proprie urla che Patrick tentò di attutire mettendomi una mano davanti alla bocca, ma in quel momento non m'importava che le mie grida di piacere si sentissero oltre quella soglia dove la luce del sole batteva sul mondo. Anzi, che sentissero pure e che assistessero a quella scopata da Oscar.
Osannai Dio e soprattutto pregai lui di non fermarsi e di scoparmi sempre più forte fin quando il secondo orgasmo arrivò con ancor più violenza del primo.
Ero esausta, ma tremendamente felice e appagata.
«Sei un porco» sussurrai maliziosa, vedendo la sua sagoma muoversi nell'ombra.
«E tu sei una gran troia - rispose avventandosi ancora sulle mie labbra - e questo lo tengo io.»
Aveva raccolto il mio tanga e se l'era infilato nel taschino della giacca.
«Ma non posso restare tutto il giorno in ufficio senza niente sotto» protestai.
«Oh, sì che puoi. - replicò - ed è proprio ciò che farai.»
Furono le ultime parole che mi disse prima di uscire da quell'alcova improvvisata e immergersi nella routine di un'altra giornata di lavoro.

Fu così che tutto ebbe inizio.

... continua