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È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 17)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Svuotata e leggera, galleggiai nel languido torpore che segue l'orgasmo. Quel breve lasso di tempo in cui i sensi sono ancora annebbiati e confusi e in cui il piacere frigge ancora fra le cosce. È l'istante in cui precipiti dolcemente verso la realtà, ed è tanto più lungo quanto più in alto ti ha spinto l'estasi. Come un paracadutista che si getta dall'aereo e che si gode l'ebrezza del volo e della libertà che solo gli uccelli hanno, prima toccare nuovamente il suolo.

«Perché mi stavi seguendo?» Domandai allo sconosciuto, quando rimisi i piedi a terra.

«Volevo offrirti un caffè, ma questo è stato decisamente meglio, - Rispose, segregando di nuovo il suo membro dentro i pantaloni. Lo guardai incantata. Avevo una voglia folle di prendere quel fantastico dardo fra le mani, di seguirne i rigonfiamenti delle vene, di giocare con lui fino a vederlo eruttare sul mio viso - Però non dovresti scopare col primo che passa»

«E tu non dovresti infilarlo dentro la prima pazza che incontri»


Il suo viso si aprì in un sorriso sincero.

«Posso offrirti un caffè ora?»

«È meglio di no, però accetterei volentieri un passaggio»

Lo squillo del cellulare mi fece schiantare di nuovo nella realtà. Era Eric. Ora, rinvigorita dall'orgasmo e rivendicata la mia libertà, mi sentii abbastanza forte per affrontarlo.

«Amore dove sei?» Esordì preoccupato.
Aveva la voce tesa di chi non sa cosa aspettarsi. Ero uscita dal percorso che aveva costruito per me.

«Non chiamarmi così, tu non sai nulla dell'amore! Sei solo un bugiardo, esattamente come il tuo amico. Ora so tutto, ho scoperto il tuo inganno» Risposi imbufalita.

«Lo so, ma Denise devi credermi, io ti amo»

«Piantala! - Urlai. La mia voce rimbombò nel vicolo - Tu non mi hai mai amata, altrimenti non mi avresti gettata nel letto di un altro uomo»


«Perché no? Quello è solo sesso, e lo sai anche tu» Respinse le mie accuse con la pacata sicurezza di chi sa di avere la carta vincente.

È solo sesso, le stesse parole che avevo detto a Patrick per ribattere ai suoi discorsi sull'amore.

«Mi hai mentito! - Lo assalii, cercando un appiglio al quale aggrapparmi per incolparlo - Perché non me l'hai detto che volevi una storia aperta?»

«Perché non avresti mai accettato. Ti saresti trincerata dietro tutti i tuoi luoghi comuni da brava ragazza senza capire cosa ti stavi perdendo. Dovevi sbatterci la testa da sola. Io e te non siamo fatti per la monogamia e mi eccita da morire sapere che mia moglie sta godendo per mano di un altro uomo. Non sai quante volte, tornando a casa, ho sperato di trovarti a letto con un altro o meglio ancora, con un'altra donna» Quel pensiero intrise la sua voce di desiderio.

«Tu sei malato!» Lo apostrofai, sconcertata. Sotto, sotto, però, una parte di me era anche attratta da quella prospettiva così libertina, peccaminosa e trasgressiva.
In fondo, ad eccitarmi di più nella storia con Patrick, era stato proprio il senso di trasgressione, di andare contro corrente, di essere una lussuriosa peccatrice agli occhi di chi non sapeva quali piaceri si stava perdendo, e ora non potevo certo essere io la bacchettona che accusava Eric di essere esattamente ciò che ero io.

«Se per te, volere che la propria moglie sia libera di godere come e quando vuole è una malattia, allora sì, sono malato - Ero confusa, non capivo se ciò che mi proponeva era la libertà più assoluta o la follia più totale. Mi aveva mentito, sì, ma tecnicamente lo avevo fatto anch'io con lui - In fondo, mi pare che ti sia divertita parecchio, ed è questo quello che conta»

«Quindi sono libera di farlo con chiunque, in qualunque momento?»

«Ma certo, a condizione, però, che poi torni sempre da me»

«Ti informo, allora, che ho appena scopato in un vicolo, con uno sconosciuto dal cazzo enorme, ma non tornerò a casa. Non stasera.»

Chiusi la telefonata senza attendere la sua replica. 
Il ragazzo mi guardava con un'espressione stralunata, e compiaciuta, ma non mi chiese nulla.
Si mise a cavallo della sua moto, mi prestò il suo casco e sfrecciammo via infilandoci nel traffico di una serata qualunque.

«Dammi il tuo numero» Mi supplicò, quando scesi dalla moto.

«Non credo sia una buona idea» Risposi.

«Non ho detto che lo sia, ma vorrei rivederti»

«No, tu vorresti riscoparmi» Lo stuzzicai.

«Oh, sì - Ammise, chinando timidamente il capo - Ma vorrei davvero offrirti anche un caffè»

Allungai la mano affinché mi porgesse il suo telefono e memorizzai il mio numero sotto la voce "La Ninfa del vicolo".
Prima di andarmene mi avvicinai al suo viso e lo baciai, succhiai il suo labbro e violai la sua bocca con la lingua, cercando la sua. Afferrai il suo favoloso membro che già gonfiava i pantaloni e, prima che fosse troppo tardi, mi allontanai sorridendo maliziosa, mordendomi il labbro che sapeva di lui. Vidi il desiderio fiammeggiargli negli occhi.

«A presto Big» Sussurrai.

«Big? Io non sono Big» Rispose perplesso.

«Oh, sì che lo sei»

Lo sconosciuto comprese che mi riferivo al suo membro, e baldanzoso e gongolante si mise il casco e sfrecciò via in sella alla sua moto.

Hanna mi aprì la porta vestita solo con una larga t-shirt sbiadita. Una spalla usciva dal collo largo fin sotto l'ascella, e l'eleganza delle sue gambe nude, lunghe e affusolate, la rendeva sexy da far paura.

«Denise?! - Esclamò sorpresa - Avanti, entra» E si scostò per lasciarmi passare.

Non sapevo dove andare, non avevo un soldo con me, non avevo voglia di tornare a casa e nemmeno di rifugiarmi da mia sorella. Avevo bisogno di parlare liberamente di ciò che mi era successo, mi serviva un aiuto, un consiglio e l'unica che me lo avrebbe dato senza giudicarmi era Hanna.
Seduta accanto a lei nel divano, le raccontai ogni cosa, senza tralasciare nessun particolare, le rovesciai addosso la storia dall'inizio alla fine e, se da un lato parlarne mi liberava da un peso, dall'altro rendeva tutto drammaticamente reale. Fu come ripiombare nuovamente nella confusione che mi aveva travolta quando avevo scoperto l'inganno di Eric.
Hanna ascoltò tutto senza dire una parola finché il mio telefono squillò. Era un numero sconosciuto.
Sorrisi immaginando che fosse Big, ma quando risposi, ad assalirmi fu un'altra voce:

«Denise, sono Patrick»

Eric aveva chiamato Patrick, lo aveva informato di tutto o forse aveva sperato di trovarmi da lui, ma il solo sentire la sua voce mi diede la nausea. Tutte le parole che avrei voluto rovesciargli addosso m'ingolfarono lo stomaco. Gli chiusi il telefono in faccia.

«Era Patrick» Sussurrai con gli occhi bassi.

«Bene - Esclamò risoluta Hanna, alzandosi - c'è solo una cosa da fare - Prese il mio cellulare e lo spense, poi mi guardò e disse - Sbronzarci!» I suoi occhi guizzavano di luce.

«Cosa?» Domandai incredula. Come poteva quella essere una soluzione?

«Non ti preoccupare, domani quando ti sveglierai ritroverai tutto quanto esattamente com'è ora, però magari sarai abbastanza lucida da capire cosa fare. Su, dai, vieni come me»

Mi prese per mano, mi trascinò in camera sua dove svuotò l'armadio alla ricerca di un abito adatto a me e si levò la t-shirt restando completamente nuda, per nulla intimidita dalla mia presenza. Il suo seno dirompente e sodo sfidava la gravità con una protervia incantevole, il suo corpo magro e tonico lo faceva sembrare ancora più abbondante. Ammirai il ventre piatto, la perfetta rotondità delle natiche da cui, chinandosi per indossare la gonna, sbirciarono voluttuose le labbra. Mi mancò il respiro e mi rifugiai in bagno per non cedere al desiderio di carezzare quel corpo, di sentirne la delicatezza sotto le dita e di saggiarne il sapore, assaporandolo e respirandolo.

Scegliemmo un locale poco distante dall'abitazione di Hanna, ci sedemmo in un angolo appartato e ordinammo due cocktail ai quali ne seguirono altri e altri ancora, tutti offerti da uomini desiderosi di infilare i loro piselli sotto le nostre corte gonne, ma quella sera non ce n'era per nessuno.
Sarà stato l'alcool, la voglia di evadere e annullarsi nuovamente, o semplicemente il desiderio represso di donarci l'un l'altra, ma mi ritrovai la sua bocca sulla mia.
Lentamente le sue labbra carnose e fresche iniziarono a succhiare le mie. Chiusi gli occhi gustandomi quell'estatico bacio e cercai la sua lingua. Un fremito mi guizzò fra le cosce. Volevo Hanna e lei voleva me.
Da sotto il tavolo Hanna mi sfiorò il ginocchio e risalì la coscia, un brivido rotolò sulla mia pelle pregustando l'attimo in cui le sue dita si sarebbero tuffate fra i miei anfratti. Allargai le gambe e gemetti, quando le sue dita s'immersero nei miei umori, ma non mi staccai dalla sua bocca. Spostai il bacino in avanti, appoggiandomi sulla punta dello sgabello, per lasciarle più pelle possibile. Hanna separò con magistrale delicatezza le grandi labbra e scivolò giù fino alla fessura per poi risalire fino al clitoride e tornare giù. Il mio sesso era interamente nella sua mano e lo vezzeggiava, lo stordiva, lo irretiva e lo estasiava. Lo sentii gonfiarsi fra le sue mani, espandersi e contrarsi avviluppando il più sfrenato desiderio.

«Andiamo a casa mia» Sussurrò Hanna.

Io ero talmente eccitata che non persi tempo a rispondere, mi alzai pronta a schizzare via dal locale.
Durante il breve tragitto barcollammo tenendoci per mano, sostando qua e là per baci fugaci e per audaci carezze. Mi sentivo una ragazzina senza altri pensieri per la testa se non ciò che sarebbe accaduto da lì a breve.
Quando arrivammo alla porta d'ingresso, Hanna, stordita dall'alcool, faticò a trovare le chiavi e, mentre tentava d'infilarle nella toppa, io varcai la sua fessura con due dita. Le chiavi le caddero e si appoggiò con le mani alla porta per non cadere. Ansimò intrisa di voglia come le mie dita che entravano e uscivano da lei. Mi chinai per raccogliere le chiavi e infilai la mia lingua fra le sue labbra raccogliendone il miele.

«Oddio ... Sì» Rantolò.

Con isterica fretta varcammo finalmente la soglia e senza nemmeno spogliarci mi chinai fra le sue gambe e iniziai a saggiare il suo frutto delicato, a succhiare le sue labbra piccole e armoniose, ad insinuarmi nella sua fessura e a vezzeggiarle il clitoride.
Hanna, urlando e gemendo, si appoggiò al muro e posò un piede sul mobile dell'ingresso. Il suo fiore sbocciò per me. Allargai le grandi labbra e leccai pienamente la sua pelle, poi mi concentrai sul grinzoso pertugio. Lo stuzzicai con la punta della lingua percorrendone il contorno, sentendone la resistenza e anche la voglia suprema che lo faceva contrarre. Umettai un dito scivolando fra gli umidi anfratti di Hanna e poi lo varcai. Hanna rantolò e chinò il capo indietro in preda all'estasi. Stava godendo.
Con un altro dito violai la sua fessura e concentrai la mia lingua sul suo clitoride.


«Sì, sì, sì, così ....» I suoi gemiti seguirono il suo ancheggiare sulla mia bocca finché sazia scivolò a terra, stordita dal piacere.
Le bastarono pochi istanti per riprendersi, poi, mi scagliò addosso uno sguardo libidinoso che m'incendiò più di quanto già non fossi e, gattonando, mi raggiunse.
Baciò la mia bocca, ingaggiò con la mia lingua una danza forsennata e mi spogliò.
Mi fece alzare e accomodare sulla poltrona accanto a noi, appoggiai i talloni sui braccioli spalancandomi a lei. La sua bocca mi lambì il collo e scivolò giù sul mio seno. Succhiò i miei capezzoli, mentre le sue dita varcarono la mia fessura. Ero fradicia di piacere, intrisa di desiderio fino all'osso. Allargai le cosce più che potei spostando il bacino in avanti per godere a pieno delle sue carezze.
La sua bocca rotolò sul mio ventre e, finalmente, approdò fra le mie gambe.
Separò le ali, leccò il mio miele, s'intrufolò nei miei pertugi e stuzzicò il mio clitoride con una delicatezza e una maestria che mai prima d'allora avevo provato.
Mi eccitava vedere la sua chioma bionda fra le mie gambe e vedere la sua lingua donarmi piacere. Più la guardavo più il desiderio cresceva. Poi le sue dita si tuffarono nei miei pozzi di piacere, mentre la sua bocca continuò a baciarmi e baciarmi ininterrottamente finché chiusi gli occhi, chinai il capo indietro e arricciai i piedi in preda ad un orgasmo che pareva interminabile.
Urlai, imprecai, affondai le unghie nella mia carne stordita dall'estasi.
Hanna non smise di carezzarmi. Continuò, delicatamente, a sfiorare la mia pelle intorpidita dal piacere, lusingandola e preparandola a godere nuovamente. La nostra notte era appena cominciata.






È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 17)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Svuotata e leggera, galleggiai nel languido torpore che segue l'orgasmo. Quel breve lasso di tempo in cui i sensi sono ancora annebbiati e confusi e in cui il piacere frigge ancora fra le cosce. È l'istante in cui precipiti dolcemente verso la realtà, ed è tanto più lungo quanto più in alto ti ha spinto l'estasi. Come un paracadutista che si getta dall'aereo e che si gode l'ebrezza del volo e della libertà che solo gli uccelli hanno, prima di toccare nuovamente il suolo.
«Perché mi stavi seguendo?» Domandai allo sconosciuto, quando rimisi i piedi a terra.
«Volevo offrirti un caffè, ma questo è stato decisamente meglio, - Rispose, segregando di nuovo il suo membro dentro i pantaloni. Lo guardai incantata. Avevo una voglia folle di prendere quel fantastico dardo fra le mani, di seguirne i rigonfiamenti delle vene, di giocare con lui fino a vederlo eruttare sul mio viso - Però non dovresti scopare col primo che passa!»
«E tu non dovresti infilarlo dentro la prima pazza che incontri!»
Il suo viso si aprì in un sorriso sincero.
«Posso offrirti un caffè ora?»
«È meglio di no, però accetterei volentieri un passaggio.»
Lo squillo del cellulare mi fece schiantare di nuovo nella realtà. Era Eric. Ora, rinvigorita dall'orgasmo e rivendicata la mia libertà, mi sentii abbastanza forte per affrontarlo.
«Amore dove sei?» Esordì preoccupato.
Aveva la voce tesa di chi non sa cosa aspettarsi. Ero uscita dal percorso che aveva costruito per me.
«Non chiamarmi così, tu non sai nulla dell'amore! Sei solo un bugiardo, esattamente come il tuo amico. Ora so tutto, ho scoperto il tuo inganno!» Risposi imbufalita.
«Lo so, ma Denise devi credermi, io ti amo!»
«Piantala! - Urlai. La mia voce rimbombò nel vicolo - Tu non mi hai mai amata, altrimenti non mi avresti gettata nel letto di un altro uomo!»
«Perché no? Quello è solo sesso, e lo sai anche tu» Respinse le mie accuse con la pacata sicurezza di chi sa di avere la carta vincente.
È solo sesso, le stesse parole che avevo detto a Patrick per ribattere ai suoi discorsi sull'amore.
«Mi hai mentito! - Lo assalii, cercando un appiglio al quale aggrapparmi per incolparlo - Perché non me l'hai detto che volevi una storia aperta?»
«Perché non avresti mai accettato. Ti saresti trincerata dietro tutti i tuoi luoghi comuni da brava ragazza senza capire cosa ti stavi perdendo. Dovevi sbatterci la testa da sola. Io e te non siamo fatti per la monogamia e mi eccita da morire sapere che mia moglie sta godendo per mano di un altro uomo. Non sai quante volte, tornando a casa, ho sperato di trovarti a letto con un altro o meglio ancora, con un'altra donna» Quel pensiero intrise la sua voce di desiderio.
«Tu sei malato!» Lo apostrofai, sconcertata. Sotto, sotto, però, una parte di me era anche attratta da quella prospettiva così libertina, peccaminosa e trasgressiva.
In fondo, ad eccitarmi di più nella storia con Patrick, era stato proprio il senso di trasgressione, di andare contro corrente, di essere una lussuriosa peccatrice agli occhi di chi non sapeva quali piaceri si stava perdendo, e ora non potevo certo essere io la bacchettona che accusava Eric di essere esattamente ciò che ero io.
«Se per te, volere che la propria moglie sia libera di godere come e quando vuole è una malattia, allora sì, sono malato - Ero confusa, non capivo se ciò che mi proponeva era la libertà più assoluta o la follia più totale. Mi aveva mentito, sì, ma tecnicamente lo avevo fatto anch'io con lui - In fondo, mi pare che ti sia divertita parecchio, ed è questo quello che conta.»
«Quindi sono libera di farlo con chiunque, in qualunque momento?»
«Ma certo, a condizione, però, che poi torni sempre da me.»
«Ti informo, allora, che ho appena scopato in un vicolo, con uno sconosciuto dal cazzo enorme, ma non tornerò a casa. Non stasera.»
Chiusi la telefonata senza attendere la sua replica. 
Il ragazzo mi guardava con un'espressione stralunata, e compiaciuta, ma non mi chiese nulla.
Si mise a cavallo della sua moto, mi prestò il suo casco e sfrecciammo via infilandoci nel traffico di una serata qualunque.
«Dammi il tuo numero» Mi supplicò, quando scesi dalla moto.
«Non credo sia una buona idea» Risposi.
«Non ho detto che lo sia, ma vorrei rivederti.»
«No, tu vorresti riscoparmi» Lo stuzzicai.
«Oh, sì! - Ammise, chinando timidamente il capo - Ma vorrei davvero offrirti anche un caffè.»
Allungai la mano affinché mi porgesse il suo telefono e memorizzai il mio numero sotto la voce "La Ninfa del vicolo".
Prima di andarmene mi avvicinai al suo viso e lo baciai, succhiai il suo labbro e violai la sua bocca con la lingua, cercando la sua. Afferrai il suo favoloso membro che già gonfiava i pantaloni e, prima che fosse troppo tardi, mi allontanai sorridendo maliziosa, mordendomi il labbro che sapeva di lui. Vidi il desiderio fiammeggiargli negli occhi.
«A presto Big» Sussurrai.
«Big? Io non sono Big» Rispose perplesso.
«Oh, sì che lo sei!»
Lo sconosciuto comprese che mi riferivo al suo membro, e baldanzoso e gongolante si mise il casco e sfrecciò via in sella alla sua moto.
Hanna mi aprì la porta vestita solo con una larga t-shirt sbiadita. Una spalla usciva dal collo largo fin sotto l'ascella, e l'eleganza delle sue gambe nude, lunghe e affusolate, la rendeva sexy da far paura.
«Denise?! - Esclamò sorpresa - Avanti, entra» E si scostò per lasciarmi passare.
Non sapevo dove andare, non avevo un soldo con me, non avevo voglia di tornare a casa e nemmeno di rifugiarmi da mia sorella. Avevo bisogno di parlare liberamente di ciò che mi era successo, mi serviva un aiuto, un consiglio e l'unica che me lo avrebbe dato senza giudicarmi era Hanna.
Seduta accanto a lei nel divano, le raccontai ogni cosa, senza tralasciare nessun particolare, le rovesciai addosso la storia dall'inizio alla fine e, se da un lato parlarne mi liberava da un peso, dall'altro rendeva tutto drammaticamente reale. Fu come ripiombare nuovamente nella confusione che mi aveva travolta quando avevo scoperto l'inganno di Eric.
Hanna ascoltò tutto senza dire una parola finché il mio telefono squillò. Era un numero sconosciuto.
Sorrisi immaginando che fosse Big, ma quando risposi, ad assalirmi fu un'altra voce:
«Denise, sono Patrick.»
Eric aveva chiamato Patrick, lo aveva informato di tutto o forse aveva sperato di trovarmi da lui, ma il solo sentire la sua voce mi diede la nausea. Tutte le parole che avrei voluto rovesciargli addosso m'ingolfarono lo stomaco. Gli chiusi il telefono in faccia.
«Era Patrick» Sussurrai con gli occhi bassi.
«Bene, - Esclamò risoluta Hanna, alzandosi - c'è solo una cosa da fare - Prese il mio cellulare e lo spense, poi mi guardò e disse - Sbronzarci!» I suoi occhi guizzavano di luce.
«Cosa?» Domandai incredula. Come poteva quella essere una soluzione?
«Non ti preoccupare, domani quando ti sveglierai ritroverai tutto quanto esattamente com'è ora, però magari sarai abbastanza lucida da capire cosa fare. Su, dai, vieni come me.»
Mi prese per mano, mi trascinò in camera sua dove svuotò l'armadio alla ricerca di un abito adatto a me e si levò la t-shirt restando completamente nuda, per nulla intimidita dalla mia presenza. Il suo seno dirompente e sodo sfidava la gravità con una protervia incantevole, il suo corpo magro e tonico lo faceva sembrare ancora più abbondante. Ammirai il ventre piatto, la perfetta rotondità delle natiche da cui, chinandosi per indossare la gonna, sbirciarono voluttuose le labbra. Mi mancò il respiro e mi rifugiai in bagno per non cedere al desiderio di carezzare quel corpo, di sentirne la delicatezza sotto le dita e di saggiarne il sapore, assaporandolo e respirandolo.
Scegliemmo un locale poco distante dall'abitazione di Hanna, ci sedemmo in un angolo appartato e ordinammo due cocktail ai quali ne seguirono altri e altri ancora, tutti offerti da uomini desiderosi di infilare i loro piselli sotto le nostre corte gonne, ma quella sera non ce n'era per nessuno.
Sarà stato l'alcool, la voglia di evadere e annullarsi nuovamente, o semplicemente il desiderio represso di donarci l'un l'altra, ma mi ritrovai la sua bocca sulla mia.
Lentamente le sue labbra carnose e fresche iniziarono a succhiare le mie. Chiusi gli occhi gustandomi quell'estatico bacio e cercai la sua lingua. Un fremito mi guizzò fra le cosce. Volevo Hanna e lei voleva me.
Da sotto il tavolo Hanna mi sfiorò il ginocchio e risalì la coscia, un brivido rotolò sulla mia pelle pregustando l'attimo in cui le sue dita si sarebbero tuffate fra i miei anfratti. Allargai le gambe e gemetti, quando le sue dita s'immersero nei miei umori, ma non mi staccai dalla sua bocca. Spostai il bacino in avanti, appoggiandomi sulla punta dello sgabello, per lasciarle più pelle possibile. Hanna separò con magistrale delicatezza le grandi labbra e scivolò giù fino alla fessura per poi risalire fino al clitoride e tornare giù. Il mio sesso era interamente nella sua mano e lo vezzeggiava, lo stordiva, lo irretiva e lo estasiava. Lo sentii gonfiarsi fra le sue mani, espandersi e contrarsi avviluppando il più sfrenato desiderio.
«Andiamo a casa mia» Sussurrò Hanna.
Io ero talmente eccitata che non persi tempo a rispondere, mi alzai pronta a schizzare via dal locale.
Durante il breve tragitto barcollammo tenendoci per mano, sostando qua e là per baci fugaci e per audaci carezze. Mi sentivo una ragazzina senza altri pensieri per la testa se non ciò che sarebbe accaduto da lì a breve.
Quando arrivammo alla porta d'ingresso, Hanna, stordita dall'alcool, faticò a trovare le chiavi e, mentre tentava d'infilarle nella toppa, io varcai la sua fessura con due dita. Le chiavi le caddero e si appoggiò con le mani alla porta per non cadere. Ansimò intrisa di voglia come le mie dita che entravano e uscivano da lei. Mi chinai per raccogliere le chiavi e infilai la mia lingua fra le sue labbra raccogliendone il miele.
«Oddio ... Sì!» Rantolò.
Con isterica fretta varcammo finalmente la soglia e senza nemmeno spogliarci mi chinai fra le sue gambe e iniziai a saggiare il suo frutto delicato, a succhiare le sue labbra piccole e armoniose, ad insinuarmi nella sua fessura e a vezzeggiarle il clitoride.
Hanna, urlando e gemendo, si appoggiò al muro e posò un piede sul mobile dell'ingresso. Il suo fiore sbocciò per me. Allargai le grandi labbra e leccai pienamente la sua pelle, poi mi concentrai sul grinzoso pertugio. Lo stuzzicai con la punta della lingua percorrendone il contorno, sentendone la resistenza e anche la voglia suprema che lo faceva contrarre. Umettai un dito scivolando fra gli umidi anfratti di Hanna e poi lo varcai. Hanna rantolò e chinò il capo indietro in preda all'estasi. Stava godendo.
Con un altro dito violai la sua fessura e concentrai la mia lingua sul suo clitoride.
«Sì, sì, sì, così...» I suoi gemiti seguirono il suo ancheggiare sulla mia bocca finché sazia scivolò a terra, stordita dal piacere.
Le bastarono pochi istanti per riprendersi, poi, mi scagliò addosso uno sguardo libidinoso che m'incendiò più di quanto già non fossi e, gattonando, mi raggiunse.
Baciò la mia bocca, ingaggiò con la mia lingua una danza forsennata e mi spogliò.
Mi fece alzare e accomodare sulla poltrona accanto a noi, appoggiai i talloni sui braccioli spalancandomi a lei. La sua bocca mi lambì il collo e scivolò giù sul mio seno. Succhiò i miei capezzoli, mentre le sue dita varcarono la mia fessura. Ero fradicia di piacere, intrisa di desiderio fino all'osso. Allargai le cosce più che potei spostando il bacino in avanti per godere a pieno delle sue carezze.
La sua bocca rotolò sul mio ventre e, finalmente, approdò fra le mie gambe.
Separò le ali, leccò il mio miele, s'intrufolò nei miei pertugi e stuzzicò il mio clitoride con una delicatezza e una maestria che mai prima d'allora avevo provato.
Mi eccitava vedere la sua chioma bionda fra le mie gambe e vedere la sua lingua donarmi piacere. Più la guardavo più il desiderio cresceva. Poi le sue dita si tuffarono nei miei pozzi di piacere, mentre la sua bocca continuò a baciarmi e baciarmi ininterrottamente finché chiusi gli occhi, chinai il capo indietro e arricciai i piedi in preda ad un orgasmo che pareva interminabile.
Urlai, imprecai, affondai le unghie nella mia carne stordita dall'estasi.

Hanna non smise di carezzarmi. Continuò, delicatamente, a sfiorare la mia pelle intorpidita dal piacere, lusingandola e preparandola a godere nuovamente. La nostra notte era appena cominciata.

E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 16)

Per un attimo restai col respiro sospeso, in ascolto del suono carico di speranza che accompagna l'attesa di una risposta. Ero riuscita a trovare un varco. In tutto quel buio avevo scovato una piccola luce in grado d'illuminare la verità, dolce o amara che fosse.
Avanti Patrick, rispondi! Pensai.
E se davvero mi avesse risposto, che gli avrei detto? Ora che mi trovavo così vicina a lui, ora che finalmente ero riuscita a chiamarlo dopo ore e ore in cui ci avevo provato inutilmente, sperai che non rispondesse.
Il dubbio lascia sempre aperta la speranza. Se lui non mi avesse risposto, avrei potuto continuare a credere a ciò che volevo, se invece lo avesse fatto, avrei dovuto affrontare la dura realtà, qualunque essa fosse, e non ero sicura di essere abbastanza forte per affrontare la perdita definitiva del mio amante, del mio liberatore, del Caronte che mi aveva traghettato alla scoperta di me stessa per poi abbandonarmi in balia dei miei demoni.
Ad interrompere le mie paranoie fu il trillo lontano di un telefono. In casa ero sola, di chi era allora quell'aggeggio che suonava con sempre maggior foga?
Uscii dalla stanza, ma là il suono era più flebile. Tornai sui miei passi e seguii lo squillo fino a trovarmi davanti alla cabina armadio.
Col cuore in subbuglio l'aprii. Il trillo si spense, così come la mia chiamata a Patrick.
La trovai decisamente una strana coincidenza.
Con la mano tremante ricomposi il numero sconosciuto memorizzato sul cellulare e, contemporaneamente, il misterioso telefono ricominciò a squillare, dapprima dimesso, quasi timoroso, poi con sempre maggior vigore fino a diventare insopportabile. Era talmente forte che non fu difficile identificare la scatola che lo conteneva. La aprii e sgranai gli occhi scoprendo che all'interno c'era un cofanetto identico a quello che mi aveva regalato Patrick.
E questo che significa? Pensai. Le coincidenze iniziavano ad essere troppe.
Dentro il cofanetto c'era un cellulare identico a quello che tenevo in mano.
Presi il telefono gemello che era dentro la scatola e composi l'unico numero in memoria. Il mio cellulare squillò.
Non mi pareva possibile, eppure non c'era alcun dubbio: quello dentro la scatola era lo stesso telefono da cui Patrick mi aveva chiamata per attivare il vibratore. Ma che ci faceva in casa mia, nella parte di cabina armadio dedicata agli abiti di Eric? Chi lo aveva messo lì?

«Eric sa tutto» Bisbigliai sconvolta.

Ecco la verità più atroce, quella che non solo aveva stroncato la mia storia con Patrick, ma che metteva anche a rischio il mio matrimonio.
La nausea mi stritolò lo stomaco. Eric aveva scoperto tutto, ecco perché aveva allontanato Patrick.
Come avrei fatto adesso a guardare mio marito negli occhi? Che gli avrei detto? Mi sentii nuda, vulnerabile e mi accasciai a terra sotto il peso della vergogna.
In quel preciso istante mi sentii addosso tutta la responsabilità di ciò che avevo fatto. Fu come svegliarmi di colpo, aprendo gli occhi sulla desolazione di un mondo in rovina.
Non esisteva più una doppia vita. Le mie due esistenze parallele si erano unite in una realtà che non era più sotto il mio controllo e che mi si stava sgretolando fra le dita.
Da quanto tempo Eric lo sapeva? Niente nel suo comportamento mi aveva fatto sospettare che avesse scoperto la mia tresca. Nemmeno quel mattino, mentre mi parlava del nuovo incarico che aveva affidato a Patrick, mi era sembrato incendiato dalla collera che divampa quando si scopre di essere stati traditi. Com'era possibile che non si fosse ribellato, che non mi avesse fatto alcuna scenata, che si fosse semplicemente limitato ad allontanare Patrick? No, qualcosa non tornava.
Uscii dalla cabina armadio e accesi il computer che Eric aveva lasciato a casa. La curiosità di sapere lottava con la reticenza, con la paura di non essere pronta ad affrontare ciò che avrei scoperto. Ormai, però, non potevo più tornare indietro.
Un pessimo presentimento aveva già messo radici nella mia mente, radici che ben presto mi avrebbero soffocato l'anima se non le avessi estirpate in tempo.
Presi tutto il coraggio che avevo e digitai la password che levò l'ombra sulla verità più insospettabile.
Riconobbi le unghie scarlatte che aprivano maliziosamente i petali del mio fiore, mostrando spudoratamente i miei anfratti lussuriosi. Era la foto che avevo inviato a Patrick. Come faceva ad averla Eric?
Per qualche istante, guardai sconcertata la gigantografia del mio sesso, incapace di qualunque reazione. Quella vista mi aveva spiazzata, confusa, spinta ancora più a fondo nel baratro della solitudine. Ed era solo l'inizio.
Con un timido clic, mi ritrovai catapultata nella stanza dello Sheraton dove Patrick mi aveva bendata e legata al letto. Non credetti ai miei occhi.
In quella camera, infatti, c'era una terza persona che, a mia insaputa, aveva ripreso ogni cosa, immortalando il mio corpo nudo e avido di piacere trafitto prima da un dardo di vetro, poi da quello di Patrick. Il mio sesso luccicante di miele era spiattellato in primo piano, e il mio pertugio inghiottiva quell'asta trasparente per risputarlo e inghiottirlo nuovamente. Le mie labbra si aprivano e abbracciavano quel dardo, la lingua di Patrick blandiva il mio clitoride, i miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e le mie voglie si risvegliarono.
La mia vita si stava disintegrando, eppure il mio corpo moriva di desiderio.
Dovevo ammetterlo, se non fosse stato che la protagonista ero io, avrei di certo trovato quel video terribilmente eccitante e avrei fatto l'amore con me stessa davanti a quello schermo. Avrei spalancato le gambe appoggiandole ai braccioli della sedia e avrei vezzeggiato e varcato quegli anfratti vogliosi fino ad urlare di piacere.
Ero confusa, infuriata ed eccitata. Combinazione esplosiva. I miei pensieri parevano cani rabbiosi malamente trattenuti da un recinto troppo fragile, e mordevano e laceravano la mia anima fino ad inghiottirla.
Quante persone avevano visto quel video? E perché era sul computer di mio marito?
C'era una sola spiegazione, un'unica risposta a cui ostinatamente cercai di oppormi, finché il video confermò inequivocabilmente i miei sospetti.
Il misterioso cameraman posò la telecamera sul cavalletto e si avvicinò al talamo al quale ero legata per gustarsi appieno la scena, e io restai di sale. Quell'uomo era Eric, mio marito.
Mi sentii sbriciolata, annientata, annichilita come la mia vita.
Impietrita e con masochistica rassegnazione guardai il video fino all'ultimo istante. Vidi gli occhi di Eric lanciare occhiate d'intesa a Patrick ed incendiarsi di desiderio nel vedermi godere per mano di un altro uomo. Lo vidi tirare fuori il suo sesso e massaggiarselo lentamente, avanti e indietro, senza affrettare l'orgasmo.
Ero sposata con uno sconosciuto. La mia vita era pura finzione, il mio matrimonio era pura finzione, persino il mio amante era finto. Ero vittima di un gioco di cui non sapevo di essere la pedina. Sia Eric che Patrick mi avevano usata per realizzare le loro torbide fantasie.
C'ero cascata in pieno. Non avevo mai minimamente sospettato che Eric e Patrick fossero d'accordo, men che meno che dietro al mio finto tradimento ci fosse la diabolica mente di mio marito.
Il mio dolce, sensibile, premuroso e gentile maritino non esisteva, non era mai esistito. Era solo una maschera, una finzione come tutto il resto, così come Patrick e i suoi discorsi sull'amore.
Ero stata presa in giro dagli uomini più importanti della mia vita.
Quello, però, non era l'unico video custodito da quel computer. Era solo uno dei tanti che riproducevano ogni singolo incontro con Patrick, ogni nostra scopata, ogni bacio, ogni gemito, perfino le volte in cui avevo fatto l'amore con me stessa, e di certo non poteva mancare la mia notte folle a Roma, dove lo avevo fatto per la prima volta con uno sconosciuto e con una donna, e quelle immagini era stato Eric stesso a filmarle. Lui era lì, mentre io lo credevo a New York.
Eric aveva riempito di telecamere l'ufficio, la casa, perfino gli alberghi dove avevo dormito con Patrick. Chissà quante volte si era masturbato guardandomi godere con un altro.
Scorsi tutti i video, ripercorrendo ogni mio incontro con Patrick, ogni carezza, ogni bacio, ogni orgasmo. Di certo non potevo negare che quel gioco mi avesse fatto divertire, ma a che prezzo?
Eric però non si limitava solo a filmare le imprese mie e di Patrick, ma anche le sue con la sua provocante assistente.

«Lo sapevo!» Gridai inviperita, alzandomi di scatto dalla sedia, poi però tornai sui miei passi.

Per quanto mi facesse male, non riuscivo a fare a meno di guardare quella donna gemere e ansimare di fronte alla telecamera che Eric teneva in mano.
I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e lei li stringeva, strizzando i capezzoli fra le dita. Stavano scopando sulla scrivania di Eric, in ufficio. Chissà quante volte l'avevano fatto a mia insaputa? Chissà da quanto tempo andava avanti quella storia? Forse addirittura prima del nostro matrimonio. Ricordai che quella donna era stata assunta in azienda proprio nello stesso periodo in cui era arrivato Eric, magari la loro storia era iniziata ancor prima di conoscermi.
Fabbricavo castelli, pensieri perversi, immaginando chissà quali infide verità a cui ero sempre, e pateticamente, rimasta all'oscuro.
Fra tutte le menzogne che Patrick mi aveva detto, di certo una verità c'era: Eric non era la persona che credevo, ma nascondeva un lato torbido, perverso, decisamente l'opposto dell'uomo che credevo di aver sposato. Un lato losco sì, ma anche dannatamente intrigante e questo mi faceva infuriare ancora di più.
Ero inorridita e allo stesso tempo affascinata, e mi odiai per questo. Mi odiai per essere anch'io tanto perversa da riuscire ad eccitarmi in mezzo a tutta quella menzogna.

«Sì, sì, dillo che ti piace, fammi sentire quanto godi» Era la voce infoiata di Eric che incitava la sua amante, e lei ubbidì, miagolando più forte.

Poi l'inquadratura si spostò sui loro sessi. A tutto schermo vidi la verga di mio marito trafiggere il corpo di quella donna, sbattere violentemente contro le sue pareti arrivandole fino all'utero, mentre lei con le dita spalancava le sue labbra picchiettandosi il clitoride.
Lui sfilò il suo fulgido dardo luccicante di miele e lo sfregò avanti e indietro fra i meandri di lei, dal clitoride fino allo stretto pertugio per poi risalire nuovamente attraversando le grandi labbra.
Lei scese dalla scrivania e, ammiccando all'obiettivo per nulla turbata da quella presenza indiscreta, si diresse verso il divanetto. Eric seguì con l'occhio della telecamera l'ancheggiare di quel corpo nudo finché s'inginocchiò sulla pelle morbida e si chinò in avanti mostrando spudoratamente la bellezza peccaminosa dei suoi anfratti.
Con le mani si allargò le natiche, il suo pertugio pulsava voglioso. Scivolò con le dita fra le labbra gocciolanti di lattiginoso miele e, gemendo, varcò la sua soglia. Eric la incitava, eccitato fino allo sfinimento, ma senza smettere d'immortalare quel lussurioso spettacolo, anzi, la inquadrò così da vicino che la sua soglia pareva una bocca spalancata per divorare qualunque cosa, poi le dita umide di lei salirono fino al grinzoso pertugio. Ne seguirono il perimetro umettandolo e forzandolo finché, con un rantolo intenso che pareva arrivare da un'altra dimensione, lo varcarono. Gemendo, spinse le sue falangi dentro di sé preparandosi a ricevere la fulgida verga di Eric, che non tardò ad arrivare.
Lentamente lo conficcò in quel tunnel che pareva troppo stretto per riceverlo, la pelle grinzosa si dilatò svelta, e la donna iniziò a urlare così forte che dovetti ammutolire il computer.
Eric iniziò a penetrarla con foga, quasi con violenza, finché di colpo si fermò, restando per qualche istante a godersi il suo piacere riempire quel corpo caldo.
Quando ne uscì, la donna allargò nuovamente le natiche mostrando la sua bocca spalancata, finché il vischioso seme di Eric scivolò fuori come bava.

Mi serviva aria, mi mancava l'ossigeno, non riuscivo a respirare. Andai alla finestra e la spalancai, sperando che la brezza calmasse i miei nervi schizofrenici.
Erano troppe le verità che mi erano piombate addosso in pochi minuti. Troppe per poterle affrontare lucidamente. Troppe da sopportare.
Ma non era l'aria a mancarmi, era quella casa dai mille occhi a soffocarmi. Non restai lì un secondo di più. Scesi le scale e corsi in strada senza prendere nulla tranne ciò che avevo addosso. Eric sarebbe arrivato da un momento all'altro e non avevo nessuna intenzione di incontrarlo, non ora.
Girovagai per le strade senza meta, vittima degli atroci pensieri che mi straziavano la mente.
Ero un gabbiano ferito e smarrito che vagava in cerca di un rifugio.
Persa nella mia solitudine attraversai la strada senza guardare, e per poco non mi feci travolgere da una moto. La sentii sfrecciarmi accanto, quasi sfiorarmi, e mi risvegliai dal mio torpore. Il motociclista rallentò fin quasi a fermarsi, poi fuggì via.
Fuggi, fuggi. Pensai. Fuggi anche tu. Ma il motociclista non si allontanò. Mi seguì senza che me ne accorgessi, mescolandosi al traffico e ai suoi rumori, percorrendo insieme a me quelle strade tanto familiari eppure ora quasi sconosciute.
Non c'era più traccia della sicurezza che avevo imparato a gustare, e nemmeno della spavalda seduzione che avevo ostentato e di cui mi ero sentita intrisa.
Era quella, forse, la cosa che mi aveva ferita di più. Non era stata una folle attrazione a spingere Patrick ad avermi a tutti i costi, ma era stato solo un gioco, una scommessa, forse una sfida.
Qualunque fosse il motivo non era comunque certo stato l'istinto a guidarlo, ma solo ed esclusivamente il freddo calcolo ordito dalla diabolica e perversa mente di mio marito.
Quando una donna perde la consapevolezza della propria forza, perde tutto.
Continuai a vagare ignara dell'angelo o del demone che, a cavallo della sua moto nera, mi seguiva, finché la tasca della giacca vibrò. Ne estrassi il cellulare e vidi che era Eric a chiamare.
Non risposi. Di certo era rientrato a casa e si era accorto che avevo scoperto il suo inganno.
Il telefono squillò e squillò ininterrottamente seguendo ogni mio passo come un'ombra. Ma respinsi ogni chiamata. Avevo già troppa confusione in testa per metterci dentro anche le sue parole.
In quel momento mi accorsi del mio misterioso inseguitore. Chi era? Cosa voleva da me? Accelerai il passo cambiando spesso direzione, ma lui non mi perse mai di vista.
Mi sedetti su di una panchina e attesi la sua mossa. Con una rapida accelerata mi sfrecciò davanti, senza però rinunciare a lanciarmi un'occhiata che pareva una mano a cui aggrapparmi.
Il suo viso era quasi interamente celato dal casco, ma quegli occhi avevano la luce spavalda e avida tipica di chi si sente il padrone del mondo e di chi ancora non si sente addosso il peso degli anni.
La t-shirt aderiva sui suoi muscoli tonici come una seconda pelle. La forza e la mascolinità selvaggia che trasudava erano enfatizzati dal senso d'istinto e libertà che trasmetteva la moto che cavalcava. Chi sceglie il precario equilibrio delle due ruote non fa calcoli. Prende la vita come viene senza lasciarsi sfuggire le opportunità più succulente. In quell'istante decisi.
Volevo dimostrare a Eric, a Patrick e soprattutto a me stessa che non ero una pedina nelle loro mani, ma che ero padrona di me stessa, della mia vita e del mio corpo e che ero libera di provare piacere con chiunque volessi. Calzai di nuovo i panni dell'infallibile seduttrice e camminai ancheggiando fino a raggiungere il motociclista fermo al semaforo. Gli lanciai un'occhiata carica di promesse e scivolai in un vicolo chiuso, dove perfino il sole si rifiutava di entrare. Era il retro di un locale notturno che a quell'ora era ancora deserto. Il rombo della moto riecheggiò in quello stretto cunicolo, rimbalzando sui muri sgretolati fino a trafiggermi le tempie.
Se ne stava fermo, a cavallo della sua moto, pronto a fuggire, stritolato dall'incertezza, scervellandosi su cosa quella pazza di fronte a lui avesse in mente. Era indeciso se restare o no, ma in quegli occhi fiammeggianti lessi tutta la brama e il desiderio che lo stavano trascinando fra le mie gambe.
Mi voleva, eccome se mi voleva e sentii il piacere di sentirmi irresistibile scorrermi nelle vene, e ammorbidire i miei movimenti.
Quell'uomo avrebbe potuto essere chiunque: un assassino, il mio vicino di casa, un cameriere, un sadico violentatore, ma non m'importava. Per me, in quel momento era ciò che mi serviva per rivendicare la mia libertà.
Ancheggiando lentamente mi avvicinai a lui. Ad ogni passo sollevavo un po' la gonna finché scoprii le mie labbra affamate. Poi mi fermai, in mezzo al vicolo, e infilai le dita fra le mie gambe. Enfatizzando i miei gemiti, le immersi nel mio miele. La gonna era sollevata fino alla vita ed entrambe le mie mani erano fra le mie cosce e si muovevano fra quei pertugi e quelle valli guidate dall'estremo desiderio di godere fino allo sfinimento.
Il mio fiore pulsava d'eccitazione, fremeva per il desiderio di essere penetrato da quello sconosciuto. Sentivo il piacere rasentare il limite del non ritorno. Sarebbero bastati pochi colpi per farmi vedere le stelle. Così levai le dita e me le portai alle labbra, succhiandole.
Lo sconosciuto non si trattenne più. Scese furiosamente dalla moto scaraventò il casco per terra, liberando una folta chioma corvina, e si precipitò da me.
Avevo decisamente scelto bene. La sua avvenenza era indiscutibile e il vistoso rigonfiamento nei pantaloni smascherava una verga dalle dimensioni decisamente sopra la media.
Si slacciò la cintura e quel dardo schizzò fuori dirompente pronto a trafiggermi. Lo afferrai con entrambe le mani e lo massaggia scivolando sulla sua pelle già umida.
Lui mi afferrò le natiche con avida bramosia, io gli saltai in braccio e mi conficcai la sua verga fra le gambe. Mugolai sentendo quel dardo strofinarsi fra le mie pareti e farsi strada dentro di me. Lui con due passi mi appoggiò con la schiena contro il muro e iniziò a scoparmi rantolando famelico. Il suo respiro carezzava il mio collo, il suo profumo legnoso si intrufolava nelle mie narici. Afferrai i suoi capelli e dondolai in bilico su quella verga, sentendo il piacere crescere, divorarmi le viscere, impadronirsi della mia voce fino a riempirmi per esondare in un urlo che, riecheggiando in quel vicolo deserto, pareva voler raggiungere Eric e Patrick, ovunque fossero.










E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 16)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Libero.
Per un attimo restai col respiro sospeso, in ascolto del suono carico di speranza che accompagna l'attesa di una risposta. Ero riuscita a trovare un varco. In tutto quel buio avevo scovato una piccola luce in grado d'illuminare la verità, dolce o amara che fosse.
Avanti Patrick, rispondi! Pensai.
E se davvero mi avesse risposto, che gli avrei detto? Ora che mi trovavo così vicina a lui, ora che finalmente ero riuscita a chiamarlo dopo ore e ore in cui ci avevo provato inutilmente, sperai che non rispondesse.
Il dubbio lascia sempre aperta la speranza. Se lui non mi avesse risposto, avrei potuto continuare a credere a ciò che volevo, se invece lo avesse fatto, avrei dovuto affrontare la dura realtà, qualunque essa fosse, e non ero sicura di essere abbastanza forte per affrontare la perdita definitiva del mio amante, del mio liberatore, del Caronte che mi aveva traghettato alla scoperta di me stessa per poi abbandonarmi in balia dei miei demoni.
Ad interrompere le mie paranoie fu il trillo lontano di un telefono. In casa ero sola, di chi era allora quell'aggeggio che suonava con sempre maggior foga?
Uscii dalla stanza, ma là il suono era più flebile. Tornai sui miei passi e seguii lo squillo fino a trovarmi davanti alla cabina armadio.
Col cuore in subbuglio l'aprii. Il trillo si spense, così come la mia chiamata a Patrick.
La trovai decisamente una strana coincidenza.
Con la mano tremante ricomposi il numero sconosciuto memorizzato sul cellulare e, contemporaneamente, il misterioso telefono ricominciò a squillare, dapprima dimesso, quasi timoroso, poi con sempre maggior vigore fino a diventare insopportabile. Era talmente forte che non fu difficile identificare la scatola che lo conteneva. La aprii e sgranai gli occhi scoprendo che all'interno c'era un cofanetto identico a quello che mi aveva regalato Patrick.
E questo che significa? Pensai. Le coincidenze iniziavano ad essere troppe.
Dentro il cofanetto c'era un cellulare identico a quello che tenevo in mano.
Presi il telefono gemello che era dentro la scatola e composi l'unico numero in memoria. Il mio cellulare squillò.
Non mi pareva possibile, eppure non c'era alcun dubbio: quello dentro la scatola era lo stesso telefono da cui Patrick mi aveva chiamata per attivare il vibratore. Ma che ci faceva in casa mia, nella parte di cabina armadio dedicata agli abiti di Eric? Chi lo aveva messo lì?
«Eric sa tutto» Bisbigliai sconvolta.
Ecco la verità più atroce, quella che non solo aveva stroncato la mia storia con Patrick, ma che metteva anche a rischio il mio matrimonio.
La nausea mi stritolò lo stomaco. Eric aveva scoperto tutto, ecco perché aveva allontanato Patrick.
Come avrei fatto adesso a guardare mio marito negli occhi? Che gli avrei detto? Mi sentii nuda, vulnerabile e mi accasciai a terra sotto il peso della vergogna.
In quel preciso istante mi sentii addosso tutta la responsabilità di ciò che avevo fatto. Fu come svegliarmi di colpo, aprendo gli occhi sulla desolazione di un mondo in rovina.
Non esisteva più una doppia vita. Le mie due esistenze parallele si erano unite in una realtà che non era più sotto il mio controllo e che mi si stava sgretolando fra le dita.
Da quanto tempo Eric lo sapeva? Niente nel suo comportamento mi aveva fatto sospettare che avesse scoperto la mia tresca. Nemmeno quel mattino, mentre mi parlava del nuovo incarico che aveva affidato a Patrick, mi era sembrato incendiato dalla collera che divampa quando si scopre di essere stati traditi. Com'era possibile che non si fosse ribellato, che non mi avesse fatto alcuna scenata, che si fosse semplicemente limitato ad allontanare Patrick? No, qualcosa non tornava.
Uscii dalla cabina armadio e accesi il computer che Eric aveva lasciato a casa. La curiosità di sapere lottava con la reticenza, con la paura di non essere pronta ad affrontare ciò che avrei scoperto. Ormai, però, non potevo più tornare indietro.
Un pessimo presentimento aveva già messo radici nella mia mente, radici che ben presto mi avrebbero soffocato l'anima se non le avessi estirpate in tempo.
Presi tutto il coraggio che avevo e digitai la password che levò l'ombra sulla verità più insospettabile.
Riconobbi le unghie scarlatte che aprivano maliziosamente i petali del mio fiore, mostrando spudoratamente i miei anfratti lussuriosi. Era la foto che avevo inviato a Patrick. Come faceva ad averla Eric?
Per qualche istante, guardai sconcertata la gigantografia del mio sesso, incapace di qualunque reazione. Quella vista mi aveva spiazzata, confusa, spinta ancora più a fondo nel baratro della solitudine. Ed era solo l'inizio.
Con un timido clic, mi ritrovai catapultata nella stanza dello Sheraton dove Patrick mi aveva bendata e legata al letto. Non credetti ai miei occhi.
In quella camera, infatti, c'era una terza persona che, a mia insaputa, aveva ripreso ogni cosa, immortalando il mio corpo nudo e avido di piacere trafitto prima da un dardo di vetro, poi da quello di Patrick. Il mio sesso luccicante di miele era spiattellato in primo piano, e il mio pertugio inghiottiva quell'asta trasparente per risputarlo e inghiottirlo nuovamente. Le mie labbra si aprivano e abbracciavano quel dardo, la lingua di Patrick blandiva il mio clitoride, i miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e le mie voglie si risvegliarono.
La mia vita si stava disintegrando, eppure il mio corpo moriva di desiderio.
Dovevo ammetterlo, se non fosse stato che la protagonista ero io, avrei di certo trovato quel video terribilmente eccitante e avrei fatto l'amore con me stessa davanti a quello schermo. Avrei spalancato le gambe appoggiandole ai braccioli della sedia e avrei vezzeggiato e varcato quegli anfratti vogliosi fino ad urlare di piacere.
Ero confusa, infuriata ed eccitata. Combinazione esplosiva. I miei pensieri parevano cani rabbiosi malamente trattenuti da un recinto troppo fragile, e mordevano e laceravano la mia anima fino ad inghiottirla.
Quante persone avevano visto quel video? E perché era sul computer di mio marito?
C'era una sola spiegazione, un'unica risposta a cui ostinatamente cercai di oppormi, finché il video confermò inequivocabilmente i miei sospetti.
Il misterioso cameraman posò la telecamera sul cavalletto e si avvicinò al talamo al quale ero legata per gustarsi appieno la scena, e io restai di sale. Quell'uomo era Eric, mio marito.
Mi sentii sbriciolata, annientata, annichilita come la mia vita.
Impietrita e con masochistica rassegnazione guardai il video fino all'ultimo istante. Vidi gli occhi di Eric lanciare occhiate d'intesa a Patrick ed incendiarsi di desiderio nel vedermi godere per mano di un altro uomo. Lo vidi tirare fuori il suo sesso e massaggiarselo lentamente, avanti e indietro, senza affrettare l'orgasmo.
Ero sposata con uno sconosciuto. La mia vita era pura finzione, il mio matrimonio era pura finzione, persino il mio amante era finto. Ero vittima di un gioco di cui non sapevo di essere la pedina. Sia Eric che Patrick mi avevano usata per realizzare le loro torbide fantasie.
C'ero cascata in pieno. Non avevo mai minimamente sospettato che Eric e Patrick fossero d'accordo, men che meno che dietro al mio finto tradimento ci fosse la diabolica mente di mio marito.
Il mio dolce, sensibile, premuroso e gentile maritino non esisteva, non era mai esistito. Era solo una maschera, una finzione come tutto il resto, così come Patrick e i suoi discorsi sull'amore.
Ero stata presa in giro dagli uomini più importanti della mia vita.
Quello, però, non era l'unico video custodito da quel computer. Era solo uno dei tanti che riproducevano ogni singolo incontro con Patrick, ogni nostra scopata, ogni bacio, ogni gemito, perfino le volte in cui avevo fatto l'amore con me stessa, e di certo non poteva mancare la mia notte folle a Roma, dove lo avevo fatto per la prima volta con uno sconosciuto e con una donna, e quelle immagini era stato Eric stesso a filmarle. Lui era lì, mentre io lo credevo a New York.
Eric aveva riempito di telecamere l'ufficio, la casa, perfino gli alberghi dove avevo dormito con Patrick. Chissà quante volte si era masturbato guardandomi godere con un altro.
Scorsi tutti i video, ripercorrendo ogni mio incontro con Patrick, ogni carezza, ogni bacio, ogni orgasmo. Di certo non potevo negare che quel gioco mi avesse fatto divertire, ma a che prezzo?
Eric però non si limitava solo a filmare le imprese mie e di Patrick, ma anche le sue con la sua provocante assistente.
«Lo sapevo!» Gridai inviperita, alzandomi di scatto dalla sedia, poi però tornai sui miei passi.
Per quanto mi facesse male, non riuscivo a fare a meno di guardare quella donna gemere e ansimare di fronte alla telecamera che Eric teneva in mano.
I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e lei li stringeva, strizzando i capezzoli fra le dita. Stavano scopando sulla scrivania di Eric, in ufficio. Chissà quante volte l'avevano fatto a mia insaputa? Chissà da quanto tempo andava avanti quella storia? Forse addirittura prima del nostro matrimonio. Ricordai che quella donna era stata assunta in azienda proprio nello stesso periodo in cui era arrivato Eric, magari la loro storia era iniziata ancor prima di conoscermi.
Fabbricavo castelli, pensieri perversi, immaginando chissà quali infide verità a cui ero sempre, e pateticamente, rimasta all'oscuro.
Fra tutte le menzogne che Patrick mi aveva detto, di certo una verità c'era: Eric non era la persona che credevo, ma nascondeva un lato torbido, perverso, decisamente l'opposto dell'uomo che credevo di aver sposato. Un lato losco sì, ma anche dannatamente intrigante e questo mi faceva infuriare ancora di più.
Ero inorridita e allo stesso tempo affascinata, e mi odiai per questo. Mi odiai per essere anch'io tanto perversa da riuscire ad eccitarmi in mezzo a tutta quella menzogna.
«Sì, sì, dillo che ti piace, fammi sentire quanto godi!» Era la voce infoiata di Eric che incitava la sua amante, e lei ubbidì, miagolando più forte.
Poi l'inquadratura si spostò sui loro sessi. A tutto schermo vidi la verga di mio marito trafiggere il corpo di quella donna, sbattere violentemente contro le sue pareti arrivandole fino all'utero, mentre lei con le dita spalancava le sue labbra picchiettandosi il clitoride.
Lui sfilò il suo fulgido dardo luccicante di miele e lo sfregò avanti e indietro fra i meandri di lei, dal clitoride fino allo stretto pertugio per poi risalire nuovamente attraversando le grandi labbra.
Lei scese dalla scrivania e, ammiccando all'obiettivo per nulla turbata da quella presenza indiscreta, si diresse verso il divanetto. Eric seguì con l'occhio della telecamera l'ancheggiare di quel corpo nudo finché s'inginocchiò sulla pelle morbida e si chinò in avanti mostrando spudoratamente la bellezza peccaminosa dei suoi anfratti.
Con le mani si allargò le natiche, il suo pertugio pulsava voglioso. Scivolò con le dita fra le labbra gocciolanti di lattiginoso miele e, gemendo, varcò la sua soglia. Eric la incitava, eccitato fino allo sfinimento, ma senza smettere d'immortalare quel lussurioso spettacolo, anzi, la inquadrò così da vicino che la sua soglia pareva una bocca spalancata per divorare qualunque cosa, poi le dita umide di lei salirono fino al grinzoso pertugio. Ne seguirono il perimetro umettandolo e forzandolo finché, con un rantolo intenso che pareva arrivasse da un'altra dimensione, lo varcarono. Gemendo, spinse le sue falangi dentro di sé preparandosi a ricevere la fulgida verga di Eric, che non tardò ad arrivare.
Lentamente ficcò il suo dardo in quel tunnel che pareva troppo stretto per riceverlo, la pelle grinzosa si dilatò svelta, e la donna iniziò a urlare così forte che dovetti ammutolire il computer.
Eric iniziò a penetrarla con foga, quasi con violenza, finché di colpo si fermò, restando per qualche istante a godersi il suo piacere riempire quel corpo caldo.
Quando ne uscì, la donna allargò nuovamente le natiche mostrando la sua bocca spalancata, finché il vischioso seme di Eric scivolò fuori come bava.
Mi serviva aria, mi mancava l'ossigeno, non riuscivo a respirare. Andai alla finestra e la spalancai, sperando che la brezza calmasse i miei nervi schizofrenici.
Erano troppe le verità che mi erano piombate addosso in pochi minuti. Troppe per poterle affrontare lucidamente. Troppe da sopportare.
Ma non era l'aria a mancarmi, era quella casa dai mille occhi a soffocarmi. Non restai lì un secondo di più. Scesi le scale e corsi in strada senza prendere nulla tranne ciò che avevo addosso. Eric sarebbe arrivato da un momento all'altro e non avevo nessuna intenzione di incontrarlo, non ora.
Girovagai per le strade senza meta, vittima degli atroci pensieri che mi straziavano la mente.
Ero un gabbiano ferito e smarrito che vagava in cerca di un rifugio.
Persa nella mia solitudine attraversai la strada senza guardare, e per poco non mi feci travolgere da una moto. La sentii sfrecciarmi accanto, quasi sfiorarmi, e mi risvegliai dal mio torpore. Il motociclista rallentò fin quasi a fermarsi, poi fuggì via.
Fuggi, fuggi. Pensai. Fuggi anche tu. Ma il motociclista non si allontanò. Mi seguì senza che me ne accorgessi, mescolandosi al traffico e ai suoi rumori, percorrendo insieme a me quelle strade tanto familiari eppure ora quasi sconosciute.
Non c'era più traccia della sicurezza che avevo imparato a gustare, e nemmeno della spavalda seduzione che avevo ostentato e di cui mi ero sentita intrisa.
Era quella, forse, la cosa che mi aveva ferita di più. Non era stata una folle attrazione a spingere Patrick ad avermi a tutti i costi, ma era stato solo un gioco, una scommessa, forse una sfida.
Qualunque fosse il motivo non era comunque certo stato l'istinto a guidarlo, ma solo ed esclusivamente il freddo calcolo ordito dalla diabolica e perversa mente di mio marito.
Quando una donna perde la consapevolezza della propria forza, perde tutto.
Continuai a vagare ignara dell'angelo o del demone che, a cavallo della sua moto nera, mi seguiva, finché la tasca della giacca vibrò. Ne estrassi il cellulare e vidi che era Eric a chiamare.
Non risposi. Di certo era rientrato a casa e si era accorto che avevo scoperto il suo inganno.
Il telefono squillò e squillò ininterrottamente seguendo ogni mio passo come un'ombra. Ma respinsi ogni chiamata. Avevo già troppa confusione in testa per metterci dentro anche le sue parole.
In quel momento mi accorsi del mio misterioso inseguitore. Chi era? Cosa voleva da me? Accelerai il passo cambiando spesso direzione, ma lui non mi perse mai di vista.
Mi sedetti su di una panchina e attesi la sua mossa. Con una rapida accelerata mi sfrecciò davanti, senza però rinunciare a lanciarmi un'occhiata che pareva una mano a cui aggrapparmi.
Il suo viso era quasi interamente celato dal casco, ma quegli occhi avevano la luce spavalda e avida tipica di chi si sente il padrone del mondo e di chi ancora non si sente addosso il peso degli anni.
La t-shirt aderiva sui suoi muscoli tonici come una seconda pelle. La forza e la mascolinità selvaggia che trasudava erano enfatizzati dal senso d'istinto e libertà che trasmetteva la moto che cavalcava. Chi sceglie il precario equilibrio delle due ruote non fa calcoli. Prende la vita come viene senza lasciarsi sfuggire le opportunità più succulente. In quell'istante decisi.
Volevo dimostrare a Eric, a Patrick e soprattutto a me stessa che non ero una pedina nelle loro mani, ma che ero padrona di me stessa, della mia vita e del mio corpo e che ero libera di provare piacere con chiunque volessi. Calzai di nuovo i panni dell'infallibile seduttrice e camminai ancheggiando fino a raggiungere il motociclista fermo al semaforo. Gli lanciai un'occhiata carica di promesse e scivolai in un vicolo chiuso, dove perfino il sole si rifiutava di entrare. Era il retro di un locale notturno che a quell'ora era ancora deserto. Il rombo della moto riecheggiò in quello stretto cunicolo, rimbalzando sui muri sgretolati fino a trafiggermi le tempie.
Se ne stava fermo, a cavallo della sua moto, pronto a fuggire, stritolato dall'incertezza, scervellandosi su cosa quella pazza di fronte a lui avesse in mente. Era indeciso se restare o no, ma in quegli occhi fiammeggianti lessi tutta la brama e il desiderio che lo stavano trascinando fra le mie gambe.
Mi voleva, eccome se mi voleva e sentii il piacere di sentirmi irresistibile scorrermi nelle vene, e ammorbidire i miei movimenti.
Quell'uomo avrebbe potuto essere chiunque: un assassino, il mio vicino di casa, un cameriere, un sadico violentatore, ma non m'importava. Per me, in quel momento era ciò che mi serviva per rivendicare la mia libertà.
Ancheggiando lentamente mi avvicinai a lui. Ad ogni passo sollevavo un po' la gonna finché scoprii le mie labbra affamate. Poi mi fermai, in mezzo al vicolo, e infilai le dita fra le mie gambe. Enfatizzando i miei gemiti, le immersi nel mio miele. La gonna era sollevata fino alla vita ed entrambe le mie mani erano fra le mie cosce e si muovevano fra quei pertugi e quelle valli guidate dall'estremo desiderio di godere fino allo sfinimento.
Il mio fiore pulsava d'eccitazione, fremeva per il desiderio di essere penetrato da quello sconosciuto. Sentivo il piacere rasentare il limite del non ritorno. Sarebbero bastati pochi colpi per farmi vedere le stelle. Così levai le dita e me le portai alle labbra, succhiandole.
Lo sconosciuto non si trattenne più. Scese furiosamente dalla moto scaraventò il casco per terra, liberando una folta chioma corvina, e si precipitò da me.
Avevo decisamente scelto bene. La sua avvenenza era indiscutibile e il vistoso rigonfiamento nei pantaloni smascherava una verga dalle dimensioni decisamente sopra la media.
Si slacciò la cintura e quel dardo schizzò fuori dirompente pronto a trafiggermi. Lo afferrai con entrambe le mani e lo massaggia scivolando sulla sua pelle già umida.
Lui mi afferrò le natiche con avida bramosia, io gli saltai in braccio e mi conficcai la sua verga fra le gambe. Mugolai sentendo quel dardo strofinarsi fra le mie pareti e farsi strada dentro di me. Lui con due passi mi appoggiò con la schiena contro il muro e iniziò a scoparmi rantolando famelico. Il suo respiro carezzava il mio collo, il suo profumo legnoso si intrufolava nelle mie narici. Afferrai i suoi capelli e dondolai in bilico su quella verga, sentendo il piacere crescere, divorarmi le viscere, impadronirsi della mia voce fino a riempirmi per esondare in un urlo che, riecheggiando in quel vicolo deserto, pareva voler raggiungere Eric e Patrick, ovunque fossero.

E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 12)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quando l'aereo decollò mi parve di lasciare a terra ogni laccio che mi legava alla vecchia Denise. Fu come se una zavorra si fosse staccata dalla mia anima, perché troppo pesante per volare insieme a me.
Da quel momento i viaggi di lavoro, quelli che per anni avevo categoricamente rifiutato, si moltiplicarono e spesso si dilungavano più del previsto, ma non perché le nostre voglie di letto interferissero col nostro lavoro, anzi, l'ansia di tuffarci nelle nostre effusioni ci spingeva ad essere talmente efficienti e convincenti coi clienti da chiudere le trattative spesso prima del previsto, proprio per sfruttare a pieno ogni attimo possibile, bevendo e prosciugando ogni istante, senza sprecarne nemmeno uno.
Fu però durante quel primo viaggio che avvenne la svolta. Durante quel viaggio, la crisalide divenne farfalla.

Patrick si era trattenuto al bar dell'Hotel con i clienti, io salii in camera per prepararmi per la cena, ma quando varcai la soglia trovai ad attendermi sul letto un abito da sera lungo, senza spalline e con un profondo spacco che arrivava all'inguine.
Adagiato sulla seta c'era un biglietto:

Indossalo e raggiungimi al bar. Stasera ti porterò in un posto speciale.
Dobbiamo festeggiare.

Patrick


Carica d'eccitazione, non persi tempo e lo indossai. Quell'abito era favoloso: era elegante, ma lo spacco che si apriva lungo tutta la gamba lo rendeva anche paurosamente sexy. Dai piedi laccati di rosso e racchiusi in un paio di sfavillanti sandali tacco dodici, saliva lungo la caviglia sottile, sul polpaccio, il ginocchio e ancora più su sulla coscia fino ad approdare all'inguine nudo.
Sarebbe bastato un lieve movimento o un timido alito di vento per sollevare quel velo di seta e mostrare al mondo il mio peccaminoso frutto.
A quel pensiero un fremito mi solleticò fra le gambe. Mi eccitava pensare che chiunque potesse sbirciare là sotto e accendersi di desiderio. Volevo che ogni uomo o donna che mi passava accanto desiderasse far l'amore con me.
Non resistetti. Scivolai con la mano attraverso lo spacco e, gemendo, accarezzai la mia fessura, lentamente. Il dolce miele invadeva ogni anfratto. Avrei voluto godere con me stessa, ma volevo esplodere di desiderio per Patrick. La curiosità di sapere cos'avesse  in serbo per me ebbe il sopravvento.
Colorai di rosso le labbra e uscii dalla stanza.
Nessuno rimaneva indifferente. Sentivo gli occhi di tutti addosso: quelli bramosi dei mariti e quelli scandalizzati delle mogli, quelli invidiosi e quelli desiderosi, e mi eccitavano da morire.
Lì non ero nessuno ed ero tutti al temo stesso. Non ero Denise coi suoi paletti e il suo autocontrollo, non ero la moglie di Eric e l'amante di Patrick, lì non c'era il mio passato e nemmeno il mio futuro.
Ero pura eleganza e seduzione. Ero l'incarnazione dei sogni proibiti di chiunque avesse la fortuna d'incontrarmi. Compreso Patrick.
Cominciò a far l'amore con me non appena entrai nel suo campo visivo.
I suoi occhi mi assaggiarono ardenti, accompagnando ogni mio passo finché lo raggiunsi. Saggiarono la mia pelle, si insinuarono sotto la seta immaginando il momento in cui sarebbe scivolata via dal mio corpo per poi avermi a suo piacimento.
Quando gli fui accanto si avvicinò finché la sua bocca mi sfiorò il collo raggiungendo il mio orecchio e sussurrò bramoso:

«Ti voglio»

Era esattamente ciò che volevo sentirmi dire.
Poi, coperto dal suo corpo, sgattaiolò con la mano fra le mie cosce fino a raggiungere la mia fessura umida e nuda e la penetrò lì, davanti a tutti, nel bel mezzo di un affollato bar d'hotel nell'ora dell'aperitivo.
Faticai a trattenere un gemito e poi un altro ancora e ancora un altro mentre le sue dita mi facevano godere entrando e uscendo da me, sfiorando i miei meandri, giocando coi miei petali, carezzando il mio clitoride. Mi aggrappai a lui stringendolo a me in un abbraccio che voleva impedire al mio corpo di contrarsi negli spasmi del piacere, mentre le sue labbra si fiondarono sulle mie impedendomi di gridare.
Quando sfilò le sue dita, poco prima che arrivasse l'orgasmo, quasi lo odiai per quella brusca interruzione. Volevo andare fino in fondo, non m'importava che fossimo in un locale pubblico. Volevo godere, godere e basta. Ero talmente eccitata che se anche m'avesse spogliata in mezzo a tutti quegli sconosciuti non mi sarei opposta, anzi, avrei aperto liberamente le gambe lasciando che tutti assistessero al mio piacere.
Il furore, il desiderio, la passione che zampillavano dai miei occhi gli aprirono sul viso un sorriso soddisfatto. Mi voleva così: pazza d'eccitazione.
Con ancora il desiderio che mi pulsava fra le cosce e che mi mordeva il ventre, lo seguii all'esterno dove c'era un'auto che ci attendeva per portarci in un locale fuori città.
I vetri oscurati ci riparavano dagli sguardi indiscreti, compreso quello dell'autista. Il mio frutto reclamava attenzione, gridava tutto il suo desiderio. Scostai la seta scoprendo interamente le gambe e il ventre fin quasi all'ombelico, gli occhi di Patrick si accesero famelici e l'eccitazione si gonfiò fra le sue gambe. Allungai una mano sul suo voglioso rigonfiamento, mentre con l'altra, gemendo, raggiunsi il mio monte di Venere. Da lì discesi le calde vallate, risalii sui promontori, vezzeggiai le fessure, carezzai i pertugi finché Patrick liberò il suo membro dai pantaloni e spinse la mia testa fra le sue gambe affinché ingoiassi il suo piacere. Le sue dita afferrarono le mie grandi labbra, il mio frutto pulsava nella sua mano mentre lui lo spremeva, lo stringeva, lo manipolava e io gemevo in preda all'estasi mentre il suo dardo mi riempiva la bocca. Non sapevo se eravamo in centro città, in campagna, in mezzo al traffico a pochi centimetri dal resto del mondo oppure dispersi chissà dove, ma non m'importava. Però mi eccitava pensare che un timido vetro oscurato era l'unica cosa che ci divideva dall'altro uomo che occupava la vettura.
Quando l'auto si fermò non avevo nemmeno idea di quanto tempo fosse passato, ma mi parve di essere in un altro mondo e in un'altra epoca.
Il crepuscolo si era arreso e la notte aveva fagocitato tutto, anche le luci della città.
Davanti a noi si presentava in tutta la sua imponenza una splendida villa settecentesca, immersa in un parco illuminato solo da suggestive fiaccole e candele.
Quando varcammo la soglia ci accolse il profumo intenso di incensi e candele aromatizzati all'oppio. Drappi rossi e broccati ornavano divani e finestre, e musica di sottofondo si mescolava alle risate e alle voci dei presenti.
Quel posto mi pareva surreale.
Un barman shakerava gli ingredienti di un cocktail, mentre oltre il banco, proprio di fronte a lui, un uomo succhiava il seno di una donna. Fra la folla che chiacchierava come se niente fosse, donne senza veli si aggiravano leggiadre e disinvolte raccogliendo calici di champagne dai vassoi dei camerieri, così come baci e carezze dai partecipanti alla festa.
Era il regno della lussuria.
Una scalinata conduceva alle appartate camere del piano superiore, ma nessuno impediva di far l'amore lì davanti a tutti e con chiunque, senza freni e senza giudizi, o semplicemente di sedersi al ristorante della villa e consumare nudi il proprio pasto.
Mi affascinava vedere la libertà che aleggiava in quel posto, il desiderio e l'eccitazione che impregnavano l'aria e l'anima di tutti i presenti.
Non avrei mai immaginato di capitare in un luogo del genere e probabilmente in qualsiasi altro istante della mia vita sarei scappata via inorridita o comunque intimidita e satura di vergogna, ma non in quel momento.
Grazie a Patrick ero talmente eccitata e intrisa di desiderio che ovunque si posassero i miei occhi scorgevo qualcosa che amplificava la mia voglia. L'alcool poi fece il resto, spogliandomi non solo del mio vestito ma anche di qualsiasi remora.
Patrick mi condusse nel giardino sul retro dove fiaccole poggiate per terra seguivano il perimetro di una piscina. Fu per me un richiamo irresistibile.
Sciolsi la cerniera dell'abito, la seta scivolò sulla mia pelle e si accasciò a terra. L'aria fresca turbinò sui miei capezzoli inturgidendoli. Nuda, percorsi lentamente i gradini che scendevano nell'acqua e m'immersi in quel tepore sotto gli occhi di tutti. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, se sarei riuscita ad andare fino in fondo e lasciarmi andare con uno sconosciuto oppure no, ma l'idea di poterlo fare mi eccitava terribilmente. Era tutto così trasgressivo, peccaminoso e il fatto che la stragrande maggioranza della gente lo trovasse sbagliato rendeva il tutto ancora più eccitante. Ero travolta, irretita e lusingata dal dolce sapore del proibito.
Mi sentivo una specie di eletta che aveva la fortuna di sorseggiare il nettare più prelibato e gustoso direttamente dai seni della Vita. Mi sentivo una libera ninfa che aveva il privilegio di essere baciata dalla libertà più assoluta, di godere pienamente dei piaceri del sesso più sublime, quello senza limiti e senza rimpianti, quello goduto liberando l'istinto.
Patrick si accomodò in un salottino a bordo piscina e scrutò ogni mio movimento. Era certo che di lì a poco qualcosa sarebbe accaduto e non voleva perdersi la scena.
L'acqua sciabordava fra le mie cosce e carezzava le mie labbra libere. Un leggero vapore si sollevava sfumando i contorni e rendendo l'atmosfera ancor più incantata. Raggiunsi l'isola al centro della vasca e mi adagiai sul bagnasciuga artificiale.
Una splendida ragazza s'immerse nell'acqua. Pareva una sirena. Il suo corpo nudo e sinuoso si muoveva morbido e seducente. Le sue curve emergevano, brillando illuminate dalle lanterne, per poi sparire nuovamente sotto la superficie e ricomparire un po' più in là.
La guardai danzare nell'acqua finché emerse per raggiungermi.
Non ebbe bisogno di dire nulla, di chiedere nulla. Io non dissi nulla, ma il fuoco che mi si accese fra le gambe divampò anche nei miei occhi. Lei se ne accorse e lo fece suo.
Gattonò fra le mie gambe maliziosa e leggiadra come poco prima aveva fatto nell'acqua. Scivolò su di me come una boccata d'aria fresca. La sua pelle calda e morbida sfiorava la mia, i suoi capezzoli giocarono sul mio ventre salendo su fino a danzare coi miei finché le sue labbra schiusero le mie.
Era la prima volta che lo facevo con una donna. La prima volta che una donna mi sfiorava così, la prima volta che i capezzoli di una femmina carezzavano la mia pelle e la prima volta che baciavo una donna non per affetto, ma per sfrenata passione.
Sapeva di cloro e di gloss alla ciliegia. Erano così morbide quelle labbra, così carnose e delicate senza la dura barba di un uomo a graffiarmi la pelle. Quelle labbra invogliavano a morderle, a succhiarle e penetrarle con la lingua per danzare insieme alla sua.
Poi la sua bocca si staccò dalla mia per scivolare giù lungo il mio collo e ancora più giù sul mio seno.
Gemetti sentendo il tocco delicato della sua lingua e dei suoi baci che raccoglievano le goccioline che ancora giacevano sulla mia pelle, finché una scarica elettrica mi percorse tutto il corpo, fino ad arricciarmi i piedi, quando le sue dita si intrufolarono fra le mie cosce.
Lentamente discese le mie valli, sfiorando la fessura e spingendosi giù fino al perineo, poi tornò su ripercorrendo gli stessi meandri fino ad approdare al clitoride. Mi sentii scuotere da un tremito e un gemito intenso sgorgò dalla mia gola. Non ressi più il peso della schiena e della testa come se tutta me stessa fosse impegnata solo ed esclusivamente a godere per quelle dita che mi carezzavano là dove nessuna donna era mai stata.
Mi sdraiai a terra e allargai le gambe più che potei. Il mio frutto era lì pronto per essere divorato da quella donna sconosciuta.
La sua bocca scese sul mio ventre e baciò i miei fianchi mentre le sue mani massaggiavano le mie labbra e si tuffarono nei miei umori. Le sue dita penetrarono la mia fessura come un coltello nel burro. Urlai di piacere. La delicatezza di quelle mani era qualcosa che non avevo mai provato, era la manualità, l'esperienza e l'arte del piacere che solo una donna può avere.
Quando la sua lingua sostituì le sue dita credetti di scoppiare. Vedevo la sua chioma bionda fra le mie cosce, la sua bocca gustare la mia pelle, le sue natiche alte contro il cielo mostrando alla luna il peccaminoso frutto che custodivano.
Sapientemente baciò ogni anfratto, succhiò le mie labbra, la sua lingua s'intrufolò nella mia fessura raccogliendo i miei umori, vezzeggiandola, corteggiandola, finché le bastò avvicinarsi al clitoride per farmi esplodere di piacere.
Ma questo non bastò a fermare la sua lingua, perché sapeva che un orgasmo, per una donna, è solo l'inizio. E' un antipasto, un aperitivo, è qualcosa che non sazia, ma anzi, scatena la fame.
Baciò l'interno delle mie cosce, l'inguine, risalì sul monte di Venere, sul mio ventre, il mio seno fino ad approdare nuovamente sulla mia bocca.
Il gloss e il cloro non c'erano più. Quelle scaltre labbra sapevano di me.
Liberai l'istinto e lasciai che fosse la curiosità a spingermi oltre il limite che fino a quel momento non avevo mai valicato.
Allungai una mano fra le sue gambe intrufolando le dita in quel sesso così uguale al mio eppure così diverso.
Era così morbida, umida e più le mie mani giocavano con le sue labbra e più i suoi gemiti si facevano intensi. Mi piaceva farla godere, mi eccitava far godere un'altra donna.
Volevo vederla da vicino, saggiarla, vedere il suo fiore schiudersi e sbocciare per me. Volevo che  mi esplodesse in bocca.
Mi sollevai e ruzzolai sopra di lei, fra le sue gambe.
Affondai le mani nei suoi seni e succhiai i suoi capezzoli, li sentii turgidi e gonfi contro la mia lingua. Poi scivolai fra le sue cosce e ammirai il suo sesso. Le sue armoniose grandi labbra si aprirono per mostrarmi la delicatezza dei piccoli petali, il bocciolo, i pertugi, gli anfratti. C'era un mondo intero da esplorare e da ammirare, un universo che non attendeva altro che le mie dita e la mia bocca.
Guardavo quel fiore, lo accarezzavo ed era come se accarezzassi il mio. Più lo saggiavo e più l'eccitazione cresceva alimentata anche dai suoi gemiti e dai suoi movimenti.
Le mie dita disegnavano arabeschi di piacere fra quei meandri lussuriosi, alternavo tocchi decisi ad altri delicati esattamente come avrei voluto essere toccata io, poi allargai le grandi labbra portando alla ribalta il clitoride gonfio d'eccitazione e intrufolai la lingua nella sua fessura. Saggiai quel frutto prelibato in ogni sua parte, avida del suo piacere e del mio. Erano i suoi gemiti a guidare la mia lingua e a muovere le mie dita.
Con la coda dell'occhio vidi Patrick in piedi accanto al divanetto che prendeva da dietro una donna. I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e a ogni colpo il viso di lei si contorceva dal piacere. Conoscevo bene le potenzialità di quel membro, e insieme a quel fiore che sbocciava sulla mia bocca avrei voluto anche quel dardo dentro di me. Patrick teneva la donna per i fianchi, la colpiva con forza, con veemenza, mentre i suoi occhi erano tutti per me. Scopava quella donna guardando me fra le gambe di un'altra.
Più mi guardava e più il desiderio cresceva. Mi eccitava quella complicità fra di noi. Quell'assoluta libertà di godere fra di noi e con altri senza il timore di ferire nessuno, semplicemente liberi di dare sfogo ad ogni nostra voglia senza temere di essere giudicati.
Era solo ed esclusivamente sesso. L'assoluta libertà di concedersi al piacere più assoluto e di dare piacere.
Improvvisamente sentii premere fra le gambe. Un membro gonfio di voglia voleva entrare nella mia fessura e la carezzava strofinandosi sulla mia pelle dal clitoride al perineo, premendo fra i miei anfratti desiderosi di essere violati ancora una volta.
Mi voltai per vedere chi fosse, ma com'era logico non lo conoscevo. Un uomo si ergeva sopra di me col suo petto nudo e tonico mentre io ero china in avanti fra le gambe della mia giovane compagna di giochi.
Non avevo idea di chi fosse, ma stavo iniziando a conoscere il suo sesso e ciò che mi stava facendo mi piaceva da morire.

«Continua, ti prego» Mi supplicò la ragazza, spingendomi la testa fra le sue cosce.

Non la feci attendere. Sopraffatta dall'eccitazione per le carezze di quel membro e pregustando l'attimo in cui sarebbe entrato dentro di me gonfiandomi di piacere, mi fiondai sui petali di quel fiore che pulsava davanti al mio viso e li succhiai avidamente, mentre con due dita varcai la sua soglia. Lei gridò in preda all'estasi, ancheggiando e muovendo il bacino sfregandosi sulla mia lingua e scorrendo sulle mie dita finché un urlo che riecheggiò in quella lussuriosa notte annunciò il suo orgasmo.
In quel momento lo sconosciuto mi penetrò e all'urlo della ragazza seguì il mio e poi un altro ancora mentre quel dardo mi riempiva con tutta la sua fiera passione.
La ragazza scivolò col viso fra le mie gambe e cominciò a baciarmi il clitoride. Credetti di non reggere a quel piacere così intenso. Ero sopraffatta dall'estasi più totale. Due persone sconosciute, un uomo e una donna, mi stavano facendo delirare. Non sapevo più dov'ero e cos'ero. Sentivo solo il piacere crescere, crescere, crescere inarrestabile e io gridavo perché volevo che continuassero a farmi godere sempre di più. Quando poi lo sconosciuto valicò con due dita anche il mio stretto e pulsante pertugio non riuscii più a trattenermi. Quando l'orgasmo arrivò mi sentii quasi svenire. Avevo raggiunto l'Olimpo e da lì non volli più scendere.

E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 12)

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Quando l'aereo decollò mi parve di lasciare a terra ogni laccio che mi legava alla vecchia Denise. Fu come se una zavorra si fosse staccata dalla mia anima, perché troppo pesante per volare insieme a me.
Fu infatti durante quel viaggio che avvenne la svolta, e la crisalide divenne farfalla.
Patrick si era trattenuto al bar dell'Hotel con i clienti, io salii in camera per prepararmi per la cena, ma quando varcai la soglia trovai ad attendermi sul letto un abito da sera lungo, senza spalline e con un profondo spacco che arrivava all'inguine.
Adagiato sulla seta c'era un biglietto:

Indossalo e raggiungimi al bar. Stasera ti porterò in un posto speciale.
Dobbiamo festeggiare.

Patrick

Carica d'eccitazione, non persi tempo e lo indossai. Quell'abito era favoloso: era elegante, ma lo spacco che si apriva lungo tutta la gamba lo rendeva anche paurosamente sexy. Dai piedi laccati di rosso e racchiusi in un paio di sfavillanti sandali tacco dodici, saliva lungo la caviglia sottile, sul polpaccio, il ginocchio e ancora più su sulla coscia fino ad approdare all'inguine nudo.
Sarebbe bastato un lieve movimento o un timido alito di vento per sollevare quel velo di seta e mostrare al mondo il mio peccaminoso frutto.
A quel pensiero un fremito mi solleticò fra le gambe. Mi eccitava pensare che chiunque potesse sbirciare là sotto e accendersi di desiderio. Volevo che ogni uomo o donna che mi passava accanto desiderasse far l'amore con me.
Non resistetti. Scivolai con la mano attraverso lo spacco e, gemendo, accarezzai la mia fessura, lentamente. Il dolce miele invadeva ogni anfratto. Avrei voluto godere con me stessa, ma volevo esplodere di desiderio per Patrick. La curiosità di sapere cos'avesse in serbo per me ebbe il sopravvento.
Colorai di rosso le labbra e uscii dalla stanza.
Nessuno rimaneva indifferente. Sentivo gli occhi di tutti addosso: quelli bramosi dei mariti e quelli scandalizzati delle mogli, quelli invidiosi e quelli desiderosi, e mi eccitavano da morire.
Lì non ero nessuno ed ero tutti al temo stesso. Non ero Denise coi suoi paletti e il suo autocontrollo, non ero la moglie di Eric e l'amante di Patrick, lì non c'era il mio passato e nemmeno il mio futuro.
Ero pura eleganza e seduzione. Ero l'incarnazione dei sogni proibiti di chiunque avesse la fortuna d'incontrarmi. Compreso Patrick.
Cominciò a far l'amore con me non appena entrai nel suo campo visivo.
I suoi occhi mi assaggiarono ardenti, accompagnando ogni mio passo finché lo raggiunsi. Saggiarono la mia pelle, si insinuarono sotto la seta immaginando il momento in cui sarebbe scivolata via dal mio corpo per poi avermi a suo piacimento.
Quando gli fui accanto si avvicinò finché la sua bocca mi sfiorò il collo raggiungendo il mio orecchio e sussurrò bramoso:
«Ti voglio!»
Era esattamente ciò che volevo sentirmi dire.
Poi, coperto dal suo corpo, sgattaiolò con la mano fra le mie cosce fino a raggiungere la mia fessura umida e nuda e la penetrò lì, davanti a tutti, nel bel mezzo di un affollato bar d'hotel nell'ora dell'aperitivo.
Faticai a trattenere un gemito e poi un altro ancora e ancora un altro mentre le sue dita mi facevano godere entrando e uscendo da me, sfiorando i miei meandri, giocando coi miei petali, carezzando il mio clitoride. Mi aggrappai a lui stringendolo a me in un abbraccio che voleva impedire al mio corpo di contrarsi negli spasmi del piacere, mentre le sue labbra si fiondarono sulle mie impedendomi di gridare.
Quando sfilò le sue dita, poco prima che arrivasse l'orgasmo, quasi lo odiai per quella brusca interruzione. Volevo andare fino in fondo, non m'importava che fossimo in un locale pubblico. Volevo godere, godere e basta. Ero talmente eccitata che se anche m'avesse spogliata in mezzo a tutti quegli sconosciuti non mi sarei opposta, anzi, avrei aperto liberamente le gambe lasciando che tutti assistessero al mio piacere.
Il furore, il desiderio, la passione che zampillavano dai miei occhi gli aprirono sul viso un sorriso soddisfatto. Mi voleva così: pazza d'eccitazione.
Con ancora il desiderio che mi pulsava fra le cosce e che mi mordeva il ventre, lo seguii all'esterno dove c'era un'auto che ci attendeva per portarci in un locale fuori città.
I vetri oscurati ci riparavano dagli sguardi indiscreti, compreso quello dell'autista. Il mio frutto reclamava attenzione, gridava tutto il suo desiderio. Scostai la seta scoprendo interamente le gambe e il ventre fin quasi all'ombelico, gli occhi di Patrick si accesero famelici e l'eccitazione si gonfiò fra le sue gambe. Allungai una mano sul suo voglioso rigonfiamento, mentre con l'altra, gemendo, raggiunsi il mio monte di Venere. Da lì discesi le calde vallate, risalii sui promontori, vezzeggiai le fessure, carezzai i pertugi finché Patrick liberò il suo membro dai pantaloni e spinse la mia testa fra le sue gambe affinché ingoiassi il suo piacere. Le sue dita afferrarono le mie grandi labbra, il mio frutto pulsava nella sua mano mentre lui lo spremeva, lo stringeva, lo manipolava e io gemevo in preda all'estasi mentre il suo dardo mi riempiva la bocca. Non sapevo se eravamo in centro città, in campagna, in mezzo al traffico a pochi centimetri dal resto del mondo oppure dispersi chissà dove, ma non m'importava. Però mi eccitava pensare che un timido vetro oscurato era l'unica cosa che ci divideva dall'altro uomo che occupava la vettura.
Quando l'auto si fermò non avevo nemmeno idea di quanto tempo fosse passato, ma mi parve di essere in un altro mondo e in un'altra epoca.
Il crepuscolo si era arreso e la notte aveva fagocitato tutto, anche le luci della città.
Davanti a noi si presentava in tutta la sua imponenza una splendida villa settecentesca, immersa in un parco illuminato solo da suggestive fiaccole e candele.
Quando varcammo la soglia ci accolse il profumo intenso di incensi e candele aromatizzati all'oppio. Drappi rossi e broccati ornavano divani e finestre, e musica di sottofondo si mescolava alle risate e alle voci dei presenti.
Quel posto mi pareva surreale.
Un barman shakerava gli ingredienti di un cocktail, mentre oltre il banco, proprio di fronte a lui, un uomo succhiava il seno di una donna. Fra la folla che chiacchierava come se niente fosse, donne senza veli si aggiravano leggiadre e disinvolte raccogliendo calici di champagne dai vassoi dei camerieri, così come baci e carezze dai partecipanti alla festa.
Era il regno della lussuria.
Una scalinata conduceva alle appartate camere del piano superiore, ma nessuno impediva di far l'amore lì davanti a tutti e con chiunque, senza freni e senza giudizi, o semplicemente di sedersi al ristorante della villa e consumare nudi il proprio pasto.
Mi affascinava vedere la libertà che aleggiava in quel posto, il desiderio e l'eccitazione che impregnavano l'aria e l'anima di tutti i presenti.
Non avrei mai immaginato di capitare in un luogo del genere e probabilmente in qualsiasi altro istante della mia vita sarei scappata via inorridita o comunque intimidita e satura di vergogna, ma non in quel momento.
Grazie a Patrick ero talmente eccitata e intrisa di desiderio che ovunque si posassero i miei occhi scorgevo qualcosa che amplificava la mia voglia. L'alcool poi fece il resto, spogliandomi non solo del mio vestito ma anche di qualsiasi remora.
Patrick mi condusse nel giardino sul retro dove fiaccole poggiate per terra seguivano il perimetro di una piscina. Fu per me un richiamo irresistibile.
Sciolsi la cerniera dell'abito, la seta scivolò sulla mia pelle e si accasciò a terra. L'aria fresca turbinò sui miei capezzoli inturgidendoli. Nuda, percorsi lentamente i gradini che scendevano nell'acqua e m'immersi in quel tepore sotto gli occhi di tutti. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, se sarei riuscita ad andare fino in fondo e lasciarmi andare con uno sconosciuto oppure no, ma l'idea di poterlo fare mi eccitava terribilmente. Era tutto così trasgressivo, peccaminoso e il fatto che la stragrande maggioranza della gente lo trovasse sbagliato rendeva il tutto ancora più eccitante. Ero travolta, irretita e lusingata dal dolce sapore del proibito.
Mi sentivo una specie di eletta che aveva la fortuna di sorseggiare il nettare più prelibato e gustoso direttamente dai seni della Vita. Mi sentivo una libera ninfa che aveva il privilegio di essere baciata dalla libertà più assoluta, di godere pienamente dei piaceri del sesso più sublime, quello senza limiti e senza rimpianti, quello goduto liberando l'istinto.
Patrick si accomodò in un salottino a bordo piscina e scrutò ogni mio movimento. Era certo che di lì a poco qualcosa sarebbe accaduto e non voleva perdersi la scena.
L'acqua sciabordava fra le mie cosce e carezzava le mie labbra libere. Un leggero vapore si sollevava sfumando i contorni e rendendo l'atmosfera ancor più incantata. Raggiunsi l'isola al centro della vasca e mi adagiai sul bagnasciuga artificiale.
Una splendida ragazza s'immerse nell'acqua. Pareva una sirena. Il suo corpo nudo e sinuoso si muoveva morbido e seducente. Le sue curve emergevano, brillando illuminate dalle lanterne, per poi sparire nuovamente sotto la superficie e ricomparire un po' più in là.
La guardai danzare nell'acqua finché emerse per raggiungermi.
Non ebbe bisogno di dire nulla, di chiedere nulla. Io non dissi nulla, ma il fuoco che mi si accese fra le gambe divampò anche nei miei occhi. Lei se ne accorse e lo fece suo.
Gattonò fra le mie gambe maliziosa e leggiadra come poco prima aveva fatto nell'acqua. Scivolò su di me come una boccata d'aria fresca. La sua pelle calda e morbida sfiorava la mia, i suoi capezzoli giocarono sul mio ventre salendo su fino a danzare coi miei finché le sue labbra schiusero le mie.
Era la prima volta che lo facevo con una donna. La prima volta che una donna mi sfiorava così, la prima volta che i capezzoli di una femmina carezzavano la mia pelle e la prima volta che baciavo una donna non per affetto, ma per sfrenata passione.
Sapeva di cloro e di gloss alla ciliegia. Erano così morbide quelle labbra, così carnose e delicate senza la dura barba di un uomo a graffiarmi la pelle. Quelle labbra invogliavano a morderle, a succhiarle e penetrarle con la lingua per danzare insieme alla sua.
Poi la sua bocca si staccò dalla mia per scivolare giù lungo il mio collo e ancora più giù sul mio seno.
Gemetti sentendo il tocco delicato della sua lingua e dei suoi baci che raccoglievano le goccioline che ancora giacevano sulla mia pelle, finché una scarica elettrica mi percorse tutto il corpo, fino ad arricciarmi i piedi, quando le sue dita si intrufolarono fra le mie cosce.
Lentamente discese le mie valli, sfiorando la fessura e spingendosi giù fino al perineo, poi tornò su ripercorrendo gli stessi meandri fino ad approdare al clitoride. Mi sentii scuotere da un tremito e un gemito intenso sgorgò dalla mia gola. Non ressi più il peso della schiena e della testa come se tutta me stessa fosse impegnata solo ed esclusivamente a godere per quelle dita che mi carezzavano là dove nessuna donna era mai stata.
Mi sdraiai a terra e allargai le gambe più che potei. Il mio frutto era lì pronto per essere divorato da quella donna sconosciuta.
La sua bocca scese sul mio ventre e baciò i miei fianchi mentre le sue mani massaggiavano le mie labbra e si tuffarono nei miei umori. Le sue dita penetrarono la mia fessura come un coltello nel burro. Urlai di piacere. La delicatezza di quelle mani era qualcosa che non avevo mai provato, era la manualità, l'esperienza e l'arte del piacere che solo una donna può avere.
Quando la sua lingua sostituì le sue dita credetti di scoppiare. Vedevo la sua chioma bionda fra le mie cosce, la sua bocca gustare la mia pelle, le sue natiche alte contro il cielo mostrando alla luna il peccaminoso frutto che custodivano.
Sapientemente baciò ogni anfratto, succhiò le mie labbra, la sua lingua s'intrufolò nella mia fessura raccogliendo i miei umori, vezzeggiandola, corteggiandola, finché le bastò avvicinarsi al clitoride per farmi esplodere di piacere.
Ma questo non bastò a fermare la sua lingua, perché sapeva che un orgasmo, per una donna, è solo l'inizio. È un antipasto, un aperitivo, è qualcosa che non sazia, ma anzi, scatena la fame.
Baciò l'interno delle mie cosce, l'inguine, risalì sul monte di Venere, sul mio ventre, il mio seno fino ad approdare nuovamente sulla mia bocca.
Il gloss e il cloro non c'erano più. Quelle scaltre labbra sapevano di me.
Liberai l'istinto e lasciai che fosse la curiosità a spingermi oltre il limite che fino a quel momento non avevo mai valicato.
Allungai una mano fra le sue gambe intrufolando le dita in quel sesso così uguale al mio eppure così diverso.
Era così morbida, umida e più le mie mani giocavano con le sue labbra e più i suoi gemiti si facevano intensi. Mi piaceva farla godere, mi eccitava far godere un'altra donna.
Volevo vederla da vicino, saggiarla, vedere il suo fiore schiudersi e sbocciare per me. Volevo che mi esplodesse in bocca.
Mi sollevai e ruzzolai sopra di lei, fra le sue gambe.
Affondai le mani nei suoi seni e succhiai i suoi capezzoli, li sentii turgidi e gonfi contro la mia lingua. Poi scivolai fra le sue cosce e ammirai il suo sesso. Le sue armoniose grandi labbra si aprirono per mostrarmi la delicatezza dei piccoli petali, il bocciolo, i pertugi, gli anfratti. C'era un mondo intero da esplorare e da ammirare, un universo che non attendeva altro che le mie dita e la mia bocca.
Guardavo quel fiore, lo accarezzavo ed era come se accarezzassi il mio. Più lo saggiavo e più l'eccitazione cresceva alimentata anche dai suoi gemiti e dai suoi movimenti.
Le mie dita disegnavano arabeschi di piacere fra quei meandri lussuriosi, alternavo tocchi decisi ad altri delicati esattamente come avrei voluto essere toccata io, poi allargai le grandi labbra portando alla ribalta il clitoride gonfio d'eccitazione e intrufolai la lingua nella sua fessura. Saggiai quel frutto prelibato in ogni sua parte, avida del suo piacere e del mio. Erano i suoi gemiti a guidare la mia lingua e a muovere le mie dita.
Con la coda dell'occhio vidi Patrick in piedi accanto al divanetto che prendeva da dietro una donna. I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e a ogni colpo il viso di lei si contorceva dal piacere. Conoscevo bene le potenzialità di quel membro, e insieme a quel fiore che sbocciava sulla mia bocca avrei voluto anche quel dardo dentro di me. Patrick teneva la donna per i fianchi, la colpiva con forza, con veemenza, mentre i suoi occhi erano tutti per me. Scopava quella donna guardando me fra le gambe di un'altra.
Più mi guardava e più il desiderio cresceva. Mi eccitava quella complicità fra di noi. Quell'assoluta libertà di godere fra di noi e con altri senza il timore di ferire nessuno, semplicemente liberi di dare sfogo ad ogni nostra voglia senza temere di essere giudicati.
Era solo ed esclusivamente sesso. L'assoluta libertà di concedersi al piacere più assoluto e di dare piacere.
Improvvisamente sentii premere fra le gambe. Un membro gonfio di voglia voleva entrare nella mia fessura e la carezzava strofinandosi sulla mia pelle dal clitoride al perineo, premendo fra i miei anfratti desiderosi di essere violati ancora una volta.
Mi voltai per vedere chi fosse, ma com'era logico non lo conoscevo. Un uomo si ergeva sopra di me col suo petto nudo e tonico mentre io ero china in avanti fra le gambe della mia giovane compagna di giochi.
Non avevo idea di chi fosse, ma stavo iniziando a conoscere il suo sesso e ciò che mi stava facendo mi piaceva da morire.
«Continua, ti prego» Mi supplicò la ragazza, spingendomi la testa fra le sue cosce.
Non la feci attendere. Sopraffatta dall'eccitazione per le carezze di quel membro e pregustando l'attimo in cui sarebbe entrato dentro di me gonfiandomi di piacere, mi fiondai sui petali di quel fiore che pulsava davanti al mio viso e li succhiai avidamente, mentre con due dita varcai la sua soglia. Lei gridò in preda all'estasi, ancheggiando e muovendo il bacino sfregandosi sulla mia lingua e scorrendo sulle mie dita finché un urlo che riecheggiò in quella lussuriosa notte annunciò il suo orgasmo.
In quel momento lo sconosciuto mi penetrò e all'urlo della ragazza seguì il mio e poi un altro ancora mentre quel dardo mi riempiva con tutta la sua fiera passione.

La ragazza scivolò col viso fra le mie gambe e cominciò a baciarmi il clitoride. Credetti di non reggere a quel piacere così intenso. Ero sopraffatta dall'estasi più totale. Due persone sconosciute, un uomo e una donna, mi stavano facendo delirare. Non sapevo più dov'ero e cos'ero. Sentivo solo il piacere crescere, crescere, crescere inarrestabile e io gridavo perché volevo che continuassero a farmi godere sempre di più. Quando poi lo sconosciuto valicò con due dita anche il mio stretto e pulsante pertugio non riuscii più a trattenermi. Quando l'orgasmo arrivò mi sentii quasi svenire. Avevo raggiunto l'Olimpo e da lì non volli più scendere.