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Sexy girl amateur Czech

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-10-05 19:08:02

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/02/00/1152926302.jpgFrustata sul sesso.Un giorno, un paio di anni fa, leggendo una rivista mi è caduto l’occhio su un annuncio che ha attirato la mia attenzione, e che diceva testualmente: “Donna cerca donna sottomessa per momenti piacevoli”. Mi chiamo Francesca, ho 35 anni, sposata e uno stile di vita piuttosto borghese. Non sono lesbica e nemmeno trasgressiva, ma certo annoiata da una routine piena di doveri e solo brutti imprevisti. Così, obbedendo ad un impulso subitaneo, decido di prendere contatto con questa persona. Lei mi fissa rapidamente e in maniera sbrigativa un appuntamento. Mi reco là in tassì che poi congedo e scopro che è per strada, in periferia, in un posto isolato., e aspetto, guardandomi in giro e sempre più nervosa. La paura mi fa tremare le gambe, ma assurdamente già mi fa bagnare. E se fosse un trucco, un rapimento, uno stupro? Non mi riconosco più. Perché tutto questo, nonostante tutto, mi eccita? Quando ancor più mi assale il panico, e quasi decido di andarmene, anche se non so dove, non so come, ecco che spunta una vettura di lusso che si ferma davanti a me perché io vi salga. Al suo interno, tutto arredato in cuoio, un autista in livrea mi invita ad aprire una busta che si trova sul sedile posteriore, accanto a me, insieme a un collare per cani. Dentro la busta trovo un biglietto con degli ordini: dovevo togliermi la biancheria ma tenere addosso il resto dell’abbigliamento. E per completare il quadro, indossare il pesante collare nero borchiato. Contorcendomi, bene o male, sul sedile dell’auto e cercando di non mostre troppe nudità all’autista, che sicuramente mi sta spiando, eseguo gli ordini. E sento il turbamento sconosciuto ma persistente impadronirsi sempre più di me. Mi sento come fossi una bambola senza più volontà, con un corpo non più mio che reagisce e si eccita mio malgrado. Quando infine la vettura si inoltra in un parco in fondo al quale intravedo una villa lussuosa, la curiosità e l’ansia salgono a mille. Si placa un po’ il timore ma cresce l’aspettativa. Davanti all’imponente ingresso ci fermiamo.L’autista scende, mi apre lo sportello e poi, con riguardo ma decisamente, mi aggancia un guinzaglio all’anello infilato nel collare, e mi invita a scendere con un piccolo strattone. Poi consegna il guinzaglio ad una delle due giovani donne in attesa, davanti al pesante portone di ferro battuto. Entrambe a piedi nudi, vestite con una tunica verde smeraldo con altissimi spacchi laterali e fermata in vita da una catena d’oro. Mi accompagnano dentro la casa, mi fanno accomodare in una stanza dove l’unico mobile è una sedia. Poi una di loro mi si avvicina e mi passa la mano sotto la gonna, per poi sbottonare i primi tre bottoni della mia camicetta. Al passaggio, la sua mano mi accarezza leggermente un seno ma senza indugiare. Dopo questo “controllo” destinato a verificare se ho eseguito gli ordini ricevuti, mi conduce in un ufficio. Il tutto senza una parola, solo con leggeri strattoni al guinzaglio. Questa volta la stanza è abbondantemente ammobiliata. Quello che mi attira soprattutto di questa stanza sono le tende che ricoprono interamente le pareti. La mente di una donna è strana, dovrei essere preoccupata forse per la mia stessa vita, e invece mi soffermo sull’arredamento. Certo per nascondere e sopportare la tensione che va via via aumentando a dismisura facendomi sentire completamente indifesa, e potrei impazzire se solo pensassi di essere capitata in mano di gente sconsiderata. Nessuno sa dove sono, potrebbe capitarmi di tutto. Mi lasciano cadere su una poltrona. Subito dopo entra una signora alta e bionda, dall’aria severa. E’ bellissima, ma di una bellezza fredda, dura, algida. Si siede di fronte a me, mi scruta a fondo guardandomi negli occhi ma anche nell’anima, e mi chiede senza preamboli se sono pronta a subire tutte le sue fantasie. Molto intimidita, rispondo naturalmente di sì. All’inizio devo subire un vero interrogatorio sulla mia sessualità. A quanti anni ho avuto le prime mestruazioni, e i primi peli sul pube. Se mi guardavo spesso in bagno per veder crescere i miei seni. A quanti anni ero stata deflorata? 16. Avevo già fatto l’amore con una donna? In questo caso, no. Avevo già praticato la sodomia? No. La fellatio? Si. Mi masturbo spesso? Si, più per noia che per piacere. Mi hanno mai legata, o frustata? No, naturalmente. Rapidamente tutta la mia vita sessuale si srotola in quella stanza sotto un fuoco di fila di domande alle quali rispondo con la massima franchezza. Poi, l’interrogatorio termina bruscamente. Lei mi ordina di alzarmi e di mettermi a torso nudo. Mi slaccio la camicetta e la tolgo posandola sulla spalliera della poltrona. “Accarezzati le punte dei seni”, mi ordina senza abbandonarmi con lo sguardo, “Sono erette?”.Le rispondo di si. Allora quella femmina bionda si alza e viene a piazzarsi dietro di me. Poi mi abbassa la lampo della gonna, che scivola lungo le gambe fino a cascare per terra. Mi ritrovo completamente nuda. Le sue mani si impadroniscono dei miei seni ed iniziano a impastarli, facendo rotolare i capezzoli tra le dita, a volte torcendoli forte, mentre un certo calore mi nasce dolcemente dal bassoventre. Lei se ne deve accorgere, perché immediatamente cessa le sue carezze e mi ordina di masturbarmi davanti a lei. Devo allargare le cosce e piegare le ginocchia. E ancora una volta mi ritrovo ad obbedire in silenzio. Subito, due delle mie dita passano sul clitoride, mi ritrovo fradicia e sento che già l’orgasmo si avvicina a grandi passi. Ma lei mi blocca la mano dicendomi che, giustamente, è un suo diritto quello di impedirmi di godere. Poi si risiede sulla poltrona e mi ordina di avvicinarmi a lei.“Allarga le gambe”, mi dice con un tono di voce calmo ma che non ammette repliche. Mi posa le mani sulle anche, poi la destra scende all’incrocio delle cosce. Subito emetto un grido di dolore. Mi ha fatto penetrare in un colpo solo quattro dita nella vagina!“Hai l’aria di essere sensibile, davanti”, constata lei ironicamente prima di ritirare la mano per farmi girare. Questa volta mi allarga le natiche con le mani e con un solo dito mi accarezza il solco prima di penetrare nell’ano senza difficoltà, fino in fondo. Dopo questo nuovo esame mi conduce in un’altra stanza. Un vestibolo dove lei mi mette una fascia sugli occhi prima di scortarmi in un’altra stanza, ancora diversa, dove non posso vedere nulla. Questa grande casa non ha fine e credo che prima di andarmene la visiterò tutta.“Mettiti in ginocchio”, mi ordina seccamente.Sempre obbediente, eseguo, mentre sento che si sta spogliando a sua volta perché odo i suoi abiti cadere a terra uno ad uno. Poi si avvicina a me e mi prende la testa con le mani per dirigerla verso il suo sesso. “Lecca”, dice, “e fammi godere rapidamente. Altrimenti sarai punita.”.La mia lingua si fa prontamente a spatola e si posa immediatamente sulle sue labbra, che lecco a lungo meglio che posso. Non l’ho mai fatto prima e mi stupisco di sentire un sapore diverso dal mio, di quando mi lecco le dita. Poi mi concentro sul clitoride. Lo sento gonfiarsi via via, ma lei non gode ancora. Ed è quello che mi rimprovera subito con severità.“Non vali nulla. Tu non sai far godere una donna. Fermati e alzati per subire la punizione che meriti”.Mi guida verso l’altro cantone della stanza e mi fa stendere su un tavolo prima di legarmi i polsi alle caviglie di ciascun piede. Poi mi costringe ad alzare le gambe e ad allargarle tirando sulle corde che le serrano. Così facendo mi sento con il culo, le cosce e il sesso completamente esposti e indifesi. Gli occhi sempre bendati, attendo con trepidazione quello che sta per seguire, quando sento all’improvviso un colpo sferzante sul seno, subito seguito da un secondo, poi da un terzo. Lancio urla che nessuno pare sentire. Dopo una serie che mi sembra interminabile, e che già mi rende prossima al pianto, la sento di nuovo parlare con voce molto dura.“Questo non è che l’inizio della tua sofferenza. Adesso ti frusto sul sesso”.Ansimante, con già le lacrime agli occhi, la supplico di non farlo. Cerco di chiudere le gambe per proteggermi, tiro così forte le corde la scorticarmi la pelle, ma le corde non cedono, le mie cosce rimangono spalancate e le mie preghiere non servono a dissuaderla. E la striscia di cuoio della frusta si abbatte rapidamente di nuovo, questa volta sul mio sesso aperto e già gonfio, più sensibile che mai, strappandomi un grido che scatena una risata beffarda della mia carnefice. “Puoi gridare quanto vuoi, mia cara, ma nessuno ti salverà da questo supplizio. Ti garantisco che da questa dimora non ti sentirà nessuno, e se anche fosse, sono tutti servi fedeli a me”.Ricevo ancora 30 colpi supplementari, tanti da sentirmi solo una poltiglia infiammata e gonfia tra le gambe. Poi mi slega e mi ordina di mettermi a quattro zampe. Sollevata che infine il dolore sia cessato, ottempero prontamente al suo ordine senza dire niente, quando la sua voce si eleva un’altra volta.“Adesso ti penetro dove nessuno è mai penetrato”.La mia angoscia cresce bruscamente all’idea di essere sodomizzata per la prima volta. Ma al presente mi sento completamente dominata dalla personalità di questa donna tanto decisa e sicura di sé. Non saprei né potrei negarle nulla. Credo che si stia montando un aggeggio tra le cosce e lo fissa con le cinghie. Deve essere un grosso dildo, grande quanto il doppio di un cazzo normale, per grossezza e lunghezza, da quello che percepisco mentre ne sento l’estremità puntarmi tra le natiche. Poi di colpo, senza nessuna preparazione, lo infila profondamente in me, facendomi emettere un nuovo grido di dolore. Dopo qualche va e vieni, si ritira bruscamente e mi lascia riprendere fiato per qualche minuto. Ansimante, con gli occhi sempre bendati dalla fascia ormai intrisa di lacrime, comincio a cedere a un intenso godimento fatto di dolore, paura e felicità. Poi mi fa alzare, e dopo qualche passo mi aiuta a sdraiarmi su quello che dev’essere un divano. Le sue mani iniziano a corrermi sul corpo, si impadroniscono del mio seno. Mi allargano le cosce e mi accarezzano il sesso, senza un attimo di sosta. I capezzoli e il sesso sono turgidi e lascio che il godimento si impadronisca completamente di me. Non resistendo oltre, mi azzardo. “Signora, posso venire? La prego, non resisto più”. Allora finalmente lei mi dà il suo assenso.Immediatamente esplodo in un orgasmo che dura un tempo che mi pare interminabile, mentre lei mi accarezza amorevolmente i capelli. “Vedi che puoi godere anche sotto le dita di una donna?!”, mi mormora con dolcezza, “ Per oggi è sufficiente. Puoi fare la doccia, rivestirti e andartene. Ti richiamerò quando avrò bisogno di te”. Fuori ad attendermi c’era la macchina di lusso che mi aveva portata li. Molto più tardi, rientrando a casa, nemmeno mi rendevo molto bene conto di quanto fosse successo. Tutto si era svolto in modo così strano e bizzarro che avevo l’impressione di averlo sognato. Ma invece era tutto reale. E la prova ne erano il dolore al seno, il sesso in fiamme e l’ano ancora dilatato che continuava a bruciare. Da allora sono tornata altre volte alla villa, da quella forte signora bionda. Non spesso, meno di quante avrei voluto, ma ogni volta che lei me l’ha chiesto. E spero di farlo ancora. Le sono veramente sottomessa. E questo mi piace.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-09-30 18:04:02

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/02/01/1604533182.jpgMal’erba.Hai provato il fumo e ti piace.Non certo il tabaccoTi piace l’erba. L’hai scoperta questa estate in vacanzaTe l’hanno fatta provare e ora ne vai matta.E l’hai insegnato anche al tuo ragazzoe anche lui ci sta prendendo gusto..Così ti manda da Luca, quello che te l’ha fatta provare, a cercarla..A Luca piaci.. è un po’ innamorato e ci ha sempre provato con tete la offre anche gratis..e cerca di approfittarnevuole abbracciarti.. baciarti..ma è troppo educato.. e te lo chiede gentilmentee tu hai tutta la forza per rifiutaregli dici di andare al diavolo..che fai a meno di luie te ne vai…E allora chiedi in giro..e si.. c’è un ragazzo, in un bar li vicino, che ti può procurare la roba..Non sai chi è, ne hai un po’ paura…ma vuoi far la figura della vigliacca.. e tornare a casa a mani vuotee allora ti avventuri e trovi un locale squallido ai bordi di periferia..entri..chiedi.. ma lui non c’èè giù nello scantinato.. a fare chissà cheVai nel retro.. scendi lentamente le scale semibuie..per fortuna non hai i tacchi troppo altieccolo.. è di spalle..alto e robusto.. in jeans e canottierasta preparando le dosi…il locale puzza di erba..e già ti senti stordireSi gira..ti guarda..ti squadra.. “Che vuoi troietta”?“Roba buona.. Sei Alan? dicono che tu ce l’hai!”“Hai i soldi? Più è buona e più buoni devono essere i soldi..”“Si certo…”, e mostri cento euro.“Eh.. mia cara, per quello posso solo darti roba di scarto. Vuoi davvero quella buona? Allora ci vuole un sovrapprezzo”.“Ma io non ho altro!”.“Sicura? Con quel bel culetto?”.“No no..non scherzare, che se lo sa il mio ragazzo mi ammazza”.“Ah si? E come mai ha mandato te allora? Scema che sei.. sai che a lui importa più della roba che di te… che cazzo vuoi che gliene freghi come fai ad averla”.“No no..lui mi ama.. E poi che ne so che hai roba buona?”.“Vieni.. te la faccio assaggiare”, e intanto si prepara un cannone..poi lo accende e te lo fa provareBastano poche tirate e già ti senti la testa ovattata..la lingua impastata e il tempo rallentatopian piano ti senti cedere le ginocchia..Ripassi la canna a lui dicendo.. “Buona davvero!”Lui fa due tiri e poi te la risbatte in bocca..e pian piano ti spinge sul divanoDici di NO come un’ebete.. ripetendolo come una cantilena.. con sempre meno convinzioneLui si siede accanto a teti abbraccia e ti tocca le tetteTenti una debole resistenza.. ma intanto ti senti solleticare un qualcosa dentroLui ti infila le mani sotto la magliasotto il reggiseno..e si impossessa dei tuoi globi caldi.. che anche se piccoli gli riempiono le maniTi piace e ora non ti ribelli più.. anzi ti senti altrove con la mente..lasciando il corpo come un burattino senz’anima…E a lui piaci proprio così..un corpo senz’anima e senza volontà, ma eccitatoTi pizzica i capezzoli e questo ti fa impazzire ma anche ti riporta sulla terra..sul divano…e apri la bocca per parlareLui te la chiude con un bacio che sa di erba…e ti senti rigettata indietroPoi senti dei movimenti.. una zip che scendee una spinta sulla tua schiena..e ti ritrovi riversa su di luie il suo grosso cazzo rigido davantidi nuovo ti riprendi un attimo.. cerchi di sollevarti.. ma ti mancano le forze e la volontà, e la mano di lui ti trattiene…La tua bocca aperta viene prontamente chiusa dal suo cazzo che ti entra dentro.Tu ancora non sai quanti cazzi sarai costretta a vedere..frequentando questo giro..da quando diventerà un vizio..Comunque ti costringe in un pompino che a te sembra lentissimo.. profondo.. sempre più profondo.. fino in fondo alla tua gola.. guidandoti con la mano che ti tiene per i capelli…fino a farti mancare il respiroNon hai mai fatto un pompino così profondo a nessuno..nemmeno al tuo ragazzo… in fondo non hai tanta esperienza.Sarà la canna o la sua mano che ti guida e ti spinge giù.. e ti lasci fare come una bambola di gomma..ma non rimani indifferente a quella violenza.. ti senti usata..ma la cosa ti piacefinalmente ti senti di non avere scelta.. di non potere di re di no..come hai fatto tante volte…e di goderti un bel cazzone e sentirti puttana senza che sia una tua volontà..senza false moraliMa ad un certo punto, quando ci stavi prendendo gusto, ti afferra per i capelli e ti strappa viati getta distesa sul divanoti solleva completamente la maglia e si affanna sui tuoi capezzoli che succhia e morde alternativamentee intanto ti è sopra..ti sovrasta..ti sta tra le gambeil suo cazzo preme sulla tua gonnaTi tiene larghe le gambe con le sue…ti solleva di colpo la gonnati strappa via le mutandinetu tenti di parlare.. di reagirema sei fatta..sei stracotta.. i tuoi movimenti sono lenti..non hai forza di volontà e nemmeno nelle bracciaTi mette una mano sulla bocca mentre con l’altra punta il cazzo all’ingresso della tua vaginaIn un attimo di lucidità.. lo implori con gli occhi…scuotendo la testa terrorizzata..e dici “NO NO NO!!”“Che c’è troietta.. non hai mai visto un cazzo?”.E tu ancora con gli occhi “NO NO!!!”“Ah, non dirmi che figa come sei, sei ancora vergine…bene… tanto meglio allora… oggi è la mia giornata fortunata…”, -e con un colpo solo affonda dentro di te.. rompendoti tutta e facendoti urlare.. ma il tuo grido rimane strozzato dalla sua manoe lui non si ferma certo li.. ma colpo su colpo infierisce sulla tua ferita appena aperta e sanguinante facendoti impazzire dal dolorenon è come ti avevano detto.. non è così bello.. ti senti squartata,,, ti fa male tutto, li sotto.. ogni colpo è una sofferenzati senti il ventre aperto e solo l’effetto ovattante della canna ti permette di estraniarti un po’… e di non morire…dura poco o tanto, non lo sai.. solo ad un certo punto lui grugnisce.. tu finalmente sei libera di urlare “NO…DENTRO NOOOO “.Lui ti affonda più forte nel ventre e poi finalmente si sollevail suo cazzo è sporco di sangue..che gocciola a terra mentre il membro si rattrappisceti guardi tra le cosce e anche tu hai strisce di sangue ovunquelui ti getta le mutandine strappate per farti asciugareti rimette in piedi..ti mette in mano un pacchetto di roba”Brava bambina, questa roba te la sei proprio guadagnata, ed è roba buona come te”…ti prende i 100 euro e ti mette alla porta.“Torna pure quando vuoi.. la mia porta e la mia patta sono sempre aperti per te.. ahahahh”E mentre tu esci barcollando.. la voce di lui ti accompagna in un ultimo saluto…“Ah.. una cosa.. se avrai un bambino, puoi chiamalo Alan”.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-09-30 18:00:08

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/01/00/4176885709.jpgNon posso più farne a meno.Avevo 18 anni la prima volta che un uomo mi ha sodomizzata. Ero una ragazza molto timida e con poca esperienza. Era il mio secondo amante, un uomo sposato di 38 anni. E’ sempre lusinghiero per una ragazza farsi rimorchiare da un uomo più maturo. Ero in vacanza in Corsica, con i miei amici. C’era una discoteca nel camping dove ci eravamo installati ed è lì che l’ho incontrato. Dopo qualche ballo, mi ha proposto di andare a fare un giro sulla spiaggia, sfuggendo a sua moglie. Sapevo che cosa sarebbe successo. Ero terribilmente eccitata! Era difficile masturbarsi in tenda, con i miei amici, e all’aperto non osavo. Gli unici piccoli piaceri che mi regalavo erano sotto la doccia del campeggio o in mare. Quell’uomo mi piaceva molto. Era alto, robusto, occhi scuri, pelle olivastra. Ero pronta a cedergli. Ci siamo sdraiati sulla sabbia, a un centinaio di metri dalla discoteca. Mi ha baciata e quando la sua mano è scivolata sotto la gonna, ero imbarazzata all’idea di come avrebbe trovato le mie mutandine. Ero già tutta bagnata! La sua mano m accarezzava dolcemente tra le cosce. Le dita sono passate sotto l’elastico e a quel punto non sono riuscita a trattenere urletti di piacere e ho abbandonato tutte le riserve e i falsi pudori. Mi sono chinata e gli ho sbottonato i pantaloni per tirargli fuori l’uccello. La notte nascondeva il mio turbamento. Con mano timida ho cominciato a masturbarlo. Lui mi ha tolto la maglietta e le mutandine. Ero come fuori di me. Mi ha leccato la fighetta depilata mentre le dita mi strizzavano i capezzoli. La sua lingua scivolava tra le labbra della mia fessura, risalendo fino al clitoride e scendendo fino al buco del culo. Il ragazzo con cui avevo scopato la prima e unica volta due mesi prima aveva totalmente ignorato il mio culo. Invece quest’uomo vi si soffermava e la cosa mi eccitava ancora di più. Mi lasciavo fare. Allargavo le cosce per facilitare il lavoro della lingua e delle dita. Il tipo se la prendeva comoda. Mi succhiava il clitoride, lo stuzzicava con la lingua un po’ ruvida, lo masturbava con l’indice e il pollice. Poi mi ha penetrato davanti e dietro con le dita dure per scavarsi un passaggio tra i miei orifizi ancora stretti. Per prendermi, mi ha fatto mettere a quattro zampe sulla sabbia. La sola volta che avevo fatto l’amore era stato nella classica posizione del missionario. Ora mostravo entrambi i miei buchi in mezzo allo spacco che lui teneva aperto. C’era in questa nuova posizione qualcosa di osceno che mi eccitava da morire.L’uomo si è divertito a far scivolare più volte il suo glande gonfio tra le mie natiche e sulla fessura bollente. Non ne potevo più. Mi sono sorpresa a chiedergli, col respiro rauco: “Scopami, dai, scopami, prendimi… subito!”.Il suo glande si è fermato proprio sul mio buco del culo. Mi chiedevo cosa aveva intenzione di fare, quando l’ho sentito forzare l’apertura. Non ho neanche osato protestare. La sua cappella avanzava già lentamente prendendo possesso dentro di me. Serravo i denti per non fargli capire che sentivo dolore. Temevo di sembrare stupida e imbranata. Se mi inculava era perché, secondo me, tutte le donne lo accettavano. Lui aveva più esperienza di me e io sapevo così poco del sesso che per un attimo ho pensato che il ragazzo che mi aveva sverginato non aveva fatto le cose fino in fondo, tralasciando il buco del culo. Anche davanti avevo sentito male. D’un tratto, ho accettato il dolore che mi procurava quel sesso duro che si infilava nella mia intimità più proibita. Il suo cazzo avanzava a piccoli colpi. I muscoli anali gli cedevano difficilmente il passaggio. A momenti, mi dilatavo un po’ di più e il glande si infilava guadagnando centimetri. Mi bruciava ma, per orgoglio, ho fatto finta di niente. Non gli ho neanche detto che era la prima volta che un uomo mi prendeva così.Dato che la sua lingua mi aveva fatto impazzire, quasi soffrivo per essere troppo eccitata e non poter venire. Quando è entrato del tutto, i primi va-e-vieni sono stati terribili. Poi il suo uccello scivolava meglio, sempre meglio. L’uomo si muoveva lentamente, tenendomi per i fianchi. Una volta che il mio culo ha mostrato meno resistenza, con la mano mi ha masturbato il clitoride. E in quel momento tutto è cambiato. Il dolore è scomparso a vantaggio del piacere. Ho sentito qualcosa di molto piacevole tra le mie natiche. Da piacevole, si è trasformato in bello, poi delizioso. L’uomo ha accelerato i movimenti. Ad ogni colpo il suo ventre sbatteva contro le mie natiche. La mano che mi stava masturbando si dava da fare con foga. Non sapevo più da dove mi arrivava il piacere. Due dita si sono infilate nella vagina, mentre il pollice è rimasto sul clitoride. Il piacere era così intenso che avevo l’impressione di stare per svenire. Sentivo vampate di calore. Ero tutta sudata. E, neanche a dirlo, bagnata fradicia tra le cosce. D’un tratto mi sono messa a gridare. Non ho resistito oltre. Godevo col clitoride, con la vagina e col buco del culo. Anche il tipo è venuto nello stesso momento, ma io ero già lontana, travolta dall’orgasmo. Quando si è ritirato dal mio culo, il dolore è ritornato. Mi veniva da dentro. Ho fatto fatica a ritornare a piedi al campeggio. C’è voluto un giorno per rimettermi in sesto, e poi mi sono fatta prendere ancora da dietro. Il mio ano accettava sempre meglio la penetrazione e poi ho sofferto di meno. Ora la sodomia è pratica ricorrente nei miei rapporti sessuali e mi è diventata indispensabile.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 23:36:01

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/01/01/1467323153.jpgLa mia prima volta.

Ricordo spesso la mia prima esperienza BDSM, che coincise anche con la mia
prima esperienza sessuale. Al tempo avevo 16 anni e studiavo come segretaria d’
azienda. Un amico dei miei genitori, Francesco, un uomo sulla quarantina, mi
aveva proposto un lavoretto per i mesi estivi. Siccome abitava a una ventina di
chilometri da casa nostra, si era deciso che sarei andata da lui con la
corriera il martedì mattina e che sarei tornata a casa il sabato a mezzogiorno.
Affascinante e garbato era affabile con me quanto lo era sua moglie. Io del
resto per lui ero un’ottima impiegata. Era titolare di una piccola agenzia
immobiliare e finanziaria. Io rispondevo al telefono e scrivevo le lettere per
i suoi clienti. Sua moglie invece si occupava della casa e della cucina, e solo
eccezionalmente veniva in ufficio.
Lì c’era un cassetto sempre chiuso a chiave e, un giorno che ero sola, mi
accorsi che Francesco si era dimenticato di chiuderlo come al solito,
lasciandoci la chiave infilata. Siccome quel pomeriggio non avevo niente da
fare, presa dalla curiosità, lo aprii. Grande fu il mio stupore nel vedervi
lettere con fotografie allegate, tutte di donne o di coppie. Quasi tutte foto
suggestive e particolari di donne legate, sottomesse, frustate, che mostravano
gli organi sessuali come in offerta al cazzo o alla frusta.
Cominciai a leggere quelle lettere, alcune delle quasi si perdevano in
dettagli pratici ed erotici prospettandomi scenari che mai mi sai immaginata,
visto che ancora ero vergine. Ma quella lettura mi turbava e mi sentivo i seni
gonfiarsi e le mutandine di cotone inumidirsi. Ricordo che non seppi resistere
alla tentazione di toccarmi. Ne provai una sensazione gradevolissima e conobbi
il mio primo vero orgasmo.
Mi stavo ancora gustando quel piacere, quando squillò il telefono. Sentii la
voce di Francesco che mi chiedeva di togliere la chiave che aveva dimenticato
nella serratura del cassetto, e soprattutto di non aprirlo. Ma ora che avevo
scoperto il suo segreto, ne potevo approfittare a mio piacimento. Così andai di
corsa al vicino ferramenta e feci fare un duplicato della chiave. Appena
avutala la nascosi accuratamente nella mia borsa. Per tutto il pomeriggio lessi
quelle lettere, che mi facevano venire pensieri folli. Tante situazioni erano
troppo forti per me e non riuscivo a capire come una donna potesse umiliarsi o
provare dolore a quel livello per un uomo, chiamato Padrone. Ma per altre cose,
tipo le sculacciate sul culo, mi immedesimavo e mi sentivo prudere e bagnare
tra le cosce.
Quando la sera lui rientrò, io già lo guardavo con due occhi di donna, e lui
se ne accorse. Lo scrutai accuratamente, e notai il rigonfiamento nei suoi
pantaloni. In una delle lettere, una donna parlava del suo grosso cazzo, che le
aveva procurato tanto piacere, e me ne ricordai.
“Perché m guardi così, piccola Giulia?”, mi chiese.
“Perché tu sei gentile con me e io ti voglio bene!”, gli risposi.
Erano le sei di sera, lui chiuse l’ufficio, andammo a casa a mangiare e poi io
mi ritirai verso le dieci. Ma non riuscivo a dormire, perché pensavo a tutto
quello che avevo letto. Verso le undici sentii prima i sospiri e poi le urla di
Gisella, sua moglie, e dei frammenti di conversazione. Lei aveva paura che io
potessi essere sveglia, ma lui la rassicurò. E ricominciò a batterla, credo,
perché lei ricominciò ad urlare.
“Che bei segni che ti sto lasciando sul culo. Ora te lo sfondo!”.
E sentii Gisella che con qualcosa in bocca gli rispondeva:
“Fallo! Sono al tuo servizio… lo sai”.
E subito ricominciò a gemere e a urlare, mentre Francesco emetteva grugniti di
piacere.
Impiegai molto tempo prima di prendere sonno, quella notte, e mi masturbai più
volte prima di poter sprofondare, sfinita, nel sonno ristoratore.
La mattina dopo avevo la faccia stravolta, e Gisella si informò su come avevo
dormito. Le risposi che avevo fatto fatica a cadere nelle braccia di Morfeo, e
lei arrossì.
Io maliziosamente ricordai le sue grida e pensai alla giornata che avrei
passato con Francesco, e ciò mi procurò delle sensazioni perverse. Giunti in
ufficio Francesco mi disse che bisognava archiviare dei fascicoli. Per farlo,
dovevo salire su una piccola scala. Mi presi un attimo di tempo, quindi andai
in bagno e mi tolsi le mutandine. Avevo tanta voglia e volevo provocarlo.
Seduto alla sua scrivania, era inevitabile che non si accorgesse delle mie
chiappe nude. Quale sarebbe stata la sua reazione? Con in mano il primo
fascicolo, per sistemarlo nello scomparto, salii sulla scaletta e mi sollevai
sulla punta dei piedi. Mi accorsi che la minigonna mi si alzava e mi si era
scoperto involontariamente tutto il culo. Fu allora che Francesco si alzò e
sorridendo mi disse:
“Ma che belle gambe che hai… e che chiappette sode! Ho visto che sei senza
mutandine, e allora meriti una bella sculacciata per la tua insolenza”.
E mentre diceva così, mi accarezzava da sotto la schiena e il culo, per poi
far scivolare la mano tra le mie cosce che tenevo socchiuse, cercando le labbra
già tutte bagnate di desiderio.
Facendomi scendere da quel trespolo, mi prese tra le braccia, e mi fece
sfregare contro tutto il suo corpo duro e teso. Poi si staccò, mi chiese se
avevo già fatto l’amore, mentre andava a chiudere a chiave la porta dell’
ufficio. Gli risposi di no, ma da quando avevo letto quelle lettere oscene, ne
avevo una voglia indiavolata. Lui mi fissò negli occhi, stringendomi contro il
suo petto, poi con uno sguardo duro mi disse:
“Piccola puttanella impertinente, non dovevi leggerle. Meriti una bella
punizione. Ora te ne accorgerai!”.
E rovesciandomi sulle sue ginocchia, mi sollevò la gonna e iniziò a
sculacciarmi come una bambinetta. Mi massaggiava la natica, poi colpiva
improvvisamente, poi scavava tra le cosce per sentirne l’effetto. Io sentivo il
suo uccello sempre più duro contro il mio fianco e, malgrado il dolore per gli
scapaccioni, avevo un desiderio immenso di essere posseduta. Con le lacrime
agli occhi lo supplicai di smettere, ma lui imperterrito ci stava prendendo
gusto. Poi d’un tratto si sfilò la cinghia di cuoio dai pantaloni, la piegò in
quattro, e ricominciò a battermi con quella, con forza, con sadismo. Io urlavo
dal dolore, e lo implorai di nuovo. Ma lui diceva “Stai zitta, cagna! Lo sento
come ti bagni”. E mi mostrava le dita appiccicose dopo aver passato la mano tra
le mie labbra.
Lo supplicai di nuovo, con gli occhi ciechi per le lacrime. Allora cominciò a
premere leggermente la mia pelle arrossata e piena di segni con la punta delle
dita ed io, inconsciamente, pazza di desiderio eccitato, aprii del tutto le
cosce mostrandogli la mia fica bagnatissima. Lui allora, frugandomi nel mezzo,
mi aprì le labbra più intime e con l’indice mi sfiorò il bottoncino, già tutto
duro per l’eccitazione. Gemendo di piacere per le sue carezze, riscaldata dal
dolore e rassicurata che la punizione fosse finita, gli colai letteralmente
sulle mani.
Allora mi fece sedere sulle sue ginocchia, con la schiena appoggiata al suo
petto, a cosce ben aperte, e mi masturbò con arte, scatenandomi un orgasmo
violento. Poi mi chiese di abbassargli i pantaloni e di tirargli fuori l’
uccello, grosso e teso. Infatti gli deformava enormemente gli slip, e quando
glieli calai, a fatica, quel cazzo enorme emerse come un diavolo tentatore dall’
inferno. Mi prese la mano e l’appoggiò su quel blocco di carne caldo e duro. Mi
mostrò come dovevo fare per procurargli il piacere e, facendomi inginocchiare
sul tappeto tra le sue gambe, mi chiese di succhiarglielo. Sentivo il membro
vibrare sotto la mia lingua, tendersi, gonfiarsi, e cercare nuovi spazi dentro
la mia gola. Io impacciata cercavo di contenerlo, la mia testa bloccata con la
sua mano sulla nuca, superando lo stimolo del vomito e la mancanza di fiato
mentre si inoltrava sempre più in fondo. Nel frattempo mi aveva aperto la
camicia e slacciato il reggiseno, e mi arrotolava i capezzoli tra le dita. Il
piacere e il dolore si mescolavano, insieme alla curiosità e allo stupore
perverso di avere un cazzo così grosso dentro la mia bocca.
Mi chiese se desideravo offrirgli la mia verginità. Davanti al mio entusiasmo
positivo, accennato con gli occhi, non potendo parlare, mi fece stendere per
terra e cominciò a ricoprirmi il corpo ed il viso di teneri baci. La sua bocca
mi mordicchiava i seni, li aspirava, li leccava. Le sue mani si muovevano
sempre più padrone sulle mie cosce e sul mio ventre piatto. Gemevo di piacere e
ansimavo di paura. Mormoravo parole d’amore e suppliche. Perché non mi facesse
male, e perché facesse cessare quel tormento tra le cosce che mi stava
distruggendo l’orgoglio più delle cinghiate.
Vedendomi in stato di trance, che quasi vaneggiavo, mi aprì e mi sollevò le
cosce tuffandoci il viso a baciare, leccare e mangiarmi il clitoride e la fica.
Gli dissi allora: “Prendimi! Fammi tua… ti do tutto ciò che vuoi!”.
Con lentezza si distese sopra di me. Sfregò il glande contro il mio clitoride
infiammato, lo fece scivolare bagnato all’entrata della mia intimità, finché
non andò a cozzare contro la membrana dell’imene. Aspirando allora la mia
lingua, mescolandola con la sua, strizzandomi una tetta con la mano, s’affondò
dentro di me con un colpo secco, facendo a pezzi la mia verginità. Mandai un
grido di dolore ma, ben presto, un fuoco interno divorò tutto il mio essere,
mentre lui si stava scavando il solco nella mia vagina, plasmandomi donna, e io
tremai con tutti i muscoli, tanto era strano quanto percepivo nel mio ventre.
Francesco andava e veniva dentro di me, uscendo per poi penetrarmi meglio e,
sentendo che il piacere era prossimo a fondergli il membro, mi offrì il suo
sperma da bere. Assorbii il suo glande duro, con ancora il gusto del mio
sangue, aspirandolo. Sentii i getti di un liquido denso che mi schizzavano in
bocca, mentre Francesco grugniva di piacere. Fu lui che mi insegnò a bere il
forte liquore del piacere maschile.
Dopo quella mattina, la più bella e movimentata della mia vita, rincasammo per
pranzo. Gisella ci trovò stanchi, e Francesco le spiegò che avevamo schedato un
sacco di pratiche e che straordinariamente avrebbe dovuto chiudere l’agenzia il
pomeriggio, perché aveva bisogno di me per redigere un contratto urgente a casa
di un cliente. Gentilmente Gisella si offrì di fermarsi per qualche ora in
ufficio, così da tenerlo aperto, idea che lui accettò con entusiasmo.
Mentre mangiavamo, lui infilò la mano sotto la mia gonna e mi strizzò le
labbra della fica, ancora senza mutandine. Quando Gisella fu uscita, chiuse a
chiave la porta dell’appartamento e mi fece spogliare completamente. Mi chiese
se mi era piaciuto tutto, e se volevo di più. Naturalmente dissi di sì. Allora
mi fece chinare e io gli slacciai i pantaloni. Sentivo il suo sesso caldo
contro il mio petto. Lo strinsi tra le mie tette poi presi l’iniziativa di
leccarlo e succhiarlo. Era tenero e lo sentii che si abbandonava alle mie
labbra. Poi improvvisamente divenne duro e sentii emergere la sua aria
dominante. Mi guidò sul suo cazzo tenendomi per i capelli finché mi mancò il
respiro.
“Mettiti in ginocchio! Apri bene le ginocchia e spingi in fuori il culo!”.
Così feci, e lui mi legò le braccia dietro la schiena forzandomi il culo
ancora più in alto.
“Visto che oggi ti è piaciuto, completiamo la lezione!”, mi disse.
Prese una canna di bambù e mi costrinse a subire l’umiliazione di dieci colpi
per natica, a cui non potevo certo sottrarmi, ma solo urlare dal dolore. Ma
quando poi affondò la faccia nel mio solco mi sentii sgorgare fiumi di umori.
Con la lingua mi lappava il clitoride, con le mani mi palpava e divaricava le
chiappe, mentre con l’indice mi stuzzicava l’ano. Lo fece scivolare lentamente
dentro quel buco stretto, con un movimento rotatorio. Vedendo che provavo
piacere, ci infilò anche il medio, per rendere più elastico e agevole il
passaggio.
“Ora mia cara Giulia, sentirai forse un po’ male, ma poi, vedrai, giungerà
anche il piacere”.
Dopo che mi ebbe ben leccato l’orifizio, si sistemò tra le mie cosce e
sprofondò il suo cazzone nella mia fica. Sentendo che mi stavo avvicinando all’
orgasmo, ne uscì, mi sfiorò l’ano col glande umido, poi lo introdusse
dolcemente ma con determinazione nel mio muscolo anale. Con una forte spinta di
reni lo infilò allora completamente, procurandomi un urlo disperato di dolore.
Con le dita mi sollecitava il clitoride e i capezzoli, per cercare di diminuire
il dolore al culo. Sentendo che le tette mi tornavano dure, e la fica si
bagnava sempre di più, cominciò a far entrare e uscire il randello sempre più
velocemente. Le cosce mi tremavano, la pancia era sconvolta da vibrazioni, e io
finalmente gridai la mia gioia. Getti di piacere mi inondarono il ventre, e
ogni schizzo fu per me una soddisfazione, sentendo che godeva del mio culo.
Quando si ritirò, tutto il sedere mi doleva, per le bacchettate e per l’
intrusione, ma ero meravigliosamente felice. Ero diventata una donna e pensavo
alle mie compagne di classe, che dicevano di non aver provato nessuna
sensazione piacevole, mentre per me quel giorno era stato come essere in
paradiso. E da allora cominciò il mio inferno.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 23:32:01

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/00/02/1467323153.jpgIl possesso.

Pensai “Quando Gilberto viene a casa, il due gennaio… manterrò la promessa
fatta alla mia amica Dora. Non uscirò più con lui e non gli permetterò di
baciarmi o toccarmi… non…”. Ma l’antica passione e il piacere tornarono, mentre
pensavo a mio cugino. Andai alla finestra e sollevai la tenda per guardare nel
cortile. Le sfere di pietra sopra le colonne dell’ingresso erano dischi neri
contro la luce del lampione mentre il cancello di ferro, lasciato semi aperto,
era bianco di brina. “No”, mormorai, “no.., non lo amo, non lo amo, non lo
amo…”.
Lasciai ricadere la tenda al suo posto e mi allontanai dalla finestra. Erano
le otto e dieci di sera. Ormai la festa non si faceva più. Che peccato. Mi misi
di fronte allo specchio dell’armadio e mi ammirai per un po’, soprattutto il
seno, che non mi era mai sembrato così seducente come in quel vestito. Tutte le
pieghe del morbido chiffon sembravano disegnate con lo scopo di dare al seno un
morbido rilievo, accarezzandone le curve e rivelando appena lo spazio nel
mezzo. Mi sentivo particolarmente bella con l’abito lungo, perché le gambe
magre da sedicenne non si vedevano. Decisi di spogliarmi e di leggere a letto,
finché mi sarebbe venuto sonno. Mancavano ancora tre ore e più al ritorno di
mia zia. La casa era così silenziosa che udivo i battiti del mio cuore e anche
il fruscio dei miei movimenti mi faceva sussultare. Cercai di sganciarmi il
vestito. Riuscivo a raggiungere la lampo, ma non a prenderla come occorreva per
tirar giù la zip. Tentai a lungo, fino a farmi dolere le braccia, inutilmente.
L’aveva chiusa zia Lella e non potevo aprirla da sola. Sedetti sulla sedia coi
miei libri, non osavo sedermi come al solito sul pavimento, non volevo sciupare
il vestito.
Avevo letto poche frasi, quando mi parve di udire un passo sulla ghiaia.
Strinsi il libro con tanta forza che spiegazzai una pagina e trattenni il
fiato. Non sbagliavo. I passi attraversavano il cortile diretti verso il
portone. Il cuore mi martellava mentre aspettavo che il campanello suonasse. I
secondi passavano, ma vi fu soltanto silenzio. Rimasi ad aspettare per diversi
minuti, tesa in ascolto, poi incominciai a rilassarmi. Forse l’avevo
immaginato, oppure chi era venuto se ne era andato senza che lo udissi.
Un momento dopo udii un rumore che mi mozzò il fiato per lo spavento. Passi
pesanti salivano decisi le scale. Erano sul pianerottolo. Mi alzai in piedi di
scatto e lascia cadere il libro. Le ginocchia mi tremavano tanto che non
riuscivo quasi a reggermi. La serratura non aveva la chiave e la luce si vedeva
dal pianerottolo sotto la porta. L’unica arma che trovai era la sedia e l’
afferrai, aspettando che la porta si aprisse. Non ero certamente un avversario
formidabile, una ragazzina magra e tremante vestita di chiffon azzurro e scarpe
d’argento, con una fragile sedia di vimini. Ma l’intruso non mi vide così. Dopo
un momento di silenzio angoscioso, bussarono con forza alla porta.
Ero impietrita dal terrore, incapace di muovermi.
“Paoletta! Ci sei?”. La voce di Gilberto. Mi sentii venir meno per il
sollievo. Deposi la sedia e aprii la porta. Era allegro, giovane, familiare.
Aveva il naso rosso per il freddo.
“Che cos’hai?”, domandò. “Sembri sorpresa di vedermi. Non è arrivato il mio
telegramma? Dov’è mia madre?”.
“E’ fuori, a cena da un’amica”. La mia voce tremava.
“A che ora torna?”.
“Ha detto verso le undici. Oh, Gilberto… ero tanto spaventata! Pensavo che
fosse un ladro. Perché sei arrivato così presto? Avevi detto gennaio.”.
Alzò le spalle. “Se vuoi saperlo, ho litigato con la ragazza dalla quale
stavo”.
“Allora era una ragazza! Zia Lella lo pensava.”.
“Hai obiezioni?”. Entrò in camera e chiuse la porta dietro di sé. Senza
aspettare una risposta, riprese: “Come mai sei tutta elegante? Vai fuori? Devo
ammetterlo, sei proprio una bellezza”. Mi fissava in modo così sfacciato che
avvampai di rossore.
Gli voltai le spalle. “No, non vado fuori. Dovevo andare ad una festa ma non c’
è più perché… perché un ragazzo è morto in un incidente in moto”.
“Quale ragazzo? Quello che doveva andarci con te?”. La sua voce era dura.
“No… non era… è il fratello della mia amica”. Mi accorsi che piangevo e
nascosi la faccia.
Gilberto mi venne vicino e prese ad accarezzarmi i capelli, passando
lentamente e con forza la mano dalla testa fino alle spalle, più e più volte.
“Non piangere”, disse. “Oh, Dio! I tuoi capelli! Che effetto mi fanno.”. passò
le dita tra una ciocca e l’altra, in modo che mi accarezzava il collo e le
spalle. E poi all’improvviso la sua mano mi toccava il seno.
Mi svincolai e andai a mettermi con la schiena rivolta verso la finestra.
“No!”, gridai. “Non voglio!”.
“Oh sì, che vuoi. Lo vuoi moltissimo”. Venne lentamente verso di me ed io mi
ritrassi contro le tende,
“Non voglio! Lasciami in pace, Gilberto! Per favore, per favore!”.
La sua faccia era contro la mia e il fiato odorava di liquori. Mi afferrò per
le spalle con tanta forza che gridai per il dolore. “Ascolta”, mormorò, “è la
vigilia di Natale e ho intenzione di divertirmi, anche se non vuoi. Ma non ti
conviene far tante storie, accidenti.”. Allentò la stretta e prese a sorridere.
“Avanti, sii sportiva. Divertiamoci! Calmati… calmati! Ti ricordi com’era bello
durante le ultime vacanze? Soltanto che non siamo mai arrivati al punto giusto,
no?”.
“No, Gilberto, per favore, non voglio…”.
“Ho detto sì. “. Si strinse contro di me e riprese ad accarezzarmi tenendomi
con un braccio, in modo che non potessi muovermi.
“Il mio vestito… “, mormorai. “Oh, attento al mio vestito… lo strapperai…”.
“E allora toglitelo”. Si fece indietro e respirava ansando. “Avanti,
toglitelo,”.
“Non posso. Non riesco ad aprire la lampo…”.
“Dov’è? L’apro io. Vieni qui!”.
“Ti prego Gilberto… no! Ti prego, vattene. Voglio andare a letto”.
“Anch’io. E con te. E niente me lo impedirà.”.
“No!”. Lo stomaco mi si rivoltò per l’orrore. “Non voglio… non voglio…”.
“Cos’hai detto…?”. La sua voce bassa. Mi fissava con lo sguardo freddo e
immobile che conoscevo tanto bene.
“Ho detto che non voglio”. Strinsi i denti per evitare che sbattessero.
“Non vuoi cosa?”.
“Non voglio togliermi il vestito e… niente di quel che vuoi… e se cerchi di
costringermi, urlo! Urlo così forte che qualcuno verrà.
“Se non ti lasci togliere il vestito, te lo strappo di dosso”. Afferrò le
delicate pieghe sulla spalla. “E adesso fa come ti dico!”. Non potevo
sopportare l’idea che strappasse il mio bel vestito e mi voltai lentamente.
Aprì la lampo e il vestito mi cadde hai piedi. Ero nuda dalla vita in su, e
quando Gilberto mi venne addosso, mi misi a urlare. Lui mi tappò la bocca con
una mano.
“Se fai un altro strillo, sai che cosa ti faccio? Ricordi quel che ho detto
quel giorno vicino al fiume? Ricordi gli scarafaggi? Come ne eri terrorizzata?
Vado a prenderne nella serra… ce ne sono di grossi e neri… e ti lego… e poi…”.
Soffocavo sotto la sua mano, e nel cervello esplosero terrore e rabbia che mi
diedero un’improvvisa forza. Mi svincolai dalla sua stretta e mi misi a urlare.
“Va bene”, disse lentamente, “l’hai voluto e l’avrai”. Attraversò la camera e
uscì, senza guardarsi indietro.

Lo guardai uscire, intontita dal terrore. Tremavo in tutto il corpo. Che cosa
avrebbe fatto? Oh dio, dio, che cosa avrebbe fatto? Ero sconvolta da una
spaventosa nausea e corsi nel bagno. Non volevo sentirmi male in camera.
Chiusi a chiave la porta e sedetti sull’orlo della vasca, tremando da capo a
piedi. All’improvviso mi vidi nello specchio, con la faccia bianca come gesso,
i capelli in disordine e la carne nuda arrossata dove le mani di Gilberto l’
avevano toccata. Al sicuro dietro la porta chiusa a chiave, incominciai a
calmarmi. Non poteva raggiungermi là dentro, sarei rimasta nel bagno finché non
fosse tornata mia zia. Rabbrividivo anche per il freddo, oltre che per la
paura. Mi avvolsi in un asciugamano e guardai dalla finestra. Il giardino era
buio e vedevo soltanto la pallida striscia del sentiero nel mezzo del prato e
un baluginare di luci nella casa accanto, tra gli alberi.
Poi il cuore mi diede un tuffo. Il raggio di una torcia splendeva lungo il
sentiero, un lungo raggio d’argento che andava verso la serra. Vidi l’alta
figura di Gilberto disegnata nella luce. Percorse il sentiero e scomparve oltre
la porta della serra. Istintivamente strinsi l’asciugamano intorno alle spalle.
Il cuore mi martellava nelle orecchie. E se fosse riuscito ad entrare nel
bagno… non avrei potuto sopportarlo. Ero sicura che sarei impazzita, se uno
scarafaggio mi si avvicinava.
Il sudore appiccicoso mi sprizzava da tutti i pori. I miei occhi erano fissi
sulla serra, dove la luce compariva e scompariva. I minuti passarono e
finalmente, quando Gilberto venne fuori, vidi splendere la torcia. Portava
qualcosa sotto il braccio e camminava veloce verso la casa.
Quando udii i suoi passi salire le scale e raggiungere il pianerottolo, la
testa mi girava. Non avevo osato spegnere la luce e pensavo che sarebbe venuto
dritto verso il bagno, invece andò nella sua camera e passò un po’ di tempo
prima che tornasse nel corridoio. Prese a scuotere la maniglia della porta del
bagno.
“Esci di là!” la sua voce era spessa e minacciosa.
“No… non esco. Rimango qui finché non torna tua madre.”.
“Ah sì?”, fece lui serio.
“Sì.” Non potevo quasi respirare, ma cercai di controllare la voce in modo che
sembrasse decisa.
“Sai che cos’ho qui?”. Non potevo parlare. “Ho degli scarafaggi in una
scatola… ne ho tre… neri e grossi con le zampe pelose. Corrono sul fondo della
scatola… vogliono uscire. Li senti sbattere contro i lati?”.
“Portali via… portali via…”. La mia voce era un gorgoglio strozzato.
“Esci di là e vieni a letto con me?”.
“No… no… “.
“Va bene. Conto fino a tre e se non esci, questi li libero e li faccio passare
sotto la porta. Poi vado a prendere degli altri scarafaggi e li metto nel tuo
letto e in mezzo ai tuoi vestiti, dappertutto. Non saprai mai quando ne
troverai uno. Bene, incomincio a contare. Uno… due…”.
“No… no! Vengo…”, ansimai. “Vengo…”.
Girai la chiave e spalancai la porta, stingendo l’asciugamano contro il petto.
Gilberto indossava la vestaglia azzurra e tendeva la scatola verso di me,
sorridendo di quel sorriso furbo da mascalzone. Era la scatola delle mie scarpe
d’argento, una scatola di cartone bianca e lucida. C’era il coperchio, ma udivo
il fruscio e i leggeri colpi degli scarafaggi, e capii che non scherzava.
“Portali via!”. Soffocavo, appoggiata alla parete. “Ti prego… ti prego…”.
Scosse la scatola, vicino al mio orecchio e mi diede uno spintone.
“Corri… va’ in camera tua. Fa’ presto, sono già le nove”.
Attraversai barcollando il corridoio e andai nella mia camera. Gilberto entrò
dopo di me e chiuse la porta con una chiave che poi ripose nella tasca della
vestaglia. Rimasi in piedi accanto al letto, tremante. Depose la scatola sulla
mensola, vicino alle Christmas cards. C’era anche quella di mia madre. In quel
momento avrei dato metà della mia vita per essere fuori di lì, con lei, al
sicuro tra le sue braccia.
“Vieni qui”, disse Gilberto.
Mi avvicinai e quando fui abbastanza vicina, mi tolse l’asciugamano dalle
spalle e lo lasciò cadere a terra. Rimase immobile a guardarmi e quando cercai
di indietreggiare, mi afferrò per un braccio mentre con l’altra mano sollevava
il coperchio della scatola. Prima che tentassi di fuggire mi diede una spinta
in avanti e vidi gli scarafaggi all’interno… neri. Emisi un urlo di terrore e
lottai per liberarmi dalla sua stretta, mentre mi avvicinava sempre più la
scatola al viso. Ma era inutile. Era il doppio più forte di me.
“Gilberto… ti prego… Farò tutto quello che vuoi… Tutto…”.
Mise una mano nella scatola e tirò fuori uno scarafaggio. Vedevo le zampe e le
antenne agitarsi mentre lottava tra le sue dita. Lentamente l’avvicinò, sempre
di più, finché toccava quasi il mio collo. Tentai di urlare, ma non potevo.
Gilberto tenne l’insetto sulla mano, e lasciò quasi che strisciasse sulla mia
pelle. Stavo per svenire dal terrore. Poi lasciò libero il mio braccio e gettò
lo scarafaggio nella scatola.
“E adesso vieni a letto con me, vero?”, sussurrò, stringendomi tra le braccia
e accarezzandomi i capelli, improvvisamente affettuoso. “Avanti, spogliati del
tutto e stenditi sul letto”.

Giacqui tremante e piangente, mentre spegneva la luce e si toglieva la
vestaglia. Tra le tende di pizzo filtrava la luce di un lampione e vidi il suo
corpo bianco mentre veniva verso il letto. La scatola di cartone luccicava
sulla mensola. Un indicibile terrore mi batteva e pulsava dentro con forza
crescente, un terrore così mescolato al desiderio che non distinguevo più la
differenza.
“Se torna mia madre”, mormorò, “non rispondere. Sta’ zitta e penserà che
dormi”. Poi il peso del suo corpo fu sopra di me, le sue mani nei capelli, come
a tenermi ferma. Sentivo il calore bruciante della sua pelle eppure tremavo per
il freddo. Sentivo il cigolio del letto e l’esasperante mescolanza di piacere e
di dolore che sembravano fondersi dentro di me. E continuamente la mia passione
cresceva, al pensiero della bianca scatola rettangolare quasi indistinguibile
dalle lucenti Christamas cards sulla mensola.
Finalmente Gilberto giacque immobile. Il mio corpo dolorava per la sofferenza
e il terrore, ma agognava alla soddisfazione. Nonostante la sua brutalità,
forse a causa di essa, la schiavitù che mi legava a lui non era diminuita. Ero
stata costretta all’atto sessuale dalla sua spietata crudeltà e tuttavia i miei
sensi agognavano l’estasi convulsa che continuava a negarmi. Man mano che la
mia paura cresceva, crescevano anche il mio desiderio e la mia schiavitù.
Da lontano mi giunsero le prime note acute di una cantilena di Natale, sempre
più dolci e più forti. Udii il battito lento del cuore di Gilberto, non all’
unisono col rapido martellare del mio. Mi misi a piangere silenziosamente,
soffocando i singhiozzi nel cuscino. Il canto continuò a lungo e dopo un po’ la
mano di Gilberto si abbandonò sulla mia spalla e capii che dormiva.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 23:30:05

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/02/02/1467323153.jpg

Se mi ami, picchiami!

Ho un’amica che si chiama Benilde. La chiamo Benny perché è più corto e più
comodo. Una mora e una bionda, formiamo una bella coppia. Ha vent’anni come me.
Fa l’università come me e, come me, è una vera depravata.
Dal punto di vista studio non si può dire che abbiamo cominciato bene l’anno,
ma dal punto di vista sesso, quel che è certo è che lo finiremo bene come lo
abbiamo cominciato.
Ci siamo conosciute sui banchi di scuola e siamo diventate le migliori amiche
del mondo, e anche di più perché abbiamo molte affinità. Non ci siamo più
lasciate e ci amiamo moltissimo.
Il nostro gioco attuale sono i ripassi. Studiamo Diritto per difendere in
futuro le donne maltrattate.
Faccio una domanda a Benny e se non trova la risposta entro due minuti, deve
fare pegno o avere una punizione. Ad ogni modo, pegni o punizioni sono sempre
gli stessi.
Per esempio, le chiedo l’articolo 37 del Codice penale. Non lo sa.
“Questa me la paghi”, le dico, “spogliati!”.
“In alto o in basso?”, mi risponde Benny con la folle speranza che dica in
basso.
“In alto!”.
Si slaccia la camicetta, ma troppo lentamente, per i miei gusti. Allora le
faccio sibilare la verga di bambù sopra la testa come un domatore.
“Sbrigati!”, le intimo.
Continua a sbottonarsi rabbrividendo di finta paura. Aspetto con impazienza il
momento in cui la vedrò apparire nel suo reggiseno di pizzo bianco.
Adoro i suoi seni, più belli dei miei. Sono come mele enormi, rotondi,
elastici e serici, così sensibili che basta che li guardi per far rizzare i
capezzoli.
Benny aspetta. Sa che mi piace guardarla.
“Alza le braccia, ma prima voglio che ti slacci il reggiseno”.
Benny lo slaccia e io prendo una spallina con la punta della verga e glielo
levo lentamente per far durare il piacere dell’attesa.
Finalmente ho di nuovo davanti a me i seni nudi coi capezzoli che ammiccano e
le larghe areole scure, fatti apposta per essere succhiati. E dato che mi piace
vederli muovere, le faccio alzare e abbassare le braccia per vederli cambiare
forma. Poi le ordino di incrociare le braccia dietro la schiena e le do dei
colpetti di verga sui seni. Tremano e si sollevano. Quando comincia a fare
delle smorfie, afferro i capezzoli fra le dita e stringo, prima leggermente,
poi sempre più forte. Geme, ma le piace da morire. Tira fuori la punta della
linguetta rosa fra le labbra carnose. La agita come un serpente. Le do della
maiala e le ordino di togliersi la gonna.
Se la fa girare in vita, slaccia il bottone e poi tira giù lentamente la lampo
per far sentire a tutte e due il rumore della zip che ci eccita un casino.
Per continuare il gioco, ci vuole un’altra punizione. Le chiedo di spiegarmi l’
articolo 238 del Codice penale. Naturalmente non lo sa. Le dico che è un
disastro, una pigrona, una fannullona. E le ricordo che ogni errore merita una
punizione.
Diventa implorante e cerca di rovesciare le posizioni facendo appello ai miei
sentimenti.
“Mi ami?”.
Rispondo con un grugnito.
“Se mi ami, picchiami!”.
Le rispondo che, dato che me lo chiede con tanta gentilezza…
“Tirati giù le mutandine!”.
Benny si abbassa le mutandine scoprendo un bel paio di chiappe di cui non mi
stanco mai di ammirare la rotondità. Allora colpisco. Comincio piano piano, poi
sempre più in fretta e sempre più forte. La carne tremola sotto i miei colpi,
passa dal rosa al rosso, e ogni colpo lascia una traccia sulla sua pelle.
Aspetto che chieda grazia.
“Pietà, smettila, mi fai male”.
Con la punta della bacchetta, la costringo ad aprire le cosce. Faccio risalire
la verga tra le chiappe.
E’ in fiamme e dimena il culo come una cagna in calore. Adesso il bambù
diventa dolce e le accarezza l’entrata della vagina. Benny dà dei colpetti di
reni, avanti e indietro, strusciandosi contro la canna.
Allora mi avvicino e le incollo la bocca come una ventosa sulla fica fradicia.
Il calore del morso della verga ha fatto effetto. Sembra un alto forno. Il
succo cola dalla fornace e io mi disseto.
Una ventina di colpetti di lingua e Benny gode come una pazza.
Dopo di che, si ricorda perfettamente quel particolare articolo del Codice
penale.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 23:26:01

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/01/01/2653807742.jpgTi voglio bene papà.

Sono entrato nella tua cameretta
sei ancora a letto assonnata
ti tiro indietro le coperte per svegliarti
e ti scopro con le gambe nude
belle gambe acerbe ma già ben tornite da donna
e mi piaci con la tua t-shirt invece del solito pigiama

non so cosa mi prende ma un’eccitazione mi assale
….improvvisa… più del solito

mi avevi chiesto se potevi andare in discoteca stasera
e ne approfitto.. sì, ti ci mando… però…

e inizio a darti ordini con un tono severo

“Togli le mutandine!!!”

così poi stasera ti lascio andare in discoteca a ballare..
e tu ci tieni tanto.. perché ti fa sentire grande..
e allora mi devi dare qualcosa

lo fai tirandoti le coperte addosso…

“No… devi farlo senza coperte
nuda… davanti a me !”

“Ma se arriva mamma?”

“Abbiamo tempo fino alle 12,30
rimboccati bene la maglietta ora… e apriti bene come ti ho detto
dovremmo finire per allora
Brava… così… fammi vedere….
e ora… Toccati !”

tu ti vergogni…
dici che sei solo una bambina…
che non sai nemmeno cosa vuol dire toccarsi
ma io insisto…
voglio farti diventare la mia piccola troia
tu non lo sai ancora.. ma ti ci porterò…

“Ma papi… Tu mi vuoi troia?”

pian piano ti ci voglio portare
il passo troppo lungo ti spaventa e scappi…
ma lentamente ti ci ritroverai senza neppure rendertene conto..
a piccoli passi

ora hai solo la maglia che ti protegge

“Va bene, io mi tocco per te, e tu in cambio mi fai andare a ballare”

“Ecco.. apri le gambine.. su… da brava”

lo stai facendo ma ti tieni la maglia nel mezzo… ti vergogni

“Mi vergogno di mostrartela”

“Piega le ginocchia ora… come mi piaci con quella mano li.. pudica e
virginale”

piegando le ginocchia la maglia è risalita indecentemente…
troppo rispetto a quello che speravi

tu un po’ ti copri la fica con un lembo di tessuto..
ma non ti accorgi che hai lasciato scoperto una porzione del tuo culo
vedo il tuo buchino grinzoso… e due chiappe piene che affondano nel lenzuolo

due chiappe forse troppo cicciotte per una bimba come te

cicciotte ma appetitose… per un pervertito come me
ti chiedo se ti sei mai masturbata…
e tu fingendo stupore mi dici che non sai che vuol dire
io fingo di crederti… e mi propongo di insegnarti
ora.. dove hai la mano… muovila su e giù e schiacciando.. anche col
tessuto..
anzi.. fallo entrare un po’

e mentre lo fai scopri sempre più qualche centimetro di fica..

“Ti piace? Dillo!”

“Sì.. è vero… Mi piace”

e ormai ti stai abituando alla mia presenza e alla situazione..
e hai sempre meno vergogna
ora ti sembra quasi naturale che io ti stia guardando,,,
e che come padre ti insegni a diventare grande

“Brava.. da brava.. continua…
ora lascia perdere il tessuto.. “

“Sì, papi”

“…e vai a cercare la carne li sotto…
dai non vergognarti… ti piace… e io sono il tuo papà..
chi può insegnarti meglio di me… vita mia
io ti ho dato la vita… e tu sei prima di tutto mia….
e ora voglio insegnarti il piacere”

anche se so bene che hai già provato a cercarlo da sola

e ora il lembo della maglia non lo trattieni più.. ed è scivolato via… oltre
il pancino…

si… lo so benissimo che l’hai già fatto
qualche notte ti ho spiata da dietro la porta socchiusa…
sentendoti gemere senza accorgertene
ecco… ora stai godendo…
e nemmeno ci badi più che sei mezza nuda davanti a tuo padre
con le cosce oscenamente aperte…
e quella mano sempre più nervosa che ti sta dando piacere
tenti di chiudere gli occhi e di abbandonarti alle tue fantasie
ma ti richiamo…

“Guardami… sono io.. papà….”

“Sì….”

“Voglio che godi per me!
Tira su la maglia ora…
scopri i seni….”

“Mi vergogno.. ho le tette piccole”

“Voglio vedere le tue piccole tette che crescono”

“Ma papà…”

“Muoviti… ubbidisci!”

ora sto diventando di nuovo autoritario…
l’eccitazione crescente e la situazione
mi hanno fatto perdere il controllo che avevo…

“Dai papa lo sai che mi vergogno, che sono piccole”

Ed io subdolo.. coinvolgente.. ti spingo
ora sono prepotente… ti pretendo

“Fammi vedere le tettine…
sono piccole ma sono il tuo unico ornamento di donna..
per il resto sei soltanto buchi….”

“Se mi scopro non mi prendi in giro?”

“Non ti prendo in giro…
le ho già viste spiandoti mentre ti cambiavi”

va bene… alzi la maglia

“E quante volte le ho sentite appena accennate
quando fino a poco tempo fa ti insaponavo facendoti il bagno..
fammi vedere…”

“Ma ero ancora piatta… ora sono sviluppata”

“Mi piace guardarti diventare donna…
le tue tettine che crescono… la tua fighetta che gode…”

ora sei veramente nuda.. sempre più oscena nella tua innocenza
mi alzo…

“Come le trovi?”

mi avvicino
le tocco…
mi piace la loro consistenza…
sono piccole ma deliziose
compatte nella mia mano…
e quando sfioro il capezzolo con il pollice… subito reagisci con un fremito

“Continua bambina mia
tu continua…
mentre ti accarezzo e palpo le tue tettine
le adoro sai…”

“Continuo a toccarmi per te
Ti piacciono anche se adori quelle della mia amichetta?”

“Già… quando la porti a casa non le stacco gli occhi di dosso…
ma tu sei mia….
tu sei la mia bambina
e io ho potere su di te
tu sei qui.. sempre a disposizione…
e ci saranno notti che ti verrò a trovare…
per farti rifare quello che fai ora…
e anche di più…”

ora ti poso una mano sul ginocchio…
poi la faccio scendere lungo la coscia spalancata…
arrivo a sfiorare la tua mano che si muove nella pappetta che si è formata
scendo tra le natiche
ti sfioro il buchino
poi risalgo verso l’ingresso della vagina
e ti tasto dentro

“Sto per venire…”

dove la parete sottile mi preclude l’ingresso
cerco un piccolo varco
tento di insinuarci il dito
tu emetti un urletto
e io ti dico…

“Ecco.. bambina mia… sarà qui che ti prenderò
guardami… sarò io a prenderti…
a farti tanto male… ma a renderti donna..
e ora..
VIENI
VIENI PICCOLA TROIA

“Sono la tua troietta?”

PRESTO LO SARAI
TI FARO’ DIVENTARE LA MIA TROIETTA…
SI…
LA MIA PICCOLA PUTTANA PERSONALE…

“Dimmi, sono meglio della mia amichetta?”

TU SEI MIA…
TUI SEI MEGLIO DI CHIUNQUE AL MONDO…
TU SEI LA MIA BAMBINA E IL MIO AMORE
SEI LA PIU’ BELLA DI TUTTE

“Vengo!!!!”

E SONO FIERO CHE SEI LA MIA BAMBINA
VIENI
VIENI COL MIO DITO DENTRO
CHE GIA’ CERCA SPAZIO E TI ALLARGA UN PO’…
POI VERRAI TANTO SUL MIO CAZZO… VEDRAI
MIA…MIA…MIA
MIA .. TUTTO

“E ora copriti che già si sta aprendo la porta… e arriva mamma a vedere che
combiniamo…
ma è il nostro segreto…
shhhhhhhhhhhhh”

“Ti amo… papà!!”

“Ti adoro bambina mia…

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I Racconti di Frusta Gentile 2012-03-28 19:12:03

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/00/00/1824671436.jpgLo stalliere

L’istruttore ha sollevato la frusta facendola sibilare sul mio culo…
Era da molto tempo che desideravo praticare l’equitazione. Ho atteso la
primavera perché con il bel tempo le passeggiate nei campi sono più piacevoli.
E lo stalliere che faceva da insegnante era virile e seducente, nonostante
fosse una carogna di prima qualità. Passava tutto il tempo a sgridarmi e a
dirmi che non sapevo fare nulla. E io, ragazzina borghese di 23 anni, ci
rimanevo malissimo. Pensavo mi avesse presa di mira. A volte correggeva un
cavallo recalcitrante a colpi di frusta e avevo l’impressione, quando nel
mentre mi guardava, che avrebbe desiderato fare altrettanto con me. Può darsi
che credesse che io praticavo l’equitazione per snobismo, ma si sbagliava
perché io adoro realmente i cavalli. Il loro odore, i corpi possenti, le
schiene larghe e i loro musi dolci e lunghi. Per non parlare degli uccelloni
degli stalloni, così lunghi e venati che sono per me oggetto di ammirazione, di
curiosità, quasi un’ossessione.
Durante la lezione a terra, ogni allievo doveva imparare a nutrire e a curare
il cavallo destinatogli. Quando è venuto il mio turno di accudire uno stallone,
ne ho approfittato per ammirare a lungo la sua protuberanza e, essendo sicura
di essere sola e non vista, sono arrivata a masturbarmi pensando alla potenza
dell’animale e a quel sadico dello stalliere.
Ero talmente assorta guardando quello stupendo esemplare e con la mente a
fantasticare, che l’istruttore mi ha sorpresa con le mutandine calate fino alle
ginocchia. E’ entrato nel box, la frusta in mano, furioso anche perché non
avevo ancora dato la biada al cavallo. Di colpo mi ha segnato le natiche
esposte e nude con la frusta. E che male. Ho gridato, ma i miei lamenti sono
serviti solo ad eccitarlo maggiormente. Ha continuato con più foga. Poi mi ha
afferrata per i capelli premendomi la faccia contro la schiena dello stallone.
“E’ solo il loro grosso cazzo che ti interessa nei cavali, razza di troia! Io
l’avevo capito!”, ha urlato. “Se è solo questo che ti serve, ti accontento
subito”.
Ero morta di umiliazione e completamente paralizzata dalla paura, al punto da
restare prigioniera nelle sue mani senza reagire. Mi squadrava con una smorfia
di disgusto, il suo fiato sul collo, il suo corpo aderente il mio. Poi ha
ammirato il mio culo arrossato, mi ha obbligata a chinarmi sempre tenendomi per
i capelli, proprio all’altezza della verga a riposo dell’animale.
“Allargati il culo con le mani”, mi ha ordinato, e io ho eseguito come in
trance.
Allora ho sentito il pomello del manico della sua frusta premermi contro l’
ano. Era di metallo, arrotondato come un proiettile. Il suo contatto era freddo
contro la mia rosetta stretta e asciutta. L’uomo l’ha fatto scivolare
improvvisamente nella mia vagina già umida, rigirandolo dentro. Siccome
continuavo a tacere e non reagire, lo ha tirato fuori e senza tanti riguardi me
lo ha infilato nel culo. Mi sono sentita umiliata, sull’orlo del pianto, ma con
una sensazione di turbamento. Non sapevo se attribuirla alla mia masturbazione
precedente o alla mia posizione attuale. Lo stallone cominciava ad innervosirsi
dentro il suo box. Era girato verso di me e all’improvviso sbandierava un’
erezione formidabile. Il muso vicinissimo al mio viso mi soffiava il suo alito
caldo negli occhi. Per un attimo ho temuto che mi volesse mordere. Lo stalliere
si è calato i pantaloni mostrandomi il suo cazzo, che per essere quello di un
uomo, era enorme.
“Prendilo in bocca, troia! Questo sarà il tuo morso!”.
Mi ha preso la testa con le mani spingendomela fino a sprofondare il suo
randello quasi in gola e tirandolo indietro ogni volta fino al glande. Dentro
al culo sentivo pendere la frusta e il sentimento di umiliazione, di essere
tratta così e magari vista dagli altri, lasciava pian piano il posto a una
sensazione struggente che si allargava in tutto il ventre. Quel porco si
masturbava con la mia bocca, e mi piaceva. Si serviva totalmente di me per il
suo piacere e nonostante tutto io cominciavo a prenderci gusto. Quando pensavo
fosse sul punto di godere, si è ritirato dalla mia bocca, mi ha girata
prendendo il posto della frusta nel mio culo, infilandomi brutalmente.
Fortunatamente mi aveva già ben dilatata. Mi ha inculata a lungo, mentre
chinata avevo a pochi passi, davanti agli occhi e ballonzolante, il membro
dello stallone che mi esibiva tutta la sua erezione di una cinquantina di
centimetri. Quando lo stalliere mi ha sborrato nel retto, ho quasi temuto, o
forse sperato, che lo stallone facesse altrettanto inondandomi la faccia. Ma ho
sentito solo il liquido caldo inondarmi le interiora, per poi debordare
scivolando lungo le cosce. Senza aspettare mi ha rimesso il cazzo in bocca
perché succhiassi le ultime gocce di succo e lo ripulissi per bene con la
lingua. Dopodiché mi ha chiesto di tenere la bocca spalancata. Non ho afferrato
subito le sue intenzioni che erano quelle di pisciarmi in bocca e sul viso. Ha
svuotato la sua vescica sui miei capelli e nel collo della camicetta. Ho visto
il liquido giallastro cadere sulla paglia e mescolarsi all’urina del cavallo.
Dopo tutto questo mi ha ordinato di occuparmi del cavallo e di ripulire. E se
ne è andato.
Da allora, ogni giorno di lezione, due volte a settimana, prima di andarmene
ha preteso da me che facessi una passeggiata a cavallo con lui nel bosco. Ogni
volta ci fermiamo in un angolo che piace a lui. Dopo aver legato i cavalli mi
scopa come la prima volta, con la frusta, gode nel mio culo e mi orina addosso.
Però mi ha autorizzata a masturbarmi se lo voglio. Non mi ha mai degnata di una
carezza né mi ha mai mostrato un po’ di affetto. Ma la nostra relazione mi ha
fatto scoprire il piacere della sottomissione, coi cavalli e gli alberi come
soli testimoni. Mi tratta come una bestia e io lo considero il mio Padrone.

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