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Racconti di sculacciate: Ellen e Thomas

Il bel racconto che segue è stato scritto da Geronimo: vi lascio alla lettura non senza aver fatto i complicementi a Geronimo per il bel racconto.

Chattanooga, Tennessee. Maggio 1960
Thomas odiava la propria matrigna, Ellen, ma allo stesso tempo la desiderava come nessun altra. Le ragazze della sua età, aveva ormai quasi 18 anni, gli apparivano delle mocciose insignificanti, nessuna di loro sapeva baciare come Ellen…Nessuna di loro sapeva essere crudele e perversa come Ellen.
Ellen, che aveva ormai 38 anni, era stata sposata in seconde nozze dal padre di Thomas 10 anni prima. L’uomo, proprietario di una florida azienda produttrice di componenti meccanici per macchinari agricoli, aveva perduto la prima moglie quando il figlio non aveva ancora compiuto tre anni. Ellen Era una “straniera”, nel senso che proveniva dalla Virginia, ma aveva saputo farsi accettare dalla buona borghesia di quella sonnolenta cittadina di provincia del sud-est del Tennessee. Le sue nobili origini – la famiglia della donna era appartenuta in passato all’aristocrazia terriera del vecchio sud – i suoi modi ricercati ma affabili allo stesso tempo, caratterizzati da una studiata semplicità e da un apparente perbenismo, avevano positivamente impressionato i suoi nuovi concittadini con una sorprendente rapidità nonostante la proverbiale diffidenza dei provinciali.
Pochi però ne conoscevano il carattere duro e calcolatore e l’atteggiamento ambiguo e morboso, soprattutto nei confronti del piccolo Thomas. Anche Ellen era rimasta presto orfana. Il suo tutore, il pastore Robbins della Chiesa evangelica, personaggio d’inflessibile ed implacabile severità, non aveva di sicuro risparmiato la frusta nell’educarla. Adesso toccava a lei impartire la disciplina. Ogni pretesto era buono per punire il figliastro o farlo punire dal padre. Quando l’uomo era prematuramente scomparso a causa di un infarto sette anni prima, Ellen si era impossessata della casa e del patrimonio. Il testamento l’aveva nominava tutrice fino al 18 esimo anno di Thomas, cosicchè la donna potè spadroneggiare a lungo mantenendo con non poca abilità una maschera di sfortunata vedovella virtuosa, dedita all’educazione di un fanciullo non suo ed alla beneficienza nei confronti dei più bisognosi. Per un po’ di tempo lo sceriffo della contea, con grande e lodevole altruismo, si era adoperato per consolarla e Thomas aveva potuto constatare quanto il brav’uomo fosse di conforto ad Ellen dal volume delle risate che i due si facevano in camera da letto all’inizio di ogni visita. Poi, chissà perché, tutte le volte dalla stanza chiusa a chiave cominciavano a provenire strani mugolii e grugniti. A Thomas ci volle qualche mese per capire la reale natura di quegli atti consolatori.
Quanto a lui, ovvero Thomas, invece, prendeva un sacco di botte, di santa ragione e senza pietà, per un motivo o per un altro.
A parte i ceffoni e le tirate di capelli quasi quotidiani, il figliastro dovette sopportare frequenti, lunghe e dolorose sedute di sculacciate a sedere rigorosamente nudo, non di rado in presenza di estranei. In quei casi la perfidia della matrigna superava ogni limite. Thomas era costretto a denudarsi le parti intime davanti alle amiche di Ellen o davanti ai cuginetti, a chiedere di essere punito per i propri peccati ed ad offrire alla matrigna lo strumento della correzione, che variava spessissimo per non annoiare la zelante educatrice: Cinghia, battipanni, mestolo di legno, spazzola per capelli, spazzola da bagno, racchetta da ping pong, verga di salice, cavo elettrico, frustino da equitazione. Le uniche costanti erano il suo culetto nudo e il colore viola che assumeva dopo le batoste inflitte dalla donna. Raramente usava le mani, che comunque in quella circostanza erano sempre piene di anelli, sembrava quasi che l’unica occasione e motivo per cui li portasse fosse proprio quella. Infine dopo ogni correzione doveva ringraziare baciando la mano dispensatrice di castighi.
Fu all’età di 16 anni che Thomas venne infine introdotto dalla matrigna ai piaceri del sesso.
Ellen stava facendo il bagno al figliastro come al solito, e come accadeva sempre più spesso, la donna non perdeva occasione per tormentare l’apparato riproduttivo del ragazzo. Già, il giovanotto stava diventando un bocconcino sempre più appetitoso. Thomas aveva tentato di ribellarsi in passato, ma gli energici scapaccioni della donna avevano presto sedato ogni velleità di protesta. Stavolta però quando il giovane si erse dalla vasca per essere asciugato, le dimensioni del pene, completamente eretto, apparvero alla matrigna davvero ragguardevoli. Il bastone turgido e nodoso svettava come una minacciosa e splendente lancia. Ellen si inginocchiò senza distogliere lo sguardo, neanche per un solo istante, da quella meraviglia. Voleva gustarselo pienamente e con tutta calma. La bocca fagocitò i testicoli del ragazzo come un serpente farebbe con un povero pulcino, Thomas sentì la lingua della donna che slappava lentamente le palle mentre il dito medio della mano sinistra di lei si faceva strada tra le natiche e si insinuava progressivamente nel retto. Una sensazione strana, fastidiosa eppure, piacevole, molto piacevole, per quello sbarbatello di Thomas. Poi l’ esperta amante prese a titillare il glande in punta di lingua e si introdusse l’asta in bocca guidandola con la mano destra. Cominciò a fare su e giù, su e giù con le labbra che avvolgevano il cazzo come ventose e Thomas chiuse gli occhi, credendo di morire. Infine Ellen si tolse il pene di bocca un attimo prima dell’eiaculazione e lo masturbò ferocemente facendolo schizzare sul pavimento.
Di questo episodio la donna e il figliastro non parlarono più per diversi giorni come non fosse accaduto nulla, ma mentre Thomas guardava la matrigna con grande imbarazzo, la donna si comportava con estrema naturalezza continuando come prima a dispensare al ragazzo rimproveri, sberle e dure sculacciate. Erano trascorsi ormai una decina di giorni da quell’evento, quando Thomas si sentì chiamare dalla matrigna con un tono di voce insolitamente pacato, quasi tenero. Ellen era in camera sua, stesa sul letto completamente nuda. – Dio quant’è bella – pensò Thomas, i cui sentimenti verso la matrigna erano quanto mai contrastanti: paura, avversione desiderio, ammirazione, ripulsa morale, sensi di colpa. Un groviglio inestricabile per un giovanotto di provincia che giocava a baseball ed andava a messa con una certa regolarità. – Avvicinati dai, non ti mangio mica – lo invitò con un tono di lieve derisione la matrigna. – Devo insegnarti alcune cosucce interessanti che non si trovano sui libri. Non voglio che il mio figliastro faccia brutte figure con le puttanelle bifolche di questa città! – Ellen rise sguaiatamente, evidentemente compiaciuta del proprio greve sarcasmo, irritando per un momento Thomas, che cominciava ad esse stufo di essere trattato come un moccioso, ma si trattò solo di un attimo. La visione del corpo ancora appetitoso della matrigna, offerto così oscenamente al suo sguardo, cominciò a produrre il suo naturale effetto a livello inguinale. La pelle della donna era rosa pallido la qualcosa faceva risaltare ancor di più le macchie rosso-rubino delle labbra e delle unghie dei piedi e delle mani perfettamente smaltate. – Come on baby!- lo esortò ancora la matrigna. Ellen gli porse i bei seni dai grandi capezzoli scuri che erano ancora discretamente sodi, seppure il tempo implacabile ne avesse sensibilmente ridotto l’originario turgore. Thomas prese a palparli, dapprima timidamente, poi con maggiore energia. – Bravo piccolo, ora afferra i capezzoli, tirali un poco…Ahi, mmh così, piccolo bastardo!. Ora portateli alla bocca, così, dai!, succhiali, dai, lecca l’aureola, mmmh così,…non sbavare troppo!- Ellen allargò le cosce esibendo una grassa vulva ricoperta da una folta pelliccia ricciolina, castano-scura ed intimç al ragazzo: – leccami li, forza, o hai la lingua solo per dire stupidaggini?- Thomas avvicinò il viso guardingo a quell’antro di misteriose delizie. Aveva visto solo una volta da vicino la “pussy” di una compagna di classe, ma non era neppure lontanamente paragonabile a quel sesso di donna così grande e già imperlato di secrezioni. Il forte odore di femmina e la voglia smaniosa della matrigna che lo incitava, lo spaventarono un poco. Poi, con decisione, Ellen afferrò i capelli del giovane e ne spinse la faccia sul proprio sesso. Thomas cominciò a leccare a casaccio assaporando il gusto acre e forte di mare. Ellen lo guidò con la voce e con la mano e allargandosi le labbra con le dita a forbice disvelò il grilletto. Cominciò a sussultare quando finalmente le labbra e la lingua di Thomas si mossero ad accerchiare efficacemente il bersaglio, a sfiorarlo con maliziosa delicatezza. – Ora basta giochetti, prendimi Thomas, prendimi, ti voglio dentro di me! -. In un attimo il ragazzo si adagiò sul morbido e caldo corpo della bella matrigna. La mano di Ellen guidò il membro del giovane amante dentro il proprio sesso, le sue braccia e le gambe l’avvolsero come tentacoli mentre inarcava leggermente la schiena. Il ragazzo non ebbe bisogno di ulteriori incoraggiamenti per fare fino in fondo il proprio dovere. Quella femmina gli risucchiava l’anima. Una lunga serie di brevi e possenti spinte pelviche ed Ellen urlò, un urlo simile ad un ruggito rabbioso. Thomas venne pochi secondi dopo.

Tutto questo era successo un anno e mezzo prima. Da allora Thomas era diventato il giocattolo preferito di Ellen. Continuava a punirlo con la consueta severità, poi però facevano l’amore in una maniera totalmente appagante. Thomas appariva completamente soggiogato. Si eccitava già al momento in cui Ellen gli intimava di togliersi i pantaloni e le mutande e di stendersi sulle sue ginocchia. Quando si tirava su la gonna scoprendo le gambe avvolte nelle calze di seta color carne, Il pene del ragazzo era pienamente eretto. Ellen lo faceva stendere sulle gambe in modo che il membro fosse chiuso nella dolce morsa delle cosce nude . Solo allora tra un rimprovero ed un insulto la spazzola, il mestolo o il frustino cominciavano la propria opera punitiva. Ellen picchiava duro, senza tregua, senza una pausa fino a che le chiappe e le cosce del giovane non erano adeguatamente gonfie e segnate, fino a che non cominciava a piangere, il residuo orgoglio spezzato, fino a che ellen non si sentiva sciogliere tra le gambe come una cascata al momento del disgelo. Allora faceva alzare Thomas e ne afferrava il pene. Era il suo scettro. E copulavano selvaggiamente.
Ma Thomas stava cambiando.

Finalmente giunse il giorno del 18esimo compleanno. Thomas si era ulteriormente irrobustito ed ora misurava poco meno di sei piedi. Si era informato dal notaio Donovan; era lui il padrone di casa. Ellen non aveva alcun diritto salvo la legittima in denaro. Il giovane si sentiva scisso. Il Thomas succube e masochista si era rivelato e manifestato in pieno ma c’era un altro Thomas che voleva emergere prepotentemente e questa seconda persona aveva un obbiettivo preciso:Ellen.

Ellen era furiosa. Thomas avrebbe dovuto portarla a far compere. Sabato voleva andare al lago con l’avvocato Mortimer, un vecchio coglione pieno di soldi da tempo vedovo. Doveva assolutamente accalappiarlo. La legittima lasciatale dal padre di Thomas si era di molto assottigliata e non era sicura di poter arraffare i soldi del ragazzo, si stava rendendo conto di cominciare a perderne il controllo. Ma c’era dell’altro; in fondo non voleva danneggiare il figliastro, nei suoi confronti aveva ormai sviluppato una forma di morboso affetto un attaccamento bizzarro. Era roba sua, era sua proprietà, si era persino scoperta gelosa delle ragazzotte che lo adocchiavano. Al momento però gli avrebbe rotto il battipanni sul sedere nudo così avrebbe imparato a rispettare gli orari imposti dalla sua padrona.
Stava già pregustando la punizione esemplare che gli avrebbe inflitto, quando Thomas entrò sbattendo la porta e guardandola con strafottenza, la canzonò – Oh mamy ti si è spazientita?. Quanto mi dispiace!. Mi dispiace annunciarti che d’ora in poi chi comanderà in questa casa sarò io. Sono stato dal notaio Donovan ed anche in banca. So tutto. – Ellen trasalì, rimase in silenzio per una lunga frazione di secondo. Poi reagì: – Ma come ti permetti razza di topo di fogna!- e mollò un sonoro ceffone a Thomas il quale, per la verità, non si scompose affatto e tornò a fissarla negli occhi con la stessa espressione di sfida precedente. Ellen, esasperata, cercò di colpire nuovamente il giovane ma stavolta la mano destra di lui le bloccò l’avanbraccio in una morsa d’acciaio. – Lasciami! Lasciami!- .Ogni tentativo di divincolarsi si rivelò inutile, anzi la stretta cominciò a farsi sempre più forte e dolorosa. – Da quando non prendi una bella razione di cinghiate a culo nudo, Ellen? – le chiese a bruciapelo Thomas. – tu non puoi…- balbettò la donna – Noo?. Però lo voglio. Se vuoi restare in questa casa mi dovrai obbedienza assoluta, sotto pena di severe punizioni corporali. Altrimenti, fuori dalle scatole con i pochi soldi che ancora non hai sperperato!- Ellen si sentì impotente, piena di rabbia ma anche… si, di desiderio, voleva essere punita, voleva essere in balia di quel giovane bello e prepotente. Ma ancora il residuo orgoglio la induceva a resistere – Io ti denuncio, dirò tutto allo sceriffo!- Thomas le rise in faccia. – Il tuo ex amante ha ben altro a cui pensare! È nei guai fino al collo per quella storia di mazzette e per abuso di potere e poi sei stata proprio tu a dargli il ben servito!. Lo hai già dimenticato? – Ellen si arrese. Thomas non era più il povero vitellino fragile e indifeso con il quale si era trastullata soddisfacendo le proprie bizzarre voglie. Ora era un toro furioso. Ellen si sentì sciogliere il ventre. Cominciò a sudare. In quel momento voleva soltanto sentirsi sottomessa. Thomas la piegò ventre sul tavolo. Le tirò su le sottane, le strappò le mutande. – Gran bel culo, mamy – disse Thomas, calcando la voce sulla parola “mamy” (Ellen detestava quel vezzeggiativo). Ma è un po’ troppo bianco, vediamo di dargli un po’ di colore. Ellen sentì dapprima l’aria fresca del tardo pomeriggio che le accarezzava la pelle nuda, Poi la carezza bruciante della prima cinghiata. Ellen si sentì bagnata tra le cosce. Erano passati molti anni dall’ultima punizione del suo tutore, il pastore Robbins. Ogni pretesto era buono per lui, per picchiarla sul sedere nudo. Chissà se si era mai reso conto che alla sua protetta piaceva, che si masturbava dopo ogni battuta. Thomas la frustò a lungo e senza contare le cinghiate che si abbatterono secche e veloci e implacabili, sulle chiappe e sulla parte alta delle cosce, senza quartiere, senza pietà, senza fine. Il culo di Ellen era grande e dalle forme generose. Solo un principio di pinguedine e qualche smagliatura ne incrinavano la bellezza. Thomas si sentiva felice come un bambino mentre lo batteva così forte. Che gioia sculacciare Ellen!
Solo quando le basse terga di Ellen furono completamente arrossate e di un rosso cupo con varie striature violacee, Thomas posò la cinta. Ellen non aveva mai supplicato. Si alzò, il viso lucido di lacrime, e trasse a sé il volto del ragazzo. Lo baciò e lui rispose al bacio. Poi la mano destra di lei cominciò a sbottonare la patta dei pantaloni. Mentre ne traeva la verga e cominciava a manipolarla sapientemente, Thomas iniziò a recitare le regole: – Esigo che tu tenga la casa in perfetto ordine; Non dovrai portare uomini in camera da letto; dovrai prepararmi la colazione tutte le mattine; dovrai lavarmi la biancheria intima a mano, dovrai soddisfarmi ogni qual volta ne abbia voglia; dovrai abbassarti o toglierti le mutandine per essere sculacciata o frustata al minimo cenno; Dovrai chiamarmi “mio signore” e non più Thomas; Dovrai…do…dicevo…no.. aspet…ohh!, si,… così……mmmh!… Ricordami di darti altre trenta cinghiate quando avrai…. finito…oh…Oh my god!.

Ragazze di colore punite

I video di oggi, segnalati da Eynar, sono molto intriganti e vedono due ragazze di colore, una delle quali con il culetto veramente delizioso, punite duramente con sculaccioni e cane. Una volta da un uomo e una volta da una donna. Filmanti che meritano di essere visti.

Clicca qui per il primo video

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Ragazzi scusate tantissimo per l’assenza, purtroppo la vita va avanti e non sempre si ha il tempo di aggiornare il sito. Per quanto riguarda i nuovi racconti, al momento non ne ricevo, quindi di tanto in tanto sto ripescando vecchi racconti di buona qualità.

Se volete, potete inviarmi i vostri racconti a sculacciata76@yahoo.it

Grazie a tutti coloro che malgrado tutto continuano a seguirmi, vi abbraccio :D

I quaccheri di Boston

fustigazione pubblica

All’inizio della migrazione dei dissidenti religiosi dall’Inghilterra al Nuovo Mondo, i puritani, principalmente calvinisti, avevano costruito e sviluppato la città di Boston come fosse un tributo al Regno di Dio sulla terra, un luminoso esempio di stretta teologia, obbedienza ai religiosi anziani ed ai magistrati eletti. Poi, nel 1656, i primi quaccheri arrivarono nel Massachusetts e molti missionari andarono a Boston. Inizialmente non c’era legge che impedisse a costoro di professare la loro religione, praticare il loro culto e diffondere la loro fede. Ma divenne presto chiaro ai calvinisti che spaventosa minaccia i quaccheri rappresentavano con la loro ideologia di “luce interiore”, convinzioni indipendenti e coscienza individuale. In particolare si rifiutavano di riconoscere qualsiasi autorità, non volevano fare il servizio militare e non pagavano perfino le tasse! Questa anarchia non poteva essere sopportata dall’etica puritana e così i capi della comunità decisero di liberarsi dei quaccheri in ogni modo possibile. Che la musica per loro fosse completamente cambiata fu chiaro quando una nave chiamata La Rondine entrò nel porto di Boston nel Luglio del 1656 portando due devote missionarie quacchere, Mary Fisher e Anne Austin.

Furono immediatamente arrestate appena misero piede a terra e tutti i loro beni confiscati. Ambedue le donne vennero spogliate nude di fronte a sei magistrati maschi e messe senza tante cerimonie una di fianco all’altra su un tavolaccio, con i rispettivi culi che sporgevano dai bordi. Le gambe vennero rialzate ed allargate in posizione ginecologica da nerboruti assistenti e le passere frugate all’interno per evidenze di stregoneria! Poi, ancora senza preamboli, le signorine furono rivoltate a pancia sotto, mentre gli energumeni le tenevano con il deretano ben sollevato, e penetrate a fondo nel buco del culo con due dita con le stesse motivazioni! Naturalmente nulla fu trovato. La cocente umiliazione doveva servire loro di lezione. Le due vennero rispedite in Inghilterra, ma quanto da loro posseduto, biancheria intima compresa, fu bruciato nella piazza del mercato. Furono fatte frettolosamente leggi per stringere la vite sui quaccheri ed impedirgli di approdare a Boston. Queste includevano frustate per tutti quelli che entravano in città e salatissime multe ai capitani delle navi che li trasportavano. Tutto quello che si ottenne fu di spingere un numero ancora maggiore di temerari quaccheri a riversarsi in città per portare la loro fede ed esprimere il loro sdegno.

Nel 1659, due quaccheri provenienti da Rhode Island furono addirittura impiccati ed una certa Mary Dyer, che viaggiava insieme a loro, fu espulsa, ma osò ritornare un anno dopo “per volontà di Dio“, come disse. Ebbene, venne anche lei impiccata! In questo clima di rabbia e ostilità da parte della popolazione locale, con giustizie sommarie, arrivarono nel 1662 a Dover, vicino a Boston, tre giovani quacchere inglesi: Anne Coleman, Mary Hopkins e Alice Ambrose. Cominciarono a predicare contro le regole delle altre religioni in nome della “coscienza individuale”, creando disordini. Alla fine un ecclesiastico influente, di nome Hatevil Nutter, fece una petizione perché le donne fossero arrestate. Richard Waldron, il Magistrato della Corona, emise così un ordine per tutti i poliziotti delle undici città all’interno dell’area di Boston: le tre colpevoli dovevano essere legate in coda ad un carro, a torso nudo, e ricevere in ognuna delle undici città dieci frustate sulla schiena con un nerbo di bue. Era una sentenza veramente severa: non solo a causa dei 110 colpi di sferza, ma anche la marcia forzata per più di 80 miglia in un freddo inverno, legate mezze nude dietro al carro, non era certo uno scherzo! In una giornata da congelamento, le tre giovani protestatarie furono consegnate alle forze pubbliche di Dover, fatte mettere a torso nudo, legate dietro il calesse e severamente frustate tra gli sghignazzi impietosi di tutta la popolazione presente! Vennero quindi trascinate verso Hampton, il secondo paese, e consegnate ai gendarmi. Il giorno dopo il carretto venne preparato nella piazza del mercato e fu ordinato nuovamente alle tre donzelle di spogliarsi fino alla vita. L’indocile Anne Coleman testardamente si rifiutò! Il capo dei poliziotti non sapeva che fare, ma la folla iniziò a spazientirsi e rumoreggiare. Cominciarono a scandire: “na-ked, na-ked, na-ked” (NU-DA, NU-DA, NU-DA!!!). Per paura di una sommossa, ma probabilmente ritenendo anche che la mocciosa avesse un gran bisogno di una indimenticabile lezione d’umiltà, l’uomo lasciò che il popolo prendesse in mano la situazione. Gli uomini immediatamente l’immobilizzarono, mentre donne volonterose le strapparono letteralmente, una ad una, le vesti, sventolando alla fine orgogliosamente i mutandoni che le avevano forzatamente sfilato dai piedi. La malcapitata venne poi issata sul pianale del carro in modo che tutti la vedessero bene nuda come quando era stata partorita. Alla fine, legata per i polsi ed alla tavola posteriore, fu costretta ad incamminarsi.

Se si attardava, le popolane incitavano lo sceriffo ad usare la sferza direttamente sulle sue chiappe, cosa che costui faceva con frequenza e, almeno apparentemente, con piacere! L’allegra processione attraverso le vie del paese si avviava al termine con il rientro nella piazza, quando avvenne ciò che non poteva essere previsto. Il freddo e lo stufato di fagioli della sera prima fecero un brutto scherzo alla nostra sfortunata eroina: la sua pancia incominciò a gorgogliare, finché dal suo didietro emise un peto che sembrava una cannonata! Una matrona si fece subito sentire: “ Questa zoccola scurrengiona ci manca di rispetto. Impediamole di rifarlo, tappiamole il culo!” Detto, fatto. Alcuni maschi circondarono lo sceriffo, togliendogli di mano il nerbo di bue. Due popolane fecero piegare a 90 gradi la ragazza, mentre un’altra le allargava ben bene le natiche. “Che cosa mi fate?! Che cosa mi fate?!” urlava la poveretta, anche se era ovvio ciò che l’aspettava. Un forzuto giovanotto le piantò con decisione tutto il manico nel deretano, facendola strillare come un’oca spennata!

La poveretta fu poi spostata davanti al carro e legata di fianco alla mula che lo trainava. Alcune comari si erano tolte gli zoccoli e la costringevano carponi, facendola muovere a quattro zampe, proprio come la mula. Se tentava di rialzarsi veniva colpita senza pietà sul posteriore! A cassetta un uomo frustava più lei che l’animale. Purtroppo i fagioli continuavano la loro opera ed il ventre, non trovando sfogo, le si gonfiava come fosse gravida. “Devo fare pupù, pupù!!!” – implorava gridando e piangendo. La risposta venne dalla solita contadina: “Sei peggio della mula, troietta. Non lasceremo che ci sporchi la strada con la tua cacca!” Mancava poco e finalmente il corteo ritornò nella piazza del mercato. Qualcuno, pietoso, estrasse la “coda” dal posteriore gonfio e paonazzo di Anne, come del resto erano rosse le sue guance, non solo dalla vergogna, ma dallo sforzo di trattenersi! Corse subito ad acquattarsi dietro un albero che forniva però ben poco riparo e, diciamolo, cagò a lungo e rumorosamente.

Nonostante tutto sul suo volto apparve un’espressione di beatitudine! Ma la capopopolo le fu subito addosso: “Che cosa ti avevo proibito di fare? Donne, pulite subito gli stronzi di questa cagna! Qualcuno mi aiuti a lavarle il culo. Non lasciamo questa sozzona sporca di merda!” Un contadino l’afferrò ai polsi ed un altro la prese per i piedi e fu trasportata come un sacco di patate al lavatoio. “Giratela!” fu l’ordine perentorio. La signorina si trovò a pancia sotto e con il popò a pelo d’acqua. L’improvvisata giustiziera si fece portare una lunga spazzola da bucato con spesse setole di saggina e un pezzo di sapone di Marsiglia. Ancora una volta i glutei della femmina vennero divaricati: ano e solco furono ben strigliati! “Ahiii, hoiii, huuuhiii!!!” L’esperta lavandaia si chinò ad osservare da vicino. “Ahhh! Nooo!!!” Un’ultima bella spazzolata ed il lavoro era terminato. La pelle intorno era molto infiammata, ma il buco ed anche il deretano erano stati ben puliti.

Fu messa in piedi e congedata con una potente manata sul tafanario. “Ecco fatto! E adesso vestiti, puttanella!” disse compiaciuta la matrona indicandole uno straccio che doveva servirle per coprirsi alla bell’e meglio. Il giorno dopo, a Salisbury, Anne Coleman si sbiottò completamente prima di ricevere qualsiasi ordine. Le dovettero spiegare divertiti che le gonne se le poteva rimettere. Era diventata più sottomessa e docile di un‘agnellina; miracoli della frusta su culatte femminili! Dopo la solita fustigazione ed il corteo attraverso il paese, un medico e magistrato di origine italiana, William Scalzo, si lasciò commuovere. Constatate le ferite e considerato il fatto che le tre teppistelle si dichiaravano profondamente pentite del loro comportamento, dichiarò conclusa la pena. Le medicò per quanto poteva. In particolare la Coleman non riusciva ancora sedersi, né lo avrebbe potuto fare per un bel pezzo! Poi le riaccompagnò personalmente oltre il fiume nello stato del Maine. Il castigo fu certo esemplare e, per volontà della plebe, un tantino grossolano; ma forse era proprio quel che ci voleva, perché fece finalmente ragionare i quaccheri che promisero solennemente di rispettare le leggi e le altre religioni. Ciò bastò al governo del Massachusetts. Già alla fine del 1663 le tre cocciutissime amiche avevano fatto ritorno a Dover, dove si costruì una chiesa quacchera. Pare che nel 1670 un terzo degli abitanti abbracciarono la loro religione. Certo, soprattutto per i primi tempi, la vita non fu facile per Anne. Chi l’aveva vista in quelle circostanze, incontrandola, si sbellicava senza ritegno dalle risate! Solo le donne che si ritenevano più educate si limitavano a bisbigliare all’orecchio del marito, non potendo però fare a meno di un sogghigno ironico molto esplicito!

Mario

Annina le prende sul culetto

Giulietta la schiavetta ci ha preso gusto, ecco un altro dei suoi racconti.

Annina era una giovane di 18 anni, eppure aveva già la fissazione delle sculacciate. Non era una cosa che le veniva dall’infanzia, visto che nell’infanzia non era mai stata toccata dai genitori. Però crescendo, con l’adolescenza, aveva iniziato a sentire il bisogno assoluto di farsi sculacciare a culo nudo, un bisogno che poi aveva cercato di soddisfare in tutti i modi.
All’inizio erano state solo sculacciate ma poco a poco il dolore provocato dalle sculacciate non era stato più sufficiente. Era diventata appassionata di cinghiate e amava vedere il suo meraviglioso fondo schiena ben cinghiato.
Il culmine l’aveva raggiunto quando aveva scoperto il cane: era capace di raggiungere l’orgasmo con una buona sessione di cane, con colpi ben assestati per lacerare la pelle, non per giocare come le era accaduto.
Il giorno prima Annina aveva incontrato un uomo conosciuto su un sito di incontri ma era stata una delusione totale. Qualche sculacciata data svogliatamente, cinghiate nemmeno a parlarne, alla fine era venuto fuori che quello non era un master, era un normale padre di famiglia desideroso di farsi una sana scopata, così disse.
E Annina lo accontentò senza entusiasmo, una sana scopata della durata di 3 minuti netti in uno squallido motel. Si ritrovò con la vagina piena di sperma e con il conto del motel da pagare perché il tizio doveva pure andare via. Visto che c’era si masturbò e godette con le mani impiastricciate dello sperma del deludente amante.
Ma oggi Annina non voleva sbagliare. Aveva conosciuto un altro Uomo, su un altro sito di incontri e aveva messo subito le cose in chiaro. Voleva soffrire, voleva essere punita in maniera durissima. E sarebbe stato accontentata.
Tornò al solito motel, ormai era una ospite fissa e andò in camera a denudarsi per farsi trovare completamente nuda. Aspettò nuda, così al freddo, per 4 ore. Il tempo passava e dell’Uomo nemmeno l’ombra. Cazzo, un’altra bufala, pensò, il giorno dopo aveva compito di matematica e non aveva aperto libro per farsi rovinare il culo da uno sconosciuto e lo sconosciuto non si era presentato. E le toccava di nuovo pagare il motel, che sfiga.
Uscì dalla stanza, tutta delusa, ma fu allora che si sentì afferare da una manona molto grossa. Uno schiaffone la colpì in piena faccia, poi un altro. Lacrimoni riempivano i suoi bei occhietti, mentre un Uomo corpulento, dalla pancia prominente, le tirava schiaffi.

“Puttana chi cazzo ti ha detto di uscire? Dovevi aspettare in camera nuda, razza di puttana adesso ti faccio vedere io che significa obbedire”

Annina sentì che finalmente aveva trovato il suo Uomo. La vagina si riempì di succo, mentre l’Uomo l’afferrava per i capelli e la scaraventava nella stanza. Annina si ritrovò al suolo, e senza nemmeno avere il tempo di toccarsi il clitoride, fu colpita da un calcio in pancia. Questo non se l’aspettava. L’Uomo si affrettò a richiudere la porta e a riprenderla per i capelli. La portò in bagno e le ficcò la testa nel water.

“Se la tiri fuori giuro che ti ammazzo, puttana”

Annina continuava a sentirsi la vagina letteralmente inondata di succo di piacere, voleva toccarsi. Non aveva paura, tanta tanta adrenalina. Uno sconosciuto le stava per fare chissà cosa, nessuno sapeva che era in motel, poteva anche ammazzarla. Ma lei era solo eccitata.

“Adesso ti faccio vedere io, ti insegno una nuova definizione di dolore. Ma prima devo pisciare”

Tirò fuori il pisello e le pisciò in testa, mentre lei continuava a tenere la faccia nel water. I lunghi, meravigliosi capelli biondi si impregnarono della piscia gialla e puzzolente dell’Uomo.

E poi cominciò: una punizione a cinghiate così forte come non l’aveva mai ricevuta. Colpi su colpi, ripetuti, colpi dati con la fibbia metallica, si vedeva che l’Uomo non aveva pietà. Se provava a tirar fuori la testa dal cesso le metteva un piede in testa e la respingeva dentro. Doveva annaspare nella piscia mentre la punizione continuava.

L’Uomo la punì fino a quando la sua erezione non divenne così maestosa da richiedere una soddisfazione e fu allora che decise di sodomizzarla, così in quella posizione e senza lubrificante. Il dolore fu forte ma anche il piacere, per Annina. L’Uomo la stantuffava con vigore e godette in lei dopo 15 minuti, le voleva far sentire bene tutto il cazzo. Le riempì l’ano di sperma e lei godette, anche lei, senza toccarsi il clitoride.

L’Uomo le tirò fuori il cazzo dal culo e lo pulì con la sua candida camicetta bianca, si tirò su i pantaloni si ricompose e andò via.

“Ma quanto puzzi, puttana, disse uscendo”.

Annina godette di nuovo.

Una dolorosa esperienza

Alternativa non ci mandava racconti da tanto tempo ma davvero è stato un tempo ben speso: guardate oggi che meraviglioso racconto ci ha inviato!

Buonasera a tutti, questa notte vi narreró una vicenda successami insieme a mia sorella minore Martina. Martina ha 4 anni meno di me e frequentiamo lo stesso liceo, io in quinta e lei in prima, una matricola. In quella scuola mi conoscevano tutti date le cazzate che ho combinato da sola e con mia cugina Mara, dalle note che prendevo e dalle litigate furiose con i professori; Conosciuta lo ero anche perchè mia madre era la vicepreside e la fautrice di tutte le volte per cui non riuscivo a sedermi sulla sedia dalle tante sculacciate che prendevo, ma non mi bastavano, facevano un male della madonna ma la voglia di combinare guai era più forte di tutte quelle sculacciate. Raramente le prendevo da mio padre(imprenditore sempre super impegnato ed assente) e quella fu una delle più dure datemi da lui. Partiamo dal principio. Ah, dimenticavo anche mia sorella anche se matricola era alquanto conosciuta e soprattutto presa di mira da me e dal mio gruppetto di amici. Anche io da matricola avevo subito le angherie di mio fratello e i suoi amici ed era giusto che io facessi lo stesso con Martina.(pensavo fno ad allora) Come in tutti i licei si svolgevano delle gare di atletica e sport vari quali pallavolo, calcio, tennis e così via. Allora in questi giorni di sport dove tutta la scuola non faceva lezione ed erano tutti a vedere gli atleti ho organizzato tutta una serie di dispetti e scherzi a mia sorella per farla cadere alla campestre, tagliarle le corde della racchetta da tennis, metterle un microfono che fa rumori strani nei pantaloncini da pallavolo e cose una peggio dell’altra, ma quale occasione migliore per lasciare nuda ed inerme mia sorella davanti a tutta la scuola? Allora innanzitutto ci siamo assicurati che Martina arrivasse alle fnali di calcio, la sua squadra contro quella dei miei amici. Poi la mattina della fnale prima di incominciare ci siamo intrufolate nello spogliatoio ed abbiamo sostituito la divisa originale con quella fatta da una nostra amica sarta abbastanza scucita così che appena qualcuno li avrebbe tirati questi si sarebbero strappati tutti a brandelli. Un piano geniale e realizzato alla perfezione. Detto fatto! Dopo aver sistemato tutto inizia la partita. La scuola era tutta riunita intorno al campo da calcio, ma mia mamma non era ancora li. Dopo quasi 20 minuti non la vedo ma decido comunque di mettere in atto il mio piano. La squadra di Martina è in fase di attacco e per cercare di non farla procedere i miei compagni cercano di andarle addosso per prendere la palla, ma invece di quella le si aggrappano ai vestiti e glieli strappano tutti lasciandola solo in mutande. Yesssssssssss scherzo riuscito perfettamente!!!!!!!!!!! Lei dopo un attimo di confusione si rende conto di essere quasi nuda davanti a tutta la scuola ed i miei compagni con telefonini alla mano iniziano a ridere a crepapelle e scattarle foto e flmati e tutto. Lei inizia a piangere ed a cercare di coprirsi mentre i professori le corrono incontro con qualcosa per vestirsi. Intanto i miei amici se la sono date a gambe ed io invece mi stavo godendo la scena ridendo come una pazza! Dopo una sguaiata risata generale il profe di matematica ha chiamato nostra madre che correndo dal suo uffcio(poco distante) irruppe nel campo e tuonó:
“Ragazzi smettetela, non c’è niente da ridere! Tornate tutti nelle vostre classi!” I professori cercavano di tranquillizzare Martina e mia madre urlava a più non posso di flare nelle proprie classi e che avrebbe preso un provvedimento disciplinare per tutto l’istituto. Mentre mi recavo in classe mia madre urló: “Sara M…..vieni immediatamente qui” Ho pensato ed ora che cazzo vuole tanto non saprà mai che sono stata io. “Dimmi mamma” “Sei stata tu ad organizzare questo scherzo imbecille?” “No mamma te lo giuro sarà qualche compagno stupido di Martina” “Non è vero è stato il tuo amico Marco a tirarmi via tutto! Brutta cretina di merda!” “Sciaf,sciaf uno schiaffo a ciascuna! Basta litigare scopriró come è andata, ma sono sicura che stavolta non la passi liscia mia cara Sara. Ora torna subito in classe!” “Ok e comunque belle le mutandine con gli orsetti Marty” “Ti odio brutta stronza sei stata tu!!” “Ragazze basta! Tu fla in classe e tu vai nello spogliatoio e rivestiti” Alla fne di questa diatriba famigliare io mi sono diretta verso la mia classe e Martina verso gli spogliatoi. Suona la campana ed usciamo tutti per andare a mangiare. Dopo un’ ora rientriamo tutti nelle nostre classi ed io avevo una voglia matta di farmi una canna. La teniamo nello zaino del nostro amico di cui si sospetta meno di fare uso di cose così. Mentre nel mio oltre a 1 o forse 2 libri ci sono gli attrezzi per fumare nascosti tra la fodera dello zaino…. Lo cerchiamo ovunque, ma nè il mio nè tutti gli altri zaini dei miei amici ci sono, quando poi dal cortile sentiamo uno strano odore di erba da fumare ed una persona urlare da li: “Mammaaaaaaaaaaa guarda Sara cosa tiene nello zaino!!!” Dovete sapere che il nostro liceo è strutturato con una grande piazza in mezzo e tutto intorno su 2 piani le classi ed uffci. Ovviamente quando si è sentito l’odore di erba nell’aria ed una che gridava come una matta si sono affacciati tutti! E poi continuando ad urlare Martina grida: “Aaaaa mamma e vedi qui la mia divisa originale da calcio e cosa c’è qui roba per farsi le canne e tante ampolle di vetro!!!!!!!” Ero davvero nella merda stavolta. Anche perchè non vi ho ancora detto come potevamo sentire l’odore di erba… Ma semplice dato che quella demente stava facendo un faló davanti a tutti con i nostri zaini e la nostra roba! “Aaaa guarda anche gli zaini degli altri sono piene di ste cose….!!!!!” Dopo quasi 5 minuti di urla è intervenuta mia mamma insieme alla preside ed altri collaboratori e spegnere il fuoco nel cortile e trascinando mia sorella nell’uffcio della preside. Dopo poco sento nel corridoio un ticchettio famigliare e dopo 2 secondi la porta della mia classe si apre sbattendo e facendo comparire la fgura di mia madre sull’uscio. “Tu e tu immediatamente con me nell’uffcio della preside! ORA!” Tu e tu eravamo io e Marco.
Mia madre ha preso per un braccio Marco e con l’altra mano per un orecchio me facendomi sflare davanti a tutte le porte aperte delle classi ed agli occhi dei miei compagni. “Ahia mamma mi fai male.” “Taci!” “Ahiaaaaaaa” “Zitta ho detto!” Arriviamo nell’uffcio ed appena mia madre mi toglie la mano dall’orecchio e vedo mia sorella,con uno scatto le salto addosso facendola capicollare dalla sedia e prendendola a schiaff e parolacce. I profe che c’erano lì hanno cercato di dividerci e tra le urla è subentrata anche mia madre: “Bastaaaaaaa (sciaf e sciaf due bei sberloni)sono stufa di voi due, la smettete di fare le bambine eh? Siete due disgraziate,tu che dovresti dare il buon esempio a tua sorella ed invece le fai scherzi imbecilli???E poi cos’è questa storia che ti fumi le canne eh? Sciaf Sciaf Sciaf Da quanto va avanti??? Eh??? Rispondi!!!! Sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf”(una sberla dietro l’altra in pieno viso) E tu invece che appicchi un fuoco in mezzo al cortile per vendicarti eh? Sciaf sciaf sciaf. Ahhh ma signorinelle stavolta non la passate liscia vedrete che culo a strisce che vi fa diventare vostro padre a forza di cinghiate. Questa è una promessa! “No mamma ti prego mi volevo vendicare ma è stato un gesto stupido ti prego no! Non succederà più giuro scusami ti prego ma le cinghiate no.” “Troppo tardi dovevi pensarci prima carina!” Io invece ero muta come una tomba ma sotto sotto mi stavo cagando addosso perchè le cinghiate di papà le ho prese una sola volta ed erano state devastanti! “E tu non dici niente? Eh? ” Io non ho risposto. “Bene!” (non ho mai visto mia madre così furiosa) Interviene la preside: “Date le circostanze tu Marco per questa bravata sarai sospeso per una settimana con obbligo di frequenza e voi due ora parlo con vostra madre e poi si deciderà la vostra punizione. Marco tu puoi andare mentre voi due no!” Mentre il prof di matematica ci teneva sotto sorveglianza mamma e la preside si stavano consultando. Dopo quasi 10 minuti di attesa ritornano e la preside annuncia: “Questa situazione paradossale che si è venuta a creare per un banale e stupido scherzo è una cosa molto grave, per conto mio siete sospese per 2 settimane anche voi con obbligo di frequenza ed inoltre per il fatto di avervi trovato del fumo negli zaini tu Sara sarai sospesa per altre 2 settimane.” “Mentre per conto mio signorinelle faremo i conti anche con vostro padre a casa” interviene mia madre. “Potete andare nelle vostre classi” “Grazie ed arrivederci” “Ci vediamo a casa e preparatevi per una battuta memorabile!” “Ok mamma a dopo”avevo la voce che tremava… Finito il colloquio con la preside e mamma il profe di matematica ci scorta fuori e ci riaccompagna ognuna nella sua classe.
Durante il tragitto c’è stato un susseguirsi di insulti e parolacce tra me e mia sorella. “Brutta defciente che non sei altro dovrvi proprio bruciare tutto e vendicarti così?” “E e e tu invece dovevi lasciarmi quasi nuda davanti a tutta la scuola? Sei stata una grandissima bastarda ed era questo ció che ti meritavi.” “Senti vaffanculo vedrai quanto urlerai per le cinghiate di papà!” “Urlerai anche tu vedrai, sei grande e grossa ma quando si tratta di sculacciate sei una cagasotto anche tu!” “Stronza bastarda io che le ho prese anche per te e per cercare di non fartele dare da mamma questo è il ringraziamento? Sei solo una piccola bambina viziata.” “A si e quando mai l’avresti fatto non ti frega un cazzo di me ed è per questo che mi hai fatto quegli scherzi brutta cretina!” “Basta basta basta ora basta” interruppe il profe. “Sara in classe! Siediti e basta fare caos!” Sono entrata in classe e tutti mi guardavano, Marco stava già piangendo e credo perchè non sapeva come dire ai suoi della sospensione, lo avrebbero preso a cinghiate anche lui. Un po mi dispiaceva, era tutta colpa mia in fondo ma un’occasione così non mi sarebbe mai più ricapitata. Vado vicino a Marco lo consolo e mi scuso. Dopo mezzora suona la campana ed andiamo a casa. Pur di non vedere mia sorella me la sarei fatta a piedi, ma fortunatamente Martina è andata in macchina con mamma ed io ho preso il pullman. Arriviamo a casa e ad aspettarci c’era già mio padre che in quei giorni era a casa per poi ripartire per l’estero. Quando l’ho visto mi si è fermato il cuore in gola, non sapevo che dire o che fare, pensavo che le cinghiate di cui parlava mamma fossero fasulle,invece papà era a casa ed era tutto vero. “Buon pomeriggio Sara” “Ci ci ci ciao papà.” “Come va?” “Bene e tu? La scuola?” (Tanto sai tutto cosa mi chiedi la scuola?) “Bene grazie, e tu il lavoro?” “Bene, ma vedi Sara io sento che tu non stia andando poi così bene a scuola, mi sono giunte voci di un fatto alquanto grave…. Vedi per raggiungere degli obbiettivi bisogna sudare, sacrifcarsi e perseverare non contiunare a fare i bambini in eterno. Questo per dirti che io vedo e sento che tu non cerchi degli obbiettivi da raggiungere, ti stai adagiando un po troppo sugli allori comportandoti come una bambina piccola, senza dare il buon esempio a tua sorella, anzi facendole del male…” “Ma pap…” “NON INTERROMPERMI MENTRE PARLO! Non aiuti mamma se non perchè te lo dice lei esplicitamente o a suon di sculacciate se no non la ascolti, ma a quanto pare anche quelle a te non servono più quindi ora cambiamo registro andiamo su qualcosa di più pesante e duraturo…. Quindi dato questo tuo comportamento ho deciso che stavolta TU non la passerai liscia con le solite sculacciate dalla mamma che si faranno male ma mai come questa! Stavolta saró io in prima persona a sculacciarti! Ora fla in camera tua,togliti la giacca e poggia le mani sulla tua scrivania. Aaa eee Sara cos’ è che ti fumi le canne quando sei a scuola con i tuoi amichetti?
Da te questa proprio non me l’aspettavo, ma vedrai che sarò in grado di farti cambiare idea una volta per tutte!” Ero attonita dalle parole di mio padre di solito la calma a lui non si addice molto, Ma era meglio non ribattere. “Ok papà.” Ma poi scusate una cosa ma mia sorella che è arrivata prima di me dato che era in macchina dove caspita era fnita? Mia madre era li ad ascoltare mio padre e lei? Bah….. Salgo in camera mia e la vedo con le mutandine abbassate e le mani sulla testa nell’angolo del castigo,con il sedere già rosso e la sento tirare su con il naso. Oddio ho pensato stavolta l’abbiamo proprio combinata grossa. Quando sono entrata Martina ha fatto un salto per lo spavento, credo che pensasse che fossi mamma o papà.. “Ma Marty cosa ti è successo come mai sei già con il culo in famme?” Non risponde “Ohh sto parlando con te!” Non risponde “Ohhh allora??” Nel mentre entrano i miei…. “Non ti risponde perchè non ha il permesso di farlo e neanche tu avevi il permesso di parlare… O sbaglio? Ti avevo dato un ordine preciso che deve essere rispettato, come da qui in poi farai altrimenti saranno sempre guai. Chiaro?” Il silenzio “CHIARO???” Urló mio papà! “Ora fai come ti avevo detto prima.” Tolgo la giacca di dosso, e mi metto mani sulla scrivania. “Vedi Sara tua sorella ha già preso una sonora sculacciata da tua madre ed anche tu ora la subirai ma questa volta da me… Vieni e prendi una sedia poggiandola al centro della stanza. Ora stenditi sulle mie ginocchia e senza urlare preparati a ricevere una sculacciata che mai hai preso.” Stavo sudando e tremando dalla paura! “Pronta?” “S s s i pa pa dr e…” “Bene cominciamo” Dopo essermi messa come voleva mio padre sento una mano che mi tira su la gonna e con un dito nell’elastico delle mutandine me le tira giù in un sol colpo sino alle caviglie. Dopo pochissimi secondi il primo sculaccione esplode su di me. Sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf sciaf Un serie di quasi 60 colpi con la mano sul mio povero e nudo culo. Non osavo dire nulla e men che meno lamentarmi a voce alta per evitare un’altra moltitudine di sculacciate. Le lacrime le soffocavo a metà gola sempre per non ricevere sculacciate in più. Dopo un’altra decina di colpi mio padre mi ha fatto la grazia di fermarsi. “ora alzati e mettiti in parte a tua sorella con le mani sopra la testa” “sign sign sign sign sign ok papà.”

Cercavo di non piangere e continuavo a singhiozzare ma era dura non liberarsi e fare un bel pianto, ma d’altro canto non volevo altre sculacciate. “Signorine ora rimanete in posizione! Non voglio sentir fatare una mosca! CHIARO?” “si si papà”ha risposto mia sorella. “bene tra qualche minuto inizieremo la vera e propria punizione, adatta a ragazzine discole e irrispetose come voi!” Prima di uscire dalla stanza mamma si avvicina a noi ci sferra un’altro sculaccione per una e con la sua possente voce tuona: “questa volta la cinghia non ve la toglie nessuno!” Il panico! Mia sorella a quella parola si è buttata a terra implorando i miei a darle qualsiasi punizione ma non la cinghia, io in cuor mio sapevo di meritarmela ma ho cercato di fare linea comune con Martina iniziando a piangere e supplicare i miei un’altra punizione ma non quella. Risultato: mia madre ci ha preso per un braccio facendoci rimanere a terra,ma con il culo per aria, e brandendo il primo oggetto disponibile per sculacciarci. La spazzola di legno. Con quella, aiutata da mio padre che nel contempo stava tornando con la cinghia in mano, ha iniziato a darcele di santa ragione ovunque capitasse: sedere, cosce, polpacci e sulle mani quando cercavamo di coprarci per evitare il colpo. Ma soprattutto nel mentre che ce le dava se ne è uscita con una frase del tipo: “ve l’aveva detto vostro padre di non fare queste scenate greche ed ora ne pagherete le conseguenze anche con lui! DOPPIA RAZIONE DI CINTOLATE! Con quella affermazione mia madre ci ha dato i nostri ultimi 2 sculaccioni per poi lasciare noi inermi sul pavimento a culo all’aria e mio padre sull’uscio della porta con una mano una cintura di cuoio marrone che faceva schioccare in una mano. “siete proprio una delusione totale, io che mi aspettavo di avere delle fglie diligenti mi ritrovo con due monellacce che non vogliono fare nulla ed anzi si fanno del male tra di loro .

Complimenti davvero complimenti! Ma ora che si cambia resistro vedremo come fnirà! Innanzitutto tu Sara mettiti su letto e sotto la tua pancia metti 3 cuscini mentre tu Martina appoggia le tue mani sulla scrivania. Iniziamo con Sara, le regole sono molto semplici: non voglio sentire urla e pianti isterici e voglio che contiate tutti i colpi e se li sbagliate ricomincerò da capo ok?” “si ok” “ok” “bene incominciamo; pronta Sara?” “si padre” “a già poi tu Sara avrai un supplemento con il cane per aver fatto uso di canne a scuola! Mi sono spiegato?” oddio non so se avrei resistito a tutto. “mm ok” nell’arco di una frazione di pochi secondi sento sul mio povero sedere già parecchio in famme: SCIAF. “1” SCIAF “2” SCIAF
“3” SCIAF “4” SCIAF “5” SCIAF “6” SCIAF “7” SCIAF “8” SCIAF “9” SCIAF “10” Al decimo mio padre fortunatamente si ferma. Ero distrutta dal dolore e dentro di me piangevo come una matta ma era meglio che non lo esternassi troppo previa un altro giro di cinghiate sul mio povero sedere. “bene Sara ricominciamo…e riprendi a contare dal numero 10” SCIAF “11” SCIAF “12” SCIAF “13” SCIAF “14” SCIAF “15” SCIAF “16” SCIAF “17” SCIAF “18” SCIAF “19” SCIAF “20” SCIAF “21” SCIAF “22” Emettevo gemiti e cercavo di rimanere nella posizione più consona possibile ma il male che facevano quelle cintolate era insopportabile e dopo il 22° colpo mi è scappato un urlo di disperazione misto alle lacrime. Mio padre che durante le punizioni non sopportava le grida ha iniziato per tutta risposta a colpirmi con la cinghia in una raffca di colpi
SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF “basta ti prego non lo sopporto più papi basta ti scongiuroooooooo” “bastaaaaaaa papàààà fa malissimooooo bastaaaaaaa ti pregooooooooooooooooo” senza nenache una parola mio padre continuava imperterrito la sua raffca…. SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF SCIAF e dopo un’altra decina si improvvisamente bloccato. Io ero in una valle di lacrime,piangevo copiosamente e urlavo dal dolore. Mio padre che si era scostato dal mio letto mi si è avvicinato all’orecchio e mi ha sussurrato: “ cara monellaccia questo era solo l’inizio da domani verrai punita per una settimana a suon di 30 sonore chinghiate dal sottoscritto e se si verifcano di nuovo scene del genere rincarerò la dose fno a che il tuo sedere non diventerà viola capito?” io che non sapevo più come barcamenarmi ho accennato un solo si con la testa, realizzando qualche minuto più tardi quello che mi sarebbe accaduto i giorni successivi. Ero dolorante,spaventata e completamente confusa e dalle tante lacrime versate dal male che quasi non me ne rimanevano più, senza dimenticare poi la punizione col cane che mi sarebbe toccata. Dopo qualche minuto mio padre mi ordina: “bene Sara la tua punizione si conclude qui….. per ora ora scendi dal letto e mettiti mani dietro la testa e faccia al muro che ora tocca tua sorella. Martina vieni sul letto e mettiti in posizione”.

Speravo in tutto il mio cuore che Martina non urlasse se no nostro padre l’avrebbe massacrata con la cinghia, ma dopo aver sentito quello che avevo ricuvuto lamentandomi lei si è messa sul letto senza fare un fato. “bene le tue cintolate saranno 30 come tua sorella mi raccomando silenzio e non voglio sentire un fato ci siamo capiti?? altrimenti sai che ti aspetta…” “ok papà” SCIAF “1” SCIAF “2” SCIAF “3” SCIAF “4” SCIAF “5” SCIAF “6” SCIAF “7” SCIAF “8” SCIAF “9” SCIAF “10” SCIAF
“11” SCIAF “12” SCIAF “13” SCIAF “14” SCIAF “15” SCIAF “16” SCIAF “17” SCIAF “18” SCIAF “19” SCIAF “20” SCIAF “21” SCIAF “22” SCIAF “23” SCIAF “24” SCIAF “25” SCIAF “26” SCIAF “27” SCIAF “28” SCIAF “29” SCIAF “30” fnito l’ultimo colpo mio padre mi intima di mettermi accanto a mia sorella con il sedere ben esposto e le mani sulla scrivania. Non avevo sentito un fato da parte di Martina e questa cosa mi stupiva alquanto ma credo che abbia stretto i denti e sopportato tutto piuttosto di ricevere colpi in più da nostro padre. “Sara avvicinati alla sponda del letto, per te non è ancora fnita. Cara scusa mi porteresti il cane appeso nell’armadio?” chiede a mia madre. “certo” gli risponde lei. “mia cara Sara di questi saranno 20 colpi, non voglio ovviamente sentire un fato e rimani in
posizione con il sedere ben in alto altrimenti sai già cosa succederà…..” “ok papà” “ottimo grazie cara iniziamo conta i colpi e stai ferma in posizione” SCIAF “1” SCIAF “2” SCIAF “3” SCIAF “4” SCIAF “5” SCIAF “6” SCIAF “7” SCIAF “8” SCIAF “9” SCIAF “10” stavo morendo dal male ed ero solo a metà…. aiuto non so come avrei fatto a resistere a quell’inferno…. bruciavano da pazzi e facevano un male cane! Piangevo cercando di non farmi sentire soffocando le lacrime,stringendo a più non posso i denti per evitare di urlare e stritolando le coperte a cui ero saldamente agganciata rimanendo in posizione il più possibile. SCIAF “11” SCIAF “12” SCIAF “13” SCIAF “14” SCIAF “15” SCIAF “16” SCIAF “17” SCIAF “18” SCIAF “19” “ultimo colpo” disse mio padre soddisfatto del lavoro svolto
SCIAF “20” “molto bene, molto bene. Sara ritorna pure vicino a tua sorella.” “Ora ovviamente sarete in castigo fno a data ancora da defnire” tuonò mia madre che aveva partecipato a tutta la scena. “a scuola, anche se siete state sospese andrete ed aiuterete in mensa, a fare le pulizie ed in serra!!”continuò mia madre “Sara con te siamo d’accordo per la tua punizione e non credere che sarà una bella passeggiata anzi sarà l’esatto contrario considerato il fatto anche delle canne e tutto il resto. Siete una delusione totale ed un fallimento per noi ma da domani si cambia nuovamente registro con due monellacce indisciplinate ed irrispettose come voi e la cinghia sarà la priorità ogni volta che succederà qualsiasi cosa sia da parte mia da quella di vostra madre quando io non ci potrò essere. Sono stato suffcentemente chiaro?” “si papà” “ok papà” “ottimo ora rimanete li ferme senza fatare per 2 ore rifettendo su come ci sentiamo noi genitori ad avere due fglie come voi e rifettete anche sulle cazzate che avete fatto!”

Dopo averci lasciato con il dolore alle chiappe nostro padre ci ha lasciato anche con un dolore da un’altra parte dato il risvolto psicologico che si è creato in questa situazione, avverranno altre sculacciate con la cinghia in seguito ma mai più di quella portata. Dopo che i nostri genitori sono usciti io e mia sorella Martina ci siamo guardate negli occhi e ci siamo dette solo SCUSA. Niente più di quella parola per le altre 2 ore successive per paura che nostro padre ci sentisse e riprendesse le sculacciate dato che io ne avrei subite per tutto il resto della settimana come prestabilito. Il dolore era immane per entrambe e cercavamo di non piangere per farci forza, tiravamo su con il naso e di tanto il tanto asciugavamo quelle poche lacrime che ci rimanevano e che ci rigavano ancora il viso.

FRERE MARTIN 2

Orthensie, la primo genita della contessa, aveva scritto l’ennesima lettera, in cui si lamentava della vita in convento, della severità della superiora, della malignità delle suore più vecchie. Eppure, Orthensie sembrava aver accettato la decisione di rinchiudersi in convento, suggerita da frere Martin. D’altronde, Anna Teresa, pur benestante, non aveva abbastanza soldi per dotare entrambe le figlie. Aveva dovuto fare una scelta. Rispetto ad Isabeau, Orthensie era più vecchia e meno avvenente: anzi, decisamente poco avvenente. La vita del convento, al riparo dal mondo, sembrava molto adatta per lei. Invece, ella si lamentava, voleva quasi scappare dal sacro recinto. Pur con tutto il suo cuore di mamma, Anna Teresa disapprovava il comportamento lagnoso della figlia.
Ne parlò, accorata, con il confessore: possibile che quella fanciulla avesse smarrito il dono dell’obbedienza, della sottomissione, della vocazione? Il buon frate rassicurò la contessa: avrebbe pensato lui a parlare con la superiora.
Tre settimane più tardi, in piena notte, uno scampanellio al portone. Chi poteva essere a quell’ora ?, si domandò esterrefatta Anna Teresa. Forse i Prussiani sono entrati in città? O, peggio, gli scismatici Inglesi? Era Orthensie, sconvolta, diafana, piangente, distrutta. Si gettò ai piedi della madre. Era scappata dal convento! Aveva camminato nella città deserta e buia, evitando la ronda…ed era ritornata a casa sua!
“Mi hanno frustata, capite, madre? Frustata! La superiora non cercava che un pretesto, un pretesto contro di me. Ed io, stolta!, gliel’ho fornito. Ieri, no!, l’altro ieri visto che siamo a giovedì, la superiora mi ha chiesto, con quel suo fare altero, di pulire e lustrare la sua seggetta. A me, capite, a me? Ci sono almeno altre tre o quattro novizie dopo di me, giunte in convento da molto meno tempo. Sarebbe spettato a loro quell’ingrato compito. Invece la superiora lo ha chiesto a me! Ho rifiutato. E la superiora mi ha detto che avevo meritato la disciplina, col mio comportamento! Una sola volta, in questi due anni, l’ho vista somministrare e ne sono rimasta sconvolta. Ho pianto tutto il giorno, nella mia cella. Ho implorato di darmi la forza…suor Crocifissa e suor Sofferente sono venute a prendermi. Triste e muto corteo. Mi hanno legata ai bracci della croce. Suor Crocifissa mi ha aperto il corsetto: il mio petto nudo al tocco osceno della disciplina. Negli occhi della superiora, c’era soltanto malignità e crudeltà. Urlai con tutto il fiato: le sette strisce di cuoio avevano colpito il seno, il mio seno! La superiora si spostò sull’altro piede. Il flagello tornò a percuotermi. Soffrii tanto. E di nuovo, per la terza ed ultima volta. Mi si annebbiò lo sguardo: la sofferenza era troppa. Mi riportarono, mi trascinarono nella mia cella, ferita. Al vespero, durante la passeggiata nel chiostro, sono entrata in cappella fingendo (Dio mi perdoni) di voler recitare l’offizio. C’è una porticina nella cappella, subito dietro la statua della Madonna Addolorata, conduce alla lavanderia e, da lì, è abbastanza facile saltare il basso muro. Io l’ho fatto. Guardate, madre!”
e con gesto drammatico, Orthensie si aprì il corsetto. Il suo petto era solcato da una decina di profonde strisce rossastre: una striscia le traversava il capezzolo destro, appiattito.
Frere Martin avvampava d’ira, facendosi rosso come il succo di un pomo granato, man mano che ascoltava il racconto della contessa. Alla fine esplose. Disse, ordinò, ingiunse ad Anna Teresa di riportare immediatamente la figlia al convento, prima che la superiora avvertisse l’Inquisizione.
Se così fosse stato, la mano della Chiesa si sarebbe abbattuta implacabile sulla fedifraga. E sulla sua famiglia. C’era il rischio che Orthensie fosse murata viva, in una cella piccolissima e buia per tutta l’esistenza terrena che il Signore le avrebbe concesso. Anna Teresa fu sconvolta da queste parole. Cosa poteva fare?, chiese inginocchiandosi davanti al frate ed osando afferrargli la veste. Orthensie non voleva assolutamente tornare là dentro, con il rischio di essere vessata e, magari, frustata di nuovo. Avesse visto, il buon frate, come erano gonfi e lividi e doloranti i segni, in una parte del corpo femminile così delicata poi…. “Se voi non volete ottemperare ai comandamenti del vostro confessore, ne pagherete ben presto il fio. Quanto a vostra figlia, affidatemela. Avvertirò io stesso il convento delle Suppliziate, un ordine penitente, e mi accerterò che venga trattata secondo la disciplina sororale. Quanto a voi, presentatevi in canonica posdomani all’imbrunire. Sia voi che vostra figlia minore che la vostra serva, non minori colpevoli esse di iniquità e sacrilegio di quanto lo siate voi, indosserete abiti penitenti….”
Ma che c’entravano Isabeau e Magdalene?, si domandava Anna Teresa mentre ritornava a casa. Va bene per lei, che era la madre, ma le altre, cosa c’entravano ? Ma se avevano fatto opera di cristiana misericordia, curando Orthensie…
La quale giovane ebbe un turbamento l’indomani mattina, vedendo due suore presentarsi all’uscio.
Dovettero passarle i sali sotto il naso per rianimarla. Poi, una delle due religiose chiese di poter parlare in privato con la fanciulla. Il colloquio fu lungo. Quando uscì dalla stanza, Orthensie era molto più serena. Forse non felice di accompagnarsi alle due, sicuramente più tranquilla. Una delle due suore, congedandosi, porse a alla contessa un rettangolino di carta. Lo tenesse sempre sul cuore e pregasse onde la figlia si fortificasse nella vita contemplativa. Il santino recava stampato l’emblema dell’Ordine: una Croce coronata di spine e traversata da un flagello.
Anna Teresa al centro, Isabeau alla sua destra e Magdalene, piuttosto angosciata, alla sua sinistra; tutte e tre rivolte verso il muro, le mani giunte in preghiera. Una suora consacrata, dello stesso Ordine cui apparteneva frere Martin, le aveva accolte. Aveva gentilmente chiesto loro di spogliarsi e di mettere addosso le tonache che gli stava porgendo, indi si ritirò, discreta. Se per la domestica svestirsi fu abbastanza veloce, molto più tempo richiese la spogliazione della contessa e della contessina. Furono nude. Indossarono le tuniche: erano pulite, ma erano corte, estremamente corte!
Lasciavano gran parte del fondo schiena scoperto. Quanto a Magdalene poi, dal petto prosperoso, la grigia tunica si alzava pure sul davanti, arrivando con l’orlo poco sotto l’ombelico ma lasciando scoperto il ventre e la natura femminina. I calzari, poi, di semplice sughero, non erano affatto della loro misura. Per fortuna che c’erano pochi passi da fare, e tutti al coperto, per arrivare alla canonica. Frere Martin le stava aspettando. Accanto la suorina, in mano lo staffile.
“Miserere Mei…” intonò il frate. Invece che dal suono dell’organo, il canto era accompagnato dal suono sibilante e schioccante dello staffile. Magdalene non aveva alcuna voglia di rispondere e perciò prese due staffilate sullo stesso versetto. Si lamentò. Prese pure la terza, prima che il frate intonasse il versetto successivo. Quanto l’eco dell’ultimo si spense nell’aria, Anna Teresa respirò e quasi si accasciò, allentando la tensione. Il sedere le bruciava molto, ma rimase con le mani giunte.
Grosse lacrime solcavano le guance di Isabeau che spostava il proprio peso da un piede all’altro. Immobile Magdalene, le cui labbra, però, stavano mormorando, forse, una pia preghiera. Sembrava tutto finito, quando le orecchie delle penitenti colsero una melodia, intonata dalla suorina: “Miserere, miserere…” Si ricominciava! Furono intonati tre salmi consecutivi e ciascuna delle penitenti prese la sua razione di frustate sul fondo schiena e sulle cosce. Che praticamente erano più roventi della graticola per cuocere un pollo.
“Mentre suor Dolorosa vi aiuta- disse il premuroso frere Martin- io vado a chiamare una carrozza: non sta bene che voi ritorniate da sole…sarebbe pericoloso, visti i mali tempi che corrono…” L’opera di ri-vestizione fu molto più complicata di quella di spogliarsi. Per fortuna, suor Dolorosa capì le loro necessità e venne, provvida, con una cesta: ivi le tre donne riposero il superfluo; a cominciare dallo chignon du bas, assolutamente impossibile da mettere, considerato lo stato delle loro natiche.
“Sembra che ci siamo sedute su una graticola ardente! – esclamò Magdalene che non aveva perso il senso dell’ironia- guarda che segni….buona contessina, buona!…non fa male, faccio con la maggiore delicatezza che posso…” Anna Teresa sbatté un paio di volte le gambe, distesa prona sul letto, il posteriore nudo, all’aria in attesa che anche a lei la domestica spalmasse l’unguento di grasso caprino che, si diceva, faceva tanto bene ai lividi. Grazie a Dio, aveva notato Magdalene, (e alla misericordia di frere Martin aveva pensato la contessa) non era uscito sangue ma la situazione era brutta, davvero brutta. Ci sarebbe voluta una settimana prima che i lividi se ne andassero; quanto a lei, a Magdalene, mai più sarebbe andata da frere Martin: preferiva andare al Santo Supplizio, a confessarsi! Anna Teresa si segnò, sconvolta da simile eresia uscita dalla bocca della sua domestica. Aspettò di essere sola, la contessa, scese rapida dal letto e, nel servant, dal secondo cassetto dello stipo, quello nascosto, tirò fuori una piccola chiave. La infilò nella serratura seminascosta; la girò; lo sportellino si aprì. Anna Teresa afferrò quello che vi era dentro, lo portò al seno, fece un paio di passi e ne intinse la testa nella ciotola di acqua di rose. Si mise in ginocchio sul letto, le gambe ben larghe, e a tastoni lo avvicinò al suo ventre. Mugolò di piacere. Si sarebbe confessata più tardi, molto più tardi.