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Il collegio Marie Duval.

Nel periodo tra le due guerre a Parigi era molto conosciuto il collegio femminile Marie Duval dove le famiglie dell’alta borghesia mandavano le loro figlie con lo scopo di ricevere l’educazione necessaria a stare in società e la preparazione adeguata a quello che sarebbe stato il loro futuro e cioè trovare marito, fare figli, allevarli ed educarli. Il collegio, diretto da madame Blanche, si contraddistingueva per le rette alte che pagavano i genitori e per le sculacciate frequenti subite dalle ragazze.

Come è noto le sculacciate in francese vengono indicate con il sostantivo singolare femminile “fessée”. La fessée deriva a sua volta da fesse che significa “natica”. Quindi, come il termine italiano sculacciate, la fessée deriva dalla parte del corpo oggetto della punizione. Secondo la tradizione francese, per le mancanze più lievi la fessée era impartita sul culetto nudo della ragazza sistemata a pancia in giù di traverso sulle ginocchia con le gambe penzoloni in modo che il culetto fosse teso e le sculacciate più brucianti. Per le infrazioni più gravi veniva usato il “martinet”, uno strumento di punizione che veniva anch’esso usato sul sedere nudo ed era costituito da un corto manico di legno, da una estremità del quale uscivano da 6 a 10 cinghie di cuoio piuttosto sottili lunghe 30 – 40 centimetri. Inutile dire che una “fessée au martinet” lasciava sulla pelle del culetto un intrigo di strisce viola che duravano a lungo, bruciavano come le fiamme dell’inferno e impedivano per molti giorni alla ragazza punita di sedere senza fare smorfie di dolore.

Tra una punizione e l’altra nel collegio venivano impartite lezioni di francese, matematica, storia, geografia, taglio, cucito, ricamo, economia domestica e molte norme del galateo riguardanti ad esempio il come sedere a tavola, usare le posate e così via. In tutto l’istituto non c’era un uomo, eccetto il vecchio giardiniere che era lì da anni. Non era mai stato un bell’uomo e le ragazze diciannovenni dell’ultimo anno, intente a fantasticare sul loro futuro marito che sarebbe stato aitante e fascinoso, non l’avevano mai degnato di uno sguardo. La situazione di isolamento aveva fatto sì che anche le giovinette più grandi, tutte vergini, non sapevano granché di cosa fosse un rapporto coniugale, salvo che era un atto che si consumava con un uomo, per lo più a letto, e immaginavano che servisse soprattutto ad avere figli. Le più sveglie tra loro sapevano che non serviva solo ad avere figli e comunque dava molto piacere sia all’uomo che alla donna ma specialmente a quest’ultima. Tutte le ragazze grandi comunque, come quel tale che portava la sveglia appesa dietro la schiena, non vedevano l’ora.

Se non fosse stato per le sculacciate che vi si dispensavano, Il collegio Marie Duval era un luogo dove le giovinette di buona famiglia vivevano con tutte le comodità. Avevano una lunga camerata con i letti disposti sui due lati, numerose docce calde, un ampio salone dove consumavano tre pasti al giorno e un bel giardino dove passare le ore libere dalle lezioni e dallo studio. Una volta o due alla settimana venivano accompagnate dalle insegnanti a fare una passeggiata fuori dal collegio in fila per due tutte con un’elegante divisa celeste sulla quale mettevano un mantello azzurro nei mesi invernali. All’interno del collegio indossavano una gonna larga a pieghe blu, una camicetta bianca e un tailleur rosso. Sotto il tailleur d’inverno potevano indossare un pullover celeste. Anche se per i jeans e la minigonna si sarebbero dovuti aspettare ancora molti anni, sotto la gonna le ragazze non portavano più da tempo i mutandoni fino al polpaccio ma delle normali mutandine di cotone bianco che però, a differenza del tanga e del perizoma diventati di moda molto più tardi, coprivano interamente le natiche.

Improvvisamente un fatto venne a turbare la monotonia di cui era intrisa la vita, sculacciate incluse, che si conduceva nel collegio Marie Duval. Il garzone del fornaio, un bel ragazzo atletico sui vent’anni, portava tutte le mattine in bicicletta dentro una grande cesta di vimini il pane fresco al collegio. Le ragazze dell’ultimo anno gli avevano messo gli occhi addosso e capitava spesso e volentieri che di notte nel silenzio della camerata infilassero sotto le lenzuola la mano destra e stuzzicassero vigorosamente il bottoncino della loro patatina tutta bagnata fantasticando di essere oggetto di carezze, baci e abbracci da parte di quel ragazzo. Se la cosa si fosse fermata lì niente di grave, però andò oltre.

Durante una delle passeggiate fuori dal collegio una delle ragazze dell’ultimo anno che si chiamava Nicole finse di avere un urgente bisogno e chiese all’insegnante che le accompagnava di poter lasciare il gruppo per pochi minuti. Il permesso fu accordato dietro la promessa di rientrare tra le proprie compagne poco più avanti e con la precisazione che se non l’avesse fatto nel più breve tempo possibile al ritorno in collegio il suo culetto ne avrebbe seriamente sofferto. La ragazza naturalmente non aveva nessun bisogno urgente da soddisfare e aveva architettato tutto in modo da potersi svincolare dal gruppo nelle vicinanze del forno da cui proveniva tutte le mattine il pane fresco per il collegio. Nel forno oltre al padrone c’era anche il garzone intento a impastare farina, lievito, acqua e sale che sarebbero serviti a preparare il pane del giorno dopo. La ragazza, che era giovane e carina da morire nella sua divisa celeste, impiegò pochissimo a convincere il ragazzo a vedersi a mezzanotte in un luogo poco distante dal collegio. Con tutto che la ragazza si fosse assentata per non più di un quarto d’ora, al suo ritorno l’insegnante le rivolse un’occhiataccia come a dire per questa volta la passi liscia ma la prossima le sculacciate non te le toglie nessuno.

Una ragazza diciannovenne dell’ultimo anno non avrebbe dovuto preoccuparsi più di tanto di farsi tirare su la gonna, abbassare le mutandine candide e ricevere una dose di sculacciate sul sederino scoperto sistemata di traverso sulle ginocchia se non per il fatto che a infliggere la punizione veniva chiamata la lavandaia del collegio che in virtù del suo lavoro aveva sviluppato dei bicipiti tali da menare sberle così potenti che anche un sedere diciannovenne rimbalzava ad ogni colpo di quasi mezzo metro. Naturalmente la lavandaia disponeva all’occorrenza anche della propria spazzola da bucato. Sicché a far salire la temperatura del culetto fino a renderlo rovente e di un bel colore rosso viola e fino a fare in modo che la ragazza in lacrime urlasse a perdifiato non ci voleva molto, ma la lavandaia per maggiore sicurezza continuava a sculacciare per una buona mezzora. L’uso del martinet era invece una prerogativa assoluta della direttrice del collegio, madame Blanche, che a onor del vero vi ricorreva molto raramente anche perché le ragazze temevano questo strumento più del diavolo ed evitavano di commettere mancanze gravi.

A completare il piano architettato da Nicole non mancava altro che procurarsi la chiave del cancello del collegio. Infatti le mura che circondavano l’istituto erano troppo alte per poterle scavalcare anche con l’aiuto di qualche compagna. Una delle insegnati aveva l’incarico di aprire il cancello quando le ragazze uscivano per la passeggiata e chiuderlo quando tutte quante erano rientrate. Per il resto del tempo le chiavi del cancello erano riposte all’interno di un armadietto nella stanza delle insegnanti che potevano prenderle quando volevano per uscire dal collegio tutte le volte che non dovevano fare lezione ed erano libere da altre incombenze. L’ingresso in questa stanza era però rigorosamente proibito alle ragazze e se avessero osato disobbedire a questo divieto e fossero state scoperte, nel giro di un’ora si sarebbero ritrovate a piangere a dirotto con il sedere viola. Nicole osò e si mise le chiavi del cancello nella tasca della divisa.

La cena venne consumata alle sette e alle nove, dopo le consuete operazioni di pulizia personale, ciascuna era già nel proprio letto e, dopo una rapido controllo da parte di un’insegnante, furono spente le luci della camerata. Verso le undici e mezzo Nicole cercando di fare meno rumore possibile si vestì, sgattaiolò fuori dalla camerata e, guardando bene che non ci fosse nessun’insegnante in giro, raggiunse il cancello. Dopo averlo aperto lo richiuse e raggiunse il luogo dell’appuntamento con il garzone. Questi, che aveva detto al padrone che andava a riposare un po’ ma che sarebbe tornato la mattina presto per aiutarlo a infornare il pane, si trovava già lì ad aspettarla.

In giro non c’era anima viva e, comodamente seduti su una panchina, cominciarono ad abbracciarsi e a baciarsi, naturalmente alla francese. Lei, in particolare, aveva poca esperienza alla quale però sopperì con l’intuito. Si tolse il reggiseno e si lasciò baciare la pelle liscia come la seta e mordicchiare i capezzoli dal ragazzo che mostrava ormai un evidente rigonfiamento che premeva sul davanti dei pantaloni. Nicole, dopo averli sbottonati si impossessò del suo membro e con le dita di una mano cominciò far fare su e giù al prepuzio. Poi pensò che al ragazzo, che mostrava di gradire molto quello che la ragazza gli stava facendo, sarebbe piaciuto ancora di più se lei gli avesse preso il glande scoperto tra le sue labbra e avesse cominciato a succhiarlo. Il giovane godeva da impazzire e cercava di fare in modo da prolungare il piacere il più possibile. Ma alla fine sentì che il proprio cervello veniva pervaso da sensazioni sconvolgenti e che il proprio membro con una serie di spasmi espelleva il suo seme. Nicole, che di come andavano queste cose sapeva ben poco, pensò addirittura di aver fatto del male al ragazzo. Comunque si voltò a sputare e si asciugò frettolosamente le labbra con il fazzoletto con cui si soffiava il naso quando aveva il raffreddore. Poi lasciando il giovane ancora stordito disse: “Perdonami, ho fatto tardi e devo scappare.”

Giunta davanti al collegio vide il cancello aperto e una piccola folla d’insegnanti che l’aspettavano. Infatti, in seguito a un controllo fatto in piena notte, una di loro si era rese accorta della sua assenza e aveva dato l’allarme. Il gruppo era capitanato da madame Blanche in persona che aveva un’espressione particolarmente severa. “Signorina, non voglio neanche pensare” disse “alle ragioni che ti hanno spinto a commettere un’infrazione così grave alle regole del collegio. Mi basta sapere che sei entrata nella stanza delle insegnanti dove hai preso le chiavi del cancello e sei uscita da sola di notte all’insaputa di tutte. Solo per questo meriti una punizione esemplare che ti infliggerò io stessa, naturalmente con il martinet sul sedere nudo. Quindi, visto che ormai siamo tutte sveglie nel cuore della notte per colpa tua, seguimi subito nel mio studio in modo che poi potremo andarcene a dormire, eccetto te che sicuramente passerai questa notte in bianco e forse anche la prossima.”

Arrivate nello studio di madame Blanche questa disse alla ragazza: “Per prima cosa sbottonati la gonna, toglitela, piegala bene e mettila su una sedia. Poi abbassati la mutandine fino alle caviglie e rimboccati con cura tutto quello che porti sopra la vita in modo che tutta la superficie del tuo culetto sia ben esposta alle cinghie del martinet. Infine piegati sulla mia scrivania a gambe unite con le mani tese in modo da afferrarne l’altro bordo e sporgi bene il sedere all’indietro.”

Non appena la ragazza ebbe completato questi preparativi, durante i quali madame Blanche era andata prendere il martinet, arrivò all’improvviso il primo colpo che, come i successivi, cadde sulla parte più carnosa del culetto di Nicole. La ragazza, che pure era stata sculacciata numerose volte, si rese conto che tra la mano o la spazzola della lavandaia e il martinet c’era una bella differenza: il male che faceva quest’ultimo era almeno cento volte maggiore rispetto a quello delle sculacciate. Urlò talmente forte che la sentì tutto il quartiere e, fin dal primo colpo, si mise a tremare in preda ad un pianto convulso. Madame Blanche, d’altra parte, era convinta che Nicole doveva subire una punizione che le avrebbe fatto passare per sempre la voglia di commettere un’infrazione così grave e continuò a lungo a infierire con l’infernale strumento sulle natiche delicate della ragazza, che continuava a urlare e a piangere implorando la direttrice di porre fine alla punizione. Dopo aver fatto provare alla pelle sensibile del culetto di Nicole ancora per una diecina di minuti il morso delle cinghie di cuoio, Madame Blanche ritenne che il castigo fosse sufficiente e posò il martinet sul piano della scrivania accanto alla ragazza.

Il culetto di Nicole era ridotto in uno stato pietoso con un gran numero di strisce viola che si intersecavano in tutte le direzioni e provocavano un bruciore tremendo. La ragazza non aveva mai sentito così male in vita sua e non riusciva a trattenere le lacrime che le uscivano copiose dagli occhi, rigandole completamente il viso e cadendo infine sul piano della scrivania della direttrice. Appena si fu un po’ ripresa, Nicole chiese a madame Blanche il permesso di rivestirsi che le fu accordato dietro la solenne promessa di non farlo più. In caso contrario la direttrice avrebbe di nuovo usato il martinet sul suo posteriore scoperto, ma questa volta gliene avrebbe date tante da toglierle la pelle.

Dopo aver subito questa lezione Nicole continuò ancora per un po’ a pensare al garzone del fornaio, ma si vergognava e quando lui la mattina veniva a consegnare il pane la ragazza si nascondeva. Fu così che dopo la notte della punizione con il martinet i due ragazzi non si videro più. Poi anche l’ultimo anno di collegio finì e Nicole conobbe altri giovanotti, uno dei quali diventò suo marito. Però, anche ora che aveva una famiglia, in certi momenti non poteva fare a meno di ripensare a quel bel ragazzo che tutti i giorni portava il pane fresco al collegio.

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