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È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 7)


Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


Non so se fosse colpa delle perle custodite all'interno del mio corpo, ma quel giorno l'eccitazione mi fece impazzire.
Non era tanto il loro delicato movimento a scaldare le mie voglie, quanto piuttosto il pensiero di averle dentro di me, l'idea di celare un peccaminoso segreto, lì sotto gli occhi di tutti.
Sentivo la cordicella stuzzicarmi la pelle e mischiarsi fra i miei umori. Il mio spacco era talmente profondo che mi bastava allungare una mano fra le cosce per raggiungerla e muovere il mio lussurioso ripieno.
Era come se l'orgasmo avuto quella mattina avesse amplificato le mie voglie anziché spegnerle. Un prelibato aperitivo che aveva scatenato la mia fame di piacere.
Ogni volta che incontravo qualcuno, uomo o donna che fosse, non potevo fare a meno di immaginarmelo a letto. Lo osservavo e cercavo di indovinare i suoi gusti sessuali, le sue preferenze, le sue doti o le sue pecche.
Certo il florido davanzale di Hanna, la mia dirimpettaia di scrivania, non mi era d'aiuto. Continuavo a tuffare gli occhi in quelle morbide colline, invidiando i riccioli biondi che vi ricadevano sopra.
Vedevo il vestito scivolare sul suo corpo e immaginavo la sua pelle liscia e delicata, le sue curve armoniose, le gambe lunghe e tornite che racchiudevano la bellezza del suo frutto prelibato.
Era bella, Hanna, era davvero bella. Chissà come sarebbe stato farlo con lei.
Non lo avevo mai fatto con una donna, e prima di allora neanche ci avevo mai pensato, ma quel giorno la trovai attraente come non mai.
Ad interrompere i miei famelici vaneggiamenti arrivó Betty, l'assistente di Patrick.
Mi porse un plico e disse:

«Patrick è allo Sheraton con un cliente e ha bisogno di questi documenti, potresti portarglieli tu? Io devo finire una pratica urgente e non posso muovermi»

Come avrei potuto rifiutarmi? Non si nega l'aiuto ad un collega in difficoltà, giusto? A rispondere per me, però, non fu il mio buon cuore, ma la voglia immane che mi esplodeva fra le gambe e che al solo pensiero di raggiungere Patrick m'incendiò. Pareva che quelle palline fossero state programmate per ricongiungersi al loro padrone.
Non persi tempo e uscii nel traffico. Un'auto aziendale era già accesa pronta ad ingoiarmi e a risputarmi a destinazione.
Quel tragitto mi parve infinito. Mi sentivo morire per l'eccitazione e il traffico aumentava il mio tormento.
L'autista m'informò che avrebbe preso una scorciatoia, ma che non saremmo comunque arrivati prima di venti minuti.
Sospirai vinta. Buttai lo sguardo fuori dal finestrino nel tentativo di distrarmi: non potevo certo presentarmi ad un cliente in quelle condizioni, ma i miei sforzi non sedarono i miei bollori.
Quando finalmente arrivammo, schizzai giù dal'auto ancor prima che si fermasse completamente. Varcai la soglia dell'hotel e raggiunsi la reception. Avevo il fiatone.

«Sono della Global inc.» Dissi alla ragazza che mi accolse.

«Oh, sì, benvenuta allo Sheraton - Già sapeva del mio arrivo - Mr Smith la sta aspettando nella suite al sesto piano»

Suite al sesto piano? Luogo insolito per incontrare un cliente. Pensai.
Presi il primo ascensore libero che trovai e raggiunsi il silenzioso corridoio del sesto piano.
Un trionfo di rose profumava il passaggio e uno scarlatto tappeto, che ovattava i miei passi, mi condusse all'unica porta. Era socchiusa.
Cautamente l'aprii. La stanza, illanguidita dalla penombra, pareva deserta.

«Patrick» La voce mi si strizzò in gola.
Ebbi il timore di essere caduta in una trappola. Gettai lo sguardo ovunque, cercando qualche indizio che testimoniasse la presenza di altre persone, ma in quell'immensa suite, che profumava di lavanda, regnava l'ordine perfetto di una stanza appena rassettata.

«Sono qui» Sussurrò.

Puntai lo sguardo in direzione della voce e lo vidi seduto su di una poltrona in un angolo della stanza. Lentamente posò il calice che aveva in mano, si alzò e mi raggiunse.
Il suo profumo invase i miei sensi, ed il mio corpo fu attratto dal suo come se le palline che avevo in grembo fossero state calamite attirate dalla sua verga d'acciaio.

«Grazie di essere venuta» Disse stringendomi a sé. La sua eccitazione premeva sul mio ventre.

La sua bocca si avventò sulla mia, mentre la sua mano mi sollevò la gonna da dietro e raggiunse la catenella che penzolava fra le mie cosce.
Gemetti e portai indietro il bacino porgendogli il mio sesso voglioso. Le sue dita scivolavano fra le mie natiche fino a raggiungere il clitoride, ad ogni passaggio corrispondeva una scarica di piacere seguita da un gemito.

«Brava, urla - Rantolò bramoso - Voglio sentirti urlare di piacere»

Non mi feci pregare. Mi aggrappai al suo membro, lo liberai e lo afferrai con prepotenza, esattamente come volevo che mi prendesse lui. Volevo esplodere. Ero talmente eccitata che sarebbero bastati pochi, pochissimi gesti per farmi venire. Volevo un orgasmo e poi un altro e un altro ancora. Volevo godere per tutta la notte.

Patrick allontanò una mano dalle mie gambe e prese un nastro largo che aveva nella tasca dei pantaloni. Mi bendò.

«Che fai?» Mi ritrassi intimorita, portandomi le mani agli occhi.

«Tranquilla Denise - Mi calmò baciandomi il collo - Voglio solo farti godere»

Era appena il secondo giorno che quella storia era cominciata e stavo per mettermi completamente nelle sue mani.
Fidarsi o non fidarsi? E' un sentimento così labile la fiducia. Non basta una vita per conoscere una persona e spesso non basta nemmeno per conoscere se stessi. Se fosse stata la ragione a guidarmi di certo mi sarei rifiutata, e mi sarei opposta anche se quella stessa proposta mi fosse arrivata appena due giorni prima. Ma lì, in quel momento, la voglia aveva talmente travolto i miei sensi che gettai alle ortiche ogni remora. E poi, avevo pur sempre le mani libere.
Non vedevo nulla, potevo solo sentire il suo corpo e la sua voce. La mia attenzione era tutta concentrata su ciò che il mio corpo percepiva. I miei sensi si amplificarono.
Avvicinò un bicchiere alla mia bocca e lo inclinò affinché bevessi. Era Champagne.
Succhiò il rivolo che fuoriuscì dalle mie labbra, poi la sua lingua si tuffò nella mia bocca.
Lasciai che mi baciasse, che mangiasse le mie labbra, che bevesse la mia pelle, che ingoiasse la mia eccitazione, che la facesse sua, che liberasse la sua fantasia e che mi facesse godere come aveva promesso.
Era come se quella benda avesse inibito il mio libero arbitrio. Mi sentivo una bambola nelle sue mani.
Accarezzò le mie braccia nude, quel contatto delicato mi fece fremere. Scivolò sul mio fianco facendo scorrere la cerniera del vestito che cadde a terra come un velo.
Sentii l'eccitazione crescere, immaginandomi lì, nuda, bendata, con solo i tacchi ai piedi e la cordicella che penzolava dal mio sesso.
La sua bocca scese dietro il mio orecchio. Crampi di piacere mi morsero il ventre.
Sentii un liquido ghiacciato scivolare sul mio collo, ruzzolarmi sul seno e scendere giù lungo tutto il mio corpo. Mi aveva versato lo Champagne addosso, sentivo le bollicine stuzzicarmi la pelle. Patrick bevve dal mio seno, dal mio ventre, dal mio collo, raccolse il vino che si era intrufolato fra i meandri del mio sesso e lo leccò, ingoiando tutti i miei umori.
Gridai in preda all'estasi. Sentivo le gambe tremarmi per la frenesia.  Stavo per venire, volevo venire. Volevo godere e urlare tutto il mio piacere.
Patrick mi accompagnò sul letto e mi fece sdraiare.
Prese una mia mano e la portò dietro la mia testa bloccandola alla testata con un nastro.

«No» Protestai, cercando di liberarmi. Non ero certa di voler soccombere totalmente alle sue fantasie.
Lui mi liberò e sussurrò avvicinandosi al mio orecchio:

«Ti assicuro che non te ne pentirai»

Cedere alle sue lusinghe significava mandare la mia maniacale ossessione per il controllo definitivamente a farsi fottere.
Per tutta la durata di quel gioco avrei perduto ogni potere e sarei stata in balìa di quell'uomo come non mi era mai capitato in tutta la mia vita. Nemmeno con mio marito.
Quella possibilità mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Perdere il controllo può essere spaventoso, ma anche maledettamente attraente.
Starsene lì sospesi nel limbo crudele dell'incertezza, in attesa che qualcun altro decida per te, aspettando di sapere quale sarà la tua sorte, cosa ti capiterà e cosa lui ti farà, e ti chiedi, pieno di paura e di speranza, se ti piacerà oppure no.
L'adrenalina ti spalanca i sensi e sei assalito dalla folle e perversa eccitazione di non avere idea di cosa ti capiterà istante dopo istante.
La paura, la speranza, il pericolo e il desiderio si mescolano, ti travolgono e ti risucchiano nel perverso vortice di un piacere spietato e senza limiti.
Mi sdraiai, vinta, e allungai il braccio sulla testata del letto affinché mi legasse. Patrick assicurò il mio polso, poi fece lo stesso con l'altro.
Il cuore mi scoppiava nel petto. Mi sentii indifesa.
Patrick mi fece raccogliere le gambe al petto e me le allargò.
Il mio frutto pulsava d'eccitazione davanti al suo viso. Sentivo i suoi respiri sulla mia pelle, poi le sue dita allargarono i miei petali  e con la lingua scorse al loro interno. Stavo impazzendo.
Qualcosa di duro e freddo sostituì quel morbido contatto e cominciò a strofinarsi sul mio clitoride. Poi scivolò giù e cominciò a corteggiare il mio secondo ingresso.
Lo sentivo premere e farsi strada dentro di me per poi uscire e trafiggermi nuovamente.
Il mio pertugio si contraeva e ad ogni spinta io urlavo inghiottita dal piacere. Più le spinte aumentavano e più le mie grida si libravano nell'aria. 

«Oh, sì, sì!»

Gli occhi bendati, le mani legate, le perle nel mio ventre, quell'oggetto sconosciuto nel mio pertugio e la sua bocca che succhiava il mio clitoride fu il mix che mi fece esplodere di piacere urlando con tutta la voce che quel mattino non avevo potuto usare.
Ansimante, abbandonai le gambe sul letto.
Ero esausta, il formicolio del piacere ancora mi solleticava fra le gambe e non avevo idea di cosa avesse in mente Patrick.

«Lo so che ne vuoi ancora» Disse slegandomi i polsi.

Non lo vedevo, ma sentivo l'eccitazione vibrargli nella voce.
Mi fece scendere, mi accompagnò ai piedi del letto, mi fece chinare in avanti aggrappandomi alla ringhiera e mi legò nuovamente i polsi. Stavolta non mi opposi.
Le mie gambe si stagliavano lunghe e nude sui tacchi che ancora avevo ai piedi e io era pronta per accogliere il suo membro.
Già preparato a dovere, il mio secondo pertugio non oppose alcuna resistenza. Patrick afferrò i miei fianchi, mi penetrò e cominciò a scoparmi con forza da dietro, mentre le perle nel mio ventre rimbalzavano ad ogni spinta.
Ancora intorpidita dall'orgasmo precedente sentivo il piacere inondare ogni parte del mio corpo.
Mi aggrappai alla spalliera per reggere i suoi prepotenti colpi. Avrei voluto avere una mano libera per massaggiarmi il clitoride e raggiungere prima l'estremo piacere, invece sentii l'orgasmo avvicinarsi, spinta dopo spinta, crescere lentamente, prendere sempre più vigore, portandomi sempre più su oltre le vette raggiunte dagli dei, strappandomi da me stessa e facendomi diventare, per qualche istante, puro spirito. Dimenticai i polsi legati, gli occhi bendati, quella stanza, la mia vita. Dimenticai tutto. In quegli attimi di lussuria sfrenata non esisteva altro che quell'assoluto piacere che possedeva il mio corpo, la mia mente e la mia anima.
Patrick sciolse i nodi e io scivolai sfinita a terra sotto il peso della mia ritrovata libertà. Ero tornata padrona di me stessa e del mio destino.
Era strano, ma mi sentii più schiava in quel momento, ritrovando la mia libertà, che prima, quando lacci e bende me l'avevano negata.
Lui mi raccolse e mi adagiò sul letto.
Guardai finalmente i suoi occhi soddisfatti e vittoriosi e il suo corpo nudo disteso accanto a me.
Chiedendo ancora uno sforzo ai miei muscoli indolenziti, sollevai un braccio e accarezzai il suo viso.
Era il primo gesto dolce che gli rivolgevo.

Dell'uomo celato dall'oscurità, seduto in un angolo di quella stanza, però, quel giorno non seppi nulla.






È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 7)


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Non so se fosse colpa delle perle custodite all'interno del mio corpo, ma quel giorno l'eccitazione mi fece impazzire.
Non era tanto il loro delicato movimento a scaldare le mie voglie, quanto piuttosto il pensiero di averle dentro di me, l'idea di celare un peccaminoso segreto, lì, sotto gli occhi di tutti.
Sentivo la cordicella stuzzicarmi la pelle e mischiarsi fra i miei umori. Il mio spacco era talmente profondo che mi bastava allungare una mano fra le cosce per raggiungerla e muovere il mio lussurioso ripieno.
Era come se l'orgasmo avuto quella mattina avesse amplificato le mie voglie anziché spegnerle. Un prelibato aperitivo che aveva scatenato la mia fame di piacere.
Ogni volta che incontravo qualcuno, uomo o donna che fosse, non potevo fare a meno di immaginarmelo a letto. Lo osservavo e cercavo di indovinare i suoi gusti sessuali, le sue preferenze, le sue doti o le sue pecche.
Certo il florido davanzale di Hanna, la mia dirimpettaia di scrivania, non mi era d'aiuto. Continuavo a tuffare gli occhi in quelle morbide colline, invidiando i riccioli biondi che vi ricadevano sopra.
Vedevo il vestito scivolare sul suo corpo e immaginavo la sua pelle liscia e delicata, le sue curve armoniose, le gambe lunghe e tornite che racchiudevano la bellezza del suo frutto prelibato.
Era bella, Hanna, era davvero bella. Chissà come sarebbe stato farlo con lei.
Non lo avevo mai fatto con una donna, e prima di allora neanche ci avevo mai pensato, ma quel giorno la trovai attraente come non mai.
Ad interrompere i miei famelici vaneggiamenti arrivó Betty, l'assistente di Patrick.
Mi porse un plico e disse:
«Patrick è allo Sheraton con un cliente e ha bisogno di questi documenti, potresti portarglieli tu? Io devo finire una pratica urgente e non posso muovermi.»
Come avrei potuto rifiutarmi? Non si nega l'aiuto ad un collega in difficoltà, giusto? A rispondere per me, però, non fu il mio buon cuore, ma la voglia immane che mi esplodeva fra le gambe e che al solo pensiero di raggiungere Patrick m'incendiò. Pareva che quelle palline fossero state programmate per ricongiungersi al loro padrone.
Non persi tempo e uscii nel traffico. Un'auto aziendale era già accesa pronta ad ingoiarmi e a risputarmi a destinazione.
Quel tragitto mi parve infinito. Mi sentivo morire per l'eccitazione e il traffico aumentava il mio tormento.
L'autista m'informò che avrebbe preso una scorciatoia, ma che non saremmo comunque arrivati prima di venti minuti.
Sospirai vinta. Buttai lo sguardo fuori dal finestrino nel tentativo di distrarmi: non potevo certo presentarmi ad un cliente in quelle condizioni, ma i miei sforzi non sedarono i miei bollori.
Quando finalmente arrivammo, schizzai giù dall'auto ancor prima che si fermasse completamente. Varcai la soglia dell'hotel e raggiunsi la reception. Avevo il fiatone.
«Sono della Global inc.» Dissi alla ragazza che mi accolse.
«Oh, sì, benvenuta allo Sheraton. – Già sapeva del mio arrivo – Mr. Smith la sta aspettando nella suite al sesto piano.»
Suite al sesto piano? Luogo insolito per incontrare un cliente. Pensai.
Presi il primo ascensore libero che trovai e raggiunsi il silenzioso corridoio del sesto piano.
Un trionfo di rose profumava il passaggio e uno scarlatto tappeto, che ovattava i miei passi, mi condusse all'unica porta. Era socchiusa.
Cautamente l'aprii. La stanza, illanguidita dalla penombra, pareva deserta.
«Patrick» La voce mi si strizzò in gola.
Ebbi il timore di essere caduta in una trappola. Gettai lo sguardo ovunque, cercando qualche indizio che testimoniasse la presenza di altre persone, ma in quell'immensa suite, che profumava di lavanda, regnava l'ordine perfetto di una stanza appena rassettata.
«Sono qui» Sussurrò.
Puntai lo sguardo in direzione della voce e lo vidi seduto su di una poltrona in un angolo della stanza. Lentamente posò il calice che aveva in mano, si alzò e mi raggiunse.
Il suo profumo invase i miei sensi, ed il mio corpo fu attratto dal suo come se le palline che avevo in grembo fossero state calamite attirate dalla sua verga d'acciaio.
«Grazie di essere venuta» Disse stringendomi a sé. La sua eccitazione premeva sul mio ventre.
La sua bocca si avventò sulla mia, mentre la sua mano mi sollevò la gonna da dietro e raggiunse la catenella che penzolava fra le mie cosce.
Gemetti e portai indietro il bacino porgendogli il mio sesso voglioso. Le sue dita scivolavano fra le mie natiche fino a raggiungere il clitoride, ad ogni passaggio corrispondeva una scarica di piacere seguita da un gemito.
«Brava, urla! - Rantolò bramoso - Voglio sentirti urlare di piacere.»
Non mi feci pregare. Mi aggrappai al suo membro, lo liberai e lo afferrai con prepotenza, esattamente come volevo che mi prendesse lui. Volevo esplodere. Ero talmente eccitata che sarebbero bastati pochi, pochissimi gesti per farmi venire. Volevo un orgasmo e poi un altro e un altro ancora. Volevo godere per tutta la notte.
Patrick allontanò una mano dalle mie gambe e prese un nastro largo che aveva nella tasca dei pantaloni. Mi bendò.
«Che fai?» Mi ritrassi intimorita, portandomi le mani agli occhi.
«Tranquilla Denise - Mi calmò baciandomi il collo - Voglio solo farti godere.»
Era appena il secondo giorno che quella storia era cominciata e stavo per mettermi completamente nelle sue mani.
Fidarsi o non fidarsi? È un sentimento così labile la fiducia. Non basta una vita per conoscere una persona e spesso non basta nemmeno per conoscere se stessi. Se fosse stata la ragione a guidarmi, di certo mi sarei rifiutata, e mi sarei opposta anche se quella stessa proposta mi fosse arrivata appena due giorni prima. Ma lì, in quel momento, la voglia aveva talmente travolto i miei sensi che gettai alle ortiche ogni remora. E poi, avevo pur sempre le mani libere.
Non vedevo nulla, potevo solo sentire il suo corpo e la sua voce. La mia attenzione era tutta concentrata su ciò che il mio corpo percepiva. I miei sensi si amplificarono.
Avvicinò un bicchiere alla mia bocca e lo inclinò affinché bevessi. Era Champagne.
Succhiò il rivolo che fuoriuscì dalle mie labbra, poi la sua lingua si tuffò nella mia bocca.
Lasciai che mi baciasse, che mangiasse le mie labbra, che bevesse la mia pelle, che ingoiasse la mia eccitazione, che la facesse sua, che liberasse la sua fantasia e che mi facesse godere come aveva promesso.
Era come se quella benda avesse inibito il mio libero arbitrio. Mi sentivo una bambola nelle sue mani.
Accarezzò le mie braccia nude, quel contatto delicato mi fece fremere. Scivolò sul mio fianco facendo scorrere la cerniera del vestito che cadde a terra come un velo.
Sentii l'eccitazione crescere, immaginandomi lì, nuda, bendata, con solo i tacchi ai piedi e la cordicella che penzolava dal mio sesso.
La sua bocca scese dietro il mio orecchio. Crampi di piacere mi morsero il ventre.
Sentii un liquido ghiacciato scivolare sul mio collo, ruzzolarmi sul seno e scendere giù lungo tutto il mio corpo. Mi aveva versato lo Champagne addosso, sentivo le bollicine stuzzicarmi la pelle. Patrick bevve dal mio seno, dal mio ventre, dal mio collo, raccolse il vino che si era intrufolato fra i meandri del mio sesso e lo leccò, ingoiando tutti i miei umori.
Gridai in preda all'estasi. Sentivo le gambe tremarmi per la frenesia.  Stavo per venire, volevo venire. Volevo godere e urlare tutto il mio piacere.
Patrick mi raccolse fra le braccia e mi poggiò sul letto.
Prese una mia mano e la portò dietro la mia testa bloccandola alla testata con un nastro.
«No!» Protestai, cercando di liberarmi. Non ero certa di voler soccombere totalmente alle sue fantasie.
Lui mi liberò e sussurrò avvicinandosi al mio orecchio:
«Ti assicuro che non te ne pentirai.»
Cedere alle sue lusinghe significava mandare la mia maniacale ossessione per il controllo definitivamente a farsi fottere.
Per tutta la durata di quel gioco avrei perduto ogni potere e sarei stata in balìa di quell'uomo come non mi era mai capitato in tutta la mia vita. Nemmeno con mio marito.
Quella possibilità mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Perdere il controllo può essere spaventoso, ma anche maledettamente attraente.
Starsene lì sospesi nel limbo crudele dell'incertezza, in attesa che qualcun altro decida per te, aspettando di sapere quale sarà la tua sorte, cosa ti capiterà e cosa lui ti farà, chiedendoti, pieno di paura e di speranza, se ti piacerà oppure no.
L'adrenalina ti spalanca i sensi e sei assalito dalla folle e perversa eccitazione di non avere idea di cosa ti capiterà istante dopo istante.
La paura, la speranza, il pericolo e il desiderio si mescolano, ti travolgono e ti risucchiano nel perverso vortice di un piacere spietato e senza limiti.
Mi sdraiai, vinta, e allungai il braccio sulla testata del letto affinché mi legasse. Patrick assicurò il mio polso, poi fece lo stesso con l'altro.
Il cuore mi scoppiava nel petto. Mi sentii indifesa.
Patrick mi fece raccogliere le gambe al petto e me le allargò.
Il mio frutto pulsava d'eccitazione davanti al suo viso. Sentivo i suoi respiri sulla mia pelle, poi le sue dita allargarono i miei petali e con la lingua scorse al loro interno. Stavo impazzendo.
Qualcosa di duro e freddo sostituì quel morbido contatto e cominciò a strofinarsi sul mio clitoride. Poi scivolò giù e cominciò a corteggiare il mio secondo ingresso.
Lo sentivo premere e farsi strada dentro di me per poi uscire e trafiggermi nuovamente.
Il mio pertugio si contraeva e ad ogni spinta io urlavo inghiottita dal piacere. Più le spinte aumentavano e più le mie grida si libravano nell'aria. 
«Oh, sì, sì!»
Gli occhi bendati, le mani legate, le perle nel mio ventre, quell'oggetto sconosciuto nel mio pertugio e la sua bocca che succhiava il mio clitoride fu il mix che mi fece esplodere di piacere urlando con tutta la voce che quel mattino non avevo potuto usare.
Ansimante, abbandonai le gambe sul letto.
Ero esausta, il formicolio del piacere ancora mi solleticava fra le gambe e non avevo idea di cosa avesse in mente Patrick.
«Lo so che ne vuoi ancora» Disse slegandomi i polsi.
Non lo vedevo, ma sentivo l'eccitazione vibrargli nella voce.
Mi fece scendere, mi accompagnò ai piedi del letto, mi fece chinare in avanti aggrappandomi alla ringhiera e mi legò nuovamente i polsi. Stavolta non mi opposi.
Le mie gambe si stagliavano lunghe e nude sui tacchi che ancora avevo ai piedi e io era pronta per accogliere il suo membro.
Già preparato a dovere, il mio secondo pertugio non oppose alcuna resistenza. Patrick afferrò i miei fianchi, mi penetrò e cominciò a scoparmi con forza da dietro, mentre le perle nel mio ventre rimbalzavano ad ogni spinta.
Ancora intorpidita dall'orgasmo precedente sentivo il piacere inondare ogni parte del mio corpo.
Mi aggrappai alla spalliera per reggere i suoi prepotenti colpi. Avrei voluto avere una mano libera per massaggiarmi il clitoride e raggiungere prima l'estremo piacere, invece sentii l'orgasmo avvicinarsi, spinta dopo spinta, crescere lentamente, prendere sempre più vigore, portandomi sempre più su oltre le vette raggiunte dagli dei, strappandomi da me stessa e facendomi diventare, per qualche istante, puro spirito. Dimenticai i polsi legati, gli occhi bendati, quella stanza, la mia vita. Dimenticai tutto. In quegli attimi di lussuria sfrenata non esisteva altro che quell'assoluto piacere che possedeva il mio corpo, la mia mente e la mia anima.
Patrick sciolse i nodi e io scivolai sfinita a terra sotto il peso della mia ritrovata libertà. Ero tornata padrona di me stessa e del mio destino.
Era strano, ma mi sentii più schiava in quel momento, ritrovando la mia libertà, che prima, quando lacci e bende me l'avevano negata.
Lui mi raccolse e mi adagiò sul letto.
Guardai finalmente i suoi occhi soddisfatti e vittoriosi e il suo corpo nudo disteso accanto a me.
Chiedendo ancora uno sforzo ai miei muscoli indolenziti, sollevai un braccio e accarezzai il suo viso.
Era il primo gesto dolce che gli rivolgevo.

Dell'uomo celato dall'oscurità, seduto in un angolo di quella stanza, però, quel giorno non seppi nulla.





È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 6)

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Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall'altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.
Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s'illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.
"Cazzo!" Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.
Raggelai. Era tutto vero. Anch'io ero entrata a far parte della schiera delle mogli con l'amante.
Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.
Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.
Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.
Non male. Pensai.
Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.
Sotto non misi nulla.
Scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.
La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d'eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.
Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.
Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.
Basta sentirsi sexy, per esserlo.

"Wow - Esordì Mandy, sgranando gli occhi - Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?"

"Ma se la gonna mi arriva al ginocchio" Protestai scherzosamente.

"Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te della colazione che hanno nel piatto!"

Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.
Patrick non c'era ancora. Smaniosa continuavo a buttare gli occhi nel corridoio impaziente di vederlo, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi e cadenzati, ma niente.
Ora che non temevo più d'incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un'altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be' caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.
Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell'uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.
Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe finché si ritirò nel suo ufficio senza degnarmi di uno sguardo.
Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.
Ancheggiando lentamente, dall'alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.
Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.
Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino che lo sentii chiamarmi:

"Denise potresti venire nel mio ufficio?"

Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.

"Hai bisogno di me?" Mormorai entrando.

Non c'era più la Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell'ufficio c'era solo la lussuriosa Denise.

"Non sai quanto - Rantolò - Chiudi la porta"

Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.
Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.
Lasciai che mi scrutasse, che m'immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.
Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.
Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendo i miei capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.
Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.
Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l'impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.
Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.
Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.
Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l'altra  mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti desiderosa di dargli tutto. Tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.
La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell'estasi più totale.
Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.
Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.
Si era ripreso il comando.
Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi ci fece sedere sopra e poggiare le gambe sui braccioli.

"Toccati per me" Disse, accomodandosi sul divano.

Voleva che mi masturbassi davanti a lui. Lo accontentai.
Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l'altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d'eccitazione.
Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.
Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.
Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.
I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.
Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.
Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.
Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.
Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.
Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell'estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.
Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m'impediva di godere liberamente.
Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.
Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.
Lo vidi raccogliere anche l'altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.
Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l'orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all'estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l'eternità.
Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.
Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.

"Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele"

"Ma non tornerai prima di stasera!" Protestai.

"Lo so - Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi - E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi".

È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 6)

Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall'altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.
Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s'illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.
«Cazzo!» Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.
Raggelai. Era tutto vero. Anch'io ero entrata a far parte della schiera delle mogli fedifraghe.
Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.
Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.
Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.
Non male. Pensai.
Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.
Sotto non misi nulla.
A completare il look misi sulle labbra un rossetto scarlatto come le scarpe e scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.
La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d'eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.
Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.
Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.
Basta sentirsi sexy, per esserlo.
«Wow! - Esordì Mandy, sgranando gli occhi - Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?»
«Ma se la gonna mi arriva al ginocchio!» Protestai scherzosamente.
«Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te che la colazione che hanno nel piatto!»
«C’è forse qualcosa che dovrei sapere?» Chiese annusando aria di piccanti novità.
«No! Figurati!» Mi affrettai a rispondere, forse con troppa enfasi.
«Di solito quando una donna cambia look, c'è lo zampino di un uomo o meglio... del giocattolo che hanno nei pantaloni» Precisò maliziosa.
L’imbarazzo mi esplose sulle guance. Dovevo trovare una scusa per fuggire via prima che le sue domande mi cogliessero in fallo. Fallo, fallo… al solo pensare al significato più peccaminoso di quella parola mi sentii avvampare d’eccitazione.
«Ma che dici?! – Dissimulai, fingendomi quasi scandalizzata per quelle tendenziose parole – Scusa, ma non ho tempo per le tue fesserie, ora devo scappare»
«Ancora lavoro urgente?» Domandò preoccupata.
«Già» Risposi, attingendo alle mie scarse doti d’attrice per mostrarmi il più desolata e rancorosa possibile.
«Accidenti, quel tuo capo è un gran figo, ma anche un bello stronzo!» Sbottò.
Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.
Patrick non c'era ancora. Smaniosa e impaziente di vederlo, continuavo a buttare gli occhi nel corridoio, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi, cadenzati e inconfondibili, ma niente.
Ora che non temevo più d'incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un'altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be' caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.
Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, e picchiando le dita sulla tastiera, accanendomi su quei tasti come se fossero loro la causa della mia collera, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell'uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.
Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe, finché si ritirò nel suo ufficio senza nemmeno guardarmi.
Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.
Ancheggiando lentamente, dall'alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.
Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.
Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino, che lo sentii chiamarmi:
«Denise, potresti venire nel mio ufficio?»
Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.
«Hai bisogno di me?» Mormorai entrando.
Non c'era più traccia della Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell'ufficio c'era solo la lussuriosa Denise.
«Non sai quanto! – Rantolò bramoso – Chiudi la porta.»
Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.
Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.
Lasciai che mi scrutasse, che m'immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.
Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.
Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendomi i capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.
Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.
Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l'impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.
Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.
Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.
Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l'altra mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti, desiderosa di dargli tutto: tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.
La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell'estasi più totale.
Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.
Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.
Si era ripreso il comando.
Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi fece sedere lì sopra e poggiare le gambe sui braccioli.
«Toccati per me.» Disse, accomodandosi sul divano.
Lo accontentai.
Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l'altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d'eccitazione.
Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.
Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.
Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.
I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.
Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.
Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.
Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.
Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.
Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell'estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.
Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m'impediva di godere liberamente.
Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.
Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.
Lo vidi raccogliere anche l'altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.
Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l'orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all'estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l'eternità.
Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.
Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.
«Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele.»
«Ma non tornerai prima di stasera!» Protestai.
«Lo so. - Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi - E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi».
... Continua ...