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La sculacciata di Chiara

Chiara stava tremando, un po’ per l’essere senza sotto del pigiama e un po’ perchè sapeva di averla fatta davvero grossa.
Il padre le aveva detto di attenderlo in stanza già dieci minuti fa, quell’attesa la faceva impazzire. Non veniva sculacciata da tanti anni ma ricordava perfettamente quanto potesse essere pesante la mano del padre. Ci siamo, la maniglia si abbassò di colpo, il padre si romboccò le maniche della camicia e senza dire una parola la prese per un braccio mettendosela sulle ginocchie con il sedere ben esposto. Iniziò a colpire con la mano aperta non troppo forte, erano delle sculacciate che dovevano accompagnare la sua lunga predica e quindo tali da acconsentire che la piccola Chiara non iniziasse a contorcersi.
-Mi hai davvero deluso signorina-
-lo so papà..ahi-
-uscire di nascosto con un ragazzo vestita in quel modo! Ma non ti vergogni-
Chiara mormorò delle scuse.
-Ma guardati! A 18 anni ancora sulle ginocchia di papà a farti sculacciare-
Lui sapeva bene dove andare a parare, la piccola già piangeva per l’umiliazione. Dopo una decina di colpi le abbassò le soffici, mutandine rosa e tutta la forza di Chiara non bastò per impedirglelo. Sapeva che adesso si faceva sul serio! I colpi erano sempre più forti, 10 sulla natica a destra, 10 a sinistra, sulle cosce e in alto…il povero culo di Chiara era davvero paonazzo quasi quanto il suo viso.
200-250 o 270? Ormai la poverina aveva perso il conto e il viso era inondato di lacrime.
AHI..TI PRE..AHIIIII…PAPÀ…TI PREGO..NON SUCC..NON SUCCEDERÀ PIÙ….TI PREGO FARÒ LÀ..BRAVA..AHII
Ad un tratto i colpi cessarono, il sedere era bordeaux e bollente.
La ragazza fu fatta alzare e messa faccia a muro, Chiara non era del tutto convinta del fatto che fosse finita ed infatti un quarto d’ora dopo, il padre ritornò con in mano la racchetta da ping pong.
-Appoggiati sulla scrivania, inarca bene la schiena e divarica le gambe. Sono 50 colpi, dovrai contarli. Basta un solo lamento o un solo errore che ricomincio-
Non sentendo nessuna risposta le diede altri dieci sculaccioni in fila.
-si papà-
Il primo arrivò secco, senza preavviso. Chiara piegò le gambe e disse con voce tremante -Uno-
La cosa andò avanti fino alla quindicesima dove si lascio scappare un “cazzo”.
Gliene arrivarono quindicici di fila e poi fu costretta a ricominciare da capo.
Quando ebbe finito aveva il sedere cosparso di lividi viola, fece per alzare le mutandine ma il padre la fermò indicandole l’angolo della stanza.
Chiara nemmeno si era accorta della presenza della poltroncina in paglia che in genere tenevano in veranda, rabbrividì d’istinto.
-siediti- il tono adesso era più pacato.
Chiara si sedette un po’ titubante, il fastidio che provava era enorme. Il padre mise una penna in mezzo alle ginocchia “stai qui composta per venti minuti, se fai cadere la penna rimani per 40 minuti.
Con molta fatica riuscì a resistere anche se però non potè evitare un gran sorriso alla vista del vassoio che suo padre portò in stanza. Si ricompose e mangiarono insieme latte e biscotti come non facevano da tempo, guardando il loro film preferito.

E questa fu la prima di una lunga seria che Chiara (cioè io) combinò. Alla prossima

FRERE MARTIN III

Con orrore Anna Teresa si accorse che il vestito non le entrava più: proprio all’inizio dell’estate! Eppure, l’aveva fatto fare soltanto tre anni prima da quella brava sarta, quella Dior, che aveva pure voluto parecchi luigi per confezionarlo. Le gonne potevano andare, con le cartouche sotto, ma il corsetto, il corsetto proprio no! Troppo stretto, la soffocava: non poteva respirare e più di così, il busto non si stringeva.
Anna Teresa ne parlò all’amica Monteuil. Le risposte di costei furono, nell’ordine: farsi fare un vestito nuovo, farsi fare almeno un clistere a settimana, bere molta meno cioccolata e mangiare molti meno dolci. Nessuna di esse soddisfaceva la contessa, tanto più che Matisse, giù al Bourg, aveva inventato quei nuovi dolci, così buoni: castagne farcite coperte di meringa…mmmhh….

e frere Martin, poi! La frustava sempre più raramente ma le imponeva di mangiare sempre meno. Lei avrebbe preferito passare cento giorni attaccata al muro della canonica con il popò scoperto a ricevere frustate che rinunciare al delizioso mont-blanc.
Così, la contessa volle dare ascolto alla Monteuil, che la accompagnò personalmente da Alcon Fibras, un medico serio, posato e, quel che più conta, molto bravo. Le ispirò immediatamente fiducia, anche se le fece delle domande alquanto imbarazzanti ed intime.
Faceva molto caldo quella prima settimana d’agosto. Anna Teresa scese dalla carrozza, stando molto attenta a dove metteva i piedi: si sentiva debole. Il medico che le aveva detto di non mangiare nulla, assolutamente nulla, neppure un croccante a colazione, dalla mattina. La sollecita mano di Magdalene accompagnava e sosteneva la padrona. Ampolle, ampolline, bottiglie, vasi di vetro e di ceramica, ognuno con la sua bella etichetta, tutti ordinati e allineati sugli scaffali. Al centro della stanza un tavolo, inclinato e, sopra di esso, appeso al soffitto come un lampadario, uno strano oggetto. Una serie continua di serpentine di tubi di rame e di vetro, che finivano dentro un grosso vaso verde, su un tavolinetto; sotto il vaso, era acceso un bel fuocherello.

“Verbena, assenzio, elleboro, causidica….” Alcon Fribas elencava ad alta voce gli elementi che, goccia a goccia, stava versando nel vaso verde “e questo-concluse- serve a dilatare!” La contessa lo seguiva attentamente e lo vide versare un’abbondante dose di liquido rosso. Il medico annusò il composto: era soddisfatto. Dietro il paravento, Magdalene aiutò la contessa a svestirsi, finché rimase solamente con il busto (che fu allentato e di parecchio) e le culottes. Anna Teresa si distese bocconi sul tavolo inclinato. Con professionalità, il cerusico aprì lo spacco delle culottes; con molta vergogna, Anna Teresa si sentì appena disserrare le natiche. Fibras bofonchiò qualcosa. Da uno scaffale scelse la cannula adatta: lunga un palmo e terminante con un bulbo grosso quanto una noce. Avvitò la cannula alla parte terminale della serpentina, che stava proprio sopra il sedere della paziente. Senza parlare, il medico fece un cenno con la testa a Magdalene. Questa capì subito che cosa le stava chiedendo. La prima volta c’è sempre il pericolo di un gesto inconsulto da parte della paziente. Magdalene serrò fra le sue mani i polsi della padrona. Con mano esperta Fibras infilò dentro la cannula sino all’avvitamento. Anna Teresa agitò tre o quattro volte le gambe. “Oddio! Oddio!” mormorò. Il medico aprì il rubinetto a farfalla. Le gambe della paziente sbattevano ininterrottamente sul lettino, girava la testa or di qua or di là rapidamente, mentre il caldo liquido gorgogliante percorreva la serpentina ed entrava dentro la contessa. A braccia conserte, impassibile, Alcon Fibras osservava la scena. Il liquido aveva smesso di scendere; il medico chiuse la farfalla ed estrasse la cannula. Anna Teresa gemette ancora. Prese ad agitarsi a piagnucolare che la pancia le faceva male, la sentiva tutta in subbuglio, ed invero strani rumori si udirono. Raccomandandole di stringere il più possibile, il medico aiutò la contessa a scendere dal lettino. Con un’andatura strana e sculettante, Anna Teresa corse sulla seggetta, dietro il paravento. Ne uscì parecchi battiti più tardi, cerea. L’illustre scienziato esaminò, guardò, annusò il pitale: per essere il primo, poteva andare bene, più che bene! Le sostanze maligne stavano uscendo dal corpo della contessa: certo, ne sarebbero occorsi altri cinque o sei, ma l’esito era assicurato!

La mamma si era commossa fino alle lacrime. Rilesse la lettera di Orthensie. Ella era entusiasta.
Le buone consorelle erano delle sante in terra. Nel convento del Santo Supplizio si sentiva come a casa sua. Aveva raggiunto la pace ed intendeva mantenerla nel proprio animo. Anna Teresa mostrò questa lettera a frere Martin, il quale fece una smorfia di soddisfazione nel leggerla. Quella giovine, disse, aveva trovato la via e, tra poco, avrebbe preso i voti perpetui. Bene così…la madre, invece, la madre protervamente indulgeva ai suoi peccati, ahimè. “Miserere …” intonò il buon frate, sciogliendosi il cordiglio dalla vita ed arrotolandolo un paio di giri intorno alla mano.
Dopo sei settimane e relativi clisteri, la contessa era dimagrita: non c’era più bisogno di allacciare fino allo stremo il busto: sembrava ringiovanita. A novembre Isabeau avrebbe compiuto 17 anni, era ora che le cercasse un fidanzato in modo che le nozze avvenissero nella primavera dell’anno seguente. Poco importava che ad Isabeau non andasse a genio il visconte La Fere. Non era vecchio, anche se due volte vedovo, era un bell’uomo e, quello che più contava, era ricco; mille luigi d’argento sarebbero bastati per la dote della sposa. C’erano sì le due figlie precedenti del visconte, pensava Anna Teresa, ma erano due bambine e non davano fastidio eppoi, Isabeau avrebbe potuto mettere al mondo una frotta di pargoletti, con suo marito.

Peccato, però, che Isabeau fosse contraria. Non che contasse molto il suo parere, lo disse anche frere Martin. O Isabeau avrebbe sposato il visconte, oppure lui (il buon frate) l’avrebbe frustata una volta al giorno, con quell’autorità che gli proveniva dall’esserne padre spirituale, finchè la fanciulla, mite come un’agnella, non avesse ottemperato ai materni desideri. Forse il sant’uomo non riteneva che tali metodi erano troppo drastici?, osò obiettare la contessa.
Era una cosa, uno strumento di tortura che Anna Teresa non aveva mai visto prima. Un manico di legno, da cui pendevano tre lunghe catene di ferro ed ognuna di loro aveva, ad altezze diverse ma tutt’e tre sulla cima, dei cunei di piombo irti di punte. Il frate lo usava su se stesso, onde scacciare le tentazioni che il maligno gli inviava per corromperlo e costringerlo ad abbandonare la retta e santa via. La contessa rabbrividì, immaginando il male che quell’affare doveva arrecare sullo scheletrico fisico di frere Martin. Però, immaginò anche un’altra cosa. Vide con gli occhi della mente il suo confessore, in piedi, tutto nudo, che si flagellava tremendo e solidissimo: la carne macerata il sangue che colava copioso, il dolore che trafiggeva corpo e cervello e vide, sempre con gli occhi della mente, il membro carneo del frate ergersi e svettare e lui che lo colpiva con quelle catene fino a ridurlo ad uno straccio sanguinante. Anna Teresa scosse la testa, per scacciare l’insana visione. E se si fosse trovata lei, al posto del frate, il flagello sarebbe valso a mondarla una volta per tutte?

La curiosità uccise il gatto?

Il racconto di sculacciate di oggi ci viene regalato da Luca ed è davvero molto intrigante, oltre che originale. Buona lettura a tutti e grazie al bravissimo Luca!

Mia madre era oramai sei mesi che si sbrigava in cantina nel dopolavoro e nel week end aveva sempre molte cose da fare, ma una era sempre stata la sua passione e la portava avanti con dedizione e passione.
Una era la sua passione finché non scoprii mio malgrado che erano due.
Io e mia madre siamo quasi amiche o meglio lei si considera una sorella maggiore con l’obbligo dell’educazione, io una figlia che finge di avere una sorella maggiore.
Non ci dicevamo certo tutto, ma molto e da quando mio padre se ne era “fuggito” per non pagare gli alimenti fummo costrette a diventare ancora più intime, facendoci forza e dandoci sostegno l’una con l’altra.
Tutto questo per dire che se una persona che ti è vicina ti nasconde un suo progetto allora è ovvio che la curiosità ti divora come un lupo divora un pollo.
Io dall’alto dei miei 19 anni con una terza abbondante e un culetto da sogno provavo a fare gli occhi da cerbiatta per mostrare un mix di sensualità e bambinesca malizia che sapevo la faceva ridere. Rotto il ghiaccio le chiedevo a cosa lavorasse e che cosa servissero i libri di statistica e la cantina, i bulloni e i dadi.
Lei mi rispose che se un giorno l’avessi scoperto, sarebbe stato un colpo impressionante e irripetibile.
Una risposta del genere mi fece venire una voglia matta di capire di che si trattasse, ma ogni volta che mia madre si distraeva per uscire si ricordava comunque di chiudere a chiave la porta della cantina. Sapevo solamente che qualunque cosa stesse costruendo aveva a che vedere con i dadi da gioco ed era sicuramente una macchina, sia per i pezzi di ricambio che venivano comperati, sia per i rumori che venivano dalla cantina. Una macchina elettrica per l’esattezza e quando vidi entrare anche un tablet con touch screen iniziai a pensare a qualcosa di elettronico.
Che mia madre fosse una meccanica esperta lo sapevo, che avesse inventiva lo aveva dimostrato più volte, ma che tutte queste qualità potessero essere unite alla passione che immetteva nel suo progetto era incredibile.
Una volta la vidi uscire dalla cantina con la faccia rossa rossa, sudata sorrideva dicendo che aveva perso almeno due chilogrammi.
Quindi aveva costruito una specie di macchina per dimagrire e se al voleva tenere solo per se? E i segni sui polsi erano simili a quelli di braccialetti stretti stretti.
Una macchina che ti costringe a dimagrire sudando! Pensai che me l’avrebbe fatta vedere prima o poi, siamo amiche, sorelle, madre e figlia! Deve farmela vedere e se funziona deva farmela provare!
Esercizi yoga? Pilates estremo? Massaggio Ayurvedico? Stimolazione muscolare? Insomma, quanto devo morirci!?
Ovviamente scema non sono e se non posso avere soddisfazione con i metodi corretti posso ottenerli con quelli scorretti… se devo avere una madre fuori casa e una porta aperta, bhe… è solo questione di organizzarsi per tempo.
Il primo problema oltre i mie chiletti, di troppo (pochi ma troppi al tempo stesso devo dire)erano le chiavi. O le copiavo o trovavo il modo di far lasciare la porta aperta.
Copiarle era più facile ma comunque complicato, perché bisognava averle.
Mi preoccupai del problema facendo gli occhi dolci ( e mostrando il mio seno) al ferramenta che mi diede una strumentino utile a copiare le chiavi (di fatto una chiavetta pluri dentata che prendeva la forma della chiave che le poggiavi sopra così da poter poi fare agilmente la copia.
Approfittai di una doccia di mia madre per iniziare il mio piano diabolico, presi il calco delle chiavi e via di corsa dal ferramenta.
Sfruttando copiosamente il mio potere femminile ottenni pure le chiavi gratis e per gratis intendo che non ho dovuto neanche strusciarmi un poco. Meno un uomo vede la luce più fa quello che gli dici per niente eheeh, sono una diavoletta.
Aspettare di essere sola a casa era solo questione di tempo, anche se tra lezioni di tennis e gli incontri con le amiche ero sicuramente io quella che rimaneva fori di casa più a lungo, prima o poi gli impegni di lavoro avrebbero di fatto creato tutto il tempo di cui avessi avuto bisogno.
Per avere l’occasione di rimanere sola con la mia curiosità avevo rubato, ingannato e mentito. Persino le mie amiche più care erano state escluse e le avevo ingannate mentendo quando mi chiesero se sarei stata sola per fare una festicciola tra donne.
Si, sarei rimasta sola e per sola intendo senza seccature in giro, mia madre se ne sarebbe andata per quasi 6 – 8 ore ma per le mie amiche sarei stata a studiare con mia madre fissa in cucina.
Per mia madre una sono una santa (e anche per il ferramenta), ed io mi sentivo un genio.
Aspettai studiando e facendomi una doccia fredda per evitare di urlare la mia concitazione, aspettai che mia madre uscisse di casa, un bacetto sulla guancia ed un sorriso. Guardai la macchina uscire dal vialetto, girare verso la strada principale e superare il semaforo all’angolo.
Mi girai lentamente, presi le mie copie di chiavi e mi avvicinai alla cantina con lentezza obbligata e non certo per non cadere, ma per non sembrare a me stessa una bambinetta impaziente.
Sapevo che il mio cuore stava andando a mille, ma le gambe comunque scendevano i venti scalini della cantina con tranquillità cercando di capire cosa si celasse sotto il telone.
Scoprii i pesante telone e vidi una sella, dei pedali e una specie di macchina multi-braccio. Era sicuramente una macchina per dimagrire, con la ginnastica di sicuro. La posizione da prendere favoriva i muscoli del gluteo e le pedivelle erano per le cosce ed i glutei gli esercizi migliori.
La statistica, dovevo trovare che cosa centrasse la statistica. Vidi un braccio meccanico collegato ad una scodella co due dadi da gioco, i numeri della tombola e delle carte da poker.
MI chiesi a che dovessero servire, ma pensa che fossero in relazione con gli esercizi.
Decisi dopo una buona mezzoretta di provare la macchina, ero titubante perché i bracci meccanici finivano in una scatola nera che non dava la possibilità di sbirciare (e ci ho provato anche strisciando per terra).
Mi misi sulla sella seduta con le gambe ai lati ed i piedi sui pedali, accesi quindi la console con l’unico grosso bottone verde con su scritto “ON” (che genio intuitivo che sono!).
La macchina prese a funzionare e partirono subito le istruzioni.
La prima istruzione prevedeva solo un comando: “pedalare”.
Inizia così a pedalare e più pedalavo e più la macchina mostrava una barra di avanzamento, barra che avanzava sempre più lentamente invogliandomi a pedalare sempre più velocemente. Dopo neanche due minuti ero completamente madida di sudore e mi tolsi la blusa, la maglietta e la mia micro minigonna, rimasi così in mutande e reggiseno. Se avessi avuto più rispetto per me stessa avrei messo una tutina da ginnastica, ma non volevo mollare per più di un ora la macchina (tempo minimo per scegliere la tutina).
Arrivai alla mia massima velocità e sforzo possibile quando finalmente la macchina rispose con un messaggio: upload completato.
Quindi comparve un nuovo messaggio che chiedeva di poggiare i polsi alle polsiere e quindi utilizzare i mouse per orientare il cursore.
Feci come mi disse la macchina e la prima domanda che comparve a monitor un’altra istruzione.
“Dopo aver attaccato le quattro morsette a molla al disotto della tuta premere OK”.
Pensai che il software fosse da migliorare perché prima mi faceva appoggiare alle polsiere e poi mi chiedeva azioni che mi avrebbero fatto sollevare i polsi, vabbe… visto che oramai mi ero tolta tutto agganciai le morsette alle mutandine e ritornai con i polsi appoggiati al posto giusto per premere “OK”.
Comparve quindi una scritta per la scelta del training: semplice, medio, duro.
Mia madre aveva lasciato il fuoco sul “duro” e anche solo per emulazione e non sentirmi da meno, anche se sudata scelsi duro.
Comparve una nuova scelta: “obbligo a terminare?”, con due opzioni: “SI” e “NO”.
Ovviamente scelsi “SI” (ci mancherebbe) e polsi e caviglie si bloccarono in una morsa non dolorosa ma tenace e non forzabile.
A questo punto comparvero tre scelte: tombola, poker, dadi.
Io non sapevo giocare a poker e la tombola era noiosa, scesi quindi dadi.
Il computer quindi fece comparire a video un riassunto delle mie scelte.
Dadi: gioco duro.
Primo dado strumento. Secondo dado numero. Regola: somma a turno.
Fattore moltiplicativo turno*10.
Obbligo a finire.
La macchina a questo punto iniziò a muoversi spostando il mio peso in avanti, tanto che le polsiere strette mi servivano più per non cadere che per trattenermi. La sella si allontanò dai polsi, stirandomi bene la schiena (stretching iniziale?) e le gambe da accavallate alla sella finirono allineate dietro (insomma a pecora, più o meno).
Comparve sul monitor una scritta: “turno uno”.
E venne lanciato il primo dado: 2.
Un secondo di clessidra (un windows è sempre un windows) e comparve la scritta: PADDLE CUOIO.
La curiosità e un lieve timore mi si descrissero in mente… che COSA!
Venne lanciato il secondo dado: 5 un secondo di clessidra e divenne: 5 * 1 * 10 = 50.
In men che non si dica ricevetti in successione di due secondi l’uno dall’altro ben 50 sculacciate sulle mie mutandine rosa. Avevo la faccia così rossa che la sentivo bollire e qualche lacrimuccia mi era uscita insieme alle bestemmie. Ad ogni SCIAK! Io mi ripetevo: SCEMA!
Cinquanta volte SCEMA! E come si ferma sto coso!
Arrivai agli ultimi colpi con un sospiro e la macchina si riattivò:

“Turno due”.
Dado 1: 3  paddle legno.
Dado 2: 1  1*1*10 = 10.

Con la medesima intensità e forza di prima mi sculacciò con un robusto paddle di legno, io piansi dal secondo colpo, ma inesorabili gli SCIAKK del legno martoriavano il mio povero deretano.
In lacrime, chiedendomi se sarei riuscita a chiedere aiuto, impotente guardai il monitor.

“Turno tre”.
Dado 1: 4  cintura
Dado2: 1 1*1*10 = 10

Dieci colpi di cinta, che sul posteriore rosso sembrarono 100. Urlai AIUTO a squarciagola, preferendo farmi trovare in mutandine e reggiseno da chiunque purché finisse il tutto.

E arrivai al
“Turno 4”
Dado 1: 5  battipanni.
Dado2: 3  3*1*10 = 30.

Nooo! Non così, non VOGLIO!!!! Urlai, quasi a chiedere la pietà alla macchina. Non servì, 30 sculacciate di battipanni severe sul mio culetto (ma c’era ancora?). Le lacrime mi colavano tanto copiose che quado arrivò il turno 5 quasi no vedevo il monitor.
SPLAT, SPLAT, SPLAT… Le ultime tre prima delle nuove, piansi immaginando il mio destino.

“Turno 5”
Dado 1: 4 cintura
Dado 2: 1  1*2*10 = 20

Cosa… no cosa, perché! No 10, solo 10!
Ma come si contratta con una macchina!
“Severità 2/6”: e a grande velocità ricevetti 20 scudisciate! Na al secondo. Non piansi perché il dolore oramai omogene“Severità 2/6”: o.
Il mio culetto doveva essere oramai rosso e gonfio perché sentivo le mutandine strette.

“Turno 6”
Dado 1: 3  paddle legno
Dado 2: 6  6*2*10 = 120
“Severità 2/6”

Piansi anche solo al pensiero, come avrei sopportato 120 colpi di paddle! Nooooo, povera meeee, non li merito non ho fatto niente!
Bwaaa, non vogl… SCIAKK! Il primo di 120 sculacciate ad un secondo l’una dall’atra mi appiattirono le natiche.
A 60 avevo smesso di piangere, ma il mio culetto era da buttare.
A 120 avevo perso le forze e singhiozzando ripetevo scusa scusa scusa, a me stessa per la mia stupidità.

Turni 6.
estratti: 2*1 -//- 3*2 -//- 4*2 -//- 5*1
Aggiornare le statistiche?

Il controllo ritornò a me e scelsi OK… che razza di modo per studiare le distribuzioni statistiche.
RINIZIARE? S, N
No, NO, cliccai di gran fretta.
OBBLIGO A TERMINARE… Continuare a totale estarzione.
Seconda manches…
Eliminazione tuta.

Io non ho la tuta! Ma sentii i gancetti di ferro tirare verso il basso le mie mutandine, con le gambe diritte non potei impedire alla macchina di denudarmi il culetto.
l’aria fresca mi diede qualche secondi di piacere ma con orrore guardai il monitor.

“Turno 7”
Dado 1: 3  paddle legno
Dado 2: 5  5*3*10 = 150
“Severità 3/6”

Oramai avevo capito, se uno strumento compariva più volte venivo colpita col un moltiplicatore pari al numero di volte estratto per il valore del dado per 10.
Iniziarono le 150 sculacciate più dure della mia vita e mentre le lacrime scendevano ed ululavo come una cagna, mi rendevo conto di essermela andata a cercare.
Ciò che fino a ieri non credevo possibile neanche sopportare oggi era realtà assoluta.
Un culetto martoriato, rosso dolente colpito a ripetizione una volta al secondo con forza crescente e dolore onnipresente.
Piansi copiosamente e continuativamente, finché arrivata agi ultimi colpi la macchina si fermo un istante.

“Turno 8”
Dado 1: 4  cintura
Dado 2: 3  4*3*10 = 120
“Severità 3/6”
Rassegnata al mio destino, cercai di rilassare i muscoli del culo, ma la rapida successione delle cinghiate sulla pelle nuda rendevano il tutto quasi impossibile, la cintura stava facendo davvero un bel lavoro con 120 colpi a disposizione ricoprì tutta la superficie deretanica e lo arrossì talmente tanto che oramai neanche più le lacrime uscivano, strinsi id enti aspettando la fine con gli occhi pieni di lacrime.

“Turno 9”
Dado 1: 5  battipanni
Dado 2: 6  6*2*10 = 120
“Severità 2/6”

Ed ecco la bambina cattiva che le prende sonoramente con il battipanni. Ed effettivamente sono stata cattiva, ho mentito e rubato e rimentito ed ingannato. Al Karma non si sfugge.
Mi sentivo giustamente punita, severamente punita, dolorosamente punita. Piangevo SBAMM! E il pentimento cresceva alle stelle. SBAMM e le promesse d’essere più cosciente salivano al cielo. SBAMM! E piangevo dimenandomi e chiedendo scusa ad una macchina. Se mai avessi finito di subire questa tortura avrei confessato tutto a mia madre. SBAM! SBAM! SBAM! La miia pelle si sta spaccando, BWAAAHAHAAA!!!!
Ma ogni punizione finisce prima o poi e la mia fu un lungo 120 SBAM! Poi.

“Turno 10”
Dado 1: 4  cintura
Dado 2: 3  3*4*10 = 120
“Severità 4/6”
Per aumentare la severità comparve un nuovo braccio, due cinture ad alta velocità alternate per chiappa.
Feci solo in tempo ad inorridire che la punizione iniziò inesorabile, facendomi stringere i denti e mi sforzai con tutta la forza di liberare le mani, ma sudando anche sette camice non riuscivo a fare altro che sudare e piangere, rossa in volto e nel culo stringevo le chiappe e mi chiesi perché solo numeri alti! Che razza di distribuzione statistica è!?
SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH! SWISH!
AHHAHHAAAAA!
Sono colpevole, ma lo merito? Si me lo merito, ma perché solo io!
120 SWISH! Dopo, la mia voce tremava e non volevo guardare il monito. Non lo guardai e aspettai il mio destino.
Se avessi guardato avrei visto:

“Turno 11”
Dado 1: 5  battipanni
Dado 2: 6  6*3*10 = 180
“Severità 3/6”

Ma ma è impossibile, c’è un errore nel programma, non va beneee!!!
SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM! SBAMMM!
per 150 volte ripetei “C’E’ UN ERRORE” ma non si può ragionare con una macchina. Non si può si può solo prendere le sculacciate!
E quel che è peggio è che se esce battipanni ancora una volta me ne becco due!
Mi feci coraggio tremando e stavolta guardai il monitor, perché le soprese mi fregano sempre.

“Turno 12”
Dado 1: 6  plastic birch
Dado 2: 1  1*1*10 = 10
“Severità 1/6”

Questo era nuovo, così lento e blando che non mi avrebbe fatto niente se non fosse per il culetto rosso e la plastica dura e la pelle nuda non l’avrei sentito. Invece lo sentii, ma trattenendo il fiato riuscii a sopportare i pochi colpi e passai oltre.

Turni 12.
estratti prima manche: 2*1 -//- 3*2 -//- 4*2 -//- 5*1
estratti seconda manche: 3*1 -//- 4*2 -//- 5*2 -//- 6*1
Totale: 2*1 -//- 3*3 -//- 4*4 -//- 5*3 -//- 6*1
Numero ritardatario 1

Aggiornare le statistiche?

Scelsi OK.
RINIZIARE? S, N
SCELSI NO!
“Turno 13”
Dado 1: 2  paddle cuoio
Dado 2: 2  2*2*10 = 40
“Severità 2/6”

Oddio, 2,2,2 che combinazione. Il largo paddle di cuoio mi colpì abbastanza forte e rapido, ma il peggio fu il fatto che uniformò i segni, schiacciando i lividi che nel frattempo erano usciti. Riiniziai a piangerele poche lacrime che ancora avevo. Le braccia stanche di tirare per liberarsi si presero una pausa, ma gli SCIAK! Si ripetevano a forza di bestemmie che pensavo con sempre più insistenza.

“Turno 14”
Dado 1: 6  plastic birch
Dado 2: 3  3*2*10 = 60
“Severità 2/6”

Le mie speranze di chiudere la partita con lo strumento uno, morirono all’istante.
SWISH! E Ri-SWISH, le chiappe tremavano e le bestemmie dal pensiero diventavano voce reale, imprecazioni di ogni genere degni di uno scaricatore di porto.
La pioggia di lacrime si mescolava con la saliva delle bestemmie. Piangere non aiutava, ma lo afcevo copiosamente.

“Turno 15”
Dado 1: 6  plastic birch
Dado 2: 2  2*3*10 = 60
“Severità 3/6”

Ma che è!? Devo recuperare lo strumento! Sempre lui, noo! MAMMA MAMMA AIUTO AIUTAMI ti prego scusami! Non lo farò più MAMMA MAMMA, SCUSAAAA!
BWAA, Basta!!!!
SHISCH SCHISH SWISCH. ORA avevo un altro strumento che raggiungeva quota tre e mi avrebbe fatto vedere le stelle se fosse uscito un’altra volta.
La paura oramai mi riempiva il volto, ora ero a probabilità pari per una cura di disciplina esemplare.

“Turno 16”
Dado 1: 3  paddle legno
Dado 2: 2  2*4*10 = 80
“Severità 4/6”

Non avevo fatto in tempo a leggere, né a parlare che un secondo braccio armato con un paddle di legno.
La pioggia di sculacciate i rapida successione mi fece perdere la voglia di contare per al vita, 80 forti, fortissimi su un culetto dolentissimo. Ingiustizia che i miei pianti mescolavano con altre bestemmie.
Odio tutti SCIAK SCIAK SCIAK. Tutti, tutti tutti!

“Turno 17”
Dado 1: 3  paddle legno
Dado 2: 6  6*5*10 = 300
“Severità 5/6”

La sella si girò piegandosi ancora, le gambe mi vennero allargate ai bordi, le doppie braccia cambiarono con due pesanti paddle bucati.
Una cosa nera si avvicinò alla bocca, io la serrai. Non prendo niente in bocca.
Inizio la punizione, dopo i primi 3 colpi urlai a squarciagola e aprendo la bocca l’oggetto nero entrò.
Era sapone, mi ritrovai a mordere il sapone per non urlare. Un sapone duro che mi impastò i denti.
UHHMMMMM! Urlai dentro di me, pensando che la macchina mi stesse punendo anche per le bestemmie.
Verso i 100 avevo quasi masticato via il sapone, a 200 oramai le mie urla si sentivano anche se sbavavo bollicine. A 300 la macchia si fermò, allora iniziai a pregare, mi impegnai nella mistica pentendomi di tutti i miei peccati.
Pregai Dio, i santi, gli spiriti, gli angeli, Buddha, Topolino, mia madre, tutti!

“Turno 18”
Dado 1: 1  mano
Dado 2: 4  4*1*10 = 40
“Severità 1/6”
Preparazione all’uscita.

Quasi urali dalla gioia, era finita, 40 con un guanto a forma di mano piena di sughero. Faceva male ma non così tanto, quasi una defatigazione. Ero libera!
I 40 colpi mi strapparono qualche lacrima e dovetti pure stringere i denti, ma finirono in un attimo e muovendomi per liberarmi non riuscii a farlo e quindi guardai il monitor.

“Energia prodotta pedalando prima dei 18 turni da raggiungere per uscire”
“Posizione di uscita 18 turni = 18 colpi di cane severità (18/6) = 3/6 ripetere fino a raggiungimento energia prodotta”

Sbiancai, e dinizia a pedalare, alla velocità maggiore che potevo, dopo qualche secondo degli “swwiishhh” mi colpirono le natiche, io aumentavo il ritmo più che potevo, il culo doleva anche per il movimento, piangevo ma pedalavo, non mi fermavo mai.
Raggiunsi la mia quota energia in pochissimo tempo ma ricevetti comunque i mie colpi di cane stabiliti.
Le polsiere si aprirono, caddi a terra e quando dopo 10 minuti mi alzai vidi sul monitor:

Turni 18.
estratti prima manche: 2*1 -//- 3*2 -//- 4*2 -//- 5*1
estratti seconda manche: 3*1 -//- 4*2 -//- 5*2 -//- 6*1
estratti seconda manche: 1*1 -//- 2*1 -//- 3*2 -//- 6*2
Totale: 1*1 – //- 2*2 -//- 3*5 -//- 4*4 -//- 5*3 -//- 6*3

Aggiornare statistiche?
Scelsi OK.

RIINIZIARE?

Spensi tutto e lentamente mi portai in bagno, dovevo pulirmi la bocca e sciacquare le chiappe. Andai poi in camera mia e mi addormentai, sulla pancia.