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Un lago di piacere!

Era un giorno come gli altri, l'autunno era alle porte e io da sola in casa mi annoiavo.
Avevo poco più di 16 anni e già da tempo avevo scoperto il piacere di toccarmi, sia fantasticando con la mente, sia guardando qualche filmato hot su internet, e quel pomeriggio decisi di guardare un porno.
Accesi il pc, misi le cuffie e mi sedetti alla scrivania.
Che bel mondo pensai, godi e in più guadagni un casino di soldi.
Nel frattempo in casa non era arrivato nessuno, quindi via libera, mi toccai un po', ma smisi subito: non avevo più voglia!

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MASTURBATION

Raggiungere la soddisfazione sessuale mediante la manipolazione degli organi sessuali. Questa la fredda definizione di Masturbazione. Si potrebbe aggiungere: senza l’intervento di altra persona, ma, come vedremo, questo non sempre è vero.
Nella letteratura del mondo classico non ci sono riferimenti a questa pratica. Qualche accenno se ne può cogliere, forzando notevolmente il testo tràdito,addirittura nell’Iliade. Però non si trattava di amore solitario, lontano da occhi indiscreti, bensì di una specie di preliminare, di gioco erotico prima dell’accoppiamento vero e proprio, in una società fortemente caratterizzata dall’omosessualità maschile. Poiché di masturbazione femminile, neppure a parlarne!
Perché una femmina dovrebbe provare piacere (sessuale) da per se stessa? Soltanto perché non lo prova in un normale rapporto con un uomo! Quindi, la donna che gode da sola è, potenzialmente, frigida e non sarà mai una buona fattrice né una buona madre. Questa equazione viene adombrata in un’opera spuria di Galeno, ed è indicativa di un certo tipo di mentalità.
Insomma, il mondo greco-ellenistico ignora proprio il fenomeno e, se lo considera, lo fa in un contesto di educazione sociale che esclude del tutto la donna.
Nell’Ebraismo, è noto, la masturbazione è peccato contro Dio, il peccato di Onan che spreca il proprio seme spargendolo per terra, anziché nella vagina femminile onde procreare nuova vita, che è dono di Dio. Siccome la donna è semplicemente un vaso in cui raccogliere il seme virile, se lei si masturba o meno poco importa.
Verso il II secolo, in ambito d dell’Impero Romano (allora, praticamente, tutto il mondo “civile” e cosiddetto tale), la prospettiva si sposta un poco. Tutto il mondo latino deplorava l’omosessualità femminile, quando praticata da donne libere. Nelle schiave era appena tollerata, ma si raccomandava di punire le schiave sorprese in atteggiamenti intimi fra di loro. Lo stesso avveniva in alcune civiltà orientali, che prevedevano per le donne lesbiche, sorprese-diciamo così- in flagrante, la bastonatura in mezzo alle gambe. Però la masturbazione (femminile) ci dice Persia andava repressa in ogni modo anche e soprattutto con la sferza. Quale il motivo di questa avversione?
La società romana, checché se ne dica, era profondamente maschilista: la donna non doveva provare piacere sessuale se non in compagnia del maschio.

Il rovesciamento della situazione avviene con l’affermarsi del Cristianesimo. Sulla scia del concetto giudaico, il peccato di Onan rientra fra quelli aborriti ed estremamente gravi. Un santo monaco del deserto ebbe a scrivere che un assassino potrebbe esser perdonato, giacché ha tolto la vita ad un solo uomo, un masturbatore non potrà mai avere la remissione del proprio peccato, perché, con un gesto solo, ha massacrato migliaia di (futuri) esseri umani.
Apro una parentesi che prego i lettori impressionabili di saltare a pie’ pari. In certe comunità monastiche femminili del basso Egitto (quindi molto vicine a regioni in cui ancora oggi è presente, purtroppo, la mutilazione degli organi sessuali) le vergini votate a Cristo si facevano spontaneamente infibulare, con una procedura estremamente dolorosa. Evodio la chiama con un termine che potremmo tradurre “sacra cucitura” ed aggiunge, in modo assolutamente non ironico, che molte donne sarebbe meglio si cucissero le labbra della bocca. Però, siccome l’orgasmo femminile non è soltanto vaginale, c’era pure l’escissione del clitoride; di solito, per mezzo di valve di molluschi estremamente affilate.
Per tutto il Medioevo, la masturbazione (maschile e femminile) fu assolutamente aborrita. Toccarsi le parti intime, peccato gravissimo. E se un poveretto se le toccava, magari perché gli prudevano (vista la scarsissima igiene dell’epoca) e, peggio, lo faceva in pubblico!, rischiava una buona dose di frustate e perfino la castrazione! Per le donne “rovistarsi fra le gonne” era sintomo di assoluta lascivia, in un essere, la figlia di Eva, già lasciva e perversa di per sé. I documenti ecclesiastici non fanno mai esplicito riferimento alla riprovevole pratica onanista, ma il vescovo di Bamberga emanò, alla fine del XV secolo, un’ordinanza in cui prescriveva che le novizie dei conventi, sorprese in atteggiamenti equivoci, venissero frustate sul petto e raccomandava ai confessori di infliggere pene corporali, quale unica penitenza, nonché rimedio, alle colpevoli. Né ai fraticelli andava meglio. Cinquanta sferzate sul posteriore era il minimo per simile oscena pratica.
Non siamo ben informati dalla letteratura coeva, anzi non lo siamo per niente! Si preferiva glissare su questo argomento. Possiamo immaginare i ragazzini, sorpresi con il pisellino in mano, sculacciati dalle madri o dagli istitutori, giovani fanciulle fustigate perché le loro dita erano scese troppo in basso, ma niente di sicuro.
Né meglio va nel Cinquecento, secolo in cui con estrema pruderie, si comincia ad affrontare il problema. Però, nella stragrande maggioranza dei casi si parla di masturbazione maschile. Rarissimi cenni a quella femminile, si pensava poco diffusa. La cultura riformata, cioè quelli che chiamano Protestanti, era ancora più severa di quella cattolica nei confronti della masturbazione. Risale, forse, all’Inghilterra puritana del ’600, la tremenda pratica dell’anello. In uso nei collegi maschili, consisteva nell’infilare nel prepuzio un anello di metallo in modo che il perverso giovane non potesse scoprire il glande e procedere all’autosoddisfazione; con conseguenze facilmente immaginabili sul piano igienico. Nei pochissimi collegi femminili, si legavano fra loro i pollici delle allieve onde non potessero toccarsi e dormissero sonni tranquilli.
D’altronde, lo stesso sesso era aborrito. Le coppie regolarmente sposate dovevano evitare qualsiasi osceno toccamento fra di loro, procedere all’atto della penetrazione, indossando camicie da notte con un buco nel punto strategico e, una volta avvenuta l’eiaculazione, il marito doveva immediatamente levarsi dal talamo nuziale e pregare fortemente Dio affinché lo perdonasse per la goduria immonda appena provata. Della moglie, nessuna parola. Anzi se v’era orgasmo, da parte della donna, significava che questa o era estremamente lasciva oppure, nella maggior parte dei casi, stava per esser preda del demonio, se già non lo era.
Tutti questi provvedimenti, purtroppo per i benpensanti, non ottennero l’effetto sperato.
Samuel Pepys, lo afferma egli stesso, frustò a sangue un valletto sorpreso nel momento culminante del finale travolgente dell’autoerotismo; e bastonava il proprio figlio per prevenire nel ragazzino la tentazione all’onanismo. Alla fine del ’600, una madre fu processata perché aveva ridotto quasi un fin di vita sua figlia, a suon di cinghiate; la donna si difese, dicendo che lo aveva fatto perché la ragazza faceva le cosacce: venne assolta.
Caso quasi limite quello accaduto in Francia nel 1698. Una prostituta soddisfaceva i propri clienti, soddisfacendosi da sola. Cioè, alcuni uomini la pagavano affinché lei si masturbasse davanti a loro.
Cinquanta colpi di verga, il marchio rovente sulla spalla e, procedimento inaudito!, un’altro marchio a fuoco sul basso ventre, in posizione strategica, le tolsero, forse, per sempre questo vizio!
Quando praticata in età adulta, la masturbazione assume connotati degni dell’intervento della psichiatria, ma bisogna fare, anche in questo caso, delle distinzioni. In una società prettamente maschilista, che bada(va) soltanto al piacere sessuale del maschio, osservare una donna, magari di nascosto, mentre cercava di raggiungere da sola l’orgasmo era eccitante ed oggetto di qualche licenzioso brano letterario. La stessa cosa fatto da un uomo adulto, era oscena!

A detta di molti storiografi, il XIX fu il secolo più sessuofobico in assoluto. Dopo la “esplosione” libertina della Rivoluzione e del ventennio napoleonico, in cui si permise perfino alle donne di recitare in teatro con enorme scandalo dei giovani adolescenti che avrebbero potuto rimanere turbati da simili visioni di femmine esposte alla vista di tutti (lo scrive Silvio Pellico), la censura calò come una cappa.
Il nostro tema non si affrontò più. Si punì brutalmente e basta! Riprese su scala vasta, l’uso di infibulare i giovanetti con l’anello al prepuzio. Ma ci fu anche di peggio. Intorno al 1820, nei riformatori, nei collegi, nelle comunità esclusivamente maschili britanniche il sadismo e la pederastia imperavano. Ogni mattina i sorveglianti controllavano attentamente e con puntiglio le lenzuola, e se queste venivano trovate bagnate…
si finiva sulla Madama nudi come vermi… e ti frustavano sul posteriore…almeno tre dozzine…e il sorvegliante ti strofinava cinque o sei o perfino dieci volte il manico del Gatto fra le natiche sanguinanti, dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso….
Questo brano fu citato dai “Democratici” (anche se allora non si chiamavano così) in una seduta del Parlamento scozzese, nel 1851, per decidere di abrogare le punizioni corporali nei riformatori. Il gesto stesso, passare il manico della frusta (simbolo fallico) nello spacco internaticale , rimandava inequivocabilmente al gesto che aveva compiuto il punito!
Ai mozzi delle navi da guerra era severamente proibito masturbarsi. Potevano masturbare i marinai ed i superiori, ma non loro stessi. Il Bacio della Figlia del Cannoniere era sempre in agguato! Si distendevano, le brache calate, sopra un affusto di cannone ed il guardiamarina, o chi per lui, frustava il povero mozzo con un frustino di legno o di bambù per mezzo tocco (all’incirca un quarto d’ora). Poi, al mozzo ferito toccava “andare a riva”, cioè arrampicarsi sulle sartie fino alla coffa. Alcuni non ce la facevano e ricadevano giù sfiniti: se sopravvivevano, erano sodomizzati da alcuni membri dell’equipaggio, spesse volte.
Florence Nightingale adombra, nelle sue numerose lettere, il fatto che alcuni soldati feriti, quelli meno gravi naturalmente, si concedessero a questo vizio “…che menoma il corpo e danna l’anima..”
Dell’autoerotismo femminile, nessuna parola. Eppure, nel collegio di Southampton il nuovo Regolamento, stilato nel 1873, imponeva alle fanciulle che, diciamo così, indulgevano un po’ troppo nei toccamenti, una o più docce gelate e, subito dopo, qualche buona vergata, al minimo una dozzina. Ovviamente, purché le colpevoli avessero meno di 15 anni, perché la legge proibiva di frustare le ragazze maggiori di questa età.
Non così in Germania. La Flugge era sempre pronta per queste scostumate. Anzi, la si adoperava a scopo preventivo, addirittura. “ Si dia una buona battuta alle ragazzine ed alle signorine, in modo tale che, essendo contrite ed addolorate, abbiano ad altro a cui pensare…” recita una specie di manuale per l’educazione delle giovani fanciulle, pubblicato ad Heidelberg intorno al 1870.
Richard von Krafft-Ebing, nella sua Psycopathia Sexualis del 1886, considera la masturbazione alla stregua delle peggiori perversioni sessuali, anzi, proprio data la diffusione di tale patologia, addirittura la peggiore in assoluto. Vizio osceno che porta immancabilmente alla cecità. In più se a masturbarsi è una persona adulta, essa dev’essere immediatamente ricoverata in manicomio. La masturbazione femminile, poi, è chiarissimo e lampante sintomo di isteria; e questa malattia, allora, si curava con bagni gelati alternati a bagni bollenti e con bastonate sul ventre e sul sedere; soltanto in casi gravissimi di isteria, si ricorreva alla trapanazione del cranio o all’isterectomia.
Qualche anno più tardi, il medico italiano Mantegazza scrive, senza peli sulla penna: “anche le bambine e le fanciulle si masturbano, ma assai meno spesso che i maschi [perciò] è assai più facile correggere una bambina che un bambino da questo vizio. Però, non è facile persuadere una donna voluttuosa, che certe gioie artificiose sono poco sane, poco morali e che devono essere posposte alle soddisfazioni della natura”.
I parroci facevano di tutto per impedire, o, almeno, limitare, quest’immondo peccato e convincevano le madri a controllare la propria prole, in ogni ora del giorno. “Qualche scapaccione, qualche frustata persino, possono salvare l’anima del giovinetto” (cardinale Ferrata).
Alla metà degli Anni ’50 del XX sec., affermatesi le teorie di Freud e di altri psichiatri, la masturbazione cominciò ad esser considerata non negativamente, anzi, in certi casi, pulsione naturale che coinvolge pure la fantasia e prodromo della sessualità vera e propria. Purtuttavia, le resistenze a questa “rivalutazione” permasero e permangono.
O no?

Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

... Continua ...







Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 14)


«Ti amo»

Così, con quelle due semplici paroline sussurrate nel mio orecchio, si chiuse la telefonata con Eric.
Quei dolci verbi si agganciarono come un amo al mio cuore, e lottarono per riprendersi ciò che Patrick gli aveva portato via.
Eric come al solito era via per lavoro e io ero appena rientrata da Roma, dopo aver trascorso con Patrick la notte più trasgressiva della mia vita.
In poche ore avevo infranto tutti i limiti che ancora m'imbrigliavano. Avevo disintegrato ogni tabù e scoperto gli infiniti piaceri concessi solo a chi libera l'istinto senza pregiudizi e remore. Quella notte lo avevo fatto per la prima volta con una donna, con uno sconosciuto e avevo fatto l'amore con Patrick fino all'ultimo istante prima di fare ritorno alla vita di sempre. Al solo pensiero della sua carne gonfia di voglia dentro di me sentii la brama travolgermi nuovamente.

Eppure ero lì, seduta sul letto, distrutta dal sonno, avvolta dalla penombra e dall'odore di chiuso di una casa ultimamente troppo deserta, a sciogliermi per le dichiarazioni d'amore di mio marito.
Mi dividevo fra Eric e Patrick, ma in realtà li avrei voluti entrambi nello stesso letto insieme a me.
Più passava il tempo e più anche il solo pensare di privarmi di loro mi sembrava un abominio, una violenza, uno scempio contro natura, contro la mia stessa natura.
Sesso più sfrenato e dolcezza più sublime insieme, amore e desiderio fusi, talmente uniti da non distinguere più il confine fra l'uno e l'altro. Quanto amore c'era nella folle attrazione che provavo per loro? Quanto, in quella che loro sentivano per me?
Ero stanca, erano quasi ventiquattro ore che non chiudevo occhio, ma ero troppo inquieta per dormire. Decisi di farmi una doccia per rilassarmi un po'. Aprii le imposte, la brezza mattutina turbinò nella stanza scacciando l'aria logora che vi poltriva. La città dormiva ancora, immersa nella quiete irreale che precede il miracolo di un nuovo giorno. Mi parve di essere l'unico essere vivente sulla faccia della terra.
Mi spogliai gettando gli abiti sul letto e mi chiusi dentro la doccia.
L'acqua si tuffò sui miei capelli, mi solleticò i capezzoli e mi avvolse nel suo tepore. Sentii i muscoli sciogliersi e i nervi illanguidirsi sotto quel caldo massaggio.
Le parole di Eric mi ronzavano ancora nella testa, così come la sua voce calda e vellutata che mi faceva ancora fremere di desiderio come la prima volta che l'avevo sentita. Mi scivolava dentro come olio caldo e profumato che avvolgeva i miei sensi e penetrava nella mia carne fino a guizzare fra le mie cosce schiudendo le porte delle mie più segrete voglie.
La folle notte appena trascorsa non era bastata a quietare la mia fame. Ne volevo sempre di più, non ero mai sazia. Bastava un nulla: una voce, un oggetto, un profumo o un pensiero per accendermi di desiderio, e non avevo pace fino a quando la mia orchidea non era soddisfatta. Lei aveva sempre la meglio. Era lei a guidarmi, a soggiogarmi ed io non potevo fare altro che ubbidire ad ogni suo ordine. Ero sua schiava.
Mi piaceva guardarla. Ero incantata dalla perfezione dei suoi anfratti.
Dalla notte in cui Patrick mi aveva fatto fare l'amore con me stessa davanti allo specchio, non avevo più smesso.
Me lo mettevo fra le gambe e ammiravo il mio sesso in tutta la sua voluttuosa lussuria. Guardavo le mie dita scorrere attraverso quegli anfratti, aprire i petali luccicanti di dolce miele e sparire inghiottiti dai famelici pertugi.
La mia fame era diventata tale che li violavo con qualsiasi cosa stuzzicasse la mia fantasia. Mi eccitava vedere gli oggetti più impensabili entrare e uscire dalla mia carne, aprire la bocca fra le mie gambe e sfamarla con sapori sempre nuovi. Ogni superficie regalava sensazioni diverse: quelle più lisce scorrevano come imbrattate d'olio, quelle più ruvide o gommose rendevano la penetrazione più lenta e stimolante. Nessun oggetto era uguale all'altro.
Ai miei occhi, il mondo era colmo, pieno zeppo di giocattoli erotici. 
Quel mattino non feci eccezioni.
Allungai la mano fra le gambe e carezzai la pelle calda e bagnata del mio sesso. Un gemito schizzò dalla mia gola.
Carezzai delicatamente le ali ancora chiuse e impazienti di spiccare il volo. Un fremito mi colse quando sfiorai i famelici lembi che sbucavano fra i petali. La brama di godere mi voleva costringere a tuffarmi sul clitoride, ma volevo allungare il piacere il più possibile, come mi aveva insegnato Patrick. Non volevo un orgasmo sbrigativo che sicuramente non mi avrebbe soddisfatta, ma ne volevo uno dirompente, scioccante, esplosivo.
Afferrai le grandi labbra con una mano, il clitoride schizzò fuori avido di carezze. Lo picchiettai, poi scivolai con un dito fra le ali ingigantendo le mie voglie.
Il miele riempiva quei meandri lussuriosi insieme all'acqua. Appoggiai un piede al muro allargando le gambe, presi il microfono della doccia e lo puntai fra le mie cosce. Il getto colpiva con foga la mia pelle. Decine di piccolissime mani che colpivano il mio fiore dissetandolo come una provvidenziale pioggia estiva.
Mi sedetti a terra quasi sdraiandomi e sollevai il bacino. Il mio frutto era pronto per ricevere tutto il piacere possibile.
Puntai il getto sul clitoride. Un grido di piacere si levò nel silenzio. La foga dell'acqua mi lasciò senza fiato.
Picchiettava, massaggiava, scivolava fra i petali, carezzava le fessure come un'insaziabile amante.
Allargai le labbra donandomi completamente all'acqua e violai la mia fessura con due dita.
I miei gemiti riecheggiavano nel silenzio, ma non mi bastava.
Afferrai la spazzola dal portaoggetti e avvicinai il manico allo stretto e pulsante pertugio. Premetti opponendomi alla timida resistenza e lo varcai. L'estasi mi rapì.
Il piacere cresceva e cresceva, lento e inesorabile, e avviluppava ogni pensiero, ogni respiro, fagocitando le mie ansie, i miei dubbi, le mie domande senza risposta, le mie paure e mi riempì di delizia e stordimento, finché dilagai nel delirio di un orgasmo che mi svuotò di tutto.






E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 14)


«Ti amo»

Così, con quelle due semplici paroline sussurrate nel mio orecchio, si chiuse la telefonata con Eric.
Quei dolci verbi si agganciarono come un amo al mio cuore, e lottarono per riprendersi ciò che Patrick gli aveva portato via.
Eric come al solito era via per lavoro e io ero appena rientrata da Roma, dopo aver trascorso con Patrick la notte più trasgressiva della mia vita.
In poche ore avevo infranto tutti i limiti che ancora m'imbrigliavano. Avevo disintegrato ogni tabù e scoperto gli infiniti piaceri concessi solo a chi libera l'istinto senza pregiudizi e senza remore. Quella notte lo avevo fatto per la prima volta con una donna, con uno sconosciuto e avevo fatto l'amore con Patrick fino all'istante prima di fare ritorno alla vita di sempre. Al solo pensiero della sua carne gonfia di voglia dentro di me, sentii la brama travolgermi nuovamente.
Eppure ero lì, seduta sul letto, distrutta dal sonno, avvolta dalla penombra e dall'odore di chiuso di una casa ultimamente troppo deserta, a sciogliermi per le dichiarazioni d'amore di mio marito.
Mi dividevo fra Eric e Patrick, ma in realtà li avrei voluti entrambi nello stesso letto insieme a me.
Più passava il tempo e più anche il solo pensare di privarmi di loro mi sembrava un abominio, una violenza, uno scempio contro natura, contro la mia stessa natura.
Sesso più sfrenato e dolcezza più sublime insieme, amore e desiderio fusi, talmente uniti da non distinguere più il confine fra l'uno e l'altro. Quanto amore c'era nella folle attrazione che provavo per loro? Quanto, in quella che loro sentivano per me?
Ero stanca, erano quasi ventiquattro ore che non chiudevo occhio, ma ero troppo inquieta per dormire. Decisi di farmi una doccia per rilassarmi un po'. Aprii le imposte, la brezza mattutina turbinò nella stanza scacciando l'aria logora che vi poltriva. La città dormiva ancora, immersa nella quiete irreale che precede il miracolo di un nuovo giorno. Mi parve di essere l'unico essere vivente sulla faccia della terra.
Mi spogliai gettando gli abiti sul letto e mi chiusi dentro la doccia.
L'acqua si tuffò sui miei capelli, mi solleticò i capezzoli e mi avvolse nel suo tepore. Sentii i muscoli sciogliersi e i nervi illanguidirsi sotto quel caldo massaggio.
Le parole di Eric mi ronzavano ancora nella testa, così come la sua voce calda e vellutata che mi faceva ancora fremere di desiderio come la prima volta che l'avevo sentita. Mi scivolava dentro come olio caldo e profumato che avvolgeva i miei sensi e penetrava nella mia carne fino a guizzare fra le mie cosce, schiudendo le porte delle mie più segrete voglie.
La folle notte appena trascorsa non era bastata a quietare la mia fame. Ne volevo sempre di più, non ero mai sazia. Bastava un nulla: una voce, un oggetto, un profumo o un pensiero per accendermi di desiderio, e non avevo pace fino a quando la mia orchidea non era soddisfatta. Lei aveva sempre la meglio. Era lei a guidarmi, a soggiogarmi ed io non potevo fare altro che ubbidire ad ogni suo ordine. Ero sua schiava.
Mi piaceva guardarla. Ero incantata dalla perfezione dei suoi anfratti.
Dalla notte in cui Patrick mi aveva fatto fare l'amore con me stessa davanti allo specchio, non avevo più smesso.
Me lo mettevo fra le gambe e ammiravo il mio sesso in tutta la sua voluttuosa lussuria. Guardavo le mie dita scorrere attraverso quegli anfratti, aprire i petali luccicanti di dolce miele e sparire inghiottiti dai famelici pertugi.
La mia fame era diventata tale che li violavo con qualsiasi cosa stuzzicasse la mia fantasia. Mi eccitava vedere gli oggetti più impensabili entrare e uscire dalla mia carne, aprire la bocca fra le mie gambe e sfamarla con sapori sempre nuovi. Ogni superficie regalava sensazioni diverse: quelle più lisce scorrevano come imbrattate d'olio, quelle più ruvide o gommose rendevano la penetrazione più lenta e stimolante. Nessun oggetto era uguale all'altro.
Ai miei occhi, il mondo era colmo, pieno zeppo di giocattoli erotici. 
Quel mattino non feci eccezioni.
Allungai la mano fra le gambe e carezzai la pelle calda e bagnata del mio sesso. Un gemito schizzò dalla mia gola.
Carezzai delicatamente le ali ancora chiuse e impazienti di spiccare il volo. Un fremito mi colse quando sfiorai i famelici lembi che sbucavano fra i petali. La brama di godere mi voleva costringere a tuffarmi sul clitoride, ma volevo allungare il piacere il più possibile, come mi aveva insegnato Patrick. Non volevo un orgasmo sbrigativo che sicuramente non mi avrebbe soddisfatta, ma ne volevo uno dirompente, scioccante, esplosivo.
Afferrai le grandi labbra con una mano, il clitoride schizzò fuori avido di carezze. Lo picchiettai, poi scivolai con un dito fra le ali ingigantendo le mie voglie.
Il miele riempiva quei meandri lussuriosi insieme all'acqua. Appoggiai un piede al muro allargando le gambe, presi il microfono della doccia e lo puntai fra le mie cosce. Il getto colpiva con foga la mia pelle. Decine di piccolissime mani che colpivano il mio fiore dissetandolo come una provvidenziale pioggia estiva.
Mi sedetti a terra quasi sdraiandomi e sollevai il bacino. Il mio frutto era pronto per ricevere tutto il piacere possibile.
Puntai il getto sul clitoride. Un grido di piacere si levò nel silenzio. La foga dell'acqua mi lasciò senza fiato.
Picchiettava, massaggiava, scivolava fra i petali, carezzava le fessure come un'insaziabile amante.
Allargai le labbra donandomi completamente all'acqua e violai la mia fessura con due dita.
I miei gemiti riecheggiavano nel silenzio, ma non mi bastava.
Afferrai la spazzola dal portaoggetti e avvicinai il manico allo stretto e pulsante pertugio. Premetti opponendomi alla timida resistenza e lo varcai. L'estasi mi rapì.

Il piacere cresceva e cresceva, lento e inesorabile, e avviluppava ogni pensiero, ogni respiro, fagocitando le mie ansie, i miei dubbi, le mie domande senza risposta, le mie paure e mi riempì di delizia e stordimento, finché dilagai nel delirio di un orgasmo che mi svuotò di tutto.






Vicky & Susy (Racconto erotico – Capitolo 2)


Il mattino successivo colse entrambe con le mani fra le gambe l'una dell'altra.
Si erano addormentate così, carezzandosi a vicenda, e la prima cosa che fecero fu proprio tornare a coccolarsi per essere certe di riuscire a provare ancora le stesse sensazioni del giorno prima.
Il sole era già alto e non potevano certo restare chiuse in camera tutto il giorno senza destare sospetti. Così si rivestirono, scesero in cucina a fare colazione e sgattaiolarono fuori alla ricerca di un luogo appartato dove potersi divertire ancora fino all'ora di pranzo.
Era come avere fra le mani un tesoro nascosto di cui solo loro sapevano l'esistenza e di cui non vedevano l'ora di scoprirne le infinite potenzialità. La cosa che più le sorprese, però, era che era il loro stesso corpo a custodire questo strabiliante segreto e a dar loro tutto quel piacere. Cosa poteva esserci di sbagliato nel darsi piacere a vicenda, visto che il loro stesso corpo era fatto in modo tale da procurarlo? Quella piccola montagnola era lì fra le loro gambe esattamente come l'ombelico era sul ventre o come il naso sul viso. Se non era proibito toccarsi il naso, perché doveva esserlo per quel piccolo bottoncino?
Presero una coperta e si rintanarono nel fienile, il luogo dove si rifugiavano da piccole per sfuggire ai rimproveri della nonna. Salirono la scala a pioli che portava sul soppalco e stesero la coperta sopra la paglia illuminata dal sole che entrava dalla finestra. Da lì potevano tenere sott'occhio tutto senza essere viste.
Più attendevano, però, e più il formicolio in fondo al ventre cresceva. Si spogliarono interamente e spalancarono le cosce l'una di fronte all'altra, finalmente libere di darsi piacere.
Vicky non attese un secondo di più, scivolò con le dita fra le sue gambe e iniziò a carezzarsi il clitoride. Susy era fremente di desiderio, ma era anche incantata da quella visione. Restò con gli occhi incollati sul fiore della cugina ammirando quegli anfratti luccicanti di miele aprirsi al passaggio delle sue mani. Il rosa pallido della pelle delle cosce si accendeva in sfumature sempre più intense avvicinandosi alla fessura, fino a diventare quasi vermiglio al suo interno.
I crampi al ventre aumentarono. Il suo fiore reclamava attenzione, e lei lo accontentò.
Non appena le sue dita toccarono quegli anfratti si sentì nuovamente trasportata in un'altra dimensione, era come se tutto il resto sparisse, non contasse più nulla. In quei momenti esistevano solo lei e Vicky. Spalancò completamente le cosce e lasciò che fosse quell'infinito piacere a guidare le sue dita. Esplorò le sue cavità, giocò con le sue labbra, scivolò giù lungo la fessura, il perineo, poi tornò su, perché le sensazioni che quel bottoncino le regalava non avevano rivali.
I suoi occhi, però, erano tutti per Vicky. La guardò contorcersi sopraffatta e muovere convulsamente le sue dita sul suo sesso, varcare un po' la stretta soglia, uscire per tornare al clitoride, e rituffarsi ancora in quel pertugio.
Vicky era affascinata da quei misteriosi anfratti che si ritrovava fra le gambe. Era tentata di invaderli completamente, voleva scoprire cosa si provava penetrandoli, e così spingeva le sue dita sempre più in profondità sentendo il calore e la morbidezza dei suoi canali aprirsi per fare spazio alle sue dita e per poi richiudersi nuovamente. Scoprì che se il solo entrare e uscire da quella fessura non era poi granché, combinata con tutto il resto era qualcosa di talmente esplosivo che la portò a scalare la vetta del piacere in un lampo.
Raggiunse poi la cugina e le si mise fra le gambe per osservare da vicino il suo fiore carezzato dalle sue delicate dita, e ad esse aggiunse le sue.
La eccitava guardare la cugina toccarsi, e le piaceva farsi guardare da lei. Susy a quel punto levò la sua mano e lasciò che fosse la cugina a giocare con lei.
Vicky carezzò la pelle umida di Susy con entrambe le mani, massaggiando contemporaneamente ogni angolo del suo sesso, mentre lei, ansimante e sopraffatta, si lasciò andare sempre di più.
Vicky le afferrava il pube aprendo e chiudendo le sue mani, unendo le sue dita per poi spingerle in direzioni opposte: i pollici verso il basso si insinuavano fra gli anfratti custoditi fra le ali di Susy, mentre le altre dita correvano su verso il monte di Venere. Susy godeva per quelle carezze e ansimava stordita da quel piacere che avrebbe voluto che durasse in eterno.
Vicky le punzecchiava la pelle, la manipolava, la vezzeggiava, giocava col fiore di Susy come se fosse stata plastilina da modellare, scivolando fra la morbidezza del giovane vello della cugina e l'unguento che usciva da quelle pieghe vellutate.
Il profumo di Susy, la sua delicatezza, il rosso lucido e succoso che ricordavano la golosità di un frutto maturo, pronto per essere addentato, furono per Vicky un richiamo irresistibile. Era curiosa, Vicky, aveva fretta di scoprire ogni segreto di quel gioco proibito, voleva sapere fin dove poteva arrivare il piacere che quel pezzo di corpo regalava, così, avvicinò la sua bocca al sesso di Susy e v'insinuò la lingua.
Susy quasi gridò di piacere. Quel contatto morbido, umido e caldo la fece trasalire di godimento, mentre Vicky, fiera di quel successo, saggiò avidamente la pelle della cugina, succhiò le labbra, il bottoncino, non tralasciò nulla, nemmeno la fessura.
Susy ancheggiava spingendo il suo sesso contro la bocca della cugina in preda a spasmi di piacere che divennero sempre più irruenti e selvaggi finché si sentì finalmente esplodere.

Vicky poggiò il mento sul pube di Susy e la guardò sorridendo.

"Se questo è il sesso, mi piace da morire!" Esclamò Susy.

"Anche a me - Concordò Vicky - ed è solo l'inizio!"

Entrambe scoppiarono a ridere vittoriose. Insieme avevano scoperto i piaceri del sesso, e non avevano nessuna intenzione di fermarsi.


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