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Cristina

“Cristina?! Ma, che diamine….?!” strillò la madre.
Cristina, nell’ordine e in sequenza: guardò verso la porta, serrò le ginocchia, tolse la mano dalle mutandine, abbassò la gonna, fece cadere a terra il fascicolo che teneva nella mano sinistra, arrossì e sorrise alla mamma.
“Che stavi facendo?” gridò, ma a voce più bassa, la signora Silvana.
“Niente, mamma…sta..stavo leggendo…” la difesa della figlia faceva acqua da tutte le parti.
“Fammi vedere!” Silvana si chinò verso terra, per raccattare il fascicolo caduto. Rapida come un terzino che insegue l’ala avversaria, Cristina fece cadere il piede, con relativa scarpa da ginnastica, sopra quei fogli di carta. Ma il piede era piccolo, troppo piccolo per una rivista: sulla copertina, si vedeva chiaramente un fallo virile, mooolto virile, indirizzato verso…verso cosa? Giacché il tacco impediva la perfetta visuale del bersaglio.
“Che ci facevi con la mano nelle mutandine?” Domanda alquanto retorica della signora Silvana.
“Ohh, niente mamma! Un improvviso prurito…” l’ala avversaria era arrivata a fondo campo e si appresta al cross, che arriva puntuale.
“Stavi facendo le cosacce!” Il pallone spiove, pronto ad essere incornato dal centravanti.
“Ma no mamma, un prurito…” Miracolosa respinta del portiere.
“Un prurito? Bene, adesso lo vediamo…alzati e abbassale!” L’azione proseguiva tambureggiante nell’area affollata.
“Uffa, mamma: sono cose intime…” Palla allontanata.
“E se fosse un herpes? Fammi vedere!” Traversone, di nuovo.
Cristina sbuffò. Sollevò la gonna e si abbassò le mutandine. Mamma piegò la testa a guardarla. Sembrava annusarla. La rimirò. “Cristina, hai sedici anni…beh, quasi diciassette! Queste cose non dovresti farle, più!” Un attaccante a terra. Fischio dell’arbitro. Rigore?
La mamma: “No, tienile abbassate e girati verso il letto!” Rigore!
PACK PACK PACK. Reeeteee!
Ad ogni sculacciata, Cristina chiudeva gli occhi. Erano state una mezza dozzina soltanto, ma le faceva già male. E questo era niente….
Il tallone di Cristina insisteva prepotente a bloccare in terra il giornaletto.
“Alza la gamba…. Alzala, o ne vuoi ancora un po’?” mamma era davvero arrabbiata. Dopo il meritato vantaggio, seguitiamo a venire avanti, su tutto il fronte d’attacco.
Cristina sollevò il piede. Più veloce del vento, la mamma arpionò il giornaletto.
“Cos’è? Uccelli di Fuoco! E questo qui? Oddio, ma no?! Guarda che sozzerie, che vergogna! Ed io che credevo…” La mamma sfogliava, si soffermava sulle fotografie ed arrossiva, quasi soffocando, sdegnata. “Ah, fanno pure queste cose: non sapevo neppure che esistessero!” Beh, se non proprio una diga, la difesa regge.
Le materne mani arrotolarono il giornaletto porno e lo infilarono nelle capienti tasche del grembiule. “In bagno, a lavarti. Sozzona! Stasera, quando rientra tuo padre, glielo dico che…che leggi queste cose….” Non c’era molto da leggere, in realtà, Cristina guardava solo le fotografie.
Azione pericolosa, molto pericolosa: palla sul limite dell’area piccola.
Cristina non voleva fare la fine di tre anni prima, quando era stata bocciata all’esame di terza media. Il sedere le faceva male al solo ricordo. Oddio, la cinta di papà. Il popò rovente. Le stelle davanti agli occhi. Oddio nooo… “Va bene- fece materna la signora Silvana- ci parlo prima io, con tuo padre…adesso, te la vai a lavare, però!” Due fischi. Fine del primo tempo.
Palla al centro. Inizia la ripresa.
Rosso, viola, blu e di nuovo rosso: il colorito del signor Gervasio mentre ascoltava le parole di sua moglie. Tese la mano. Il giornaletto finì sul palmo aperto. Cristina avvampò, tentando di mescolare le molecole del proprio corpo a quelle del muro contro il quale stava appoggiata. La faccia di papà diventò terrea, subito a sfogliare le prime pagine (ce ne erano 32, Cristina le aveva contate e ricontate). Poi, il signor Gervasio chiuse esterrefatto le pagine. Diede un’occhiata al prezzo stampato sulla copertina, da bravo ragioniere. Millecinquecento lire! Metà della paghetta settimanale, anzi di più, visto che la paghetta di Cristina ammontava a duemila lire, ogni sabato.
“Criiistiiina!” Avanziamo inarrestabili, devastanti: palla a terra o in aria. Ci permettiamo finezze tecniche squisite.
“Ma papà, non l’ho comprato…l’ho trovato, così per caso nel bagno della scuola…” balbettò Cristina.
“Belle cose che leggete a scuola! Ai miei tempi, ….” il signor Gervasio cominciò. Palla respinta, ancora una volta.
“Gervasio, non cominciare con i ricordi. Stiamo parlando di tua figlia! Le vuoi dire qualcosa?” Niente da fare, passaggio filtrante in profondità.
“Ah, già…sì, … mmmh…non devi leggere queste cose….mmh..mai più, capito!” Palla respinta in corner. A fatica.
“Ma come, le dici così semplicemente: non devi leggere più queste cose?! Ma se stava facendosi…un…un…beh, lasciamo perdere! Gervasio, vuoi fare vedere a tua figlia che sei suo padre?” l’intervento di mamma. Serie di passaggi al limite dell’aria, pronti ad affondare o a cercare in alternativa la soluzione da lontano.
“ Beh, sì insomma…ti stai comportando male…non si fa così…” cominciò il signor Gervasio. Né tiri da lontano, né affondi: la situazione langue.
Cristina respirò. La mamma: “Comportarsi male? Se mia madre mi avesse scoperto, mi avrebbe spellato il culo a frustate. Gervasio! Dalle una bella lezione, a tua figlia!” Cambio. Entra il fuoriclasse per gli ultimi minuti della partita.
Il signor Gervasio prese tutto il coraggio che aveva, fece appello a tutta la sua vigoria e si alzò dalla sedia. Finta, finta…tiro! Fuori di poco.
Cristina si portò le mani sugli occhi. Non voleva vedere, non voleva vedere…
“Cristina vieni qua!” era stata la signora Silvana a parlare. La cucina Cristina la conosceva assai bene. Senza aprire le palpebre, fece quei pochi passi. Per ore, aveva seguitato a rimproverarsi: bisognava che chiudesse a chiave la porta della sua stanza, se fosse riuscita a trovarla, una chiave.
Poche, sporadiche azioni d’alleggerimento che non sortiscono effetto.
La mamma: “Piegati sul tavolo. Adesso, le sentirai!” Per sua fortuna, Cristina non aveva potuto vedere suo padre che si sfilava la cintura dai passanti dei pantaloni. Riprendono gli attacchi, senza tregua.
La gonna in alto. Le mutandine in basso. Il sedere scoperto. Un singhiozzo in gola. Gli spettatori trattengono il fiato: il gol è nell’aria.
Swiish Stumpf Ahia! Palo! Questa è jella….
La mamma: “Gervasio, forza! Energia…” Portiere la sfiora appena: traversa!
La mamma: “Dai qui, ci penso io….” Calcio d’angolo: area affollatissima.
Swishh Stumpf Ahia! Ahia! Ahia! Gooool! Goool! Goool!
Cristina tirò su con il naso: caspita se bruciava, era proprio rovente.
Ahia! Ahia! Tutti in mezzo al campo, a festeggiare: mancano pochi minuti, ormai.
Il papà: “Ma è tutto rosso! Le farai male…” Ma no! Ultimi scampoli di partita.
Ahia! Oddio! Ahia! Cristina era disfatta. Sette od otto cinghiate sul popò, e date dalla mamma, per di più, una che sollevava le taniche piene d’acqua come se fossero bottigliette vuote…
la mamma:“Fila in camera tua. Marsh” Triplice fischio: è finita!
La mamma: “Niente cena, digiuno. E non vengo neppure a vedere come stai. Marsh!” Siamo in finale: esplode la gioia incontenibile degli spettatori.