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China 10

So Han Peng non temeva affatto il bastone. Cosa erano le bastonate, la sofferenza in cambio dei momenti dell’estasi del piacere? E, poi, la piccola Ling non avrebbe mai parlato, neanche se l’avessero torturata. E, poi, chi avrebbe avuto il coraggio di denunciare lei, la vedova del mandarino Peng? La donna più rispettata, e più bella, della città?

Nella Cina del X secolo, l’omosessualità maschile era sopportata, ma solo negli strati più alti della popolazione. Quella femminile, no!, a nessun livello. Le donne che provavano piacere dai toccamenti erotici con altre donne, erano severamente punite e disprezzate. Si poteva finire, in sporadici casi particolarmente scandalosi, al patibolo, se si era scoperte a fare certe cose oscene in pubblico. Ma, prima di esser giustiziate, le colpevoli venivano torturate.
Un disegno, artisticamente molto valido, risalente agli anni 928-930, ci mostra uno di questi supplizi. Una donna è distesa nuda per terra. I polsi e le caviglie legati a quattro paletti, disposti in quadrato. Il carnefice in piedi accanto a lei solleva un bastone snodabile, simili a quelli che servivano a battere il grano. Sul ventre della donna si notano, facendo attenzione, i segni lasciati dalle bastonate precedenti.
La protagonista del nostro racconto è esistita veramente. A 16 anni, aveva sposato un importante funzionario imperiale di una provincia del sud della Cina, molto più anziano di lei. Le sei gravidanze avevano aggiunto bellezza alla bellezza già appariscente di So Han, che era rimasta vedova alla soglia dei 30 anni. Nonostante qualche profferta, So Han non si era più risposata: dato il suo grado, poteva permettersi di decidere autonomamente. Dopo che i figli furono ben sistemati, So Han si era ritirata in una casa lussuosa ma appartata dove conduceva vita estremamente ritirata, concedendosi pochissima vita di società ed ancor meno uscite pubbliche. La servitù che l’accudiva era composta esclusivamente di donne e ragazze. Solo ogni tanto si faceva ricorso ad uomini di fatica per i lavori pesanti.

La nostra storia inizia quando So Han Peng ha appena superato i 40 anni. La sua amante attuale ne aveva meno della metà. Anche Ling era molto bella, pur se di una bellezza diversa da quella della padrona: la discendenza da una famiglia contadina le aveva donato forme generose, ma lineamenti alquanto piatti. Il suo corpo, però, era estremamente affascinate, sensuale, eccitante. So Han se ne era innamorata subito. Non c’era voluto molto perché se la portasse a letto. L’aveva istruita nell’amore saffico, istruita bene, e la signora traeva estremo godimento dalle carezze, dai toccamenti che le faceva Ling. Un artigiano aveva confezionato una serie di falli virili, di finissima porcellana resistente, legati a raffinate cinture di seta o di cuoio di capretto. Alternativamente, la signora e l’amante li usavano, l’una per penetrare l’altra. Una sera, nel corso dell’ennesimo incontro, So Han chiese a Ling di farsi inculare. Un’ebbrezza che doveva assolutamente provare, così come l’aveva provata lei stessa, tempo prima, con un’altra amante. Si era adoperato, all’inizio, il fallo più piccolo, opportunamente lubrificato, e So Han aveva raggiunto l’estasi, tanto più che, mentre quel coso era dentro di lei, l’amante le titillava alternativamente la natura e i capezzoli. Sublime! Ling sarebbe stata restia ad accettare la proposta. Un po’ per ragioni cultural-morali, un po’ perché aveva sentito dire che faceva male. Però…
però quel giorno stesso era accaduta una cosa assolutamente inaudita.
La vecchia Liù, la più anziana delle domestiche della casa, aveva accusato davanti a tutte una giovane servetta di averle rubato un paio di orecchini. Dinanzi ai dinieghi dell’accusata, So Han aveva ordinato che si perquisisse il letto della servetta. I due orecchini furono trovati sotto la sua stuoia. Ce li avrebbe potuti mettere chiunque, si difese la servetta. Questo atteggiamento protervo di una ragazzina appena quattordicenne, aveva irritato So Han. La canna!, aveva ordinato la padrona.
Da tanti anni, in quella casa, la canna non si usava più nei confronti delle serve, ma forse questo era il momento giusto per utilizzarla. La colpevole fu denudata completamente, legata di traverso a una stanga, polsi e caviglie legate assieme, le gambe spalancate. Liù era troppo vecchia per maneggiare personalmente la canna. Toccò alla serva più robusta farlo. Di fronte a tutta la servitù, la fustigazione ebbe inizio. La canna di bambù, spessa e nodosa, calò per venti volte sul culo della servetta che, agitandosi, mostrava alle altre tutta la propria natura oscenamente aperta ed anche qualcosa d’altro, oscenamente aperto. A quello spettacolo, So Han, seduta, si era eccitata al massimo, così come Ling in piedi accanto a lei. E, la sera, l’eccitazione non era ancora passata.
So Han scelse un fallo di misura media, Ling lo umettò abbondantemente con una pomata. Si baciarono, si toccarono, si eccitarono vieppiù. Indi la nuda Ling si piegò in avanti, da sola allargandosi le natiche. Indossata la cintura, So Han la penetrò, dando possenti colpi di reni. Entrambe mugolavano di piacere, sull’orlo della goduria.
All’improvviso, il dramma!
Forse perché sollecitato troppo dai movimenti convulsi di So Han, il fallo di ceramica si spezzò ed una parte rimase nell’ano di Ling. Impossibile estrarlo, per una mano inesperta. La mattina dopo fu convocato d’urgenza un medico. Faticò molto a tirare fuori dal retto di Ling quel pezzo di porcellana. Il medico dovette addirittura infrangerlo per aver più agio. Fra le urla disperate di Ling, tenuta ferma da un paio di serve, fu estratto pezzo per pezzo. Più e più volte il dito del medico, intriso di unguento antiemorragico, passò dentro l’oscuro foro. Un intero laccio di lein d’argento sembrava aver tacitato l’uomo di medicina. Ma non fu così. Il medico, angustiato da vecchi rancori verso il marito di So Han, raccontò l’accaduto alle autorità. Nonostante la posizione sociale di So Han, il magistrato locale non poteva ignorare la denuncia, le indagini furono molto discrete e delicate e ben presto ci si convinse che So Han era una donna-maschio, espressione alquanto poco poetica per indicare una femmina che indulgeva ai piaceri saffici (ma i Cinesi non avevano mai sentito parlare del tiaso di Lesbo!). Decisiva la testimonianza della servetta fustigata per ordine della padrona. La quale raccontò delle strane usanze sessuali di So Han, accusandola anche di efferatezze che la padrona non aveva mai commesso.
Le leggi imperiali non si potevano ignorare né disattendere. Il Governatore, interpellato, espresse il proprio ordine. Niente scandalo, niente clamore. Tutto nella massima riservatezza. Una portantina chiusa trasportò So Han alla Casa di Giustizia. Le furono imputate le proprie colpe. Lei negò, sdegnata. Allora, le portarono davanti Ling. Era bastate quattro vergate sotto la pianta dei piedi, per sciogliere la lingua alla giovane. Ling fu spogliata e costretta ad esibire il suo ano ancora tumefatto. Fra le lacrime, rivelò le pratiche oscene con la padrona ed il motivo della sua condizione attuale, che le recava estremo dolore, soprattutto al momento di evacuare l’intestino. So Han impallidì di rabbia, di sdegno e di tutti i nobili sentimenti che albergavano nel suo animo. Otto colpi di bastone, le propose il magistrato, così tanto per la forma: scontata la pena, l’avrebbero riaccompagnata a casa, dietro promessa da parte sua di non fare più queste cose (almeno di non farsi scoprire, aggiungiamo noi).
La risposta di So Han dev’essere stata alquanto piccata.
Non ci volle molto ai poliziotti per denudarla completamente e distenderla sul tavolo delle punizioni, le gambe tenute ben larghe. Il boia doveva esser stato ben istruito dal magistrato. Il bastone era di legno pieno, lungo quanto un avambraccio e spesso in proporzione. Dato il suo comportamento protervo, la condannata avrebbe ricevuto dieci colpi. Dall’ombelico alla parte superiore delle cosce. Non furono inferti con eccessiva violenza, ma facevano male lo stesso: probabilmente, So Han urlò di dolore. La bastonatura ebbe termine. Veniva adesso la parte peggiore per la condannata, una specie della pena del contrappasso.
Due poliziotti le sollevarono in alto le gambe. Questo era di grezzo legno, non di fine porcellana. Ed era anche grosso, molto grosso. E non era stato per niente unto, prima. Il carnefice ne accostò la testa arrotondata all’ano di So Han e lo spinse dentro, per tutta la sua lunghezza, fino in fondo. Qualche ora più tardi, la portantina anonima lasciò la Casa di Giustizia e depositò una sconvolta e dolorante So Han nel cortile della propria casa.

Il carnefice che aveva eseguito la punizione si chiamava Huo Pang e diventò, molto più tardi, “primo boia imperiale”; ci ha lasciato una specie di libro di memorie, pubblicato nel 2002 e, in traduzione inglese, nel 2009. La protagonista è reale. Il resto è frutto di fantasia.