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OLIVER

VICTORIAN AGE last episode
Oliver Cromwell Packerdrige aveva avuto molti soprannomi nelle sua lunga vita, e tutti inerenti la propria stazza. La sua povera mamma lo chiamava Ciccio. A scuola i compagni lo sbeffeggiavano con Paky, che sembrava assonare con il suo cognome ma che in realtà era il diminutivo di Pachiderma. Per lungo tempo, i suoi allievi lo chiamavano, in privato e fra di loro, Hyppo come abbreviazione di Ippopotamo e non certo del dotto sant’ Ippolito o del medico Ippocrate. Però, se Oliver li sentiva adoperare questo nomignolo, erano momenti non belli per colui, o coloro, nella cui bocca aveva aleggiato simile parola. Riceveva una punizione tale da non potersi sedere per un periodo oscillante fra una e tre settimane.
Oliver superava di gran lunga il quintale di peso e, per rendersi mefistofelico, in modo da deviare l’altrui sguardo dalla propria epa, fin da giovane si era fatto crescere la barba, lunga e incolta, rossiccia e poi giallastra intorno alle labbra, giacché, fra i pochi vizi di Oliver, non ultimo era quello del fumo: un buon sigaro ogni tanto. Tant’è che nell’anno scolastico 189*, il giovane Arwell lo definì come la Grande Ciminiera. Dovette mutare l’aggettivo in Dotta, subito dopo che la magistrale bacchetta di Oliver gli segnò per bene le natiche.
All’età di quarantasei anni, otto mesi e quattro giorni, Oliver decise che era giunto il momento di pensare seriamente al fidanzamento. Aveva messo gli occhi sulla signorina Penelope Clovis Austen Borwell, che abitava nello stesso suo quartiere. Consona d’età, graziosa più che bella, era colta ed intelligente; Oliver la giudicò buona scelta. La frequentò per un paio di settimane e, accertata una certa consonanza di gusti con la ragazza, si risolse a chiederle la mano. Anzi, la chiese alla di lei genitrice, una simpatica vecchietta ultraottantenne leggermente svampita: costei, leccando il lollypop che era suo unico nutrimento, non ebbe alcuna remora a concedergliela.
Ovviamente, Oliver parlò a lungo con Clovis all’immediata vigilia delle nozze. Nelle due ore di colloquio,tenne a precisarle che, non essendo un tipo violento, mai l’avrebbe picchiata con schiaffi e pugni, omettendo tuttavia di dirle che avrebbe preferito di gran lunga sculacciarla. Ed essendo, nel contempo, uomo di larghe vedute, sorvolò sul fatto che Clovis sapesse ben poco cucinare, ché avrebbe rimediato lui con la maestria che lo contraddistingueva anche tra i fornelli. Che poi ella non fosse più illibata, giacché qualche, parecchi anzi, anno prima aveva ceduto alle profferte di uno scapestrato giovane, era del tutto secondario: tanto, lei non era più fertile e la cosa, quindi, poco importava.
I due piccioncini, alquanto maturi, si concessero una sontuosa luna di miele a Londra, visitando i luoghi del sapere e della cultura e un pomeriggio si concessero un viaggio in metropolitana, che generò un qualche turbamento in Clovis, affetta da una leggera forma di claustrofobia.
Le giornate trascorrevano monotone, ma essenziali. Egli, impegnato nel suo duro lavoro di docente, lei a casa, dove talvolta riceveva qualche amica oppure dalla sua propria mamma, ancora in discreta salute fisica.
Nel primo anno completo di matrimonio, soltanto una volta Oliver sculacciò l’amata consorte. Ella fu la prima a riconoscere le buone ragioni del marito, nel farlo, ed accettò il castigo senza fiatare. Induta soltanto della camicia da notte, Clovis si inginocchiò ai piedi del proprio letto, appoggiò il busto sul materasso ricoperto dalla cerulea coltre, si alzò la parte terminale della suddetta camicia, anch’essa cerulea come la coperta, e porse le piccole natiche scoperte alla giusta punizione.
Oliver adagiò la propria massa su un’ampia poltrona, die’ di piglio ad una Flugge che gli aveva regalato un collega germanico e con essa menò dodici colpi sul deretano di Clovis. Colpi non forti né schioccanti ma che, comunque, arrossarono per benino quelle due melucce. Clovis non emise un solo lamento, durante. Finita l’operazione, Oliver si sentiva alquanto turbato. Rispettosamente, chiese alla moglie se le andasse di assolvere ai doveri coniugali. Ella si schermì, affermando che le sei del pomeriggio, e di domenica per giunta, erano orario alquanto fuori dal comune per tali cose.
Allora Oliver, senza neppure alzarsi, le ingiunse di riprendere la posizione, ché forse ella aveva bisogno di ulteriore scaldata in codelle parti. Immediata la reazione della donna: la camicia, l’intera camicia!, finì sul letto ed ella, rimasta nuda siccome neonata, per questa seconda fase, scelse di restare in piedi, le gambe leggermente divaricate, le ginocchia ben tese. Oliver si irritò alquanto, poiché avrebbe dovuto levarsi in piedi per ben sculacciare ad agio la consorte: con un sospiro, accettò codesto sacrifizio. La Flugge schioccò per mezza dozzina di volte. I mugolii di Clovis si levarono, se non proprio al cielo, almeno fino al soffitto. Passando la mano sopra la serica, benché ora rubescente, pelle, Oliver percepì che essa era più che calda, quasi bollente. Egli prese la decisione quindi di smettere con quella violenza e, con un certo sforzo, si incamminò per dirigersi nel suo studio, onde riporre la Flugge nell’apposito cassetto. Aveva appena compiuto la delicata operazione, che, nel voltarsi, gli apparve Clovis, ancora ignuda, le gote rubizze, gli occhi spalancati. Si abbarbicò al collo del marito e, sollevandosi sulla punta dei piedi, gli sussurrò all’orecchio: “Almeno, ti ricordi come si fa?”.
BK