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Due donne

Catherine di Montecinereo e Françoise Giraud erano diversissime fra loro. Altera, snob, allampanata l’aristocratica. Facilona, approssimativa, rotondetta la sarta.
Anche le loro vite, ovviamente, erano state differenti. Nell’alta società l’una, nella piccola borghesia l’altra. Una sola cosa le accomunava: la passione per la fessée, la passione per dare e ricevere le sculacciate. E proprio per questo diventarono amanti e la loro relazione, una volta scoperta, fece sensazione, per via di certi dagherrotipi osé….
Ma andiamo con ordine.
Per il conte era molto disdicevole picchiare la figlia. Casomai, se proprio era inevitabile, qualche sculacciata gliela poteva dare la sua istitutrice, che la seguiva negli studi non essendo consono alla rampolle della nobiltà frequentare le scuole pubbliche. Soltanto che Brenda, l’istitutrice, non si limitava a sporadiche pacche sul sedere di Catherine, almeno non più da quando lei era entrata nell’adolescenza. In casi molto gravi, la faceva distendere sulle proprie cosce, le apriva i mutandoni e la sculacciava sonoramente, più spesso a mano nuda, talora con il dorso della spazzola da toilette. Fu proprio durante l’ultima sculacciata datale da Brenda, che la contessina realizzò alfine che avere il deretano rosso e rovente non le dispiaceva per niente.
Diverso, molto diverso per Françoise. Sua madre non gliele mandava certo a dire. Se era necessario, le scopriva il culetto e gliele dava forti forti, davanti alla sorellina e al fratellino che erano tutti contenti, quando non toccava a loro prenderle.
Un dramma irruppe nella dorata vita di Catherine. Suo padre si era suicidato, perché rimasto senza un soldo. Undici mesi dopo, lei, squattrinata, accettò l’asfissiante corte del conte, che era molto più vecchio. Non fu affatto un matrimonio felice. Il conte si rivelò un uomo gretto e brutale, avaro e perfino ignorante. Quanto ai loro rapporti intimi, cessarono del tutto sei mesi dopo le nozze.
Françoise, invece, non si era mai sposata. Era stata innamorata, questo sì, perfino fidanzata con un giovane che lei riteneva bravo, ma che si rivelò una canaglia. Dopo che lei gli ebbe concesso la massima prova d’amore, cioè due baci in bocca ed una palpatina al seno, lui l’abbandonò per seguire un’altra, una sciacquetta. E Françoise rimase depressa, a lungo. A 20 anni, passò da caterinetta a sartina, a 25 diventò prima lavorante e, finalmente, alla soglia dei 30 sarta rifinita. La mancanza di un uomo non le pesava affatto, checché ne dicessero le maligne compagne. Quando ne aveva voglia, cioè una o due volte l’anno più o meno, Françoise si spogliava nuda davanti allo specchio e si auto sculacciava. Dopo di che, con il posteriore ben caldo, faceva quelle cose che alcune femmine snaturate, neppur degne del nome di donna, fanno da sole.
Catherine andava con gli uomini,ma in maniere assai discreta.
Preferiva quelli del basso ceto, che avevano la mano pesante e dura nello sculacciarla e, ancora calda pur’essa, gli si concedeva in amplessi fedifraghi. Al contrario, se sentiva imperioso il desiderio di sculacciare qualcuno, preferiva i giovani, artisti, intellettuali, studenti. Avevano il culetto tenero tenero, che si arrossava facilmente, sussurrava loro all’orecchio, prima di batterli con vigorose manate sul posteriore.
Il destino cinico e baro fece sì che queste due donne finissero ad abitare sotto lo stesso tetto. I tradimenti di Catherine non erano proprio sfuggiti al conte che, al termine dell’ennesima lite, ingiunse alla moglie di lasciare il tetto coniugale, senza scandalo e senza fiatare. La contessa di Montecinereo andò ad abitare in un quartiere che non era il suo, dove nessuno la conosceva. E per dirimpettaia, sullo stesso pianerottolo, aveva Françoise. Si incontravano quasi ogni giorno, quando l’una usciva per andare a lavorare e l’altra per sbrigare commissioni.
Poi, una notte, Catherine, troppo smaniosa per dormire (cosa che le capitava da un po’ di tempo), udì degli stani rumori provenire dalla casa della vicina. Accostò l’orecchio al muro. Ciaff! Ciaff! Ciaff! Il rumore inconfondibile degli sculaccioni. Dopo un bel po’, il rumore ebbe termine. Con l’aiuto di un calice di cristallo, Catherine aguzzò l’udito. Strano! Non si sentiva altro suono, non certo quelli generati da roventi amplessi; soltanto qualche gemito sommesso di tanto in tanto. Poi, silenzio assoluto. Catherine accostò l’uscio, spiando casomai vedesse uscire l’amante della vicina di soppiatto. Nessuno uscì da quella casa.
La prolungata astinenza sessuale, unita alle difficoltà economiche, rendevano alquanto nervosa la contessa di Montecinereo. E, adesso, c’era anche la curiosità. Qualche allusione, qualche discreta domanda nei loro fugaci incontri sul pianerottolo, convinsero Catherine che Françoise era un’amante della fessée, esattamente come lei, soltanto che alla sartina mancava chi gliele desse perbene.
Un sabato sera, Catherine bussò alla porta dirimpettaia. Aveva indossato abiti particolari. Pantaloni neri, molto aderenti in alto, svasati in basso; scarpe nere a stivaletto; camicetta bianca ornata di voilà ai polsini, ma senza bottoni per metà dello sparato. Niente coulottes né fascia. E portava un dono per quella che ormai considerava quasi un’amica o, almeno, una coi suoi stessi gusti.
Françoise fu stupita da quell’inattesa visita, dacché si preparava a coricarsi. Null’altro addosso se non la camicia da notte e la vestaglia, piedi nudi nelle babbucce. Preoccupata, fece entrare in casa la vicina aristocratica. Si sedettero sul divano del salottino, come buona educazione prescrive.
Non è mai stato del tutto chiarito nei particolari che cosa si dissero le due. Ne cosa fecero a quel primo incontro senza testimoni. Ma gli incontri si susseguirono nelle serate seguenti.
“E’ che mi vergogno un po’!” fece la timida Françoise.
“Non devi affatto vergognarti, son donna anch’io! Pensa quali sublimi vette del piacere potrebbe farti raggiungere questo coso, manovrato a dovere: ed io ho lunga esperienza nell’adoperarlo…dai vieni qui…se non ti piacesse, se ti facessi troppo male, puoi sempre fermarmi…e, dopo, se vuoi, puoi tu stessa fare la stessa cosa con me…” replicò convincente Catherine.
Timorosa, non del tutto sicura, la rotondetta sarta con mani tremanti sciolse le mutande. Era nuda, ora. Catherine cercò la posizione più comoda, seduta sul letto. Françoise distese il proprio corpo, il peloso pube a contatto con i pantaloni dell’amica, sulle cosce. La claquette fu molto delicata, all’inizio. Piccole pacche, leggere, nient’affatto dolorose. Poi l’insistenza ed il vigore delle sculacciate aumentò. La claquette faceva il suo tipico rumore schioccante, il paffutello sedere di Françoise cominciò ad assumere un bel colore rossastro. Lei si sentiva pervadere da ondate di calore che si trasformavano in liquide vampe di piacere. Sublime. Il fastidio sulla pelle era niente, rispetto alle sensazioni che l’intero suo corpo stava provando. Si sentiva tutta bagnata, come quando si autosculacciava, anzi molto meglio….disse a Catherine di fermarsi un attimo. Portò la mano al basso ventre e si rimise giù, pronta e desiderosa di ricevere altre sculacciate.
“Hai visto che non è stato affatto spiacevole? Vedo che hai raggiunto la petit-mort…io no! Ho bisogno di ben altro, io! Guarda: è come la tua…forse un po’ meno rilevata, ma si tratta del tipo di personale… dai, leccala, infilaci la lingua, attorno, lungo i rilievi, dentro….prova no?! Mica puoi godere soltanto tu, in questa splendida dolce nottata…” e Catherine si distese con la schiena sul letto, le cosce ben aperte. Françoise era inesperta, ma ci mise tutta la buona volontà. Non ottenne grandi risultati su Catherine, ma, in compenso, ricominciò ad inumidirsi lei stessa.
Françoise era intatta. Fastidio facilmente superabile con l’ausilio di appositi attrezzi, fatti di un caucciù particolarmente trattato. Fu la contessa ad acquistarlo e ad usarlo. Françoise sentì una fitta dolorosa e nient’altro. Però, a sole ventiquattro ore di distanza, fu molto bello per la sarta tenerselo dentro fino al limite, dopo che Catherine lo aveva spinto e tirato indietro, più e più volte simulando il membro carneo.
“Sai, cara, nessuno fra i miei amanti me lo ha mai messo di dietro! Qualcuno me lo ha chiesto, ma io ho rifiutato. Mi disse una volta una mia amica che si prova la stessa sensazione di come se facessi la pupù, ma al contrario. Ti va di farmela provare? Grazie, cara. Ma prima prendi la claquette e dammene 37: è il mio numero fortunato!” Non era più impacciata, Françoise: in sei mesi aveva imparato molto ed era capace di dare molto. “Aaarg! Fa male- mugulò Catherine- forse sarebbe stato meglio unger….Uah! Lascialo così, fermo…Tiralo fuori, ma piano, piano…. Non è stato un granchè, per niente! Sculacci divinamente, sai? Son umida davanti e calda di dietro, e non solo sulla pelle, ih ih ih…”
Catherine conobbe Jerome. Era un brav’uomo, abile nel mestiere. Le venne l’idea di chiedergli di andare a casa sua, per scattare delle fotografie. Fotografie molto particolari, molto intime. Françoise era titubante ad accettare, ma si lasciò convincere dall’amante. Jerome, poi, era omosessuale, le donne non gli piacevano proprio: quindi, non c’era da preoccuparsi!
Una domenica mattina, Jerome, macchina fotografica in spalla, si presentò all’appuntamento. Françoise era restia, ma Catherine le aveva detto che avrebbero potuto riguardare insieme le foto, ed eccitarsi meglio. Jerome scattò in tutto dieci fotografie. Un qualche turbamento lo provò anch’egli, perchè non soltanto le due avevano voluto ritrarsi seminude, ma pure in pose inusuali. Mentre si sculacciavano, ora l’una, ora l’altra, tenendo l’amica sulle ginocchia; oppure, altro scatto, mentre la piccolina colpiva con la claquette le magre chiappe della nobildonna e perfino!, cosa inaudita!, mentre usavano quell’affare di caucciù.
Due settimane più tardi, Jerome consegnò alla contessa le fotografie stampate. Ma trattenne per sé le lastre originali. Le modificò, coprendo con inchiostro nero le parti scoperte delle due protagoniste ed i loro volti. E rivendette le copie. Ad amatori del genere.
La scarsa abilità del diavolo nel fare i coperchi è ben nota. Una di tali fotografie pervenne per caso nelle mani del conte, ancora legalmente marito di Catherine, che la riconobbe subito nonostante il volto celato. Sarebbe stata un’ottima prova, la fotografia, per l’imminente divorzio, ma il nobiluomo non poteva certo sopportare lo scandalo: come aveva riconosciuto lui Catherine, poteva riconoscerla qualcun altro. E, allora, addio affari con il governo! E se giravano tali foto, ce ne dovevano essere altre in giro.
Lo squillo del campanello fu molto imperioso. Forse il postino, pensò Catherine: è sempre incavolato, quello! Aprì la porta e fu scaraventata per terra. Due energumeni, sicuramente du apache, giganteschi e bruti. Uno la tenne ferma, l’altro rovistò tutta la casa. Non trovò le fotografie (che, infatti, conservava Françoise). Si arrabbiò. Prese a schiaffi e a pugni la contessa, la insultò: nessuno udì le grida, nel palazzo vuoto. Mentre l’uno teneva ben piegata Catherine, l’altro si sfilò dai pantaloni la pesante cintura e l’adoprò dalla parte della fibbia. I pantaloni della nobildonna finirono a brandelli letteralmente, insieme a parte della pelle. Poi, entrambi i malviventi stuprarono Catherine.
Occorsero due settimane d’ospedale, di medicazioni dolorose prima che la contessa di Montecinereo fosse in grado di riprendersi. Françoise la vegliò per utto il tempo, non abbandonando mai il capezzale. Le cicatrici sarebbero rimaste per sempre, purtroppo. Con molto tatto, a mezze parole, e parecchie allusioni, il vice primario disse a Françoise che Catherine, di cui lei si era fatta passare per una lontana cugina, unica parente viva, non sarebbe mai potuta essere come tutte le altre donne. La tremenda violenza subita, in un momento così critico nella vita di una femmina, aveva lasciato conseguenze indelebili ed irreparabili, sia nel corpo sia nella mente.
Françoise e Catherine convissero altri otto anni insieme, incuranti delle chiacchiere. Una polmonite si portò via la contessa, nel gelido inverno del 1903. Fu, probabilmente, dopo la sua morte che Françoise distrusse le dieci fotografie originale. Qualcuna delle copie “purgate” da jerome, invece, si salvò. Un paio si possono trovare, attualmente, su internet.