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Claretta

Era una cosa enorme. Lunga più di mezzo braccio, larga più del pugno di un uomo robusto, e con una cannuccia spessa un dito. Non ci sarebbe mai entrata…. Zia Bice caricò la grossa siringa del clistere con estrema attenzione, la lingua fra i denti per non perdere neppure una goccia di liquido. Si girò, reggendola con entrambe le mani “Ancora così stai?” notò disorientata “Sul letto, subito! Scopri la parte…tutta…giù, giù quelle mutande! O preferisci che prima ti sculacci e poi te lo faccia? Come il mese scorso, ricordi? Forza, che se si fredda troppo bisogna farne subito un altro….” A Claretta non rimase che fare buon viso a cattivo gioco. Si alzò la gonna e si calò le mutande, e si distese sul letto, a pancia sotto. “Tira su quel culo, disgraziata!” zia Bice andava per le spicce. Finché era stato quello piccolo, era quasi sopportabile – pensò Claretta- ma questo è davvero troppo grosso “Ahi!” strillò. “Zitta! – replicò zia Bice, piccata- sono quattro giorni che non evacui, chissà quanta ce ne avrai dentro! Non ti agitare…per fortuna che l’ho mandato bene in profondità, altrimenti se seguiti a sculettare come una cavalla, sarebbe uscito tutto!” “Mmmmhhh, fa male!” protestò Claretta. “Ti faranno ancora più male gli sculaccioni che ti darò, se non stai ferma” l’avvertì la zia, niente affatto indulgente. Claretta, oltre il fastidio di dietro, cominciava pure a sentire il retto che si riempiva di liquido. In preda all’agitazione, sbatté un paio di volte le gambe sul letto. “Allora, proprio non vuoi stare ferma? Ebbene, dopo faremo i conti! Lento, lento ha detto il dottor Rossi. Non siamo neppure a metà…” zia Bice era proprio inflessibile. Gli occhi di Claretta si riempirono di lacrime: non ce la faceva proprio a stare ferma, costasse quel che costasse! Finì, mezzo secolo dopo. Claretta udì il Flop della cannula che usciva. Si sentiva pure la pancia in subbuglio: forse era la volta buona!, un altro così non l’avrebbe sopportato…. Zia Bice depositò la vuota siringa da un litro sul tavolino, accanto al bacile. Guardò sua nipote, sdraiata sul letto ancora con il sedere nudo; la toccò un velo di compassione per quella povera ragazza, che stava visibilmente soffrendo. La donna pensò che forse le sculacciate sarebbero state un po’ troppo…No!, scosse la testa. Bisognava dargliele, perché gliele aveva promesse! Se no, dove fa a finire la disciplina, il rispetto e tutto? Magari, avrebbe potuto rimandarle a più tardi, quando Claretta si fosse liberata,…. se riusciva ad evacuare! Bice si sedette sulla sponda del letto, sfilò del tutto le mutandine alla nipote (casomai le avesse sporcate), le carezzò leggermente le natiche e le diede i consigli, i soliti. Mezz’ora dopo, Claretta aveva le lacrime agli occhi, un po’ per lo sforzo, un po’ per la vergogna, un po’ per il timore. Nessun risultato: ma non sarebbe stata in grado di sopportarne un altro, non nella stessa giornata, almeno! Zia Bice fu talmente munifica da abbonarle le sculacciate, per il momento ma fu altrettanto maligna nel raccontare a zio Sigismondo, la sera a tavola, che Claretta non c’era riuscita. L’indomani, gliene avrebbe fatti due, uno di seguito all’altro. Bevuta la tazza di latte, che serviva per sciogliere, Claretta scappò di sopra a letto, tutta rossa di vergogna. Non dormì sonni tranquilli. Zio Sigismondo era appena uscito, con il forcone in spalla, al cui dente era appeso il fagottino che conteneva il magro pranzo di un bracciante. Claretta era sveglia da più di due ore. Eccola! Sull’uscio, precisa come l’orologio della torre. Un bacile fumante fra le mani, la siringa sotto l’ascella. Pronta ed efficiente, zia Bice. Se avesse potuto diventare ancora più pallida di quello che era, Claretta lo sarebbe diventata! Perché zia Bice aveva cambiato abbigliamento, rispetto al giorno prima. Non il solito zinale nero, ma una canottiera bianca, di quelle del marito, che le lasciava nude le braccia e non celava affatto le grosse mammelle: “Tanto siamo fra donne!” avrebbe detto, se Claretta glielo avesse fatto notare. Ma Claretta non aprì bocca. “In ginocchio, culo in alto!” la siringa fra le mani di zia Bice le appariva ancora più grossa di quanto fosse in realtà. Claretta si morse le labbra, quando sentì la punta a contatto con…ed ancor più affondò i denti, quando la sentì entrare dentro, in profondità. Avrebbe voluto resistere, ma non ci riuscì : quella mattina il liquido era troppo caldo, scottava proprio! Claretta agitò il bacino. Le due mani impegnate di zia Bice le impedirono di sculacciarla immediatamente. Uscì fuori alla fine. Il pancino doleva a Claretta. “Guarda tu se una ragazza a 17 anni, deve soffrire di queste cose! E prendere ancora gli sculaccioni, perché li prenderà, o sì che li prenderà….” mormorava Bice, neppure lei sapeva bene se rivolta a se stessa, alla siringa o alla nipote. Un altro clistere, immediatamente dopo il primo! Dall’ombelico alle cosce, a Claretta sembrava esser avvinta dalle fiamme, fiamme interne. Deposta la siringa asciutta come la sabbia del deserto, zia Bice procedette ad un’altra operazione. Senza neppure avvertire Claretta, le arrotolò tutta la camicia da notte fin sul collo. Poi, con un paio di strattoni, fece in modo che si sfilasse dalla testa della nipote. Che adesso era nuda, proprio come una bambina appena nata. Che vergogna, che orrore! Distesa a metà sul vecchio divano, con le mammelle che toccavano la stoffa lisa, il bacino sopra le cosce di zia Bice, che impugnava la ciabatta sformata. E zio Sigismondo che rientrava prima dell’orario solito. Se la moglie fosse sorpresa da questa novità, non lo diede a vedere. Guardò il marito, lui scosse impercettibilmente la testa: non era successo niente. Aveva finito prima del previsto, semplicemente. “Zia, ahia!, non, ahia!, non da..,ahia!, vanti a zio, ahia!” implorava Claretta, mentre le ciabattate si susseguivano implacabili sulle sue natiche. Zia Bice si limitò ad aumentare la pressione della mano sulle reni della nipote, mentre la destra seguitava il suo andirivieni. Zio Sigismondo, da parte sua, non sembrava troppo interessato a quello spettacolo: tagliò a metà il mezzo toscano, e ne mise un pezzo fra le labbra; l’avrebbe acceso più tardi, dopo cena. Si sedette e si piegò per slacciarsi le scarpe. Il rumore delle ciabattate, ed i lamenti di Claretta susseguenti causati dalle stesse, durarono ancora un bel po’ a lungo. Zia Bice smise di sculacciare la nipote, ma non la fece scendere. “Questa ragazzina qua – erudì il marito- ha fatto tante storie, per due siringhe, pensa un po’!, per due sole siringhe…. E non ha ottenuto niente! Domani o posdomani, bisogna chiedere al compare di accompagnarla in paese, dal dottore. Ti ricordi che cosa ha detto il dottor Rossi? Se non si risolveva con i clisteri, portarla da lui, che ci avrebbe pensato proprio lui: con il cucchiaio! E, questa qui!, si muove tutta, durante… è difficile farglielo!” Lo schiocco dell’ennesima ciabattata fece alzare la testa allo svagato Sigismondo. Claretta riuscì a malapena a reggersi dritta, massaggiandosi le chiappe (chi se ne importa di zio!). La sonora sculacciata aveva acuito quel senso di peso, quel fastidio che lei provava giù, in basso… senza far caso alla nipote (né al marito) zia Bice si tolse la canottiera fradicia di sudore e si diede una bella sciacquata al busto nudo, con l’acqua del mastello. Poi, indossò una specie di scialle nero, che a malapena copriva il petto, ma non la pancia. Claretta era terrorizzata, ripensando alle parole della zia: dal dottore, con il cucchiaio? Nooo…. Sentì, prepotente, anche il mal di pancia. Si accucciò dietro l’orto, si sforzò fino alle lacrime e poi…poi la liberazione! Claretta era sfinita ma sorridente: non sarebbe stata mandata dal dottor Rossi e dal suo cucchiaio! Quello del giorno successivo fu quello piccolo “tanto per pulire bene!” aveva detto zia Bice.