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CHINA SCHOOL

Hong Li Peng aveva paura, ma sapeva dominarla. Glielo avevano insegnato fin da piccola: gli Hong non mostrano mai paura. A nessuno!
Fece i quattro passi che la separavano dal banchetto. Guardava fissa davanti a sé; non girava lo sguardo da nessuna parte, né per guardare i tre docenti né per guardare il sedere devastato di Pang Si Tan. Adesso sarebbe capitato a lei, pazienza!

Li Peng infilò le mani sotto la gonna blu, in alto: le sue dita sentirono l’orlo dei collant, lo afferrarono; abbassò le calze fino ben oltre metà coscia. Ripeté l’operazione con le mutandine nere. Forse, le venne il dubbio, i tre docenti stavano sorridendo dei suoi strani movimenti: ma non faceva niente. Li Peng, alla fine, sollevò la gonna dall’orlo, alzandola quel tanto che bastava a scoprire le chiappe nude. Si piegò: il busto toccò la superficie del banchetto; cercò di sistemarsi meglio, portando le braccia unite in avanti e bilanciandosi sui gomiti piegati.
Sarebbero state venti. Come a Si Tan. Le avevano considerate complici. Il regolamento parlava chiaro: punizione corporale. Venti frustate sul sedere nudo. Niente lamenti, niente grida, niente movimenti: prenderle e basta! Che Li Peng ricordasse c’era stata soltanto un’altra punizione corporale, quasi all’inizio dell’anno scolastico. Una della 3°. Aveva strillato, si era anche alzata. L’avevano tenuta ferma e ne aveva prese quarantadue! E, la sera stessa, era stata costretta ad andare in giro per le camerate, mostrando a tutte il posteriore screziato e livido e piagato e chi delle più grandi avesse voluto, avrebbe potuto darle uno sculaccione, perchè la colpevole aveva offeso l’onore della scuola. Li Peng non aveva infierito, qualcun’altra sì.

Per fortuna che la luce era perpendicolare al suo deretano, altrimenti Li Peng avrebbe potuto scorgere l’ombra del Preside che, con il braccio alzato, prendeva la rincorsa. Una fitta lancinante. Non una canna di bamboo, ma una sbarra d’acciaio arroventata: e l’incendio si stava diffondendo sulla sua pelle. Adesso, la base delle natiche. Faceva più male, là. Li Peng incassò la testa fra gli avambracci, sperando che non potessero vedere che si stava mordendo le labbra. Per non gridare. Durò cinque minuti, ma a Li Peng parvero cinque anni: le andava tutto a fuoco.
“Un attimo- la voce maligna della professoressa- Tenga le gambe tese, sulla punta dei piedi” Li Peng obbedì: i muscoli si inturgidirono. Cattiva com’era, la professoressa fece strusciare le rosse e lunghe unghie sulla pelle scottante mentre le abbassava le calze e le mutandine: giù fino alle ginocchia.
Lo sapeva, lo aveva visto pochi minuti prima farlo a Si Tan. Il surtan, lo scudiscio di crini di cavallo intrecciati. E sarebbe stata la professoressa, la più cattiva, ad averlo in mano. Mentalmente, la ragazza si preparò ad affrontare il tremendo dolore che avrebbe provato. Che arrivò subito. A differenza del preside, la professoressa non prendeva la rincorsa: stava ferma, bilanciava bene il peso del corpo ed abbassava il braccio. I denti di Li Peng si conficcarono ancor più nelle labbra: sentì in bocca il dolciastro sapore del sangue.
Cessò, finalmente cessò. Era come se si fosse seduta su un braciere ardente e qualcuno attizzasse le fiamme.
“Si alzi e si ponga accanto alla compagna!”. Le gambe, immobili e rigide per tanto tempo, sembravano di marmo; la ragazza fece fatica a muoverle. Ma si costrinse a farlo. Strascicando i piedi, andò vicino a Si Tan. “Rimarrete così, con tutto il sedere scoperto per venti minuti. Braccia lungo il busto. Non potete muovervi, toccarvi, parlare. Potete soltanto piangere!…se ne avete ancora la forza per farlo….” Trascorse un’eternità. “ Ricopritevi e voltatevi”. Le due ragazze lo fecero. Li Peng, adesso, li guardò in faccia: e sperava che essi cogliessero tutto il disprezzo che i suoi occhi esprimevano.