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Sexy girl amateur Czech

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Addio al Nubilato

Addio al nubilato

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addio al nubilato

«Ti chiedo scusa. Mi dispiace».

Non c’è giustizia per gli amanti. È una regola bastarda ma non preoccupa quanto male si fa all’altro.
Non c’è perdono. Con buona pace non si spiega, non si perde la faccia.

«Mi dispiace averti fatto male. Scusami!». Non pensavo di ferirti così tanto.
Amore è una parola magica, liberatoria, facile da pronunciare. Avevamo scelto di abolirla dal vocabolario.
Soltanto la nostra carne urlava. Sopraffatti dalle sue percosse non abbiamo conosciuto altro.
La carne è stata una padrona premurosa, tangibile il suo ruolo. Con attenzione ci procurava affetto.
La carne si impone.
Che sia maledetta! Lei ti ha trovato. Lei ha avuto bisogno di te.
Ma quando in gioco non ci sono sentimenti la sua leggerezza è insostenibile.
Viene fuori tutta, sensuale, con uno stato di grazia cambia spessore alle cose.
L’amore diventa impalpabile, rimane al confine tra le parole non dette e l’esistenza fisica dei corpi.
Noi siamo stati una coppia clandestina. Incontri che non c’erano mai perché non c’era tempo e non c’era modo. La sofferenza degli amanti che si difendono senza attacchi dell’amore.
Meglio il bisogno travolgente dell’altro, l’esigenza di vederlo e di toccarlo. C’era tutto nella corporeità.
Nella passione.
L’ideale corrisposto pienamente, quasi fosse un caso, ovunque andasse la ricerca. L’altro era una nostra proiezione, desiderio e innanzitutto amore di sé.
Tanta leggerezza e il cervello ha trovato soddisfazione, ha incontrato la persona giusta.
Finché «basta, non voglio più vederti…», ti alzi un mattino e pronto e imbandito sul tavolo trovi un caffè inacidito e un cartone di latte scaduto.
Senti che il cuore non ha più lo stesso ritmo mentre i ricordi balzano agli occhi, pesanti come mai avresti creduto.
Ecco qua, pensi, l’altro è il fortunato, il biglietto vincente.
Detesti che non sia successo prima, perché adesso sapresti cosa dire. Invece è il tempo a decidere dove andare e l’amore, questo sconosciuto, cominci a capire che faccia abbia soltanto quando ti blocchi alle mie parole.
Al momento non sai più nemmeno chi sei.
Non resisti, la paura ti fa impazzire e hai troppa voglia di toccarmi. Vuoi subito baciarmi.
Mi baci.
Sentire il tuo corpo vicino, la passione che scorre, il tuo respiro. È un momento straordinario e il sentimento si fa largo come da tempo gli sarebbe piaciuto ma non è mai successo. La carne ride del nostro incontro predestinato. Ma è tardi.
Il cielo ondeggia pericolosamente mentre mi rigiro e scappo.
Raggiungo l’altro lato della strada e sembra che i tuoi occhi abbiano un colore diverso. Una nota estenuante e indimenticabile.
La sensazione del tuo abbraccio è ancora così viva, sento il tuo profumo, il desiderio non sparisce eppure «questa volta non voglio!», spalanco la bocca e improvvisamente soffia un vento freddo. Me ne sto andando.
Ho fretta, la tua voce ancora dietro, me ne accorgo mentre corro.

Quando la notte torno a casa, da lui, voglio solamente dimenticare; ma ancora ci sei tu nel letto insieme a me.
Una dolcezza infinitamente triste.

Leggi anche ammanettata e scopata

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«Ti chiedo scusa. Mi dispiace».

Non c’è giustizia per gli amanti. È una regola bastarda ma non preoccupa quanto male si fa all’altro.
Non c’è perdono. Con buona pace non si spiega, non si perde la faccia.

«Mi dispiace averti fatto male. Scusami!». Non pensavo di ferirti così tanto.
Amore è una parola magica, liberatoria, facile da pronunciare. Avevamo scelto di abolirla dal vocabolario.
Soltanto la nostra carne urlava. Sopraffatti dalle sue percosse non abbiamo conosciuto altro.
La carne è stata una padrona premurosa, tangibile il suo ruolo. Con attenzione ci procurava affetto.
La carne si impone.
Che sia maledetta! Lei ti ha trovato. Lei ha avuto bisogno di te.
Ma quando in gioco non ci sono sentimenti la sua leggerezza è insostenibile.
Viene fuori tutta, sensuale, con uno stato di grazia cambia spessore alle cose.
L’amore diventa impalpabile, rimane al confine tra le parole non dette e l’esistenza fisica dei corpi.
Noi siamo stati una coppia clandestina. Incontri che non c’erano mai perché non c’era tempo e non c’era modo. La sofferenza degli amanti che si difendono senza attacchi dell’amore.
Meglio il bisogno travolgente dell’altro, l’esigenza di vederlo e di toccarlo. C’era tutto nella corporeità.
Nella passione.
L’ideale corrisposto pienamente, quasi fosse un caso, ovunque andasse la ricerca. L’altro era una nostra proiezione, desiderio e innanzitutto amore di sé.
Tanta leggerezza e il cervello ha trovato soddisfazione, ha incontrato la persona giusta.
Finché «basta, non voglio più vederti…», ti alzi un mattino e pronto e imbandito sul tavolo trovi un caffè inacidito e un cartone di latte scaduto.
Senti che il cuore non ha più lo stesso ritmo mentre i ricordi balzano agli occhi, pesanti come mai avresti creduto.
Ecco qua, pensi, l’altro è il fortunato, il biglietto vincente.
Detesti che non sia successo prima, perché adesso sapresti cosa dire. Invece è il tempo a decidere dove andare e l’amore, questo sconosciuto, cominci a capire che faccia abbia soltanto quando ti blocchi alle mie parole.
Al momento non sai più nemmeno chi sei.
Non resisti, la paura ti fa impazzire e hai troppa voglia di toccarmi. Vuoi subito baciarmi.
Mi baci.
Sentire il tuo corpo vicino, la passione che scorre, il tuo respiro. È un momento straordinario e il sentimento si fa largo come da tempo gli sarebbe piaciuto ma non è mai successo. La carne ride del nostro incontro predestinato. Ma è tardi.
Il cielo ondeggia pericolosamente mentre mi rigiro e scappo.
Raggiungo l’altro lato della strada e sembra che i tuoi occhi abbiano un colore diverso. Una nota estenuante e indimenticabile.
La sensazione del tuo abbraccio è ancora così viva, sento il tuo profumo, il desiderio non sparisce eppure «questa volta non voglio!», spalanco la bocca e improvvisamente soffia un vento freddo. Me ne sto andando.
Ho fretta, la tua voce ancora dietro, me ne accorgo mentre corro.

Quando la notte torno a casa, da lui, voglio solamente dimenticare; ma ancora ci sei tu nel letto insieme a me.
Una dolcezza infinitamente triste.

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5877636220_8539e16586_z.jpg«Merda!»
Beccata per eccesso di velocità, proprio quello che ci voleva. Roberta lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore. Aspettò ma nessuno scese dalla macchina della polizia. Che cavolo stavano facendo? Aprì il vano portaoggetti e frugò tra le carte cercando l’assicurazione. Trasalì per il colpo violento contro il vetro.
«Buongiorno» disse Roberta, mentre apriva il finestrino con un sorriso dolcissimo. Sperava che l’agente fosse un uomo, molto gentile e molto sensibile a un bel visino. La luce della torcia sparata direttamente nei suoi occhi rendeva impossibile capire se fosse un uomo o una donna.
«Scenda dalla macchina» ordinò la voce.
«Cosa?»
«Scenda dalla macchina.»
Roberta guardò di nuovo nello specchietto. Effettivamente sembrava una macchina della polizia con i lampeggianti accesi. Ma lei era una donna sola sul ciglio di un’autostrada. Col cazzo che scendeva dalla macchina!
«Mi dispiace. Ma non mi sento molto tranquilla. Come faccio a sapere che lei è davvero un poliziotto?» chiese con lo sguardo sospettoso, riparandosi con la mano dalla luce.
«Non glielo ripeterò di nuovo. Scenda dalla macchina» disse l’agente, abbassando la luce in modo che Roberta potesse vederlo in faccia.
«Franco? Gesù! Mi hai fatto spaventare» gli disse sorridendo sollevata, appoggiando la mani sul finestrino aperto. Lui aprì lo sportello con forza, cogliendola di sorpresa, lei tolse le braccia per non cadere per terra.
«Fuori dalla macchina signora, per favore.»
Roberta si slacciò la cintura e scese. Era la prima volta che lo vedeva in uniforme e la cosa non le dispiaceva affatto.
«Molto carino» sussurrò soddisfatta, mordendosi il labbro inferiore.
Con Franco aveva infranto tutte le sue regole. Aveva accettato di incontrarlo dopo meno di una settimana, si erano conosciuti on line su un sito di incontri, e questo non era da lei. La sua foto. Lui era sexy, sexy, sexy. La sua voce, profonda e rilassata, le aveva fatto venire i brividi in tutto il corpo dopo le prime dieci parole. Così era finita a casa sua, nel suo letto, perché buttarlo immediatamente sul divano, molto confortevole ma troppo piccolo, non le era sembrato elegante. Roberta aveva visto due uniformi appese una accanto all’altra, quando aveva posato il suo cappotto. Gli stivali erano sul pavimento del bagno. Gesù benedetto. Finalmente. Era un sacco di tempo che andava a caccia di un poliziotto. Franco le aveva tolto gli ultimi dubbi ficcandosi a letto con i boxer firmati, una t-shirt nera aderente e un profumo irresistibile appena uscito. Tutte le sue regole di brava ragazza avevano cessato di esistere. Si era accoccolato dietro di lei, sentire il suo corpo tiepido e muscoloso contro la sua schiena era incredibilmente romantico e deliziosamente osceno al tempo stesso. Mentre le massaggiava la schiena, le scostò i capelli e le baciò il collo. Dirgli di smettere le era sembrata l’unica cosa da fare. Un minuto di più e non sarebbe stata in grado di fermare se stessa. Così si rannicchiarono uno contro l’altra, lei appoggiata alla curva delle sue spalle alternando carezze e colpetti sul suo stomaco. Poi passò alle unghie, che lo fecero gemere. Il corpo di Franco era splendido, scolpito, glabro e liscio come la seta. La mano di Roberta andò più giù, indugiando sulla roccia che premeva contro i boxer. Dormirono poco e male. Scoparono al secondo appuntamento. Ma a quel punto lei non aveva più nessuna scelta. L’aspettativa di quanto sarebbe stato bello non andò delusa. Lui scopava forte e duro, una combinazione perfetta che la fece impazzire. La strana conversazione che avevano avuto circa dieci minuti prima che lui la fermasse, ora era chiara. Il telefono aveva squillato quando lei stava per uscire. Lui le aveva chiesto dove stesse andando e che strada avrebbe preso. “Strana domanda” aveva pensato in quel momento. Adesso era tutto chiaro. Lui stava in piedi davanti a lei in uniforme, il giubbotto antiproiettile, la pistola attaccata alla cintura, stivali da sbirro, pantaloni da sbirro, culo deliziosamente sodo. Gesù. Era una visione.
«Si giri. Mani dietro la schiena.»
Lei fece esattamente quello che lui le aveva detto di fare. Le stava alle spalle, il suo corpo spingeva contro la sua schiena, il cazzo contro il suo sedere. Le mise la coscia tra le gambe e gliele aprì con violenza. Roberta sentì qualcosa che scivolava lungo i suoi polpacci, risaliva all’interno delle sue cosce e si fermava proprio sotto la sua fica, poi risalì velocemente, costringendola a mettersi in punta di piedi. Era il manganello, probabilmente.
«Sei uno stronzo» miagolò Roberta, ma non lo pensava veramente.
Due mani dure le afferrarono i polsi, l’acciaio freddo delle manette attorno a un polso, poi all’altro, lui la tirava per le braccia con violenza anche se lei non opponeva nessuna resistenza. Il suono delle macchine che passavano e quello della sua in folle cessarono insieme al clic delle manette. Non erano manette buffe di pelliccia, non erano manette commestibili, no, erano vere manette da poliziotto. Era tutto vero. Cristo, il suo clitoride già pulsava, la sua fica era già fradicia.
«Si muova!» ringhiò lui, il suo respiro caldo sull’orecchio di Roberta. La trascinò oltre la sua macchina, verso l’auto della polizia. La spinse e la fece cadere in avanti, così Roberta si trovò piegata sul cofano. Con una mano la teneva per il collo, con l’altra le afferrò i capelli. Le spinse la testa giù, la guancia contro il metallo freddo del cofano.
«Rimanga ferma lì» urlò e si allontanò. Lei non si mosse. Lo guardò mentre si avvicinava alla sua macchina e spegneva le luci, poi fece lo stesso con l’auto di servizio, ma lasciò i lampeggianti accesi. La radio gracchiava e una voce appena percepibile stava parlando. Lui disse qualcosa alla radio, le dava le spalle. Era molto professionale, non sembrava lo stesso uomo che l’aveva fatta piegare sul cofano.
«Il tempo di finire con un’infrazione stradale. Sarò lì tra dieci minuti.»
Poi le fu di nuovo alle spalle, l’afferrò per i fianchi e le abbassò le mutandine facendogliele cadere attorno alle caviglie. La fresca aria autunnale baciò la sua schiena. Le venne la pelle d’oca. Lo sentì strappare qualcosa che doveva essere un preservativo, lo sentì armeggiare con la cintura e i pantaloni. Lei strinse e serrò i muscoli della fica, convinta che sarebbe riuscita a non farsi scopare.
«Smettila» ringhiò lui e la sculacciò, forte, il preservativo gli scappò dalle mani e volò verso di lei, atterrando a qualche centimetro dalla sua faccia.
«Cazzo» grugnì lei sottovoce. Le dita di Franco le sfiorarono la fica già bagnata. Lui le afferrò una ciocca di capelli, le tirò la testa all’indietro e le diede un morso sul collo.
«Sto per scoparti» le disse all’orecchio, poi le spinse di nuovo la testa giù, e la guancia di Roberta finì di nuovo contro il cofano della macchina. Poi la penetrò, veloce, forte e spietato. In un fugace momento di lucidità, Roberta immaginò come sarebbe apparsa la scena se un’altra macchina si fosse fermata dietro di loro. Forse sembrava che la stavano violentando. Gliene sarebbe importato a qualcuno? Lei era piegata sul cofano di una macchina della polizia e un poliziotto la stava scopando senza tanti complimenti. Questa era la fantasia che le passò per la testa. Il frastuono del traffico era coperto dai lamenti di Roberta, dal respiro veloce di Franco e dal rumore secco della pelle sulla pelle. «Stai per venire forte, signorina» sussurrò Franco, rallentando il ritmo e tirandole di nuovo i capelli.
«Vieni adesso. Vieni per me.» E spinse di nuovo veloce e forte.
E lei venne, venne come non faceva da un sacco di tempo, lanciando un urlo di piacere e di dolore, con le gambe che le tremavano e la fica che le pulsava, attraversata da onde dolci e lunghe. Lui era implacabile, la scopava forse più forte di prima. La teneva stretta per i fianchi, la punta delle dita dentro la carne di Roberta, e venne in un lamento. Poi si allontanò da lei velocemente, le strizzò una chiappa e la sculacciò dolcemente. Lei lo sentì armeggiare di nuovo con i vestiti. Lui si tirò su i boxer e i pantaloni e finalmente la girò verso di lui. La baciò forte sulle labbra, la girò di nuovo di spalle e le tolse le manette. Poi si allontanò da lei, di nuovo molto professionale. Roberta sentiva ancora il sangue rimbombarle nelle orecchie, il suo respiro assomigliava a un grugnito.
«Roberta?» disse lui, girandosi e guardandola.
«Sì?»
«Verrai lo stesso alle dieci?»
«C’è bisogno di chiederlo?»
«Immagino di no» rispose lui sorridendo, bello da morire. «Ci vediamo più tardi.»

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Ammanettata e scopata

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Beccata per eccesso di velocità, proprio quello che ci voleva. Roberta lanciò un'occhiata allo specchietto retrovisore. Aspettò ma nessuno scese dalla macchina della polizia. Che cavolo stavano facendo? Aprì il vano portaoggetti e frugò tra le carte cercando l'assicurazione. Trasalì per il colpo violento contro il vetro.
«Buongiorno» disse Roberta, mentre apriva il finestrino con un sorriso dolcissimo. Sperava che l'agente fosse un uomo, molto gentile e molto sensibile a un bel visino. La luce della torcia sparata direttamente nei suoi occhi rendeva impossibile capire se fosse un uomo o una donna.
«Scenda dalla macchina» ordinò la voce.
«Cosa?»
«Scenda dalla macchina.»
Roberta guardò di nuovo nello specchietto. Effettivamente sembrava una macchina della polizia con i lampeggianti accesi. Ma lei era una donna sola sul ciglio di un'autostrada. Col cazzo che scendeva dalla macchina!
«Mi dispiace. Ma non mi sento molto tranquilla. Come faccio a sapere che lei è davvero un poliziotto?» chiese con lo sguardo sospettoso, riparandosi con la mano dalla luce.
«Non glielo ripeterò di nuovo. Scenda dalla macchina» disse l'agente, abbassando la luce in modo che Roberta potesse vederlo in faccia.
«Franco? Gesù! Mi hai fatto spaventare» gli disse sorridendo sollevata, appoggiando la mani sul finestrino aperto. Lui aprì lo sportello con forza, cogliendola di sorpresa, lei tolse le braccia per non cadere per terra.
«Fuori dalla macchina signora, per favore.»
Roberta si slacciò la cintura e scese. Era la prima volta che lo vedeva in uniforme e la cosa non le dispiaceva affatto.
«Molto carino» sussurrò soddisfatta, mordendosi il labbro inferiore.
Con Franco aveva infranto tutte le sue regole. Aveva accettato di incontrarlo dopo meno di una settimana, si erano conosciuti on line su un sito di incontri, e questo non era da lei. La sua foto. Lui era sexy, sexy, sexy. La sua voce, profonda e rilassata, le aveva fatto venire i brividi in tutto il corpo dopo le prime dieci parole. Così era finita a casa sua, nel suo letto, perché buttarlo immediatamente sul divano, molto confortevole ma troppo piccolo, non le era sembrato elegante. Roberta aveva visto due uniformi appese una accanto all'altra, quando aveva posato il suo cappotto. Gli stivali erano sul pavimento del bagno. Gesù benedetto. Finalmente. Era un sacco di tempo che andava a caccia di un poliziotto. Franco le aveva tolto gli ultimi dubbi ficcandosi a letto con i boxer firmati, una t-shirt nera aderente e un profumo irresistibile appena uscito. Tutte le sue regole di brava ragazza avevano cessato di esistere. Si era accoccolato dietro di lei, sentire il suo corpo tiepido e muscoloso contro la sua schiena era incredibilmente romantico e deliziosamente osceno al tempo stesso. Mentre le massaggiava la schiena, le scostò i capelli e le baciò il collo. Dirgli di smettere le era sembrata l'unica cosa da fare. Un minuto di più e non sarebbe stata in grado di fermare se stessa. Così si rannicchiarono uno contro l'altra, lei appoggiata alla curva delle sue spalle alternando carezze e colpetti sul suo stomaco. Poi passò alle unghie, che lo fecero gemere. Il corpo di Franco era splendido, scolpito, glabro e liscio come la seta. La mano di Roberta andò più giù, indugiando sulla roccia che premeva contro i boxer. Dormirono poco e male. Scoparono al secondo appuntamento. Ma a quel punto lei non aveva più nessuna scelta. L'aspettativa di quanto sarebbe stato bello non andò delusa. Lui scopava forte e duro, una combinazione perfetta che la fece impazzire. La strana conversazione che avevano avuto circa dieci minuti prima che lui la fermasse, ora era chiara. Il telefono aveva squillato quando lei stava per uscire. Lui le aveva chiesto dove stesse andando e che strada avrebbe preso. "Strana domanda" aveva pensato in quel momento. Adesso era tutto chiaro. Lui stava in piedi davanti a lei in uniforme, il giubbotto antiproiettile, la pistola attaccata alla cintura, stivali da sbirro, pantaloni da sbirro, culo deliziosamente sodo. Gesù. Era una visione.
«Si giri. Mani dietro la schiena.»
Lei fece esattamente quello che lui le aveva detto di fare. Le stava alle spalle, il suo corpo spingeva contro la sua schiena, il cazzo contro il suo sedere. Le mise la coscia tra le gambe e gliele aprì con violenza. Roberta sentì qualcosa che scivolava lungo i suoi polpacci, risaliva all'interno delle sue cosce e si fermava proprio sotto la sua fica, poi risalì velocemente, costringendola a mettersi in punta di piedi. Era il manganello, probabilmente.
«Sei uno stronzo» miagolò Roberta, ma non lo pensava veramente.
Due mani dure le afferrarono i polsi, l'acciaio freddo delle manette attorno a un polso, poi all'altro, lui la tirava per le braccia con violenza anche se lei non opponeva nessuna resistenza. Il suono delle macchine che passavano e quello della sua in folle cessarono insieme al clic delle manette. Non erano manette buffe di pelliccia, non erano manette commestibili, no, erano vere manette da poliziotto. Era tutto vero. Cristo, il suo clitoride già pulsava, la sua fica era già fradicia.
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«Sto per scoparti» le disse all'orecchio, poi le spinse di nuovo la testa giù, e la guancia di Roberta finì di nuovo contro il cofano della macchina. Poi la penetrò, veloce, forte e spietato. In un fugace momento di lucidità, Roberta immaginò come sarebbe apparsa la scena se un'altra macchina si fosse fermata dietro di loro. Forse sembrava che la stavano violentando. Gliene sarebbe importato a qualcuno? Lei era piegata sul cofano di una macchina della polizia e un poliziotto la stava scopando senza tanti complimenti. Questa era la fantasia che le passò per la testa. Il frastuono del traffico era coperto dai lamenti di Roberta, dal respiro veloce di Franco e dal rumore secco della pelle sulla pelle. «Stai per venire forte, signorina» sussurrò Franco, rallentando il ritmo e tirandole di nuovo i capelli.
«Vieni adesso. Vieni per me.» E spinse di nuovo veloce e forte.
E lei venne, venne come non faceva da un sacco di tempo, lanciando un urlo di piacere e di dolore, con le gambe che le tremavano e la fica che le pulsava, attraversata da onde dolci e lunghe. Lui era implacabile, la scopava forse più forte di prima. La teneva stretta per i fianchi, la punta delle dita dentro la carne di Roberta, e venne in un lamento. Poi si allontanò da lei velocemente, le strizzò una chiappa e la sculacciò dolcemente. Lei lo sentì armeggiare di nuovo con i vestiti. Lui si tirò su i boxer e i pantaloni e finalmente la girò verso di lui. La baciò forte sulle labbra, la girò di nuovo di spalle e le tolse le manette. Poi si allontanò da lei, di nuovo molto professionale. Roberta sentiva ancora il sangue rimbombarle nelle orecchie, il suo respiro assomigliava a un grugnito.
«Roberta?» disse lui, girandosi e guardandola.
«Sì?»
«Verrai lo stesso alle dieci?»
«C'è bisogno di chiederlo?»
«Immagino di no» rispose lui sorridendo, bello da morire. «Ci vediamo più tardi.»

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