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È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 17)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Svuotata e leggera, galleggiai nel languido torpore che segue l'orgasmo. Quel breve lasso di tempo in cui i sensi sono ancora annebbiati e confusi e in cui il piacere frigge ancora fra le cosce. È l'istante in cui precipiti dolcemente verso la realtà, ed è tanto più lungo quanto più in alto ti ha spinto l'estasi. Come un paracadutista che si getta dall'aereo e che si gode l'ebrezza del volo e della libertà che solo gli uccelli hanno, prima toccare nuovamente il suolo.

«Perché mi stavi seguendo?» Domandai allo sconosciuto, quando rimisi i piedi a terra.

«Volevo offrirti un caffè, ma questo è stato decisamente meglio, - Rispose, segregando di nuovo il suo membro dentro i pantaloni. Lo guardai incantata. Avevo una voglia folle di prendere quel fantastico dardo fra le mani, di seguirne i rigonfiamenti delle vene, di giocare con lui fino a vederlo eruttare sul mio viso - Però non dovresti scopare col primo che passa»

«E tu non dovresti infilarlo dentro la prima pazza che incontri»


Il suo viso si aprì in un sorriso sincero.

«Posso offrirti un caffè ora?»

«È meglio di no, però accetterei volentieri un passaggio»

Lo squillo del cellulare mi fece schiantare di nuovo nella realtà. Era Eric. Ora, rinvigorita dall'orgasmo e rivendicata la mia libertà, mi sentii abbastanza forte per affrontarlo.

«Amore dove sei?» Esordì preoccupato.
Aveva la voce tesa di chi non sa cosa aspettarsi. Ero uscita dal percorso che aveva costruito per me.

«Non chiamarmi così, tu non sai nulla dell'amore! Sei solo un bugiardo, esattamente come il tuo amico. Ora so tutto, ho scoperto il tuo inganno» Risposi imbufalita.

«Lo so, ma Denise devi credermi, io ti amo»

«Piantala! - Urlai. La mia voce rimbombò nel vicolo - Tu non mi hai mai amata, altrimenti non mi avresti gettata nel letto di un altro uomo»


«Perché no? Quello è solo sesso, e lo sai anche tu» Respinse le mie accuse con la pacata sicurezza di chi sa di avere la carta vincente.

È solo sesso, le stesse parole che avevo detto a Patrick per ribattere ai suoi discorsi sull'amore.

«Mi hai mentito! - Lo assalii, cercando un appiglio al quale aggrapparmi per incolparlo - Perché non me l'hai detto che volevi una storia aperta?»

«Perché non avresti mai accettato. Ti saresti trincerata dietro tutti i tuoi luoghi comuni da brava ragazza senza capire cosa ti stavi perdendo. Dovevi sbatterci la testa da sola. Io e te non siamo fatti per la monogamia e mi eccita da morire sapere che mia moglie sta godendo per mano di un altro uomo. Non sai quante volte, tornando a casa, ho sperato di trovarti a letto con un altro o meglio ancora, con un'altra donna» Quel pensiero intrise la sua voce di desiderio.

«Tu sei malato!» Lo apostrofai, sconcertata. Sotto, sotto, però, una parte di me era anche attratta da quella prospettiva così libertina, peccaminosa e trasgressiva.
In fondo, ad eccitarmi di più nella storia con Patrick, era stato proprio il senso di trasgressione, di andare contro corrente, di essere una lussuriosa peccatrice agli occhi di chi non sapeva quali piaceri si stava perdendo, e ora non potevo certo essere io la bacchettona che accusava Eric di essere esattamente ciò che ero io.

«Se per te, volere che la propria moglie sia libera di godere come e quando vuole è una malattia, allora sì, sono malato - Ero confusa, non capivo se ciò che mi proponeva era la libertà più assoluta o la follia più totale. Mi aveva mentito, sì, ma tecnicamente lo avevo fatto anch'io con lui - In fondo, mi pare che ti sia divertita parecchio, ed è questo quello che conta»

«Quindi sono libera di farlo con chiunque, in qualunque momento?»

«Ma certo, a condizione, però, che poi torni sempre da me»

«Ti informo, allora, che ho appena scopato in un vicolo, con uno sconosciuto dal cazzo enorme, ma non tornerò a casa. Non stasera.»

Chiusi la telefonata senza attendere la sua replica. 
Il ragazzo mi guardava con un'espressione stralunata, e compiaciuta, ma non mi chiese nulla.
Si mise a cavallo della sua moto, mi prestò il suo casco e sfrecciammo via infilandoci nel traffico di una serata qualunque.

«Dammi il tuo numero» Mi supplicò, quando scesi dalla moto.

«Non credo sia una buona idea» Risposi.

«Non ho detto che lo sia, ma vorrei rivederti»

«No, tu vorresti riscoparmi» Lo stuzzicai.

«Oh, sì - Ammise, chinando timidamente il capo - Ma vorrei davvero offrirti anche un caffè»

Allungai la mano affinché mi porgesse il suo telefono e memorizzai il mio numero sotto la voce "La Ninfa del vicolo".
Prima di andarmene mi avvicinai al suo viso e lo baciai, succhiai il suo labbro e violai la sua bocca con la lingua, cercando la sua. Afferrai il suo favoloso membro che già gonfiava i pantaloni e, prima che fosse troppo tardi, mi allontanai sorridendo maliziosa, mordendomi il labbro che sapeva di lui. Vidi il desiderio fiammeggiargli negli occhi.

«A presto Big» Sussurrai.

«Big? Io non sono Big» Rispose perplesso.

«Oh, sì che lo sei»

Lo sconosciuto comprese che mi riferivo al suo membro, e baldanzoso e gongolante si mise il casco e sfrecciò via in sella alla sua moto.

Hanna mi aprì la porta vestita solo con una larga t-shirt sbiadita. Una spalla usciva dal collo largo fin sotto l'ascella, e l'eleganza delle sue gambe nude, lunghe e affusolate, la rendeva sexy da far paura.

«Denise?! - Esclamò sorpresa - Avanti, entra» E si scostò per lasciarmi passare.

Non sapevo dove andare, non avevo un soldo con me, non avevo voglia di tornare a casa e nemmeno di rifugiarmi da mia sorella. Avevo bisogno di parlare liberamente di ciò che mi era successo, mi serviva un aiuto, un consiglio e l'unica che me lo avrebbe dato senza giudicarmi era Hanna.
Seduta accanto a lei nel divano, le raccontai ogni cosa, senza tralasciare nessun particolare, le rovesciai addosso la storia dall'inizio alla fine e, se da un lato parlarne mi liberava da un peso, dall'altro rendeva tutto drammaticamente reale. Fu come ripiombare nuovamente nella confusione che mi aveva travolta quando avevo scoperto l'inganno di Eric.
Hanna ascoltò tutto senza dire una parola finché il mio telefono squillò. Era un numero sconosciuto.
Sorrisi immaginando che fosse Big, ma quando risposi, ad assalirmi fu un'altra voce:

«Denise, sono Patrick»

Eric aveva chiamato Patrick, lo aveva informato di tutto o forse aveva sperato di trovarmi da lui, ma il solo sentire la sua voce mi diede la nausea. Tutte le parole che avrei voluto rovesciargli addosso m'ingolfarono lo stomaco. Gli chiusi il telefono in faccia.

«Era Patrick» Sussurrai con gli occhi bassi.

«Bene - Esclamò risoluta Hanna, alzandosi - c'è solo una cosa da fare - Prese il mio cellulare e lo spense, poi mi guardò e disse - Sbronzarci!» I suoi occhi guizzavano di luce.

«Cosa?» Domandai incredula. Come poteva quella essere una soluzione?

«Non ti preoccupare, domani quando ti sveglierai ritroverai tutto quanto esattamente com'è ora, però magari sarai abbastanza lucida da capire cosa fare. Su, dai, vieni come me»

Mi prese per mano, mi trascinò in camera sua dove svuotò l'armadio alla ricerca di un abito adatto a me e si levò la t-shirt restando completamente nuda, per nulla intimidita dalla mia presenza. Il suo seno dirompente e sodo sfidava la gravità con una protervia incantevole, il suo corpo magro e tonico lo faceva sembrare ancora più abbondante. Ammirai il ventre piatto, la perfetta rotondità delle natiche da cui, chinandosi per indossare la gonna, sbirciarono voluttuose le labbra. Mi mancò il respiro e mi rifugiai in bagno per non cedere al desiderio di carezzare quel corpo, di sentirne la delicatezza sotto le dita e di saggiarne il sapore, assaporandolo e respirandolo.

Scegliemmo un locale poco distante dall'abitazione di Hanna, ci sedemmo in un angolo appartato e ordinammo due cocktail ai quali ne seguirono altri e altri ancora, tutti offerti da uomini desiderosi di infilare i loro piselli sotto le nostre corte gonne, ma quella sera non ce n'era per nessuno.
Sarà stato l'alcool, la voglia di evadere e annullarsi nuovamente, o semplicemente il desiderio represso di donarci l'un l'altra, ma mi ritrovai la sua bocca sulla mia.
Lentamente le sue labbra carnose e fresche iniziarono a succhiare le mie. Chiusi gli occhi gustandomi quell'estatico bacio e cercai la sua lingua. Un fremito mi guizzò fra le cosce. Volevo Hanna e lei voleva me.
Da sotto il tavolo Hanna mi sfiorò il ginocchio e risalì la coscia, un brivido rotolò sulla mia pelle pregustando l'attimo in cui le sue dita si sarebbero tuffate fra i miei anfratti. Allargai le gambe e gemetti, quando le sue dita s'immersero nei miei umori, ma non mi staccai dalla sua bocca. Spostai il bacino in avanti, appoggiandomi sulla punta dello sgabello, per lasciarle più pelle possibile. Hanna separò con magistrale delicatezza le grandi labbra e scivolò giù fino alla fessura per poi risalire fino al clitoride e tornare giù. Il mio sesso era interamente nella sua mano e lo vezzeggiava, lo stordiva, lo irretiva e lo estasiava. Lo sentii gonfiarsi fra le sue mani, espandersi e contrarsi avviluppando il più sfrenato desiderio.

«Andiamo a casa mia» Sussurrò Hanna.

Io ero talmente eccitata che non persi tempo a rispondere, mi alzai pronta a schizzare via dal locale.
Durante il breve tragitto barcollammo tenendoci per mano, sostando qua e là per baci fugaci e per audaci carezze. Mi sentivo una ragazzina senza altri pensieri per la testa se non ciò che sarebbe accaduto da lì a breve.
Quando arrivammo alla porta d'ingresso, Hanna, stordita dall'alcool, faticò a trovare le chiavi e, mentre tentava d'infilarle nella toppa, io varcai la sua fessura con due dita. Le chiavi le caddero e si appoggiò con le mani alla porta per non cadere. Ansimò intrisa di voglia come le mie dita che entravano e uscivano da lei. Mi chinai per raccogliere le chiavi e infilai la mia lingua fra le sue labbra raccogliendone il miele.

«Oddio ... Sì» Rantolò.

Con isterica fretta varcammo finalmente la soglia e senza nemmeno spogliarci mi chinai fra le sue gambe e iniziai a saggiare il suo frutto delicato, a succhiare le sue labbra piccole e armoniose, ad insinuarmi nella sua fessura e a vezzeggiarle il clitoride.
Hanna, urlando e gemendo, si appoggiò al muro e posò un piede sul mobile dell'ingresso. Il suo fiore sbocciò per me. Allargai le grandi labbra e leccai pienamente la sua pelle, poi mi concentrai sul grinzoso pertugio. Lo stuzzicai con la punta della lingua percorrendone il contorno, sentendone la resistenza e anche la voglia suprema che lo faceva contrarre. Umettai un dito scivolando fra gli umidi anfratti di Hanna e poi lo varcai. Hanna rantolò e chinò il capo indietro in preda all'estasi. Stava godendo.
Con un altro dito violai la sua fessura e concentrai la mia lingua sul suo clitoride.


«Sì, sì, sì, così ....» I suoi gemiti seguirono il suo ancheggiare sulla mia bocca finché sazia scivolò a terra, stordita dal piacere.
Le bastarono pochi istanti per riprendersi, poi, mi scagliò addosso uno sguardo libidinoso che m'incendiò più di quanto già non fossi e, gattonando, mi raggiunse.
Baciò la mia bocca, ingaggiò con la mia lingua una danza forsennata e mi spogliò.
Mi fece alzare e accomodare sulla poltrona accanto a noi, appoggiai i talloni sui braccioli spalancandomi a lei. La sua bocca mi lambì il collo e scivolò giù sul mio seno. Succhiò i miei capezzoli, mentre le sue dita varcarono la mia fessura. Ero fradicia di piacere, intrisa di desiderio fino all'osso. Allargai le cosce più che potei spostando il bacino in avanti per godere a pieno delle sue carezze.
La sua bocca rotolò sul mio ventre e, finalmente, approdò fra le mie gambe.
Separò le ali, leccò il mio miele, s'intrufolò nei miei pertugi e stuzzicò il mio clitoride con una delicatezza e una maestria che mai prima d'allora avevo provato.
Mi eccitava vedere la sua chioma bionda fra le mie gambe e vedere la sua lingua donarmi piacere. Più la guardavo più il desiderio cresceva. Poi le sue dita si tuffarono nei miei pozzi di piacere, mentre la sua bocca continuò a baciarmi e baciarmi ininterrottamente finché chiusi gli occhi, chinai il capo indietro e arricciai i piedi in preda ad un orgasmo che pareva interminabile.
Urlai, imprecai, affondai le unghie nella mia carne stordita dall'estasi.
Hanna non smise di carezzarmi. Continuò, delicatamente, a sfiorare la mia pelle intorpidita dal piacere, lusingandola e preparandola a godere nuovamente. La nostra notte era appena cominciata.






È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 17)

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Svuotata e leggera, galleggiai nel languido torpore che segue l'orgasmo. Quel breve lasso di tempo in cui i sensi sono ancora annebbiati e confusi e in cui il piacere frigge ancora fra le cosce. È l'istante in cui precipiti dolcemente verso la realtà, ed è tanto più lungo quanto più in alto ti ha spinto l'estasi. Come un paracadutista che si getta dall'aereo e che si gode l'ebrezza del volo e della libertà che solo gli uccelli hanno, prima di toccare nuovamente il suolo.
«Perché mi stavi seguendo?» Domandai allo sconosciuto, quando rimisi i piedi a terra.
«Volevo offrirti un caffè, ma questo è stato decisamente meglio, - Rispose, segregando di nuovo il suo membro dentro i pantaloni. Lo guardai incantata. Avevo una voglia folle di prendere quel fantastico dardo fra le mani, di seguirne i rigonfiamenti delle vene, di giocare con lui fino a vederlo eruttare sul mio viso - Però non dovresti scopare col primo che passa!»
«E tu non dovresti infilarlo dentro la prima pazza che incontri!»
Il suo viso si aprì in un sorriso sincero.
«Posso offrirti un caffè ora?»
«È meglio di no, però accetterei volentieri un passaggio.»
Lo squillo del cellulare mi fece schiantare di nuovo nella realtà. Era Eric. Ora, rinvigorita dall'orgasmo e rivendicata la mia libertà, mi sentii abbastanza forte per affrontarlo.
«Amore dove sei?» Esordì preoccupato.
Aveva la voce tesa di chi non sa cosa aspettarsi. Ero uscita dal percorso che aveva costruito per me.
«Non chiamarmi così, tu non sai nulla dell'amore! Sei solo un bugiardo, esattamente come il tuo amico. Ora so tutto, ho scoperto il tuo inganno!» Risposi imbufalita.
«Lo so, ma Denise devi credermi, io ti amo!»
«Piantala! - Urlai. La mia voce rimbombò nel vicolo - Tu non mi hai mai amata, altrimenti non mi avresti gettata nel letto di un altro uomo!»
«Perché no? Quello è solo sesso, e lo sai anche tu» Respinse le mie accuse con la pacata sicurezza di chi sa di avere la carta vincente.
È solo sesso, le stesse parole che avevo detto a Patrick per ribattere ai suoi discorsi sull'amore.
«Mi hai mentito! - Lo assalii, cercando un appiglio al quale aggrapparmi per incolparlo - Perché non me l'hai detto che volevi una storia aperta?»
«Perché non avresti mai accettato. Ti saresti trincerata dietro tutti i tuoi luoghi comuni da brava ragazza senza capire cosa ti stavi perdendo. Dovevi sbatterci la testa da sola. Io e te non siamo fatti per la monogamia e mi eccita da morire sapere che mia moglie sta godendo per mano di un altro uomo. Non sai quante volte, tornando a casa, ho sperato di trovarti a letto con un altro o meglio ancora, con un'altra donna» Quel pensiero intrise la sua voce di desiderio.
«Tu sei malato!» Lo apostrofai, sconcertata. Sotto, sotto, però, una parte di me era anche attratta da quella prospettiva così libertina, peccaminosa e trasgressiva.
In fondo, ad eccitarmi di più nella storia con Patrick, era stato proprio il senso di trasgressione, di andare contro corrente, di essere una lussuriosa peccatrice agli occhi di chi non sapeva quali piaceri si stava perdendo, e ora non potevo certo essere io la bacchettona che accusava Eric di essere esattamente ciò che ero io.
«Se per te, volere che la propria moglie sia libera di godere come e quando vuole è una malattia, allora sì, sono malato - Ero confusa, non capivo se ciò che mi proponeva era la libertà più assoluta o la follia più totale. Mi aveva mentito, sì, ma tecnicamente lo avevo fatto anch'io con lui - In fondo, mi pare che ti sia divertita parecchio, ed è questo quello che conta.»
«Quindi sono libera di farlo con chiunque, in qualunque momento?»
«Ma certo, a condizione, però, che poi torni sempre da me.»
«Ti informo, allora, che ho appena scopato in un vicolo, con uno sconosciuto dal cazzo enorme, ma non tornerò a casa. Non stasera.»
Chiusi la telefonata senza attendere la sua replica. 
Il ragazzo mi guardava con un'espressione stralunata, e compiaciuta, ma non mi chiese nulla.
Si mise a cavallo della sua moto, mi prestò il suo casco e sfrecciammo via infilandoci nel traffico di una serata qualunque.
«Dammi il tuo numero» Mi supplicò, quando scesi dalla moto.
«Non credo sia una buona idea» Risposi.
«Non ho detto che lo sia, ma vorrei rivederti.»
«No, tu vorresti riscoparmi» Lo stuzzicai.
«Oh, sì! - Ammise, chinando timidamente il capo - Ma vorrei davvero offrirti anche un caffè.»
Allungai la mano affinché mi porgesse il suo telefono e memorizzai il mio numero sotto la voce "La Ninfa del vicolo".
Prima di andarmene mi avvicinai al suo viso e lo baciai, succhiai il suo labbro e violai la sua bocca con la lingua, cercando la sua. Afferrai il suo favoloso membro che già gonfiava i pantaloni e, prima che fosse troppo tardi, mi allontanai sorridendo maliziosa, mordendomi il labbro che sapeva di lui. Vidi il desiderio fiammeggiargli negli occhi.
«A presto Big» Sussurrai.
«Big? Io non sono Big» Rispose perplesso.
«Oh, sì che lo sei!»
Lo sconosciuto comprese che mi riferivo al suo membro, e baldanzoso e gongolante si mise il casco e sfrecciò via in sella alla sua moto.
Hanna mi aprì la porta vestita solo con una larga t-shirt sbiadita. Una spalla usciva dal collo largo fin sotto l'ascella, e l'eleganza delle sue gambe nude, lunghe e affusolate, la rendeva sexy da far paura.
«Denise?! - Esclamò sorpresa - Avanti, entra» E si scostò per lasciarmi passare.
Non sapevo dove andare, non avevo un soldo con me, non avevo voglia di tornare a casa e nemmeno di rifugiarmi da mia sorella. Avevo bisogno di parlare liberamente di ciò che mi era successo, mi serviva un aiuto, un consiglio e l'unica che me lo avrebbe dato senza giudicarmi era Hanna.
Seduta accanto a lei nel divano, le raccontai ogni cosa, senza tralasciare nessun particolare, le rovesciai addosso la storia dall'inizio alla fine e, se da un lato parlarne mi liberava da un peso, dall'altro rendeva tutto drammaticamente reale. Fu come ripiombare nuovamente nella confusione che mi aveva travolta quando avevo scoperto l'inganno di Eric.
Hanna ascoltò tutto senza dire una parola finché il mio telefono squillò. Era un numero sconosciuto.
Sorrisi immaginando che fosse Big, ma quando risposi, ad assalirmi fu un'altra voce:
«Denise, sono Patrick.»
Eric aveva chiamato Patrick, lo aveva informato di tutto o forse aveva sperato di trovarmi da lui, ma il solo sentire la sua voce mi diede la nausea. Tutte le parole che avrei voluto rovesciargli addosso m'ingolfarono lo stomaco. Gli chiusi il telefono in faccia.
«Era Patrick» Sussurrai con gli occhi bassi.
«Bene, - Esclamò risoluta Hanna, alzandosi - c'è solo una cosa da fare - Prese il mio cellulare e lo spense, poi mi guardò e disse - Sbronzarci!» I suoi occhi guizzavano di luce.
«Cosa?» Domandai incredula. Come poteva quella essere una soluzione?
«Non ti preoccupare, domani quando ti sveglierai ritroverai tutto quanto esattamente com'è ora, però magari sarai abbastanza lucida da capire cosa fare. Su, dai, vieni come me.»
Mi prese per mano, mi trascinò in camera sua dove svuotò l'armadio alla ricerca di un abito adatto a me e si levò la t-shirt restando completamente nuda, per nulla intimidita dalla mia presenza. Il suo seno dirompente e sodo sfidava la gravità con una protervia incantevole, il suo corpo magro e tonico lo faceva sembrare ancora più abbondante. Ammirai il ventre piatto, la perfetta rotondità delle natiche da cui, chinandosi per indossare la gonna, sbirciarono voluttuose le labbra. Mi mancò il respiro e mi rifugiai in bagno per non cedere al desiderio di carezzare quel corpo, di sentirne la delicatezza sotto le dita e di saggiarne il sapore, assaporandolo e respirandolo.
Scegliemmo un locale poco distante dall'abitazione di Hanna, ci sedemmo in un angolo appartato e ordinammo due cocktail ai quali ne seguirono altri e altri ancora, tutti offerti da uomini desiderosi di infilare i loro piselli sotto le nostre corte gonne, ma quella sera non ce n'era per nessuno.
Sarà stato l'alcool, la voglia di evadere e annullarsi nuovamente, o semplicemente il desiderio represso di donarci l'un l'altra, ma mi ritrovai la sua bocca sulla mia.
Lentamente le sue labbra carnose e fresche iniziarono a succhiare le mie. Chiusi gli occhi gustandomi quell'estatico bacio e cercai la sua lingua. Un fremito mi guizzò fra le cosce. Volevo Hanna e lei voleva me.
Da sotto il tavolo Hanna mi sfiorò il ginocchio e risalì la coscia, un brivido rotolò sulla mia pelle pregustando l'attimo in cui le sue dita si sarebbero tuffate fra i miei anfratti. Allargai le gambe e gemetti, quando le sue dita s'immersero nei miei umori, ma non mi staccai dalla sua bocca. Spostai il bacino in avanti, appoggiandomi sulla punta dello sgabello, per lasciarle più pelle possibile. Hanna separò con magistrale delicatezza le grandi labbra e scivolò giù fino alla fessura per poi risalire fino al clitoride e tornare giù. Il mio sesso era interamente nella sua mano e lo vezzeggiava, lo stordiva, lo irretiva e lo estasiava. Lo sentii gonfiarsi fra le sue mani, espandersi e contrarsi avviluppando il più sfrenato desiderio.
«Andiamo a casa mia» Sussurrò Hanna.
Io ero talmente eccitata che non persi tempo a rispondere, mi alzai pronta a schizzare via dal locale.
Durante il breve tragitto barcollammo tenendoci per mano, sostando qua e là per baci fugaci e per audaci carezze. Mi sentivo una ragazzina senza altri pensieri per la testa se non ciò che sarebbe accaduto da lì a breve.
Quando arrivammo alla porta d'ingresso, Hanna, stordita dall'alcool, faticò a trovare le chiavi e, mentre tentava d'infilarle nella toppa, io varcai la sua fessura con due dita. Le chiavi le caddero e si appoggiò con le mani alla porta per non cadere. Ansimò intrisa di voglia come le mie dita che entravano e uscivano da lei. Mi chinai per raccogliere le chiavi e infilai la mia lingua fra le sue labbra raccogliendone il miele.
«Oddio ... Sì!» Rantolò.
Con isterica fretta varcammo finalmente la soglia e senza nemmeno spogliarci mi chinai fra le sue gambe e iniziai a saggiare il suo frutto delicato, a succhiare le sue labbra piccole e armoniose, ad insinuarmi nella sua fessura e a vezzeggiarle il clitoride.
Hanna, urlando e gemendo, si appoggiò al muro e posò un piede sul mobile dell'ingresso. Il suo fiore sbocciò per me. Allargai le grandi labbra e leccai pienamente la sua pelle, poi mi concentrai sul grinzoso pertugio. Lo stuzzicai con la punta della lingua percorrendone il contorno, sentendone la resistenza e anche la voglia suprema che lo faceva contrarre. Umettai un dito scivolando fra gli umidi anfratti di Hanna e poi lo varcai. Hanna rantolò e chinò il capo indietro in preda all'estasi. Stava godendo.
Con un altro dito violai la sua fessura e concentrai la mia lingua sul suo clitoride.
«Sì, sì, sì, così...» I suoi gemiti seguirono il suo ancheggiare sulla mia bocca finché sazia scivolò a terra, stordita dal piacere.
Le bastarono pochi istanti per riprendersi, poi, mi scagliò addosso uno sguardo libidinoso che m'incendiò più di quanto già non fossi e, gattonando, mi raggiunse.
Baciò la mia bocca, ingaggiò con la mia lingua una danza forsennata e mi spogliò.
Mi fece alzare e accomodare sulla poltrona accanto a noi, appoggiai i talloni sui braccioli spalancandomi a lei. La sua bocca mi lambì il collo e scivolò giù sul mio seno. Succhiò i miei capezzoli, mentre le sue dita varcarono la mia fessura. Ero fradicia di piacere, intrisa di desiderio fino all'osso. Allargai le cosce più che potei spostando il bacino in avanti per godere a pieno delle sue carezze.
La sua bocca rotolò sul mio ventre e, finalmente, approdò fra le mie gambe.
Separò le ali, leccò il mio miele, s'intrufolò nei miei pertugi e stuzzicò il mio clitoride con una delicatezza e una maestria che mai prima d'allora avevo provato.
Mi eccitava vedere la sua chioma bionda fra le mie gambe e vedere la sua lingua donarmi piacere. Più la guardavo più il desiderio cresceva. Poi le sue dita si tuffarono nei miei pozzi di piacere, mentre la sua bocca continuò a baciarmi e baciarmi ininterrottamente finché chiusi gli occhi, chinai il capo indietro e arricciai i piedi in preda ad un orgasmo che pareva interminabile.
Urlai, imprecai, affondai le unghie nella mia carne stordita dall'estasi.

Hanna non smise di carezzarmi. Continuò, delicatamente, a sfiorare la mia pelle intorpidita dal piacere, lusingandola e preparandola a godere nuovamente. La nostra notte era appena cominciata.

E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 12)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quando l'aereo decollò mi parve di lasciare a terra ogni laccio che mi legava alla vecchia Denise. Fu come se una zavorra si fosse staccata dalla mia anima, perché troppo pesante per volare insieme a me.
Da quel momento i viaggi di lavoro, quelli che per anni avevo categoricamente rifiutato, si moltiplicarono e spesso si dilungavano più del previsto, ma non perché le nostre voglie di letto interferissero col nostro lavoro, anzi, l'ansia di tuffarci nelle nostre effusioni ci spingeva ad essere talmente efficienti e convincenti coi clienti da chiudere le trattative spesso prima del previsto, proprio per sfruttare a pieno ogni attimo possibile, bevendo e prosciugando ogni istante, senza sprecarne nemmeno uno.
Fu però durante quel primo viaggio che avvenne la svolta. Durante quel viaggio, la crisalide divenne farfalla.

Patrick si era trattenuto al bar dell'Hotel con i clienti, io salii in camera per prepararmi per la cena, ma quando varcai la soglia trovai ad attendermi sul letto un abito da sera lungo, senza spalline e con un profondo spacco che arrivava all'inguine.
Adagiato sulla seta c'era un biglietto:

Indossalo e raggiungimi al bar. Stasera ti porterò in un posto speciale.
Dobbiamo festeggiare.

Patrick


Carica d'eccitazione, non persi tempo e lo indossai. Quell'abito era favoloso: era elegante, ma lo spacco che si apriva lungo tutta la gamba lo rendeva anche paurosamente sexy. Dai piedi laccati di rosso e racchiusi in un paio di sfavillanti sandali tacco dodici, saliva lungo la caviglia sottile, sul polpaccio, il ginocchio e ancora più su sulla coscia fino ad approdare all'inguine nudo.
Sarebbe bastato un lieve movimento o un timido alito di vento per sollevare quel velo di seta e mostrare al mondo il mio peccaminoso frutto.
A quel pensiero un fremito mi solleticò fra le gambe. Mi eccitava pensare che chiunque potesse sbirciare là sotto e accendersi di desiderio. Volevo che ogni uomo o donna che mi passava accanto desiderasse far l'amore con me.
Non resistetti. Scivolai con la mano attraverso lo spacco e, gemendo, accarezzai la mia fessura, lentamente. Il dolce miele invadeva ogni anfratto. Avrei voluto godere con me stessa, ma volevo esplodere di desiderio per Patrick. La curiosità di sapere cos'avesse  in serbo per me ebbe il sopravvento.
Colorai di rosso le labbra e uscii dalla stanza.
Nessuno rimaneva indifferente. Sentivo gli occhi di tutti addosso: quelli bramosi dei mariti e quelli scandalizzati delle mogli, quelli invidiosi e quelli desiderosi, e mi eccitavano da morire.
Lì non ero nessuno ed ero tutti al temo stesso. Non ero Denise coi suoi paletti e il suo autocontrollo, non ero la moglie di Eric e l'amante di Patrick, lì non c'era il mio passato e nemmeno il mio futuro.
Ero pura eleganza e seduzione. Ero l'incarnazione dei sogni proibiti di chiunque avesse la fortuna d'incontrarmi. Compreso Patrick.
Cominciò a far l'amore con me non appena entrai nel suo campo visivo.
I suoi occhi mi assaggiarono ardenti, accompagnando ogni mio passo finché lo raggiunsi. Saggiarono la mia pelle, si insinuarono sotto la seta immaginando il momento in cui sarebbe scivolata via dal mio corpo per poi avermi a suo piacimento.
Quando gli fui accanto si avvicinò finché la sua bocca mi sfiorò il collo raggiungendo il mio orecchio e sussurrò bramoso:

«Ti voglio»

Era esattamente ciò che volevo sentirmi dire.
Poi, coperto dal suo corpo, sgattaiolò con la mano fra le mie cosce fino a raggiungere la mia fessura umida e nuda e la penetrò lì, davanti a tutti, nel bel mezzo di un affollato bar d'hotel nell'ora dell'aperitivo.
Faticai a trattenere un gemito e poi un altro ancora e ancora un altro mentre le sue dita mi facevano godere entrando e uscendo da me, sfiorando i miei meandri, giocando coi miei petali, carezzando il mio clitoride. Mi aggrappai a lui stringendolo a me in un abbraccio che voleva impedire al mio corpo di contrarsi negli spasmi del piacere, mentre le sue labbra si fiondarono sulle mie impedendomi di gridare.
Quando sfilò le sue dita, poco prima che arrivasse l'orgasmo, quasi lo odiai per quella brusca interruzione. Volevo andare fino in fondo, non m'importava che fossimo in un locale pubblico. Volevo godere, godere e basta. Ero talmente eccitata che se anche m'avesse spogliata in mezzo a tutti quegli sconosciuti non mi sarei opposta, anzi, avrei aperto liberamente le gambe lasciando che tutti assistessero al mio piacere.
Il furore, il desiderio, la passione che zampillavano dai miei occhi gli aprirono sul viso un sorriso soddisfatto. Mi voleva così: pazza d'eccitazione.
Con ancora il desiderio che mi pulsava fra le cosce e che mi mordeva il ventre, lo seguii all'esterno dove c'era un'auto che ci attendeva per portarci in un locale fuori città.
I vetri oscurati ci riparavano dagli sguardi indiscreti, compreso quello dell'autista. Il mio frutto reclamava attenzione, gridava tutto il suo desiderio. Scostai la seta scoprendo interamente le gambe e il ventre fin quasi all'ombelico, gli occhi di Patrick si accesero famelici e l'eccitazione si gonfiò fra le sue gambe. Allungai una mano sul suo voglioso rigonfiamento, mentre con l'altra, gemendo, raggiunsi il mio monte di Venere. Da lì discesi le calde vallate, risalii sui promontori, vezzeggiai le fessure, carezzai i pertugi finché Patrick liberò il suo membro dai pantaloni e spinse la mia testa fra le sue gambe affinché ingoiassi il suo piacere. Le sue dita afferrarono le mie grandi labbra, il mio frutto pulsava nella sua mano mentre lui lo spremeva, lo stringeva, lo manipolava e io gemevo in preda all'estasi mentre il suo dardo mi riempiva la bocca. Non sapevo se eravamo in centro città, in campagna, in mezzo al traffico a pochi centimetri dal resto del mondo oppure dispersi chissà dove, ma non m'importava. Però mi eccitava pensare che un timido vetro oscurato era l'unica cosa che ci divideva dall'altro uomo che occupava la vettura.
Quando l'auto si fermò non avevo nemmeno idea di quanto tempo fosse passato, ma mi parve di essere in un altro mondo e in un'altra epoca.
Il crepuscolo si era arreso e la notte aveva fagocitato tutto, anche le luci della città.
Davanti a noi si presentava in tutta la sua imponenza una splendida villa settecentesca, immersa in un parco illuminato solo da suggestive fiaccole e candele.
Quando varcammo la soglia ci accolse il profumo intenso di incensi e candele aromatizzati all'oppio. Drappi rossi e broccati ornavano divani e finestre, e musica di sottofondo si mescolava alle risate e alle voci dei presenti.
Quel posto mi pareva surreale.
Un barman shakerava gli ingredienti di un cocktail, mentre oltre il banco, proprio di fronte a lui, un uomo succhiava il seno di una donna. Fra la folla che chiacchierava come se niente fosse, donne senza veli si aggiravano leggiadre e disinvolte raccogliendo calici di champagne dai vassoi dei camerieri, così come baci e carezze dai partecipanti alla festa.
Era il regno della lussuria.
Una scalinata conduceva alle appartate camere del piano superiore, ma nessuno impediva di far l'amore lì davanti a tutti e con chiunque, senza freni e senza giudizi, o semplicemente di sedersi al ristorante della villa e consumare nudi il proprio pasto.
Mi affascinava vedere la libertà che aleggiava in quel posto, il desiderio e l'eccitazione che impregnavano l'aria e l'anima di tutti i presenti.
Non avrei mai immaginato di capitare in un luogo del genere e probabilmente in qualsiasi altro istante della mia vita sarei scappata via inorridita o comunque intimidita e satura di vergogna, ma non in quel momento.
Grazie a Patrick ero talmente eccitata e intrisa di desiderio che ovunque si posassero i miei occhi scorgevo qualcosa che amplificava la mia voglia. L'alcool poi fece il resto, spogliandomi non solo del mio vestito ma anche di qualsiasi remora.
Patrick mi condusse nel giardino sul retro dove fiaccole poggiate per terra seguivano il perimetro di una piscina. Fu per me un richiamo irresistibile.
Sciolsi la cerniera dell'abito, la seta scivolò sulla mia pelle e si accasciò a terra. L'aria fresca turbinò sui miei capezzoli inturgidendoli. Nuda, percorsi lentamente i gradini che scendevano nell'acqua e m'immersi in quel tepore sotto gli occhi di tutti. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, se sarei riuscita ad andare fino in fondo e lasciarmi andare con uno sconosciuto oppure no, ma l'idea di poterlo fare mi eccitava terribilmente. Era tutto così trasgressivo, peccaminoso e il fatto che la stragrande maggioranza della gente lo trovasse sbagliato rendeva il tutto ancora più eccitante. Ero travolta, irretita e lusingata dal dolce sapore del proibito.
Mi sentivo una specie di eletta che aveva la fortuna di sorseggiare il nettare più prelibato e gustoso direttamente dai seni della Vita. Mi sentivo una libera ninfa che aveva il privilegio di essere baciata dalla libertà più assoluta, di godere pienamente dei piaceri del sesso più sublime, quello senza limiti e senza rimpianti, quello goduto liberando l'istinto.
Patrick si accomodò in un salottino a bordo piscina e scrutò ogni mio movimento. Era certo che di lì a poco qualcosa sarebbe accaduto e non voleva perdersi la scena.
L'acqua sciabordava fra le mie cosce e carezzava le mie labbra libere. Un leggero vapore si sollevava sfumando i contorni e rendendo l'atmosfera ancor più incantata. Raggiunsi l'isola al centro della vasca e mi adagiai sul bagnasciuga artificiale.
Una splendida ragazza s'immerse nell'acqua. Pareva una sirena. Il suo corpo nudo e sinuoso si muoveva morbido e seducente. Le sue curve emergevano, brillando illuminate dalle lanterne, per poi sparire nuovamente sotto la superficie e ricomparire un po' più in là.
La guardai danzare nell'acqua finché emerse per raggiungermi.
Non ebbe bisogno di dire nulla, di chiedere nulla. Io non dissi nulla, ma il fuoco che mi si accese fra le gambe divampò anche nei miei occhi. Lei se ne accorse e lo fece suo.
Gattonò fra le mie gambe maliziosa e leggiadra come poco prima aveva fatto nell'acqua. Scivolò su di me come una boccata d'aria fresca. La sua pelle calda e morbida sfiorava la mia, i suoi capezzoli giocarono sul mio ventre salendo su fino a danzare coi miei finché le sue labbra schiusero le mie.
Era la prima volta che lo facevo con una donna. La prima volta che una donna mi sfiorava così, la prima volta che i capezzoli di una femmina carezzavano la mia pelle e la prima volta che baciavo una donna non per affetto, ma per sfrenata passione.
Sapeva di cloro e di gloss alla ciliegia. Erano così morbide quelle labbra, così carnose e delicate senza la dura barba di un uomo a graffiarmi la pelle. Quelle labbra invogliavano a morderle, a succhiarle e penetrarle con la lingua per danzare insieme alla sua.
Poi la sua bocca si staccò dalla mia per scivolare giù lungo il mio collo e ancora più giù sul mio seno.
Gemetti sentendo il tocco delicato della sua lingua e dei suoi baci che raccoglievano le goccioline che ancora giacevano sulla mia pelle, finché una scarica elettrica mi percorse tutto il corpo, fino ad arricciarmi i piedi, quando le sue dita si intrufolarono fra le mie cosce.
Lentamente discese le mie valli, sfiorando la fessura e spingendosi giù fino al perineo, poi tornò su ripercorrendo gli stessi meandri fino ad approdare al clitoride. Mi sentii scuotere da un tremito e un gemito intenso sgorgò dalla mia gola. Non ressi più il peso della schiena e della testa come se tutta me stessa fosse impegnata solo ed esclusivamente a godere per quelle dita che mi carezzavano là dove nessuna donna era mai stata.
Mi sdraiai a terra e allargai le gambe più che potei. Il mio frutto era lì pronto per essere divorato da quella donna sconosciuta.
La sua bocca scese sul mio ventre e baciò i miei fianchi mentre le sue mani massaggiavano le mie labbra e si tuffarono nei miei umori. Le sue dita penetrarono la mia fessura come un coltello nel burro. Urlai di piacere. La delicatezza di quelle mani era qualcosa che non avevo mai provato, era la manualità, l'esperienza e l'arte del piacere che solo una donna può avere.
Quando la sua lingua sostituì le sue dita credetti di scoppiare. Vedevo la sua chioma bionda fra le mie cosce, la sua bocca gustare la mia pelle, le sue natiche alte contro il cielo mostrando alla luna il peccaminoso frutto che custodivano.
Sapientemente baciò ogni anfratto, succhiò le mie labbra, la sua lingua s'intrufolò nella mia fessura raccogliendo i miei umori, vezzeggiandola, corteggiandola, finché le bastò avvicinarsi al clitoride per farmi esplodere di piacere.
Ma questo non bastò a fermare la sua lingua, perché sapeva che un orgasmo, per una donna, è solo l'inizio. E' un antipasto, un aperitivo, è qualcosa che non sazia, ma anzi, scatena la fame.
Baciò l'interno delle mie cosce, l'inguine, risalì sul monte di Venere, sul mio ventre, il mio seno fino ad approdare nuovamente sulla mia bocca.
Il gloss e il cloro non c'erano più. Quelle scaltre labbra sapevano di me.
Liberai l'istinto e lasciai che fosse la curiosità a spingermi oltre il limite che fino a quel momento non avevo mai valicato.
Allungai una mano fra le sue gambe intrufolando le dita in quel sesso così uguale al mio eppure così diverso.
Era così morbida, umida e più le mie mani giocavano con le sue labbra e più i suoi gemiti si facevano intensi. Mi piaceva farla godere, mi eccitava far godere un'altra donna.
Volevo vederla da vicino, saggiarla, vedere il suo fiore schiudersi e sbocciare per me. Volevo che  mi esplodesse in bocca.
Mi sollevai e ruzzolai sopra di lei, fra le sue gambe.
Affondai le mani nei suoi seni e succhiai i suoi capezzoli, li sentii turgidi e gonfi contro la mia lingua. Poi scivolai fra le sue cosce e ammirai il suo sesso. Le sue armoniose grandi labbra si aprirono per mostrarmi la delicatezza dei piccoli petali, il bocciolo, i pertugi, gli anfratti. C'era un mondo intero da esplorare e da ammirare, un universo che non attendeva altro che le mie dita e la mia bocca.
Guardavo quel fiore, lo accarezzavo ed era come se accarezzassi il mio. Più lo saggiavo e più l'eccitazione cresceva alimentata anche dai suoi gemiti e dai suoi movimenti.
Le mie dita disegnavano arabeschi di piacere fra quei meandri lussuriosi, alternavo tocchi decisi ad altri delicati esattamente come avrei voluto essere toccata io, poi allargai le grandi labbra portando alla ribalta il clitoride gonfio d'eccitazione e intrufolai la lingua nella sua fessura. Saggiai quel frutto prelibato in ogni sua parte, avida del suo piacere e del mio. Erano i suoi gemiti a guidare la mia lingua e a muovere le mie dita.
Con la coda dell'occhio vidi Patrick in piedi accanto al divanetto che prendeva da dietro una donna. I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e a ogni colpo il viso di lei si contorceva dal piacere. Conoscevo bene le potenzialità di quel membro, e insieme a quel fiore che sbocciava sulla mia bocca avrei voluto anche quel dardo dentro di me. Patrick teneva la donna per i fianchi, la colpiva con forza, con veemenza, mentre i suoi occhi erano tutti per me. Scopava quella donna guardando me fra le gambe di un'altra.
Più mi guardava e più il desiderio cresceva. Mi eccitava quella complicità fra di noi. Quell'assoluta libertà di godere fra di noi e con altri senza il timore di ferire nessuno, semplicemente liberi di dare sfogo ad ogni nostra voglia senza temere di essere giudicati.
Era solo ed esclusivamente sesso. L'assoluta libertà di concedersi al piacere più assoluto e di dare piacere.
Improvvisamente sentii premere fra le gambe. Un membro gonfio di voglia voleva entrare nella mia fessura e la carezzava strofinandosi sulla mia pelle dal clitoride al perineo, premendo fra i miei anfratti desiderosi di essere violati ancora una volta.
Mi voltai per vedere chi fosse, ma com'era logico non lo conoscevo. Un uomo si ergeva sopra di me col suo petto nudo e tonico mentre io ero china in avanti fra le gambe della mia giovane compagna di giochi.
Non avevo idea di chi fosse, ma stavo iniziando a conoscere il suo sesso e ciò che mi stava facendo mi piaceva da morire.

«Continua, ti prego» Mi supplicò la ragazza, spingendomi la testa fra le sue cosce.

Non la feci attendere. Sopraffatta dall'eccitazione per le carezze di quel membro e pregustando l'attimo in cui sarebbe entrato dentro di me gonfiandomi di piacere, mi fiondai sui petali di quel fiore che pulsava davanti al mio viso e li succhiai avidamente, mentre con due dita varcai la sua soglia. Lei gridò in preda all'estasi, ancheggiando e muovendo il bacino sfregandosi sulla mia lingua e scorrendo sulle mie dita finché un urlo che riecheggiò in quella lussuriosa notte annunciò il suo orgasmo.
In quel momento lo sconosciuto mi penetrò e all'urlo della ragazza seguì il mio e poi un altro ancora mentre quel dardo mi riempiva con tutta la sua fiera passione.
La ragazza scivolò col viso fra le mie gambe e cominciò a baciarmi il clitoride. Credetti di non reggere a quel piacere così intenso. Ero sopraffatta dall'estasi più totale. Due persone sconosciute, un uomo e una donna, mi stavano facendo delirare. Non sapevo più dov'ero e cos'ero. Sentivo solo il piacere crescere, crescere, crescere inarrestabile e io gridavo perché volevo che continuassero a farmi godere sempre di più. Quando poi lo sconosciuto valicò con due dita anche il mio stretto e pulsante pertugio non riuscii più a trattenermi. Quando l'orgasmo arrivò mi sentii quasi svenire. Avevo raggiunto l'Olimpo e da lì non volli più scendere.

E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 12)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quando l'aereo decollò mi parve di lasciare a terra ogni laccio che mi legava alla vecchia Denise. Fu come se una zavorra si fosse staccata dalla mia anima, perché troppo pesante per volare insieme a me.
Fu infatti durante quel viaggio che avvenne la svolta, e la crisalide divenne farfalla.
Patrick si era trattenuto al bar dell'Hotel con i clienti, io salii in camera per prepararmi per la cena, ma quando varcai la soglia trovai ad attendermi sul letto un abito da sera lungo, senza spalline e con un profondo spacco che arrivava all'inguine.
Adagiato sulla seta c'era un biglietto:

Indossalo e raggiungimi al bar. Stasera ti porterò in un posto speciale.
Dobbiamo festeggiare.

Patrick

Carica d'eccitazione, non persi tempo e lo indossai. Quell'abito era favoloso: era elegante, ma lo spacco che si apriva lungo tutta la gamba lo rendeva anche paurosamente sexy. Dai piedi laccati di rosso e racchiusi in un paio di sfavillanti sandali tacco dodici, saliva lungo la caviglia sottile, sul polpaccio, il ginocchio e ancora più su sulla coscia fino ad approdare all'inguine nudo.
Sarebbe bastato un lieve movimento o un timido alito di vento per sollevare quel velo di seta e mostrare al mondo il mio peccaminoso frutto.
A quel pensiero un fremito mi solleticò fra le gambe. Mi eccitava pensare che chiunque potesse sbirciare là sotto e accendersi di desiderio. Volevo che ogni uomo o donna che mi passava accanto desiderasse far l'amore con me.
Non resistetti. Scivolai con la mano attraverso lo spacco e, gemendo, accarezzai la mia fessura, lentamente. Il dolce miele invadeva ogni anfratto. Avrei voluto godere con me stessa, ma volevo esplodere di desiderio per Patrick. La curiosità di sapere cos'avesse in serbo per me ebbe il sopravvento.
Colorai di rosso le labbra e uscii dalla stanza.
Nessuno rimaneva indifferente. Sentivo gli occhi di tutti addosso: quelli bramosi dei mariti e quelli scandalizzati delle mogli, quelli invidiosi e quelli desiderosi, e mi eccitavano da morire.
Lì non ero nessuno ed ero tutti al temo stesso. Non ero Denise coi suoi paletti e il suo autocontrollo, non ero la moglie di Eric e l'amante di Patrick, lì non c'era il mio passato e nemmeno il mio futuro.
Ero pura eleganza e seduzione. Ero l'incarnazione dei sogni proibiti di chiunque avesse la fortuna d'incontrarmi. Compreso Patrick.
Cominciò a far l'amore con me non appena entrai nel suo campo visivo.
I suoi occhi mi assaggiarono ardenti, accompagnando ogni mio passo finché lo raggiunsi. Saggiarono la mia pelle, si insinuarono sotto la seta immaginando il momento in cui sarebbe scivolata via dal mio corpo per poi avermi a suo piacimento.
Quando gli fui accanto si avvicinò finché la sua bocca mi sfiorò il collo raggiungendo il mio orecchio e sussurrò bramoso:
«Ti voglio!»
Era esattamente ciò che volevo sentirmi dire.
Poi, coperto dal suo corpo, sgattaiolò con la mano fra le mie cosce fino a raggiungere la mia fessura umida e nuda e la penetrò lì, davanti a tutti, nel bel mezzo di un affollato bar d'hotel nell'ora dell'aperitivo.
Faticai a trattenere un gemito e poi un altro ancora e ancora un altro mentre le sue dita mi facevano godere entrando e uscendo da me, sfiorando i miei meandri, giocando coi miei petali, carezzando il mio clitoride. Mi aggrappai a lui stringendolo a me in un abbraccio che voleva impedire al mio corpo di contrarsi negli spasmi del piacere, mentre le sue labbra si fiondarono sulle mie impedendomi di gridare.
Quando sfilò le sue dita, poco prima che arrivasse l'orgasmo, quasi lo odiai per quella brusca interruzione. Volevo andare fino in fondo, non m'importava che fossimo in un locale pubblico. Volevo godere, godere e basta. Ero talmente eccitata che se anche m'avesse spogliata in mezzo a tutti quegli sconosciuti non mi sarei opposta, anzi, avrei aperto liberamente le gambe lasciando che tutti assistessero al mio piacere.
Il furore, il desiderio, la passione che zampillavano dai miei occhi gli aprirono sul viso un sorriso soddisfatto. Mi voleva così: pazza d'eccitazione.
Con ancora il desiderio che mi pulsava fra le cosce e che mi mordeva il ventre, lo seguii all'esterno dove c'era un'auto che ci attendeva per portarci in un locale fuori città.
I vetri oscurati ci riparavano dagli sguardi indiscreti, compreso quello dell'autista. Il mio frutto reclamava attenzione, gridava tutto il suo desiderio. Scostai la seta scoprendo interamente le gambe e il ventre fin quasi all'ombelico, gli occhi di Patrick si accesero famelici e l'eccitazione si gonfiò fra le sue gambe. Allungai una mano sul suo voglioso rigonfiamento, mentre con l'altra, gemendo, raggiunsi il mio monte di Venere. Da lì discesi le calde vallate, risalii sui promontori, vezzeggiai le fessure, carezzai i pertugi finché Patrick liberò il suo membro dai pantaloni e spinse la mia testa fra le sue gambe affinché ingoiassi il suo piacere. Le sue dita afferrarono le mie grandi labbra, il mio frutto pulsava nella sua mano mentre lui lo spremeva, lo stringeva, lo manipolava e io gemevo in preda all'estasi mentre il suo dardo mi riempiva la bocca. Non sapevo se eravamo in centro città, in campagna, in mezzo al traffico a pochi centimetri dal resto del mondo oppure dispersi chissà dove, ma non m'importava. Però mi eccitava pensare che un timido vetro oscurato era l'unica cosa che ci divideva dall'altro uomo che occupava la vettura.
Quando l'auto si fermò non avevo nemmeno idea di quanto tempo fosse passato, ma mi parve di essere in un altro mondo e in un'altra epoca.
Il crepuscolo si era arreso e la notte aveva fagocitato tutto, anche le luci della città.
Davanti a noi si presentava in tutta la sua imponenza una splendida villa settecentesca, immersa in un parco illuminato solo da suggestive fiaccole e candele.
Quando varcammo la soglia ci accolse il profumo intenso di incensi e candele aromatizzati all'oppio. Drappi rossi e broccati ornavano divani e finestre, e musica di sottofondo si mescolava alle risate e alle voci dei presenti.
Quel posto mi pareva surreale.
Un barman shakerava gli ingredienti di un cocktail, mentre oltre il banco, proprio di fronte a lui, un uomo succhiava il seno di una donna. Fra la folla che chiacchierava come se niente fosse, donne senza veli si aggiravano leggiadre e disinvolte raccogliendo calici di champagne dai vassoi dei camerieri, così come baci e carezze dai partecipanti alla festa.
Era il regno della lussuria.
Una scalinata conduceva alle appartate camere del piano superiore, ma nessuno impediva di far l'amore lì davanti a tutti e con chiunque, senza freni e senza giudizi, o semplicemente di sedersi al ristorante della villa e consumare nudi il proprio pasto.
Mi affascinava vedere la libertà che aleggiava in quel posto, il desiderio e l'eccitazione che impregnavano l'aria e l'anima di tutti i presenti.
Non avrei mai immaginato di capitare in un luogo del genere e probabilmente in qualsiasi altro istante della mia vita sarei scappata via inorridita o comunque intimidita e satura di vergogna, ma non in quel momento.
Grazie a Patrick ero talmente eccitata e intrisa di desiderio che ovunque si posassero i miei occhi scorgevo qualcosa che amplificava la mia voglia. L'alcool poi fece il resto, spogliandomi non solo del mio vestito ma anche di qualsiasi remora.
Patrick mi condusse nel giardino sul retro dove fiaccole poggiate per terra seguivano il perimetro di una piscina. Fu per me un richiamo irresistibile.
Sciolsi la cerniera dell'abito, la seta scivolò sulla mia pelle e si accasciò a terra. L'aria fresca turbinò sui miei capezzoli inturgidendoli. Nuda, percorsi lentamente i gradini che scendevano nell'acqua e m'immersi in quel tepore sotto gli occhi di tutti. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, se sarei riuscita ad andare fino in fondo e lasciarmi andare con uno sconosciuto oppure no, ma l'idea di poterlo fare mi eccitava terribilmente. Era tutto così trasgressivo, peccaminoso e il fatto che la stragrande maggioranza della gente lo trovasse sbagliato rendeva il tutto ancora più eccitante. Ero travolta, irretita e lusingata dal dolce sapore del proibito.
Mi sentivo una specie di eletta che aveva la fortuna di sorseggiare il nettare più prelibato e gustoso direttamente dai seni della Vita. Mi sentivo una libera ninfa che aveva il privilegio di essere baciata dalla libertà più assoluta, di godere pienamente dei piaceri del sesso più sublime, quello senza limiti e senza rimpianti, quello goduto liberando l'istinto.
Patrick si accomodò in un salottino a bordo piscina e scrutò ogni mio movimento. Era certo che di lì a poco qualcosa sarebbe accaduto e non voleva perdersi la scena.
L'acqua sciabordava fra le mie cosce e carezzava le mie labbra libere. Un leggero vapore si sollevava sfumando i contorni e rendendo l'atmosfera ancor più incantata. Raggiunsi l'isola al centro della vasca e mi adagiai sul bagnasciuga artificiale.
Una splendida ragazza s'immerse nell'acqua. Pareva una sirena. Il suo corpo nudo e sinuoso si muoveva morbido e seducente. Le sue curve emergevano, brillando illuminate dalle lanterne, per poi sparire nuovamente sotto la superficie e ricomparire un po' più in là.
La guardai danzare nell'acqua finché emerse per raggiungermi.
Non ebbe bisogno di dire nulla, di chiedere nulla. Io non dissi nulla, ma il fuoco che mi si accese fra le gambe divampò anche nei miei occhi. Lei se ne accorse e lo fece suo.
Gattonò fra le mie gambe maliziosa e leggiadra come poco prima aveva fatto nell'acqua. Scivolò su di me come una boccata d'aria fresca. La sua pelle calda e morbida sfiorava la mia, i suoi capezzoli giocarono sul mio ventre salendo su fino a danzare coi miei finché le sue labbra schiusero le mie.
Era la prima volta che lo facevo con una donna. La prima volta che una donna mi sfiorava così, la prima volta che i capezzoli di una femmina carezzavano la mia pelle e la prima volta che baciavo una donna non per affetto, ma per sfrenata passione.
Sapeva di cloro e di gloss alla ciliegia. Erano così morbide quelle labbra, così carnose e delicate senza la dura barba di un uomo a graffiarmi la pelle. Quelle labbra invogliavano a morderle, a succhiarle e penetrarle con la lingua per danzare insieme alla sua.
Poi la sua bocca si staccò dalla mia per scivolare giù lungo il mio collo e ancora più giù sul mio seno.
Gemetti sentendo il tocco delicato della sua lingua e dei suoi baci che raccoglievano le goccioline che ancora giacevano sulla mia pelle, finché una scarica elettrica mi percorse tutto il corpo, fino ad arricciarmi i piedi, quando le sue dita si intrufolarono fra le mie cosce.
Lentamente discese le mie valli, sfiorando la fessura e spingendosi giù fino al perineo, poi tornò su ripercorrendo gli stessi meandri fino ad approdare al clitoride. Mi sentii scuotere da un tremito e un gemito intenso sgorgò dalla mia gola. Non ressi più il peso della schiena e della testa come se tutta me stessa fosse impegnata solo ed esclusivamente a godere per quelle dita che mi carezzavano là dove nessuna donna era mai stata.
Mi sdraiai a terra e allargai le gambe più che potei. Il mio frutto era lì pronto per essere divorato da quella donna sconosciuta.
La sua bocca scese sul mio ventre e baciò i miei fianchi mentre le sue mani massaggiavano le mie labbra e si tuffarono nei miei umori. Le sue dita penetrarono la mia fessura come un coltello nel burro. Urlai di piacere. La delicatezza di quelle mani era qualcosa che non avevo mai provato, era la manualità, l'esperienza e l'arte del piacere che solo una donna può avere.
Quando la sua lingua sostituì le sue dita credetti di scoppiare. Vedevo la sua chioma bionda fra le mie cosce, la sua bocca gustare la mia pelle, le sue natiche alte contro il cielo mostrando alla luna il peccaminoso frutto che custodivano.
Sapientemente baciò ogni anfratto, succhiò le mie labbra, la sua lingua s'intrufolò nella mia fessura raccogliendo i miei umori, vezzeggiandola, corteggiandola, finché le bastò avvicinarsi al clitoride per farmi esplodere di piacere.
Ma questo non bastò a fermare la sua lingua, perché sapeva che un orgasmo, per una donna, è solo l'inizio. È un antipasto, un aperitivo, è qualcosa che non sazia, ma anzi, scatena la fame.
Baciò l'interno delle mie cosce, l'inguine, risalì sul monte di Venere, sul mio ventre, il mio seno fino ad approdare nuovamente sulla mia bocca.
Il gloss e il cloro non c'erano più. Quelle scaltre labbra sapevano di me.
Liberai l'istinto e lasciai che fosse la curiosità a spingermi oltre il limite che fino a quel momento non avevo mai valicato.
Allungai una mano fra le sue gambe intrufolando le dita in quel sesso così uguale al mio eppure così diverso.
Era così morbida, umida e più le mie mani giocavano con le sue labbra e più i suoi gemiti si facevano intensi. Mi piaceva farla godere, mi eccitava far godere un'altra donna.
Volevo vederla da vicino, saggiarla, vedere il suo fiore schiudersi e sbocciare per me. Volevo che mi esplodesse in bocca.
Mi sollevai e ruzzolai sopra di lei, fra le sue gambe.
Affondai le mani nei suoi seni e succhiai i suoi capezzoli, li sentii turgidi e gonfi contro la mia lingua. Poi scivolai fra le sue cosce e ammirai il suo sesso. Le sue armoniose grandi labbra si aprirono per mostrarmi la delicatezza dei piccoli petali, il bocciolo, i pertugi, gli anfratti. C'era un mondo intero da esplorare e da ammirare, un universo che non attendeva altro che le mie dita e la mia bocca.
Guardavo quel fiore, lo accarezzavo ed era come se accarezzassi il mio. Più lo saggiavo e più l'eccitazione cresceva alimentata anche dai suoi gemiti e dai suoi movimenti.
Le mie dita disegnavano arabeschi di piacere fra quei meandri lussuriosi, alternavo tocchi decisi ad altri delicati esattamente come avrei voluto essere toccata io, poi allargai le grandi labbra portando alla ribalta il clitoride gonfio d'eccitazione e intrufolai la lingua nella sua fessura. Saggiai quel frutto prelibato in ogni sua parte, avida del suo piacere e del mio. Erano i suoi gemiti a guidare la mia lingua e a muovere le mie dita.
Con la coda dell'occhio vidi Patrick in piedi accanto al divanetto che prendeva da dietro una donna. I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e a ogni colpo il viso di lei si contorceva dal piacere. Conoscevo bene le potenzialità di quel membro, e insieme a quel fiore che sbocciava sulla mia bocca avrei voluto anche quel dardo dentro di me. Patrick teneva la donna per i fianchi, la colpiva con forza, con veemenza, mentre i suoi occhi erano tutti per me. Scopava quella donna guardando me fra le gambe di un'altra.
Più mi guardava e più il desiderio cresceva. Mi eccitava quella complicità fra di noi. Quell'assoluta libertà di godere fra di noi e con altri senza il timore di ferire nessuno, semplicemente liberi di dare sfogo ad ogni nostra voglia senza temere di essere giudicati.
Era solo ed esclusivamente sesso. L'assoluta libertà di concedersi al piacere più assoluto e di dare piacere.
Improvvisamente sentii premere fra le gambe. Un membro gonfio di voglia voleva entrare nella mia fessura e la carezzava strofinandosi sulla mia pelle dal clitoride al perineo, premendo fra i miei anfratti desiderosi di essere violati ancora una volta.
Mi voltai per vedere chi fosse, ma com'era logico non lo conoscevo. Un uomo si ergeva sopra di me col suo petto nudo e tonico mentre io ero china in avanti fra le gambe della mia giovane compagna di giochi.
Non avevo idea di chi fosse, ma stavo iniziando a conoscere il suo sesso e ciò che mi stava facendo mi piaceva da morire.
«Continua, ti prego» Mi supplicò la ragazza, spingendomi la testa fra le sue cosce.
Non la feci attendere. Sopraffatta dall'eccitazione per le carezze di quel membro e pregustando l'attimo in cui sarebbe entrato dentro di me gonfiandomi di piacere, mi fiondai sui petali di quel fiore che pulsava davanti al mio viso e li succhiai avidamente, mentre con due dita varcai la sua soglia. Lei gridò in preda all'estasi, ancheggiando e muovendo il bacino sfregandosi sulla mia lingua e scorrendo sulle mie dita finché un urlo che riecheggiò in quella lussuriosa notte annunciò il suo orgasmo.
In quel momento lo sconosciuto mi penetrò e all'urlo della ragazza seguì il mio e poi un altro ancora mentre quel dardo mi riempiva con tutta la sua fiera passione.

La ragazza scivolò col viso fra le mie gambe e cominciò a baciarmi il clitoride. Credetti di non reggere a quel piacere così intenso. Ero sopraffatta dall'estasi più totale. Due persone sconosciute, un uomo e una donna, mi stavano facendo delirare. Non sapevo più dov'ero e cos'ero. Sentivo solo il piacere crescere, crescere, crescere inarrestabile e io gridavo perché volevo che continuassero a farmi godere sempre di più. Quando poi lo sconosciuto valicò con due dita anche il mio stretto e pulsante pertugio non riuscii più a trattenermi. Quando l'orgasmo arrivò mi sentii quasi svenire. Avevo raggiunto l'Olimpo e da lì non volli più scendere.

Leccamela (Racconto erotico)


Le 20.15 e io ero ancora bloccata in ufficio. Alle 17.29, esattamente un minuto prima che l’orario lavorativo terminasse, il mio capo aveva convocato me e i miei colleghi per l’ennesima, riunione. Da quando si era separata dal marito si era buttata a capofitto nel lavoro, tirava fino a tardi in ufficio e ogni scusa era buona per costringere anche noi a fare altrettanto.
"Se ha così bisogno di compagnia non potrebbe invitarci al bar per un aperitivo?” Questa era la lamentela comune fra i miei colleghi, ma poi ogni volta che capitava, diligentemente prendevamo posto al tavolo della sala riunioni.
Io solitamente ascoltando distrattamente il mio capo parlare, ma in realtà non facevo altro che guardarla. Era un bella donna, sui trentacinque, alta, atletica. Se si fosse degnata di uscire da quell’ufficio e di guardarsi un po’ intorno si sarebbe resa conto della fila di uomini disposti ad aiutarla volentieri a dimenticare il marito. Anzi, non solo uomini e non solo fuori ufficio.
Quella sera però il mio spirito rassegnato aveva lasciato il posto ad un altro ben più ribelle. Il mio fidanzato era tornato dopo un lungo viaggio di lavoro ed era dalla mattina che mi sentivo eccitata pensando alle capriole che finalmente avremmo fatto nel letto.
Il lungo periodo di astinenza forzata finalmente stava per finire e io non vedevo l’ora di saltargli al collo, mangiare le sue morbide e carnose labbra, stringermi nel suo forte abbraccio e sentire il suo cazzo penetrarmi in ogni buco.
L’eccitazione non aveva fatto che salire per tutto il giorno. Continuavo a immaginarmi a far l'amore con lui ovunque in giro per la casa. Desideravo la sua testa fra le mie gambe mentre la sua lingua mi faceva urlare di piacere.
Ero talmente eccitata che ogni volta che l’occhio mi cadeva sull’evidenziatore non riuscivo a fare a meno di pensare a come sarebbe stato infilarlo nel mio sesso voglioso. Per non parlare della scatola dei timbri, con tutti quei manici dalle forme e dimensioni più varie. Mi eccitava da morire l’idea di farmi una bella doppia con tutti quegli oggetti. Mi sembrava di avere la scrivania e i cassetti pieni di giocattoli erotici.
Me ne stavo seduta a quel tavolo tormentandomi le labbra con le dita. Sempre più impaziente, pensavo al mio uomo che mi stava aspettando, al tempo che stava passando e avevo il terrore che nell’attesa si addormentasse sfinito dal jet-leg.
Volevo scopare, volevo godere e invece ero bloccata in quella stupida riunione. Evidentemente la mia agitazione me la si leggeva in faccia, e forse anche nel mio comportamento, perché il mio capo mi domandò perplesso:
         «Va tutto bene?»
Io, presa in contropiede, risposi frettolosamente:
         «Sì, sì …  – poi in un impeto di lucidità, colsi la palla al balzo e continuai – Ho solo bisogno della toilette.»
         «Certo vai pure» Mi dispensò solerte.
Sorrisi alzandomi e sgusciai fuori dalla stanza sentendomi addosso lo sguardo invidioso dei miei colleghi.
Attraversai il corridoio deserto e in penombra, entrai nel mio ufficio e mi chiusi dentro.
Sollevai la gonna e infilai una mano nelle mutandine. Erano fradice dei miei umori. Non riuscii a trattenere un gemito non appena le mie dita sfiorarono il clitoride. Non potevo più aspettare...
Corsi alla scrivania e feci partire una videochiamata con il mio ragazzo. Sfilai le mutandine, mi sedetti comoda sulla sedia e spalancai le gambe appoggiandole ai braccioli. Sentivo il desiderio pulsarmi tra le cosce. Se mi fossi impegnata un attimo probabilmente sarei venuta anche senza toccarmi. Era così eccitante essere al lavoro, con tutti i miei colleghi chiusi nella stanza accanto, e io lì a toccarmi guardando il membro del mio ragazzo che a quella vista era diventato duro come il marmo.
Cominciai ad accarezzarmi mentre il mio uomo si masturbava. Le mie dita si muovevano lente e delicate per ritardare l’orgasmo che già sentivo imminente. Presi l’evidenziatore fucsia e me lo feci scivolare nella mia fessura gemendo di piacere. Dentro e fuori, dentro e fuori, ma qualcosa mancava ancora. Il mio culetto non vedeva l’ora che qualcosa lo penetrasse. Afferrai il timbro, lo immersi nei miei umori e forzai il mio pertugio soffocando un grido di piacere.
Improvvisamente la porta si spalancò e il mio capo irruppe nella stanza. Spaventata nascosi le gambe sotto la scrivania. L’evidenziatore scivolò per terra mentre il timbro rimase saldo al suo posto. Cercai di ricompormi ma la situazione era irrecuperabile. Pensai che mi licenziasse in tronco. Normalmente mi sarei sentita una cretina per aver perso il lavoro, ma in quel momento le mie voglie ebbe la meglio e per un attimo pensai di fregarmene e finire ciò che avevo cominciato, tanto ormai il posto lo avevo perso. Ma quando lei mi fu vicina imperò:
         «Apri le gambe puttanella!»  Il suo sguardo più che collerico era infoiato.
Io obbedii, lei si chinò e  mi spalancò le cosce.
Il suo sesso colò di umori prevedendo quello che sarebbe successo. Le sue dita mi aprirono le labbra, si infilarono nei miei lussuriosi anfratti e, mentre io urlavo di piacere, la sua lingua cominciò a leccarmela e a succhiarmela avidamente. Poi, un attimo prima che l’orgasmo esplodesse, si allontanò, si sfilò la gonna e vidi che era senza mutandine. Le parigine incorniciavano due cosce perfettamente tornite e a coronare il tutto un malizioso cuoricino sul pube che impreziosiva un frutto peccaminoso che urlava tutta la sua smania di essere divorato.
Mise un piede, con la sua splendida scarpa tacco 12, sulla scrivania spalancandomi il suo fiore in faccia.
          «Leccamela!»  Ordinò.
Io non potevo chiedere di meglio. Quelle labbra armoniose e quel clitoride gonfio erano un richiamo irresistibile. Cominciai a scivolare con la lingua su tutto il suo sesso grondante di umori sentendola gemere di piacere.
Poi si inginocchiò sulla scrivania. Il suo pertugio si contraeva smanioso. Leccai pienamente avanti e indietro, assaporando ogni angolo di quel frutto prelibato, esplorandone ogni anfratto, ogni pertugio, ogni valle e ogni collina, e più succhiavo più sentivo l’eccitazione crescere. Presi la collana di perle che indossavo, la raccolsi nella mia mano e la strofinai sul suo sesso.
Lei godeva e si muoveva sotto di me strofinandosi sulla mia mano, poi presi le perle e una ad una gliele infilai nel voglioso pertugio. Ogni perla scatenava un gemito.
Continuai ad assaporarla, a succhiarla a leccarla, mentre dal suo corpo penzolava  una coda di gemme preziose. Lentamente iniziai a sfilarle, perla dopo perla fino a quando un urlo liberatorio annunciò il suo orgasmo.
Riprese fiato, poi si chinò fra le mie gambe. Il timbro era ancora lì ad allargare il mio anfratto proibito. Lei lo sfilò e cominciò ad infilarci la sua lingua per poi salire dentro la mia fessura riempiendo il mio culetto con le sue dita. La sua bocca continuò a baciare e sollecitare ogni mio anfratto finché gridai di piacere.
Mi era capitato altre volte di farlo con una donna, ma quella volta fu qualcosa di esplosivo che non vedevo l’ora di ripetere.
Mentre ero ancora stordita dall’orgasmo, lei si alzò, raccolse la sua gonna e senza nemmeno indossarla uscì dalla stanza. Quando fu sulla porta mi guardò e disse:
«Ti aspetto domattina alle 9.00 nel mio ufficio e … senza mutandine». Poi sparì nuda, nel buio del corridoio rompendo il silenzio solo col rumore dei suoi tacchi a spillo.
L’ufficio era deserto, aveva mandato a casa tutti i miei colleghi prima di raggiungermi, quindi nessuno di loro si era accorto di nulla. L’unico ad aver visto tutto era il mio fidanzato che si era divertito da morire ad assistere alle nostre effusioni.
Prima di chiudere la videochiamata mi disse:
         «Spero che tu ora abbia una gran voglia di cazzo, perché è quello che ti aspetta appena varcherai la porta di casa  - poi aggiunse -  resta senza mutandine».
         «Lo sai che ho sempre voglia del tuo cazzo» Risposi vogliosa. E con il mio peccaminoso fiore ancora fremente di piacere, tornai a casa desiderosa di saziare ogni sua smania.