Archivi categoria: Autoerotismo

Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

... Continua ...







Vicky e Susy (Racconto erotico – Capitolo 3)


Vicky rotolò al fianco della cugina per godersi i caldi raggi del sole proprio là dove il sole non era mai arrivato.
Era bella Vicky, di una bellezza strana, quasi diabolica. Le morbide onde dei suoi capelli sembravano incendiarsi alla luce del sole, diventando vere e proprie lingue di fuoco che danzavano nel vento, carezzando la sua pelle diafana e delicata.
I suoi occhi verdi non si fermavano mai. Vedevi quegli smeraldi guizzare continuamente nel bianco che li avvolgeva, rimbalzando da una parte all'altra come se volessero fuggire, come se quello spazio fosse troppo piccolo per contenere tutta la curiosità che animava Vicky. Ma quando si fermavano per scrutare i tuoi occhi ti sentivi perduto e spogliato di ogni segreto.
Aveva fretta di crescere, Vicky, sapeva che il mondo era pieno zeppo di opportunità da cogliere e lei non voleva sprecarne nemmeno una.
La bellezza di Susy, invece, era esplosa proprio durante l'inverno. In pochi mesi la ragazzina un po' tozza e coi capelli crespi aveva lasciato il posto ad una giovane donna che emanava una seduzione acerba, istintiva e ancora da domare, ma che prometteva un futuro di cuori infranti. I suoi capelli neri, ammansiti da una buona dose di balsamo, scendevano in morbidi boccoli fin sotto le scapole, e gli occhi scuri e profondi come l'universo sembravano davvero buchi neri in grado di catapultarti in un'altra dimensione.
Entrambe, comunque, accendevano le fantasie di chiunque. La loro bellezza giovane e ancora acerba, la loro ingenuità mischiata ad un pizzico di malizia le rendeva irresistibili.
Susy si girò verso la cugina e iniziò a carezzarle i seni. Delicatamente percorse il perimetro ora di una e ora dell'altra, poi risalì quelle collinette, che sfidavano la gravità con la spavalderia della giovinezza, fino a raggiungerne la cima. Vicky trattenne il respiro sentendo l'eccitazione salire, e Susy se ne accorse.
L'orgasmo fulmineo avuto poco prima non aveva certo sopito i bollori che l'animavano. Susy chinò il viso sul petto di Vicky e le succhiò un capezzolo. Lo sentì crescere e inturgidirsi a contatto con la sua lingua. Vicky gemette e in un riflesso incondizionato divaricò le gambe. Le pareva che Susy succhiasse direttamente là sotto. Più Susy saggiava il suo seno e più il desiderio le mordeva il ventre. Allungò una mano e la immerse nei suoi umidi anfratti avidi di carezze. Un gemito le uscì dalla gola.
Susy allora scavalcò con una gamba la cugina cosicché entrambe si ritrovarono il sesso dell'altra direttamente in bocca.
Vicky divaricò le cosce più che poté offrendosi alla lingua di Susy per la prima volta, e intanto affondò la bocca fra le natiche di Susy e le allargò, schiudendo l'universo peccaminoso della cugina e, incendiata di desiderio, le succhiò i penzolanti petali e la trafisse con la lingua. Era ansiosa, desiderosa  di scoprire quanto fossero piacevoli quei baci, e quando la cugina prese il suo bottoncino fra le labbra, per poco non le morse i delicati lembi.
Vicky sentì il respiro della cugina carezzarle la pelle, la sua carnosa bocca baciarla e succhiarla là dove nessun'altro era mai stato prima, e la sua lingua calda e umida attraversare le sue valli e varcare la sua soglia. Pensò che non avrebbe più potuto fare a meno di quei baci.
Avide di piacere, animate dalla frenesia del desiderio più sconvolgente che avessero mai provato, si contorcevano l'una sulla bocca dell'altra, esplorandosi a vicenda, insinuando le loro lingue, succhiando, e muovendosi in preda all'estasi.
Erano fuori da quel granaio, erano fuori dal mondo. Travolte dai sensi gemevano, ansimavano, gustavano i piaceri dei loro corpi ignare di tutto ciò che le circondava, e non si accorsero del ragazzo che nascosto nell'ombra si godeva la scena. La sua verga si gonfiò non appena distinse i loro corpi nudi muoversi illuminati dall'unico raggio di sole che penetrava nel granaio.
Non vedeva altro che due corpi nudi intrecciati, ma tanto bastò a costringerlo a liberare il suo membro dai jeans. Non aveva mai visto dal vivo il corpo nudo di una donna. La sua conoscenza anatomica femminile era frutto di ore passate davanti a filmati porno recuperati dagli amici, e a interminabili momenti chiuso in bagno coi cataloghi di biancheria intima. Ma ciò che aveva davanti agli occhi, anche se a parecchi metri di distanza, era qualcosa pazzesco. Prese in mano la sua verga e iniziò a massaggiarla su e giù, su e giù guardando quello spettacolo che non avrebbe mai più dimenticato. Osservava le due ragazze contorcersi sul grano in preda all'estasi e pensò che gli amici non gli avrebbero mai creduto.
Non gli ci volle molto, poche carezze e uno schizzò lattiginoso si librò nell'aria imbrattando la paglia.
Susy assaporò il nettare della cugina, lo leccò come fosse il miele più gustoso, e più la cugina ancheggiava contro la sua bocca e più la sua lingua danzava fra quei meandri. Le allargò le ali. Il clitoride di Vicky pulsava gonfio d'eccitazione e quando lo sfiorò, uno spasmo incontrollato le animò le gambe.
Susy strinse la montagnola di Vicky fra gli indici e iniziò a titillarla con la lingua. Poi, timidamente, le infilò un dito nella fessura e Vicky iniziò a contorcersi in preda al piacere più intenso che avesse mai provato. Ancheggiando convulsamente scivolò sulle dita di Susy e strusciò il clitoride sempre più sulla sua lingua, finché un urlo annunciò il suo orgasmo.
Finalmente sazia, aprì gli occhi e ammirò il fiore di Susy, rosso d'eccitazione. Lo leccò pienamente, mentre Susy ansimava e gemeva ansiosa di esplodere nuovamente di piacere. Quel pertugio era lì così vicino, così pulsante d'eccitazione che non resistette. Con un dito scivolò fra gli umidi anfratti, umettandolo, poi lo avvicinò al grinzoso buchetto e ne carezzò la pelle corteggiandolo. La resistenza che sentiva sotto il dito non la fermò, aumentò la pressione e lo varcò. Susy urlò, per un attimo intimorita, ma non si allontanò. Era impregnata d'eccitazione, Susy, e quel dito là dietro non era poi così male, anzi. Le parve addirittura che il piacere aumentasse. Continuò a urlare Susy, ma non per il dolore, ma per l'estasi che le regalava quel dito che si affacciava dentro il suo pertugio, unito alla bocca della cugina.
Le parve di essere su di un aquilone, su di una nuvola che volava leggera sulle ali del piacere e che la portava su, più su, sempre più oltre il mondo, oltre tutto, direttamente dentro un sogno.
Stremata, ma felice si accasciò accanto alla cugina.
Il sole era ormai alto e scagliava dal cielo tutto il suo vigore. Accaldate, le ragazze decisero di andare al fiume a rinfrescarsi.
Il ragazzo decise di dileguarsi, ma la fretta gli tese un tranello. Inavvertitamente infilò un piede in un secchio proprio dietro di lui e per poco non stramazzò al suolo. Il panico lo congelò. Si sentì perduto. Se le ragazze si fossero affacciate, lo avrebbero sorpreso con ancora i pantaloni slacciati, ma lo spavento per quel tonfo le aveva spinte a rifugiarsi dietro un cumulo di paglia. Il ragazzo allora ricominciò a respirare e sgattaiolò fuori senza che Vicky e Susy, quella volta, si accorgessero di lui.

... Continua ...







E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 14)


«Ti amo»

Così, con quelle due semplici paroline sussurrate nel mio orecchio, si chiuse la telefonata con Eric.
Quei dolci verbi si agganciarono come un amo al mio cuore, e lottarono per riprendersi ciò che Patrick gli aveva portato via.
Eric come al solito era via per lavoro e io ero appena rientrata da Roma, dopo aver trascorso con Patrick la notte più trasgressiva della mia vita.
In poche ore avevo infranto tutti i limiti che ancora m'imbrigliavano. Avevo disintegrato ogni tabù e scoperto gli infiniti piaceri concessi solo a chi libera l'istinto senza pregiudizi e remore. Quella notte lo avevo fatto per la prima volta con una donna, con uno sconosciuto e avevo fatto l'amore con Patrick fino all'ultimo istante prima di fare ritorno alla vita di sempre. Al solo pensiero della sua carne gonfia di voglia dentro di me sentii la brama travolgermi nuovamente.

Eppure ero lì, seduta sul letto, distrutta dal sonno, avvolta dalla penombra e dall'odore di chiuso di una casa ultimamente troppo deserta, a sciogliermi per le dichiarazioni d'amore di mio marito.
Mi dividevo fra Eric e Patrick, ma in realtà li avrei voluti entrambi nello stesso letto insieme a me.
Più passava il tempo e più anche il solo pensare di privarmi di loro mi sembrava un abominio, una violenza, uno scempio contro natura, contro la mia stessa natura.
Sesso più sfrenato e dolcezza più sublime insieme, amore e desiderio fusi, talmente uniti da non distinguere più il confine fra l'uno e l'altro. Quanto amore c'era nella folle attrazione che provavo per loro? Quanto, in quella che loro sentivano per me?
Ero stanca, erano quasi ventiquattro ore che non chiudevo occhio, ma ero troppo inquieta per dormire. Decisi di farmi una doccia per rilassarmi un po'. Aprii le imposte, la brezza mattutina turbinò nella stanza scacciando l'aria logora che vi poltriva. La città dormiva ancora, immersa nella quiete irreale che precede il miracolo di un nuovo giorno. Mi parve di essere l'unico essere vivente sulla faccia della terra.
Mi spogliai gettando gli abiti sul letto e mi chiusi dentro la doccia.
L'acqua si tuffò sui miei capelli, mi solleticò i capezzoli e mi avvolse nel suo tepore. Sentii i muscoli sciogliersi e i nervi illanguidirsi sotto quel caldo massaggio.
Le parole di Eric mi ronzavano ancora nella testa, così come la sua voce calda e vellutata che mi faceva ancora fremere di desiderio come la prima volta che l'avevo sentita. Mi scivolava dentro come olio caldo e profumato che avvolgeva i miei sensi e penetrava nella mia carne fino a guizzare fra le mie cosce schiudendo le porte delle mie più segrete voglie.
La folle notte appena trascorsa non era bastata a quietare la mia fame. Ne volevo sempre di più, non ero mai sazia. Bastava un nulla: una voce, un oggetto, un profumo o un pensiero per accendermi di desiderio, e non avevo pace fino a quando la mia orchidea non era soddisfatta. Lei aveva sempre la meglio. Era lei a guidarmi, a soggiogarmi ed io non potevo fare altro che ubbidire ad ogni suo ordine. Ero sua schiava.
Mi piaceva guardarla. Ero incantata dalla perfezione dei suoi anfratti.
Dalla notte in cui Patrick mi aveva fatto fare l'amore con me stessa davanti allo specchio, non avevo più smesso.
Me lo mettevo fra le gambe e ammiravo il mio sesso in tutta la sua voluttuosa lussuria. Guardavo le mie dita scorrere attraverso quegli anfratti, aprire i petali luccicanti di dolce miele e sparire inghiottiti dai famelici pertugi.
La mia fame era diventata tale che li violavo con qualsiasi cosa stuzzicasse la mia fantasia. Mi eccitava vedere gli oggetti più impensabili entrare e uscire dalla mia carne, aprire la bocca fra le mie gambe e sfamarla con sapori sempre nuovi. Ogni superficie regalava sensazioni diverse: quelle più lisce scorrevano come imbrattate d'olio, quelle più ruvide o gommose rendevano la penetrazione più lenta e stimolante. Nessun oggetto era uguale all'altro.
Ai miei occhi, il mondo era colmo, pieno zeppo di giocattoli erotici. 
Quel mattino non feci eccezioni.
Allungai la mano fra le gambe e carezzai la pelle calda e bagnata del mio sesso. Un gemito schizzò dalla mia gola.
Carezzai delicatamente le ali ancora chiuse e impazienti di spiccare il volo. Un fremito mi colse quando sfiorai i famelici lembi che sbucavano fra i petali. La brama di godere mi voleva costringere a tuffarmi sul clitoride, ma volevo allungare il piacere il più possibile, come mi aveva insegnato Patrick. Non volevo un orgasmo sbrigativo che sicuramente non mi avrebbe soddisfatta, ma ne volevo uno dirompente, scioccante, esplosivo.
Afferrai le grandi labbra con una mano, il clitoride schizzò fuori avido di carezze. Lo picchiettai, poi scivolai con un dito fra le ali ingigantendo le mie voglie.
Il miele riempiva quei meandri lussuriosi insieme all'acqua. Appoggiai un piede al muro allargando le gambe, presi il microfono della doccia e lo puntai fra le mie cosce. Il getto colpiva con foga la mia pelle. Decine di piccolissime mani che colpivano il mio fiore dissetandolo come una provvidenziale pioggia estiva.
Mi sedetti a terra quasi sdraiandomi e sollevai il bacino. Il mio frutto era pronto per ricevere tutto il piacere possibile.
Puntai il getto sul clitoride. Un grido di piacere si levò nel silenzio. La foga dell'acqua mi lasciò senza fiato.
Picchiettava, massaggiava, scivolava fra i petali, carezzava le fessure come un'insaziabile amante.
Allargai le labbra donandomi completamente all'acqua e violai la mia fessura con due dita.
I miei gemiti riecheggiavano nel silenzio, ma non mi bastava.
Afferrai la spazzola dal portaoggetti e avvicinai il manico allo stretto e pulsante pertugio. Premetti opponendomi alla timida resistenza e lo varcai. L'estasi mi rapì.
Il piacere cresceva e cresceva, lento e inesorabile, e avviluppava ogni pensiero, ogni respiro, fagocitando le mie ansie, i miei dubbi, le mie domande senza risposta, le mie paure e mi riempì di delizia e stordimento, finché dilagai nel delirio di un orgasmo che mi svuotò di tutto.






E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 14)


«Ti amo»

Così, con quelle due semplici paroline sussurrate nel mio orecchio, si chiuse la telefonata con Eric.
Quei dolci verbi si agganciarono come un amo al mio cuore, e lottarono per riprendersi ciò che Patrick gli aveva portato via.
Eric come al solito era via per lavoro e io ero appena rientrata da Roma, dopo aver trascorso con Patrick la notte più trasgressiva della mia vita.
In poche ore avevo infranto tutti i limiti che ancora m'imbrigliavano. Avevo disintegrato ogni tabù e scoperto gli infiniti piaceri concessi solo a chi libera l'istinto senza pregiudizi e senza remore. Quella notte lo avevo fatto per la prima volta con una donna, con uno sconosciuto e avevo fatto l'amore con Patrick fino all'istante prima di fare ritorno alla vita di sempre. Al solo pensiero della sua carne gonfia di voglia dentro di me, sentii la brama travolgermi nuovamente.
Eppure ero lì, seduta sul letto, distrutta dal sonno, avvolta dalla penombra e dall'odore di chiuso di una casa ultimamente troppo deserta, a sciogliermi per le dichiarazioni d'amore di mio marito.
Mi dividevo fra Eric e Patrick, ma in realtà li avrei voluti entrambi nello stesso letto insieme a me.
Più passava il tempo e più anche il solo pensare di privarmi di loro mi sembrava un abominio, una violenza, uno scempio contro natura, contro la mia stessa natura.
Sesso più sfrenato e dolcezza più sublime insieme, amore e desiderio fusi, talmente uniti da non distinguere più il confine fra l'uno e l'altro. Quanto amore c'era nella folle attrazione che provavo per loro? Quanto, in quella che loro sentivano per me?
Ero stanca, erano quasi ventiquattro ore che non chiudevo occhio, ma ero troppo inquieta per dormire. Decisi di farmi una doccia per rilassarmi un po'. Aprii le imposte, la brezza mattutina turbinò nella stanza scacciando l'aria logora che vi poltriva. La città dormiva ancora, immersa nella quiete irreale che precede il miracolo di un nuovo giorno. Mi parve di essere l'unico essere vivente sulla faccia della terra.
Mi spogliai gettando gli abiti sul letto e mi chiusi dentro la doccia.
L'acqua si tuffò sui miei capelli, mi solleticò i capezzoli e mi avvolse nel suo tepore. Sentii i muscoli sciogliersi e i nervi illanguidirsi sotto quel caldo massaggio.
Le parole di Eric mi ronzavano ancora nella testa, così come la sua voce calda e vellutata che mi faceva ancora fremere di desiderio come la prima volta che l'avevo sentita. Mi scivolava dentro come olio caldo e profumato che avvolgeva i miei sensi e penetrava nella mia carne fino a guizzare fra le mie cosce, schiudendo le porte delle mie più segrete voglie.
La folle notte appena trascorsa non era bastata a quietare la mia fame. Ne volevo sempre di più, non ero mai sazia. Bastava un nulla: una voce, un oggetto, un profumo o un pensiero per accendermi di desiderio, e non avevo pace fino a quando la mia orchidea non era soddisfatta. Lei aveva sempre la meglio. Era lei a guidarmi, a soggiogarmi ed io non potevo fare altro che ubbidire ad ogni suo ordine. Ero sua schiava.
Mi piaceva guardarla. Ero incantata dalla perfezione dei suoi anfratti.
Dalla notte in cui Patrick mi aveva fatto fare l'amore con me stessa davanti allo specchio, non avevo più smesso.
Me lo mettevo fra le gambe e ammiravo il mio sesso in tutta la sua voluttuosa lussuria. Guardavo le mie dita scorrere attraverso quegli anfratti, aprire i petali luccicanti di dolce miele e sparire inghiottiti dai famelici pertugi.
La mia fame era diventata tale che li violavo con qualsiasi cosa stuzzicasse la mia fantasia. Mi eccitava vedere gli oggetti più impensabili entrare e uscire dalla mia carne, aprire la bocca fra le mie gambe e sfamarla con sapori sempre nuovi. Ogni superficie regalava sensazioni diverse: quelle più lisce scorrevano come imbrattate d'olio, quelle più ruvide o gommose rendevano la penetrazione più lenta e stimolante. Nessun oggetto era uguale all'altro.
Ai miei occhi, il mondo era colmo, pieno zeppo di giocattoli erotici. 
Quel mattino non feci eccezioni.
Allungai la mano fra le gambe e carezzai la pelle calda e bagnata del mio sesso. Un gemito schizzò dalla mia gola.
Carezzai delicatamente le ali ancora chiuse e impazienti di spiccare il volo. Un fremito mi colse quando sfiorai i famelici lembi che sbucavano fra i petali. La brama di godere mi voleva costringere a tuffarmi sul clitoride, ma volevo allungare il piacere il più possibile, come mi aveva insegnato Patrick. Non volevo un orgasmo sbrigativo che sicuramente non mi avrebbe soddisfatta, ma ne volevo uno dirompente, scioccante, esplosivo.
Afferrai le grandi labbra con una mano, il clitoride schizzò fuori avido di carezze. Lo picchiettai, poi scivolai con un dito fra le ali ingigantendo le mie voglie.
Il miele riempiva quei meandri lussuriosi insieme all'acqua. Appoggiai un piede al muro allargando le gambe, presi il microfono della doccia e lo puntai fra le mie cosce. Il getto colpiva con foga la mia pelle. Decine di piccolissime mani che colpivano il mio fiore dissetandolo come una provvidenziale pioggia estiva.
Mi sedetti a terra quasi sdraiandomi e sollevai il bacino. Il mio frutto era pronto per ricevere tutto il piacere possibile.
Puntai il getto sul clitoride. Un grido di piacere si levò nel silenzio. La foga dell'acqua mi lasciò senza fiato.
Picchiettava, massaggiava, scivolava fra i petali, carezzava le fessure come un'insaziabile amante.
Allargai le labbra donandomi completamente all'acqua e violai la mia fessura con due dita.
I miei gemiti riecheggiavano nel silenzio, ma non mi bastava.
Afferrai la spazzola dal portaoggetti e avvicinai il manico allo stretto e pulsante pertugio. Premetti opponendomi alla timida resistenza e lo varcai. L'estasi mi rapì.

Il piacere cresceva e cresceva, lento e inesorabile, e avviluppava ogni pensiero, ogni respiro, fagocitando le mie ansie, i miei dubbi, le mie domande senza risposta, le mie paure e mi riempì di delizia e stordimento, finché dilagai nel delirio di un orgasmo che mi svuotò di tutto.






Vicky & Susy (Racconto erotico – Capitolo 2)


Il mattino successivo colse entrambe con le mani fra le gambe l'una dell'altra.
Si erano addormentate così, carezzandosi a vicenda, e la prima cosa che fecero fu proprio tornare a coccolarsi per essere certe di riuscire a provare ancora le stesse sensazioni del giorno prima.
Il sole era già alto e non potevano certo restare chiuse in camera tutto il giorno senza destare sospetti. Così si rivestirono, scesero in cucina a fare colazione e sgattaiolarono fuori alla ricerca di un luogo appartato dove potersi divertire ancora fino all'ora di pranzo.
Era come avere fra le mani un tesoro nascosto di cui solo loro sapevano l'esistenza e di cui non vedevano l'ora di scoprirne le infinite potenzialità. La cosa che più le sorprese, però, era che era il loro stesso corpo a custodire questo strabiliante segreto e a dar loro tutto quel piacere. Cosa poteva esserci di sbagliato nel darsi piacere a vicenda, visto che il loro stesso corpo era fatto in modo tale da procurarlo? Quella piccola montagnola era lì fra le loro gambe esattamente come l'ombelico era sul ventre o come il naso sul viso. Se non era proibito toccarsi il naso, perché doveva esserlo per quel piccolo bottoncino?
Presero una coperta e si rintanarono nel fienile, il luogo dove si rifugiavano da piccole per sfuggire ai rimproveri della nonna. Salirono la scala a pioli che portava sul soppalco e stesero la coperta sopra la paglia illuminata dal sole che entrava dalla finestra. Da lì potevano tenere sott'occhio tutto senza essere viste.
Più attendevano, però, e più il formicolio in fondo al ventre cresceva. Si spogliarono interamente e spalancarono le cosce l'una di fronte all'altra, finalmente libere di darsi piacere.
Vicky non attese un secondo di più, scivolò con le dita fra le sue gambe e iniziò a carezzarsi il clitoride. Susy era fremente di desiderio, ma era anche incantata da quella visione. Restò con gli occhi incollati sul fiore della cugina ammirando quegli anfratti luccicanti di miele aprirsi al passaggio delle sue mani. Il rosa pallido della pelle delle cosce si accendeva in sfumature sempre più intense avvicinandosi alla fessura, fino a diventare quasi vermiglio al suo interno.
I crampi al ventre aumentarono. Il suo fiore reclamava attenzione, e lei lo accontentò.
Non appena le sue dita toccarono quegli anfratti si sentì nuovamente trasportata in un'altra dimensione, era come se tutto il resto sparisse, non contasse più nulla. In quei momenti esistevano solo lei e Vicky. Spalancò completamente le cosce e lasciò che fosse quell'infinito piacere a guidare le sue dita. Esplorò le sue cavità, giocò con le sue labbra, scivolò giù lungo la fessura, il perineo, poi tornò su, perché le sensazioni che quel bottoncino le regalava non avevano rivali.
I suoi occhi, però, erano tutti per Vicky. La guardò contorcersi sopraffatta e muovere convulsamente le sue dita sul suo sesso, varcare un po' la stretta soglia, uscire per tornare al clitoride, e rituffarsi ancora in quel pertugio.
Vicky era affascinata da quei misteriosi anfratti che si ritrovava fra le gambe. Era tentata di invaderli completamente, voleva scoprire cosa si provava penetrandoli, e così spingeva le sue dita sempre più in profondità sentendo il calore e la morbidezza dei suoi canali aprirsi per fare spazio alle sue dita e per poi richiudersi nuovamente. Scoprì che se il solo entrare e uscire da quella fessura non era poi granché, combinata con tutto il resto era qualcosa di talmente esplosivo che la portò a scalare la vetta del piacere in un lampo.
Raggiunse poi la cugina e le si mise fra le gambe per osservare da vicino il suo fiore carezzato dalle sue delicate dita, e ad esse aggiunse le sue.
La eccitava guardare la cugina toccarsi, e le piaceva farsi guardare da lei. Susy a quel punto levò la sua mano e lasciò che fosse la cugina a giocare con lei.
Vicky carezzò la pelle umida di Susy con entrambe le mani, massaggiando contemporaneamente ogni angolo del suo sesso, mentre lei, ansimante e sopraffatta, si lasciò andare sempre di più.
Vicky le afferrava il pube aprendo e chiudendo le sue mani, unendo le sue dita per poi spingerle in direzioni opposte: i pollici verso il basso si insinuavano fra gli anfratti custoditi fra le ali di Susy, mentre le altre dita correvano su verso il monte di Venere. Susy godeva per quelle carezze e ansimava stordita da quel piacere che avrebbe voluto che durasse in eterno.
Vicky le punzecchiava la pelle, la manipolava, la vezzeggiava, giocava col fiore di Susy come se fosse stata plastilina da modellare, scivolando fra la morbidezza del giovane vello della cugina e l'unguento che usciva da quelle pieghe vellutate.
Il profumo di Susy, la sua delicatezza, il rosso lucido e succoso che ricordavano la golosità di un frutto maturo, pronto per essere addentato, furono per Vicky un richiamo irresistibile. Era curiosa, Vicky, aveva fretta di scoprire ogni segreto di quel gioco proibito, voleva sapere fin dove poteva arrivare il piacere che quel pezzo di corpo regalava, così, avvicinò la sua bocca al sesso di Susy e v'insinuò la lingua.
Susy quasi gridò di piacere. Quel contatto morbido, umido e caldo la fece trasalire di godimento, mentre Vicky, fiera di quel successo, saggiò avidamente la pelle della cugina, succhiò le labbra, il bottoncino, non tralasciò nulla, nemmeno la fessura.
Susy ancheggiava spingendo il suo sesso contro la bocca della cugina in preda a spasmi di piacere che divennero sempre più irruenti e selvaggi finché si sentì finalmente esplodere.

Vicky poggiò il mento sul pube di Susy e la guardò sorridendo.

"Se questo è il sesso, mi piace da morire!" Esclamò Susy.

"Anche a me - Concordò Vicky - ed è solo l'inizio!"

Entrambe scoppiarono a ridere vittoriose. Insieme avevano scoperto i piaceri del sesso, e non avevano nessuna intenzione di fermarsi.


Leggi i capitoli precedenti:


  1. 1° Capitolo


Vicky & Susy (Racconto erotico – Capitolo 2)


Il mattino successivo colse entrambe con le mani fra le gambe l'una dell'altra.
Si erano addormentate così, carezzandosi a vicenda, e la prima cosa che fecero fu proprio tornare a coccolarsi per essere certe di riuscire a provare ancora le stesse sensazioni del giorno prima.
Il sole era già alto e non potevano certo restare chiuse in camera tutto il giorno senza destare sospetti. Così si rivestirono, scesero in cucina a fare colazione e sgattaiolarono fuori alla ricerca di un luogo appartato dove potersi divertire ancora fino all'ora di pranzo.
Era come avere fra le mani un tesoro nascosto di cui solo loro sapevano l'esistenza e di cui non vedevano l'ora di scoprirne le infinite potenzialità. La cosa che più le sorprese, però, era che era il loro stesso corpo a custodire questo strabiliante segreto e a dar loro tutto quel piacere. Cosa poteva esserci di sbagliato nel darsi piacere a vicenda, visto che il loro stesso corpo era fatto in modo tale da procurarlo? Quella piccola montagnola era lì fra le loro gambe esattamente come l'ombelico era sul ventre o come il naso sul viso. Se non era proibito toccarsi il naso, perché doveva esserlo per quel piccolo bottoncino?
Presero una coperta e si rintanarono nel fienile, il luogo dove si rifugiavano da piccole per sfuggire ai rimproveri della nonna. Salirono la scala a pioli che portava sul soppalco e stesero la coperta sopra la paglia illuminata dal sole che entrava dalla finestra. Da lì potevano tenere sott'occhio tutto senza essere viste.
Più attendevano, però, e più il formicolio in fondo al ventre cresceva. Si spogliarono interamente e spalancarono le cosce l'una di fronte all'altra, finalmente libere di darsi piacere.
Vicky non attese un secondo di più, scivolò con le dita fra le sue gambe e iniziò a carezzarsi il clitoride. Susy era fremente di desiderio, ma era anche incantata da quella visione. Restò con gli occhi incollati sul fiore della cugina ammirando quegli anfratti luccicanti di miele aprirsi al passaggio delle sue mani. Il rosa pallido della pelle delle cosce si accendeva in sfumature sempre più intense avvicinandosi alla fessura, fino a diventare quasi vermiglio al suo interno.
I crampi al ventre aumentarono. Il suo fiore reclamava attenzione, e lei lo accontentò.
Non appena le sue dita toccarono quegli anfratti si sentì nuovamente trasportata in un'altra dimensione, era come se tutto il resto sparisse, non contasse più nulla. In quei momenti esistevano solo lei e Vicky. Spalancò completamente le cosce e lasciò che fosse quell'infinito piacere a guidare le sue dita. Esplorò le sue cavità, giocò con le sue labbra, scivolò giù lungo la fessura, il perineo, poi tornò su, perché le sensazioni che quel bottoncino le regalava non avevano rivali.
I suoi occhi, però, erano tutti per Vicky. La guardò contorcersi sopraffatta e muovere convulsamente le sue dita sul suo sesso, varcare un po' la stretta soglia, uscire per tornare al clitoride, e rituffarsi ancora in quel pertugio.
Vicky era affascinata da quei misteriosi anfratti che si ritrovava fra le gambe. Era tentata di invaderli completamente, voleva scoprire cosa si provava penetrandoli, e così spingeva le sue dita sempre più in profondità sentendo il calore e la morbidezza dei suoi canali aprirsi per fare spazio alle sue dita e per poi richiudersi nuovamente. Scoprì che se il solo entrare e uscire da quella fessura non era poi granché, combinata con tutto il resto era qualcosa di talmente esplosivo che la portò a scalare la vetta del piacere in un lampo.
Raggiunse poi la cugina e le si mise fra le gambe per osservare da vicino il suo fiore carezzato dalle sue delicate dita, e ad esse aggiunse le sue.
La eccitava guardare la cugina toccarsi, e le piaceva farsi guardare da lei. Susy a quel punto levò la sua mano e lasciò che fosse la cugina a giocare con lei.
Vicky carezzò la pelle umida di Susy con entrambe le mani, massaggiando contemporaneamente ogni angolo del suo sesso, mentre lei, ansimante e sopraffatta, si lasciò andare sempre di più.
Vicky le afferrava il pube aprendo e chiudendo le sue mani, unendo le sue dita per poi spingerle in direzioni opposte: i pollici verso il basso si insinuavano fra gli anfratti custoditi fra le ali di Susy, mentre le altre dita correvano su verso il monte di Venere. Susy godeva per quelle carezze e ansimava stordita da quel piacere che avrebbe voluto che durasse in eterno.
Vicky le punzecchiava la pelle, la manipolava, la vezzeggiava, giocava col fiore di Susy come se fosse stata plastilina da modellare, scivolando fra la morbidezza del giovane vello della cugina e l'unguento che usciva da quelle pieghe vellutate.
Il profumo di Susy, la sua delicatezza, il rosso lucido e succoso che ricordavano la golosità di un frutto maturo, pronto per essere addentato, furono per Vicky un richiamo irresistibile. Era curiosa, Vicky, aveva fretta di scoprire ogni segreto di quel gioco proibito, voleva sapere fin dove poteva arrivare il piacere che quel pezzo di corpo regalava, così, avvicinò la sua bocca al sesso di Susy e v'insinuò la lingua.
Susy quasi gridò di piacere. Quel contatto morbido, umido e caldo la fece trasalire di godimento, mentre Vicky, fiera di quel successo, saggiò avidamente la pelle della cugina, succhiò le labbra, il bottoncino, non tralasciò nulla, nemmeno la fessura.
Susy ancheggiava spingendo il suo sesso contro la bocca della cugina in preda a spasmi di piacere che divennero sempre più irruenti e selvaggi finché si sentì finalmente esplodere.

Vicky poggiò il mento sul pube di Susy e la guardò sorridendo.

"Se questo è il sesso, mi piace da morire!" Esclamò Susy.

"Anche a me - Concordò Vicky - ed è solo l'inizio!"

Entrambe scoppiarono a ridere vittoriose. Insieme avevano scoperto i piaceri del sesso, e non avevano nessuna intenzione di fermarsi.


Leggi i capitoli precedenti:


  1. 1° Capitolo


E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.
Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.
Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.
Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.
Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.
Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.
La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un'ombra.
Sentii salirmi un'inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.
Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.
Non c'era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.
Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all'ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.
Quando raggiunsi l'anticamera dell'ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.
Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

«Sì, sì, proprio lì ... no, aspetti, un po' più a destra, ... ecco sì, sì, così ...» Era la voce della biondina.

Oddio ... Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?

«Va bene così?»

Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch'io me l'ero spassata senza di lui.

«Sì, sì ... lì è proprio perfetto»

Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.

«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»

Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell'impresa.
Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.

«Infatti - Mi affrettai a rispondere - Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi»

Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d'aria e di calmarmi.
Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.
Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.

Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.
Il cellulare vibrò sul comodino per l'arrivo di un sms. M'illuminai.
Per quanto ne sapevo poteva essere anche l'avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.
Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.
Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C'era semplicemente scritto:

- Apri il pacco -

Mi sentii avvampare d'eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell'uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.
Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.
La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall'universo per svelare il mio misfatto.
Ero un'ombra nell'oscurità. L'unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.
Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che lo sigillava.
All'interno c'era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.
Sfilai la busta ed estrassi il biglietto che custodito al suo interno.
C'era scritto:

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

Non c'erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.
Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.
Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

Quell'attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.
Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l'aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.
Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.
Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell'oscurità. Anche il mio viso.
Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un'altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l'amore con l'universo.
M'immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.
Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.
Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d'eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L'accontentai.
Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.
Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell'argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l'altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d'eccitazione.
Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l'aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.
Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.
Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.
Sentii l'eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mio e con mio marito nell'altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.
Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.
Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell'incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.
Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall'estasi.
La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:

«Ti piace il mio regalo?»

«Oh, sì» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l'anima.

«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere»

Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.
Non esisteva nient'altro all'infuori di noi due. Quell'orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell'universo parallelo dove s'incontrano le anime travolte dall'estasi del piacere più sublime.

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c'era.
Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l'avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.
Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d'acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d'acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.
Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.
Sì, avrei chiuso con Patrick ... Un giorno o l'altro ... Forse.









E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.
Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.
Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.
Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.
Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.
Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.
La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un'ombra.
Sentii salirmi un'inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.
Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.
Non c'era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.
Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all'ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.
Quando raggiunsi l'anticamera dell'ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.
Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

«Sì, sì, proprio lì... No, aspetti, un po' più a destra... ecco sì, sì, così...» Era la voce della biondina.
Oddio... Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?
«Va bene così?»
Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch'io me l'ero spassata senza di lui.
«Sì, sì... lì è proprio perfetto!»
Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.
«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»
Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell'impresa.
Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.
«Infatti! - Mi affrettai a rispondere - Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi.»
Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d'aria e di calmarmi.
Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.
Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.
Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.
Il cellulare vibrò sul comodino per l'arrivo di un sms. M'illuminai.
Per quanto ne sapevo poteva essere anche l'avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.
Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.
Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C'era semplicemente scritto:

- Apri il pacco -

Mi sentii avvampare d'eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell'uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.
Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.
La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall'universo per svelare il mio misfatto.
Ero un'ombra nell'oscurità. L'unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.
Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che sigillava il pacco.
All'interno c'era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.
Sfilai la busta ed estrassi il biglietto custodito al suo interno.
C'era scritto:

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

Non c'erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.
Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.
Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

Quell'attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.
Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l'aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.
Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.
Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell'oscurità. Anche il mio viso.
Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un'altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l'amore con l'universo.
M'immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.
Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.
Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d'eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L'accontentai.
Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.
Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell'argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l'altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d'eccitazione.
Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l'aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.
Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.
Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.
Sentii l'eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mia e con mio marito nell'altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.
Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.
Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell'incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.
Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall'estasi.
La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:
«Ti piace il mio regalo?»
«Oh, sì!» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l'anima.
«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere».
Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.
Non esisteva nient'altro all'infuori di noi due. Quell'orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell'universo parallelo dove s'incontrano le anime travolte dall'estasi del piacere più sublime.

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c'era.
Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l'avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.
Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d'acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d'acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.
Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.

Sì, avrei chiuso con Patrick... Un giorno o l'altro... Forse.

È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 6)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall'altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.
Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s'illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.
"Cazzo!" Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.
Raggelai. Era tutto vero. Anch'io ero entrata a far parte della schiera delle mogli con l'amante.
Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.
Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.
Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.
Non male. Pensai.
Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.
Sotto non misi nulla.
Scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.
La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d'eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.
Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.
Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.
Basta sentirsi sexy, per esserlo.

"Wow - Esordì Mandy, sgranando gli occhi - Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?"

"Ma se la gonna mi arriva al ginocchio" Protestai scherzosamente.

"Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te della colazione che hanno nel piatto!"

Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.
Patrick non c'era ancora. Smaniosa continuavo a buttare gli occhi nel corridoio impaziente di vederlo, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi e cadenzati, ma niente.
Ora che non temevo più d'incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un'altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be' caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.
Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell'uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.
Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe finché si ritirò nel suo ufficio senza degnarmi di uno sguardo.
Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.
Ancheggiando lentamente, dall'alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.
Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.
Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino che lo sentii chiamarmi:

"Denise potresti venire nel mio ufficio?"

Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.

"Hai bisogno di me?" Mormorai entrando.

Non c'era più la Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell'ufficio c'era solo la lussuriosa Denise.

"Non sai quanto - Rantolò - Chiudi la porta"

Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.
Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.
Lasciai che mi scrutasse, che m'immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.
Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.
Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendo i miei capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.
Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.
Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l'impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.
Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.
Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.
Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l'altra  mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti desiderosa di dargli tutto. Tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.
La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell'estasi più totale.
Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.
Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.
Si era ripreso il comando.
Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi ci fece sedere sopra e poggiare le gambe sui braccioli.

"Toccati per me" Disse, accomodandosi sul divano.

Voleva che mi masturbassi davanti a lui. Lo accontentai.
Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l'altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d'eccitazione.
Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.
Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.
Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.
I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.
Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.
Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.
Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.
Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.
Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell'estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.
Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m'impediva di godere liberamente.
Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.
Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.
Lo vidi raccogliere anche l'altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.
Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l'orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all'estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l'eternità.
Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.
Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.

"Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele"

"Ma non tornerai prima di stasera!" Protestai.

"Lo so - Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi - E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi".