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È solo sesso – (Racconto erotico – Capitolo 8)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quando varcai la soglia di casa, il fresco dell'aria condizionata mi diede il benvenuto.
Eric, come aveva promesso, l'aveva fatta riparare mentre io mi facevo scopare da Patrick.
Il mio egoismo mi diede il voltastomaco, ma ero troppo stanca per dar libero sfogo ai sensi di colpa. Mi levai i vestiti e, nuda, mi lasciai cadere sul letto. Caddi in un sonno profondo nell'attimo esatto in cui la mia testa toccò il cuscino.

Durante la notte la prepotenza di Patrick irruppe anche nei miei sogni. Era come se fossi stata tanto avida di piacere da non averne abbastanza di quello che ricevevo da sveglia, ne volevo sempre di più.
Sentii le sue mani scorrere sulla mia pelle nuda, la sua lingua farsi strada fra le mie cosce, la sua bocca saggiare il mio frutto e bere il mio nettare.
Era così diverso quel contatto, così delicato, quasi timoroso. Si intrufolava fra le mie peccaminose pieghe quasi chiedendo il permesso. Non volevo svegliarmi, non volevo aprire gli occhi per paura che tutto finisse. Volevo godere ancora, tenere quelle labbra con me fino al mattino, ma il piacere divenne così intenso che mi svegliai ansimando, e fra le mie gambe trovai Eric, mio marito.

«Eric» Esclamai sorpresa di vederlo, ritraendomi e sedendomi sul letto. Sarebbe dovuto tornare solo il giorno dopo. Quel cambio di programma mi spiazzò.
Non ero pronta per affrontarlo, faticavo a guardarlo in faccia. Mi sentivo scoppiare il cuore e le mie guance dovevano essere rosse come le mie labbra vogliose, ma la penombra giocò a mio favore.

«Scusa Amore, non volevo svegliarti, ma ... - La sua voce era un rantolo famelico. Strisciò sul letto avvicinando la sua bocca alle mie cosce e continuò da dove lo avevo interrotto. Gemetti. - Vederti qui, nuda ... - Succhiò le mie labbra. Io ansimai sopraffatta, spostando il bacino in avanti - Non ho resistito»

Non ero abituata a girare per casa nuda, né tanto meno a dormire senza nulla. Per un istante temetti che quella novità lo insospettisse, invece aveva solo acceso le sue voglie.

«Basta parlare» Sentenziai.

Avida, spinsi la sua testa di più fra le mie cosce, premendola contro di me e lasciando che mi baciasse lì dove poche ore prima era stato Patrick.
Le sue dita sottili si facevano largo dentro di me, mi penetravano, mi massaggiavano e io godevo pensando a Patrick, a Eric, a me e immaginavo tutti e tre nello stesso letto.
Mi aggrappai ai capelli di Eric e lo attirai su trascinandolo sul mio ventre affinché lo baciasse, e poi ancora più su, sul mio seno.
Lo afferrò con la bocca, stringendolo fra le labbra e i denti e stuzzicando il capezzolo con la lingua, mentre le sue dita non si allontanarono dalla mia orchidea dell'amore.
Con un piede mi intrufolai fra le sue gambe e massaggiai il suo membro ancora imbrigliato nei pantaloni. Lo sentivo grosso e duro sotto la mia pelle. Era lì, impaziente di mostrare al mondo tutto il suo vigore, ed io ero ansiosa di averlo dentro di me.
Allungai le mani e finalmente lo liberai. Mi sollevai mettendomi in ginocchio sul letto. Lui era di fronte a me ansimante d'eccitazione.
Succhiai le sue labbra, la mia lingua cercò la sua in quella  bocca che sapeva di me e di Patrick. Sbottonai la sua camicia e gliela sfilai. Carezzai il suo petto nudo e ansimante d'estasi.
I suoi muscoli si contrassero sotto le mie mani mentre scesi sul suo ventre. Afferrai la sua asta poderosa e la brandii a due mani, la massaggiai su e giù, svestendola e rivestendola godendo per i suoi gemiti di piacere.
Lo spinsi di schiena sul letto, Eric non si oppose, e gli sfilai definitivamente i pantaloni.
Salii in piedi sul letto con lui disteso sotto di me. Volevo che mi guardasse, che mi ammirasse che mi bramasse. Mi succhiai un dito e lo portai fra i miei petali vogliosi, mentre con l'altra mano mi strizzai un capezzolo.

«Oh, sì, Baby, così ... » Rantolò allungando le mani fra le mie cosce e unendosi alle mie dita.

Volevo ancora la sua lingua. Mi sedetti sul suo viso e cominciai a muovere il bacino sulla sua bocca mentre la sua lingua s'intrufolava fra le mie pieghe. Ancheggiavo, roteavo e urlavo spingendo sempre di più il mio sesso contro la sua bocca. Volevo di più, volevo il suo membro dentro di me.
Mi sedetti sul suo bacino, afferrai la sua asta che ormai stava per esplodere e la spinsi dentro la mia fessura e cominciai a scivolare su di essa. Era il piacere che mi guidava, puro piacere.
Immersi due dita nei miei umori e forzai il secondo pertugio. A quella vista la smania di Eric si fece incontenibile e, tenendomi sollevata, cominciò a scoparmi da sotto sempre più forte, sempre più forte. Godevo e farlo fermare mi costò fatica, ma volevo godere con la sua verga dietro.
Eravamo a un passo dall'orgasmo. Sfilai il suo fallo gonfio di voglia di esplodere, mi rannicchiai sul suo bacino appoggiandomi coi piedi al materasso, brandii il suo fulgido dardo e lo infilai nel mio secondo ingresso. Un grido lungo, un misto di piacere e dolore, accompagnò quel gesto. Sentivo la pelle tendersi, espandersi per fare l'argo a quella poderosa asta.
I miei urli si fecero intensi, profondi, selvaggi esattamente come il piacere che mi stava avvampando nel corpo e nell'anima.
Le mie gambe erano spalancate sul suo bacino. Eric esplose vedendo il mio fiore aprirsi per far largo al suo membro, le mie dita massaggiare il clitoride, mentre il mio viso e il mio corpo si contorcevano negli spasmi di un piacere intenso, lungo e talmente sconvolgente che le mie urla riecheggiarono nel silenzio della notte.







È solo sesso – (Racconto erotico – Capitolo 8)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Quando varcai la soglia di casa, il fresco dell'aria condizionata mi diede il benvenuto.
Eric, come aveva promesso, l'aveva fatta riparare mentre io mi facevo scopare da Patrick.
Il mio egoismo mi diede il voltastomaco, ma ero troppo stanca per dar libero sfogo ai sensi di colpa. Mi levai i vestiti e, nuda, mi lasciai cadere sul letto. Caddi in un sonno profondo nell'attimo esatto in cui la mia testa toccò il cuscino.

Durante la notte la prepotenza di Patrick irruppe anche nei miei sogni. Era come se fossi stata tanto avida di piacere da non averne abbastanza di quello che ricevevo da sveglia, ne volevo sempre di più.
Sentii le sue mani scorrere sulla mia pelle nuda, la sua lingua farsi strada fra le mie cosce, la sua bocca saggiare il mio frutto e bere il mio nettare.
Era così diverso quel contatto, così delicato, quasi timoroso. Si intrufolava fra le mie peccaminose pieghe quasi chiedendo il permesso. Non volevo svegliarmi, non volevo aprire gli occhi per paura che tutto finisse. Volevo godere ancora, tenere quelle labbra con me fino al mattino, ma il piacere divenne così intenso che mi svegliai ansimando, e fra le mie gambe trovai Eric, mio marito.
«Eric» Esclamai sorpresa di vederlo, ritraendomi e sedendomi sul letto. Sarebbe dovuto tornare solo il giorno dopo. Quel cambio di programma mi spiazzò.
Non ero pronta per affrontarlo, faticavo a guardarlo in faccia. Mi sentivo scoppiare il cuore e le mie guance dovevano essere rosse come le mie labbra vogliose, ma la penombra giocò a mio favore.
«Scusa Amore, non volevo svegliarti, ma... - La sua voce era un rantolo famelico. Strisciò sul letto avvicinando la sua bocca alle mie cosce e continuò da dove lo avevo interrotto. Gemetti. - Vederti qui, nuda... - Succhiò le mie labbra. Io ansimai sopraffatta, spostando il bacino in avanti - Non ho resistito.»
Non ero abituata a girare per casa nuda, né tanto meno a dormire senza nulla. Per un istante temetti che quella novità lo insospettisse, invece aveva solo acceso le sue voglie.
«Basta parlare» Sentenziai.
Avida, spinsi la sua testa di più fra le mie cosce, premendola contro di me e lasciando che mi baciasse lì dove poche ore prima era stato Patrick.
Le sue dita sottili si facevano largo dentro di me, mi penetravano, mi massaggiavano e io godevo pensando a Patrick, a Eric, a me e immaginavo tutti e tre nello stesso letto.
Mi aggrappai ai capelli di Eric e lo attirai su trascinandolo sul mio ventre affinché lo baciasse, e poi ancora più su, sul mio seno.
Lo afferrò con la bocca, stringendolo fra le labbra e i denti e stuzzicando il capezzolo con la lingua, mentre le sue dita non si allontanarono dalla mia orchidea dell'amore.
Con un piede mi intrufolai fra le sue gambe e massaggiai il suo membro ancora imbrigliato nei pantaloni. Lo sentivo grosso e duro sotto la mia pelle. Era lì, impaziente di mostrare al mondo tutto il suo vigore, ed io ero ansiosa di averlo dentro di me.
Allungai le mani e finalmente lo liberai. Mi sollevai mettendomi in ginocchio sul letto. Lui era di fronte a me ansimante d'eccitazione.
Succhiai le sue labbra, la mia lingua cercò la sua in quella bocca che sapeva di me e di Patrick. Sbottonai la sua camicia e gliela sfilai. Carezzai il suo petto nudo e ansimante d'estasi.
I suoi muscoli si contrassero sotto le mie mani mentre scesi sul suo ventre. Afferrai la sua asta poderosa e la brandii a due mani, la massaggiai su e giù, svestendola e rivestendola godendo per i suoi gemiti di piacere.
Lo spinsi di schiena sul letto, Eric non si oppose, e gli sfilai definitivamente i pantaloni.
Salii in piedi sul letto con lui disteso sotto di me. Volevo che mi guardasse, che mi ammirasse che mi bramasse. Mi succhiai un dito e lo portai fra i miei petali vogliosi, mentre con l'altra mano mi strizzai un capezzolo.
«Oh, sì, Baby, così...» Rantolò allungando le mani fra le mie cosce e unendosi alle mie dita.
Volevo ancora la sua lingua. Mi sedetti sul suo viso e cominciai a muovere il bacino sulla sua bocca mentre la sua lingua s'intrufolava fra le mie pieghe. Ancheggiavo, roteavo e urlavo spingendo sempre di più il mio sesso contro la sua bocca. Volevo di più, volevo il suo membro dentro di me.
Mi sedetti sul suo bacino, afferrai la sua asta che ormai stava per esplodere e la spinsi dentro la mia fessura e cominciai a scivolare su di essa. Era il piacere che mi guidava, puro piacere.
Immersi due dita nei miei umori e forzai il secondo pertugio. A quella vista la smania di Eric si fece incontenibile e, tenendomi sollevata, cominciò a scoparmi da sotto sempre più forte, sempre più forte. Godevo e farlo fermare mi costò fatica, ma volevo godere con la sua verga dietro.
Eravamo a un passo dall'orgasmo. Sfilai il suo fallo gonfio di voglia di esplodere, mi rannicchiai sul suo bacino appoggiandomi coi piedi al materasso, brandii il suo fulgido dardo e lo infilai nel mio secondo ingresso. Un grido lungo, un misto di piacere e dolore, accompagnò quel gesto. Sentivo la pelle tendersi, espandersi per fare largo a quella poderosa asta.
I miei urli si fecero intensi, profondi, selvaggi esattamente come il piacere che mi stava avvampando nel corpo e nell'anima.

Le mie gambe erano spalancate sul suo bacino. Eric esplose vedendo il mio fiore aprirsi per far largo al suo membro e le mie dita massaggiare il clitoride, mentre il mio viso e il mio corpo si contorcevano negli spasmi di un piacere intenso, lungo e talmente sconvolgente che le mie urla riecheggiarono nel silenzio della notte.







È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 7)


Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


Non so se fosse colpa delle perle custodite all'interno del mio corpo, ma quel giorno l'eccitazione mi fece impazzire.
Non era tanto il loro delicato movimento a scaldare le mie voglie, quanto piuttosto il pensiero di averle dentro di me, l'idea di celare un peccaminoso segreto, lì sotto gli occhi di tutti.
Sentivo la cordicella stuzzicarmi la pelle e mischiarsi fra i miei umori. Il mio spacco era talmente profondo che mi bastava allungare una mano fra le cosce per raggiungerla e muovere il mio lussurioso ripieno.
Era come se l'orgasmo avuto quella mattina avesse amplificato le mie voglie anziché spegnerle. Un prelibato aperitivo che aveva scatenato la mia fame di piacere.
Ogni volta che incontravo qualcuno, uomo o donna che fosse, non potevo fare a meno di immaginarmelo a letto. Lo osservavo e cercavo di indovinare i suoi gusti sessuali, le sue preferenze, le sue doti o le sue pecche.
Certo il florido davanzale di Hanna, la mia dirimpettaia di scrivania, non mi era d'aiuto. Continuavo a tuffare gli occhi in quelle morbide colline, invidiando i riccioli biondi che vi ricadevano sopra.
Vedevo il vestito scivolare sul suo corpo e immaginavo la sua pelle liscia e delicata, le sue curve armoniose, le gambe lunghe e tornite che racchiudevano la bellezza del suo frutto prelibato.
Era bella, Hanna, era davvero bella. Chissà come sarebbe stato farlo con lei.
Non lo avevo mai fatto con una donna, e prima di allora neanche ci avevo mai pensato, ma quel giorno la trovai attraente come non mai.
Ad interrompere i miei famelici vaneggiamenti arrivó Betty, l'assistente di Patrick.
Mi porse un plico e disse:

«Patrick è allo Sheraton con un cliente e ha bisogno di questi documenti, potresti portarglieli tu? Io devo finire una pratica urgente e non posso muovermi»

Come avrei potuto rifiutarmi? Non si nega l'aiuto ad un collega in difficoltà, giusto? A rispondere per me, però, non fu il mio buon cuore, ma la voglia immane che mi esplodeva fra le gambe e che al solo pensiero di raggiungere Patrick m'incendiò. Pareva che quelle palline fossero state programmate per ricongiungersi al loro padrone.
Non persi tempo e uscii nel traffico. Un'auto aziendale era già accesa pronta ad ingoiarmi e a risputarmi a destinazione.
Quel tragitto mi parve infinito. Mi sentivo morire per l'eccitazione e il traffico aumentava il mio tormento.
L'autista m'informò che avrebbe preso una scorciatoia, ma che non saremmo comunque arrivati prima di venti minuti.
Sospirai vinta. Buttai lo sguardo fuori dal finestrino nel tentativo di distrarmi: non potevo certo presentarmi ad un cliente in quelle condizioni, ma i miei sforzi non sedarono i miei bollori.
Quando finalmente arrivammo, schizzai giù dal'auto ancor prima che si fermasse completamente. Varcai la soglia dell'hotel e raggiunsi la reception. Avevo il fiatone.

«Sono della Global inc.» Dissi alla ragazza che mi accolse.

«Oh, sì, benvenuta allo Sheraton - Già sapeva del mio arrivo - Mr Smith la sta aspettando nella suite al sesto piano»

Suite al sesto piano? Luogo insolito per incontrare un cliente. Pensai.
Presi il primo ascensore libero che trovai e raggiunsi il silenzioso corridoio del sesto piano.
Un trionfo di rose profumava il passaggio e uno scarlatto tappeto, che ovattava i miei passi, mi condusse all'unica porta. Era socchiusa.
Cautamente l'aprii. La stanza, illanguidita dalla penombra, pareva deserta.

«Patrick» La voce mi si strizzò in gola.
Ebbi il timore di essere caduta in una trappola. Gettai lo sguardo ovunque, cercando qualche indizio che testimoniasse la presenza di altre persone, ma in quell'immensa suite, che profumava di lavanda, regnava l'ordine perfetto di una stanza appena rassettata.

«Sono qui» Sussurrò.

Puntai lo sguardo in direzione della voce e lo vidi seduto su di una poltrona in un angolo della stanza. Lentamente posò il calice che aveva in mano, si alzò e mi raggiunse.
Il suo profumo invase i miei sensi, ed il mio corpo fu attratto dal suo come se le palline che avevo in grembo fossero state calamite attirate dalla sua verga d'acciaio.

«Grazie di essere venuta» Disse stringendomi a sé. La sua eccitazione premeva sul mio ventre.

La sua bocca si avventò sulla mia, mentre la sua mano mi sollevò la gonna da dietro e raggiunse la catenella che penzolava fra le mie cosce.
Gemetti e portai indietro il bacino porgendogli il mio sesso voglioso. Le sue dita scivolavano fra le mie natiche fino a raggiungere il clitoride, ad ogni passaggio corrispondeva una scarica di piacere seguita da un gemito.

«Brava, urla - Rantolò bramoso - Voglio sentirti urlare di piacere»

Non mi feci pregare. Mi aggrappai al suo membro, lo liberai e lo afferrai con prepotenza, esattamente come volevo che mi prendesse lui. Volevo esplodere. Ero talmente eccitata che sarebbero bastati pochi, pochissimi gesti per farmi venire. Volevo un orgasmo e poi un altro e un altro ancora. Volevo godere per tutta la notte.

Patrick allontanò una mano dalle mie gambe e prese un nastro largo che aveva nella tasca dei pantaloni. Mi bendò.

«Che fai?» Mi ritrassi intimorita, portandomi le mani agli occhi.

«Tranquilla Denise - Mi calmò baciandomi il collo - Voglio solo farti godere»

Era appena il secondo giorno che quella storia era cominciata e stavo per mettermi completamente nelle sue mani.
Fidarsi o non fidarsi? E' un sentimento così labile la fiducia. Non basta una vita per conoscere una persona e spesso non basta nemmeno per conoscere se stessi. Se fosse stata la ragione a guidarmi di certo mi sarei rifiutata, e mi sarei opposta anche se quella stessa proposta mi fosse arrivata appena due giorni prima. Ma lì, in quel momento, la voglia aveva talmente travolto i miei sensi che gettai alle ortiche ogni remora. E poi, avevo pur sempre le mani libere.
Non vedevo nulla, potevo solo sentire il suo corpo e la sua voce. La mia attenzione era tutta concentrata su ciò che il mio corpo percepiva. I miei sensi si amplificarono.
Avvicinò un bicchiere alla mia bocca e lo inclinò affinché bevessi. Era Champagne.
Succhiò il rivolo che fuoriuscì dalle mie labbra, poi la sua lingua si tuffò nella mia bocca.
Lasciai che mi baciasse, che mangiasse le mie labbra, che bevesse la mia pelle, che ingoiasse la mia eccitazione, che la facesse sua, che liberasse la sua fantasia e che mi facesse godere come aveva promesso.
Era come se quella benda avesse inibito il mio libero arbitrio. Mi sentivo una bambola nelle sue mani.
Accarezzò le mie braccia nude, quel contatto delicato mi fece fremere. Scivolò sul mio fianco facendo scorrere la cerniera del vestito che cadde a terra come un velo.
Sentii l'eccitazione crescere, immaginandomi lì, nuda, bendata, con solo i tacchi ai piedi e la cordicella che penzolava dal mio sesso.
La sua bocca scese dietro il mio orecchio. Crampi di piacere mi morsero il ventre.
Sentii un liquido ghiacciato scivolare sul mio collo, ruzzolarmi sul seno e scendere giù lungo tutto il mio corpo. Mi aveva versato lo Champagne addosso, sentivo le bollicine stuzzicarmi la pelle. Patrick bevve dal mio seno, dal mio ventre, dal mio collo, raccolse il vino che si era intrufolato fra i meandri del mio sesso e lo leccò, ingoiando tutti i miei umori.
Gridai in preda all'estasi. Sentivo le gambe tremarmi per la frenesia.  Stavo per venire, volevo venire. Volevo godere e urlare tutto il mio piacere.
Patrick mi accompagnò sul letto e mi fece sdraiare.
Prese una mia mano e la portò dietro la mia testa bloccandola alla testata con un nastro.

«No» Protestai, cercando di liberarmi. Non ero certa di voler soccombere totalmente alle sue fantasie.
Lui mi liberò e sussurrò avvicinandosi al mio orecchio:

«Ti assicuro che non te ne pentirai»

Cedere alle sue lusinghe significava mandare la mia maniacale ossessione per il controllo definitivamente a farsi fottere.
Per tutta la durata di quel gioco avrei perduto ogni potere e sarei stata in balìa di quell'uomo come non mi era mai capitato in tutta la mia vita. Nemmeno con mio marito.
Quella possibilità mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Perdere il controllo può essere spaventoso, ma anche maledettamente attraente.
Starsene lì sospesi nel limbo crudele dell'incertezza, in attesa che qualcun altro decida per te, aspettando di sapere quale sarà la tua sorte, cosa ti capiterà e cosa lui ti farà, e ti chiedi, pieno di paura e di speranza, se ti piacerà oppure no.
L'adrenalina ti spalanca i sensi e sei assalito dalla folle e perversa eccitazione di non avere idea di cosa ti capiterà istante dopo istante.
La paura, la speranza, il pericolo e il desiderio si mescolano, ti travolgono e ti risucchiano nel perverso vortice di un piacere spietato e senza limiti.
Mi sdraiai, vinta, e allungai il braccio sulla testata del letto affinché mi legasse. Patrick assicurò il mio polso, poi fece lo stesso con l'altro.
Il cuore mi scoppiava nel petto. Mi sentii indifesa.
Patrick mi fece raccogliere le gambe al petto e me le allargò.
Il mio frutto pulsava d'eccitazione davanti al suo viso. Sentivo i suoi respiri sulla mia pelle, poi le sue dita allargarono i miei petali  e con la lingua scorse al loro interno. Stavo impazzendo.
Qualcosa di duro e freddo sostituì quel morbido contatto e cominciò a strofinarsi sul mio clitoride. Poi scivolò giù e cominciò a corteggiare il mio secondo ingresso.
Lo sentivo premere e farsi strada dentro di me per poi uscire e trafiggermi nuovamente.
Il mio pertugio si contraeva e ad ogni spinta io urlavo inghiottita dal piacere. Più le spinte aumentavano e più le mie grida si libravano nell'aria. 

«Oh, sì, sì!»

Gli occhi bendati, le mani legate, le perle nel mio ventre, quell'oggetto sconosciuto nel mio pertugio e la sua bocca che succhiava il mio clitoride fu il mix che mi fece esplodere di piacere urlando con tutta la voce che quel mattino non avevo potuto usare.
Ansimante, abbandonai le gambe sul letto.
Ero esausta, il formicolio del piacere ancora mi solleticava fra le gambe e non avevo idea di cosa avesse in mente Patrick.

«Lo so che ne vuoi ancora» Disse slegandomi i polsi.

Non lo vedevo, ma sentivo l'eccitazione vibrargli nella voce.
Mi fece scendere, mi accompagnò ai piedi del letto, mi fece chinare in avanti aggrappandomi alla ringhiera e mi legò nuovamente i polsi. Stavolta non mi opposi.
Le mie gambe si stagliavano lunghe e nude sui tacchi che ancora avevo ai piedi e io era pronta per accogliere il suo membro.
Già preparato a dovere, il mio secondo pertugio non oppose alcuna resistenza. Patrick afferrò i miei fianchi, mi penetrò e cominciò a scoparmi con forza da dietro, mentre le perle nel mio ventre rimbalzavano ad ogni spinta.
Ancora intorpidita dall'orgasmo precedente sentivo il piacere inondare ogni parte del mio corpo.
Mi aggrappai alla spalliera per reggere i suoi prepotenti colpi. Avrei voluto avere una mano libera per massaggiarmi il clitoride e raggiungere prima l'estremo piacere, invece sentii l'orgasmo avvicinarsi, spinta dopo spinta, crescere lentamente, prendere sempre più vigore, portandomi sempre più su oltre le vette raggiunte dagli dei, strappandomi da me stessa e facendomi diventare, per qualche istante, puro spirito. Dimenticai i polsi legati, gli occhi bendati, quella stanza, la mia vita. Dimenticai tutto. In quegli attimi di lussuria sfrenata non esisteva altro che quell'assoluto piacere che possedeva il mio corpo, la mia mente e la mia anima.
Patrick sciolse i nodi e io scivolai sfinita a terra sotto il peso della mia ritrovata libertà. Ero tornata padrona di me stessa e del mio destino.
Era strano, ma mi sentii più schiava in quel momento, ritrovando la mia libertà, che prima, quando lacci e bende me l'avevano negata.
Lui mi raccolse e mi adagiò sul letto.
Guardai finalmente i suoi occhi soddisfatti e vittoriosi e il suo corpo nudo disteso accanto a me.
Chiedendo ancora uno sforzo ai miei muscoli indolenziti, sollevai un braccio e accarezzai il suo viso.
Era il primo gesto dolce che gli rivolgevo.

Dell'uomo celato dall'oscurità, seduto in un angolo di quella stanza, però, quel giorno non seppi nulla.






È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 7)


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Non so se fosse colpa delle perle custodite all'interno del mio corpo, ma quel giorno l'eccitazione mi fece impazzire.
Non era tanto il loro delicato movimento a scaldare le mie voglie, quanto piuttosto il pensiero di averle dentro di me, l'idea di celare un peccaminoso segreto, lì, sotto gli occhi di tutti.
Sentivo la cordicella stuzzicarmi la pelle e mischiarsi fra i miei umori. Il mio spacco era talmente profondo che mi bastava allungare una mano fra le cosce per raggiungerla e muovere il mio lussurioso ripieno.
Era come se l'orgasmo avuto quella mattina avesse amplificato le mie voglie anziché spegnerle. Un prelibato aperitivo che aveva scatenato la mia fame di piacere.
Ogni volta che incontravo qualcuno, uomo o donna che fosse, non potevo fare a meno di immaginarmelo a letto. Lo osservavo e cercavo di indovinare i suoi gusti sessuali, le sue preferenze, le sue doti o le sue pecche.
Certo il florido davanzale di Hanna, la mia dirimpettaia di scrivania, non mi era d'aiuto. Continuavo a tuffare gli occhi in quelle morbide colline, invidiando i riccioli biondi che vi ricadevano sopra.
Vedevo il vestito scivolare sul suo corpo e immaginavo la sua pelle liscia e delicata, le sue curve armoniose, le gambe lunghe e tornite che racchiudevano la bellezza del suo frutto prelibato.
Era bella, Hanna, era davvero bella. Chissà come sarebbe stato farlo con lei.
Non lo avevo mai fatto con una donna, e prima di allora neanche ci avevo mai pensato, ma quel giorno la trovai attraente come non mai.
Ad interrompere i miei famelici vaneggiamenti arrivó Betty, l'assistente di Patrick.
Mi porse un plico e disse:
«Patrick è allo Sheraton con un cliente e ha bisogno di questi documenti, potresti portarglieli tu? Io devo finire una pratica urgente e non posso muovermi.»
Come avrei potuto rifiutarmi? Non si nega l'aiuto ad un collega in difficoltà, giusto? A rispondere per me, però, non fu il mio buon cuore, ma la voglia immane che mi esplodeva fra le gambe e che al solo pensiero di raggiungere Patrick m'incendiò. Pareva che quelle palline fossero state programmate per ricongiungersi al loro padrone.
Non persi tempo e uscii nel traffico. Un'auto aziendale era già accesa pronta ad ingoiarmi e a risputarmi a destinazione.
Quel tragitto mi parve infinito. Mi sentivo morire per l'eccitazione e il traffico aumentava il mio tormento.
L'autista m'informò che avrebbe preso una scorciatoia, ma che non saremmo comunque arrivati prima di venti minuti.
Sospirai vinta. Buttai lo sguardo fuori dal finestrino nel tentativo di distrarmi: non potevo certo presentarmi ad un cliente in quelle condizioni, ma i miei sforzi non sedarono i miei bollori.
Quando finalmente arrivammo, schizzai giù dall'auto ancor prima che si fermasse completamente. Varcai la soglia dell'hotel e raggiunsi la reception. Avevo il fiatone.
«Sono della Global inc.» Dissi alla ragazza che mi accolse.
«Oh, sì, benvenuta allo Sheraton. – Già sapeva del mio arrivo – Mr. Smith la sta aspettando nella suite al sesto piano.»
Suite al sesto piano? Luogo insolito per incontrare un cliente. Pensai.
Presi il primo ascensore libero che trovai e raggiunsi il silenzioso corridoio del sesto piano.
Un trionfo di rose profumava il passaggio e uno scarlatto tappeto, che ovattava i miei passi, mi condusse all'unica porta. Era socchiusa.
Cautamente l'aprii. La stanza, illanguidita dalla penombra, pareva deserta.
«Patrick» La voce mi si strizzò in gola.
Ebbi il timore di essere caduta in una trappola. Gettai lo sguardo ovunque, cercando qualche indizio che testimoniasse la presenza di altre persone, ma in quell'immensa suite, che profumava di lavanda, regnava l'ordine perfetto di una stanza appena rassettata.
«Sono qui» Sussurrò.
Puntai lo sguardo in direzione della voce e lo vidi seduto su di una poltrona in un angolo della stanza. Lentamente posò il calice che aveva in mano, si alzò e mi raggiunse.
Il suo profumo invase i miei sensi, ed il mio corpo fu attratto dal suo come se le palline che avevo in grembo fossero state calamite attirate dalla sua verga d'acciaio.
«Grazie di essere venuta» Disse stringendomi a sé. La sua eccitazione premeva sul mio ventre.
La sua bocca si avventò sulla mia, mentre la sua mano mi sollevò la gonna da dietro e raggiunse la catenella che penzolava fra le mie cosce.
Gemetti e portai indietro il bacino porgendogli il mio sesso voglioso. Le sue dita scivolavano fra le mie natiche fino a raggiungere il clitoride, ad ogni passaggio corrispondeva una scarica di piacere seguita da un gemito.
«Brava, urla! - Rantolò bramoso - Voglio sentirti urlare di piacere.»
Non mi feci pregare. Mi aggrappai al suo membro, lo liberai e lo afferrai con prepotenza, esattamente come volevo che mi prendesse lui. Volevo esplodere. Ero talmente eccitata che sarebbero bastati pochi, pochissimi gesti per farmi venire. Volevo un orgasmo e poi un altro e un altro ancora. Volevo godere per tutta la notte.
Patrick allontanò una mano dalle mie gambe e prese un nastro largo che aveva nella tasca dei pantaloni. Mi bendò.
«Che fai?» Mi ritrassi intimorita, portandomi le mani agli occhi.
«Tranquilla Denise - Mi calmò baciandomi il collo - Voglio solo farti godere.»
Era appena il secondo giorno che quella storia era cominciata e stavo per mettermi completamente nelle sue mani.
Fidarsi o non fidarsi? È un sentimento così labile la fiducia. Non basta una vita per conoscere una persona e spesso non basta nemmeno per conoscere se stessi. Se fosse stata la ragione a guidarmi, di certo mi sarei rifiutata, e mi sarei opposta anche se quella stessa proposta mi fosse arrivata appena due giorni prima. Ma lì, in quel momento, la voglia aveva talmente travolto i miei sensi che gettai alle ortiche ogni remora. E poi, avevo pur sempre le mani libere.
Non vedevo nulla, potevo solo sentire il suo corpo e la sua voce. La mia attenzione era tutta concentrata su ciò che il mio corpo percepiva. I miei sensi si amplificarono.
Avvicinò un bicchiere alla mia bocca e lo inclinò affinché bevessi. Era Champagne.
Succhiò il rivolo che fuoriuscì dalle mie labbra, poi la sua lingua si tuffò nella mia bocca.
Lasciai che mi baciasse, che mangiasse le mie labbra, che bevesse la mia pelle, che ingoiasse la mia eccitazione, che la facesse sua, che liberasse la sua fantasia e che mi facesse godere come aveva promesso.
Era come se quella benda avesse inibito il mio libero arbitrio. Mi sentivo una bambola nelle sue mani.
Accarezzò le mie braccia nude, quel contatto delicato mi fece fremere. Scivolò sul mio fianco facendo scorrere la cerniera del vestito che cadde a terra come un velo.
Sentii l'eccitazione crescere, immaginandomi lì, nuda, bendata, con solo i tacchi ai piedi e la cordicella che penzolava dal mio sesso.
La sua bocca scese dietro il mio orecchio. Crampi di piacere mi morsero il ventre.
Sentii un liquido ghiacciato scivolare sul mio collo, ruzzolarmi sul seno e scendere giù lungo tutto il mio corpo. Mi aveva versato lo Champagne addosso, sentivo le bollicine stuzzicarmi la pelle. Patrick bevve dal mio seno, dal mio ventre, dal mio collo, raccolse il vino che si era intrufolato fra i meandri del mio sesso e lo leccò, ingoiando tutti i miei umori.
Gridai in preda all'estasi. Sentivo le gambe tremarmi per la frenesia.  Stavo per venire, volevo venire. Volevo godere e urlare tutto il mio piacere.
Patrick mi raccolse fra le braccia e mi poggiò sul letto.
Prese una mia mano e la portò dietro la mia testa bloccandola alla testata con un nastro.
«No!» Protestai, cercando di liberarmi. Non ero certa di voler soccombere totalmente alle sue fantasie.
Lui mi liberò e sussurrò avvicinandosi al mio orecchio:
«Ti assicuro che non te ne pentirai.»
Cedere alle sue lusinghe significava mandare la mia maniacale ossessione per il controllo definitivamente a farsi fottere.
Per tutta la durata di quel gioco avrei perduto ogni potere e sarei stata in balìa di quell'uomo come non mi era mai capitato in tutta la mia vita. Nemmeno con mio marito.
Quella possibilità mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Perdere il controllo può essere spaventoso, ma anche maledettamente attraente.
Starsene lì sospesi nel limbo crudele dell'incertezza, in attesa che qualcun altro decida per te, aspettando di sapere quale sarà la tua sorte, cosa ti capiterà e cosa lui ti farà, chiedendoti, pieno di paura e di speranza, se ti piacerà oppure no.
L'adrenalina ti spalanca i sensi e sei assalito dalla folle e perversa eccitazione di non avere idea di cosa ti capiterà istante dopo istante.
La paura, la speranza, il pericolo e il desiderio si mescolano, ti travolgono e ti risucchiano nel perverso vortice di un piacere spietato e senza limiti.
Mi sdraiai, vinta, e allungai il braccio sulla testata del letto affinché mi legasse. Patrick assicurò il mio polso, poi fece lo stesso con l'altro.
Il cuore mi scoppiava nel petto. Mi sentii indifesa.
Patrick mi fece raccogliere le gambe al petto e me le allargò.
Il mio frutto pulsava d'eccitazione davanti al suo viso. Sentivo i suoi respiri sulla mia pelle, poi le sue dita allargarono i miei petali e con la lingua scorse al loro interno. Stavo impazzendo.
Qualcosa di duro e freddo sostituì quel morbido contatto e cominciò a strofinarsi sul mio clitoride. Poi scivolò giù e cominciò a corteggiare il mio secondo ingresso.
Lo sentivo premere e farsi strada dentro di me per poi uscire e trafiggermi nuovamente.
Il mio pertugio si contraeva e ad ogni spinta io urlavo inghiottita dal piacere. Più le spinte aumentavano e più le mie grida si libravano nell'aria. 
«Oh, sì, sì!»
Gli occhi bendati, le mani legate, le perle nel mio ventre, quell'oggetto sconosciuto nel mio pertugio e la sua bocca che succhiava il mio clitoride fu il mix che mi fece esplodere di piacere urlando con tutta la voce che quel mattino non avevo potuto usare.
Ansimante, abbandonai le gambe sul letto.
Ero esausta, il formicolio del piacere ancora mi solleticava fra le gambe e non avevo idea di cosa avesse in mente Patrick.
«Lo so che ne vuoi ancora» Disse slegandomi i polsi.
Non lo vedevo, ma sentivo l'eccitazione vibrargli nella voce.
Mi fece scendere, mi accompagnò ai piedi del letto, mi fece chinare in avanti aggrappandomi alla ringhiera e mi legò nuovamente i polsi. Stavolta non mi opposi.
Le mie gambe si stagliavano lunghe e nude sui tacchi che ancora avevo ai piedi e io era pronta per accogliere il suo membro.
Già preparato a dovere, il mio secondo pertugio non oppose alcuna resistenza. Patrick afferrò i miei fianchi, mi penetrò e cominciò a scoparmi con forza da dietro, mentre le perle nel mio ventre rimbalzavano ad ogni spinta.
Ancora intorpidita dall'orgasmo precedente sentivo il piacere inondare ogni parte del mio corpo.
Mi aggrappai alla spalliera per reggere i suoi prepotenti colpi. Avrei voluto avere una mano libera per massaggiarmi il clitoride e raggiungere prima l'estremo piacere, invece sentii l'orgasmo avvicinarsi, spinta dopo spinta, crescere lentamente, prendere sempre più vigore, portandomi sempre più su oltre le vette raggiunte dagli dei, strappandomi da me stessa e facendomi diventare, per qualche istante, puro spirito. Dimenticai i polsi legati, gli occhi bendati, quella stanza, la mia vita. Dimenticai tutto. In quegli attimi di lussuria sfrenata non esisteva altro che quell'assoluto piacere che possedeva il mio corpo, la mia mente e la mia anima.
Patrick sciolse i nodi e io scivolai sfinita a terra sotto il peso della mia ritrovata libertà. Ero tornata padrona di me stessa e del mio destino.
Era strano, ma mi sentii più schiava in quel momento, ritrovando la mia libertà, che prima, quando lacci e bende me l'avevano negata.
Lui mi raccolse e mi adagiò sul letto.
Guardai finalmente i suoi occhi soddisfatti e vittoriosi e il suo corpo nudo disteso accanto a me.
Chiedendo ancora uno sforzo ai miei muscoli indolenziti, sollevai un braccio e accarezzai il suo viso.
Era il primo gesto dolce che gli rivolgevo.

Dell'uomo celato dall'oscurità, seduto in un angolo di quella stanza, però, quel giorno non seppi nulla.





È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 3)

Riassunto:

In una mattina qualunque Denise va al lavoro in anticipo per terminare un incarico affidatole all'ultimo momento dal suo capo. Appena arriva, però, si ritrova "vittima" del peccaminoso agguato di Patrick, il suo capo, che la travolge con la sua sfrenata e irresistibile passione. Denise dovrà così fare i conti con se stessa e con le proprie voglie. Divisa fra la ragione e il desiderio.

E' solo sesso - Capitolo 3


Per tutto il resto del giorno lottai con e contro me stessa. Una guerra persa in partenza.
Ero combattuta fra la mia parte razionale, che mi imponeva di troncare tutto, e la parte che invece a questo si opponeva con tutte le forze, perché non voleva rinunciare a quel piacere così sublime provato quella mattina. 
Quando il telefono squillò ebbi un sussulto. Con la mano tremante sollevai la cornetta.
«Vieni» Disse la voce all'altro capo del filo e riattaccò senza aggiungere altro.
Era Patrick.
Basta! Pensai. Era giunto il momento di troncare tutto. Sarei andata da lui, glielo avrei detto e me ne sarei andata, e se avesse fatto storie mi sarei licenziata. Non avrei sopportato di vivere un altro giorno asfissiata dal panico e da quel senso di colpa. Rivolevo la mia tranquillità, anche se noiosa e patetica.
Feci un grosso sospiro e andai incontro al mio destino.
Non appena entrai, esordii ancor prima che mi dicesse cosa voleva:
«Patrick dobbiamo parlare» Cercai di essere il più decisa possibile, ma la mia voce non volle saperne di sembrare risoluta.
«Certo - Rispose da dietro la mia schiena. Mi ero fiondata in quell'ufficio quasi ad occhi chiusi, senza nemmeno vedere se fosse solo. Era dietro di me - Ma non ora»
Infilò la mano sotto la mia gonna e mi penetrò con le dita. Soffocai in gola un gemito. Tutte le mie barriere crollarono e fui di nuovo schiava dei miei sensi.
«Vedo che ti eccita stare senza il tuo tanga - Se lo girò nella mano libera e se lo portò al viso annusandolo. Quel modo di fare così perverso e sporco mi piaceva da morire - Bene, perché dovrai imparare a farne a meno. Voglio saperti sempre nuda là sotto. - Le sue labbra mi lambirono il collo - Voglio saperti nuda per me - Famelico mi levò la gonna facendola scivolare a terra. Ero nuda, sotto la luce bianca che affogava il suo ufficio. Non c'era il buio dello sgabuzzino a celare le mie voglie. Erano lì, spiattellate davanti al mondo, talmente fiere e vittoriose da far fuggire il mio senso di colpa chissà dove - Quanto sei bella!» Rantolò, gettando a terra il tanga e avventandosi sul mio seno.
Ero stretta a lui in una morsa di piacere.
Portò entrambe le mani fra le mie cosce e cominciò a massaggiare e massaggiare ovunque.
Ansimai per quelle dita che si muovevano dentro e fuori di me, che scorrevano fra le mie labbra, che premevano e che accarezzavano magistralmente i miei pertugi, già assaporando il momento in cui sarei esplosa di piacere. Lo volevo dentro di me come quella mattina, e volevo la sua bocca fra le mie gambe. Lui sfilò le dita e liberò il suo sesso gonfio di voglia. Si sedette sul divano in pelle e non esitai ad accontentarlo. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di avere un altro orgasmo da lui. Mi chinai fra le sue gambe e cominciai a leccare quel membro imponente dalla base, risalendo lentamente, stuzzicando la sua eccitazione e trattenendola nella mia bocca. Lo vezzeggiai, lo baciai e lo succhiai spingendolo più giù nella mia gola, ingoiando tutto il suo piacere, fiera dei gemiti che emetteva, fiera di farlo godere.
Non volevo aspettare. Fra le mie gambe c'era una festa in corso che non avevo intenzione di interrompere, così divaricai le gambe e con la mano libera raggiunsi il clitoride turgido e pulsante d'eccitazione. Con due dita lo liberai allargando le labbra e con l'altro lo massaggiai, lo titillai soffocando i miei urli di piacere sul suo sesso che mi riempiva la bocca.
Patrick si alzò e mi fece fare lo stesso. Baciandomi avidamente mi spinse verso la sua scrivania. Voleva prendermi là sopra. 
Mi fece inginocchiare su di essa e allargare le gambe. Ero completamente aperta per lui e in attesa della sua bocca. Sentivo i miei umori colare e gocciolare sul piano di vetro. Mi baciò le cosce, le natiche, saggiando ogni centimetro della mia pelle, avvicinandosi ai miei pertugi vogliosi per poi allontanarsi nuovamente, centellinando i suoi baci con una lentezza crudele e facendomi scoppiare d'eccitazione. Sentivo la voglia di lui mordermi il ventre e uscire dalla mia gola in urli supplichevoli. Poi la sua bocca approdò nel mio dolce frutto e mi annullai nell'estasi del godimento. Le sue labbra succhiarono le mie labbra, la sua lingua mi penetrò, stuzzicò il perineo corteggiando il mio anfratto proibito, massaggiandolo e invogliandolo a lasciarsi andare all'estremo piacere. Ero ad un passo dall'orgasmo. Era piacere allo stato puro. Io stessa ero diventata puro piacere, completamente succube dei mie sensi, rapita da quel godimento che mi animava e che mi faceva muovere il bacino per spingere il mio sesso sempre di più verso la sua bocca.
L'ufficio non era deserto, c'era ancora qualche collega al lavoro, chiunque sarebbe potuto entrare, ma non m'importava. Volevo solo godere. Godere di nuovo.
Mentre la sua lingua continuava a mandarmi al manicomio, infilò un dito nel mio secondo ingresso. Mi ritrassi turbata, non volevo che mi prendesse lì.
«Rilassati - Mi disse - Vuoi l'orgasmo migliore che tu abbia mai avuto?» Mi guardò con quello sguardo che sapeva risvegliare i miei sensi, senza smettere di giocare con il mio clitoride.
Annuii. Come avrei potuto rifiutare? Sapevo bene l'immenso piacere che mi sarebbe scoppiato dentro se mi avesse presa da dietro, ma avrei voluto evitarlo per auto-punirmi per ciò che stavo facendo: non meritavo di godere così tanto, ma  impazzivo dalla voglia di lui.
«Allora fidati di me»  E affondò di nuovo la sua lingua fra le mie gambe.
Rimisi i piedi a terra chinandomi in avanti sulla scrivania. Patrick mi penetrò con forza, mentre le sue mani mi afferrarono il seno. Di nuovo la sua verga spavalda dentro di me, di nuovo stavo godendo come non mai. Poi, prima che esplodessi rallentò il ritmo, prese un flacone dal cassetto, ne raccolse un po' sulle dita, cominciò a massaggiarmi il perineo e a seguire i contorni di quel pertugio lussurioso che voleva prendersi, facendosi strada dentro di me.
D'istinto lo contrassi, poi mi arresi. E fu come se non avessi mai goduto prima d'allora. Sentii il piacere amplificarsi, espandersi su tutto il mio corpo e raggiungere vette mai esplorate prima, mai nemmeno immaginate. Patrick fu molto paziente e delicato, abile nei tempi e nelle mosse e quando mi penetrò, il lieve dolore fu presto soppiantato dal piacere più intenso, pieno e totale che avessi mai provato. Godevo, godevo ovunque là sotto, senza che riuscissi a capire dove esattamente partiva tutto quel piacere. Lo sentivo ovunque fra le mie gambe, dentro il mio ventre, lungo le cosce, i polpacci, i piedi e su sul mio seno fino a scoppiarmi in testa. Quando poi allungai una mano sul clitoride esplosi nell'orgasmo più lungo e sconvolgente che avessi mai avuto. Patrick aveva ragione a dirmi che avrei avuto il migliore orgasmo della mia vita e ora, non ci avrei più rinunciato per niente al mondo. Avevo preso la mia decisione.

In un ufficio dall'altro capo del mondo squillò il telefono.
«Parli»  Intimò l'uomo che rispose, sapendo bene chi lo stava chiamando.
«E' fatta»  Disse freddamente l'altro uomo.
«Sapevo di poter contare su di lei. Prosegua come stabilito»
Entrambi riagganciarono senza dire altro.


Capitoli Precedenti di "È solo sesso":

È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 3)

Ecco il 2° Capitolo del Romanzo Erotico "È solo sesso". Se vuoi sapere come tutto è cominciato leggi il 1° Capitolo.

Riassunto:

In una mattina qualunque Denise va al lavoro in anticipo per terminare un incarico affidatole all'ultimo momento dal suo capo. Appena arriva, però, si ritrova "vittima" del peccaminoso agguato di Patrick, il suo capo, che la travolge con la sua sfrenata e irresistibile passione. Denise dovrà così fare i conti con se stessa e con le proprie voglie. Divisa fra la ragione e il desiderio.

È solo sesso - Capitolo 3


Per tutto il resto del giorno lottai con e contro me stessa. Una guerra persa in partenza.
Ero combattuta fra la mia parte razionale, che mi imponeva di troncare tutto, e la parte che invece a questo si opponeva con tutte le forze, perché non voleva rinunciare a quel piacere così sublime provato quella mattina.
Quando il telefono squillò, ebbi un sussulto. Con la mano tremante sollevai la cornetta.
«Vieni!» Imperò la voce all'altro capo del filo e riattaccò senza aggiungere altro.
Era Patrick.
Basta! Pensai. Era giunto il momento di troncare tutto. Sarei andata da lui, glielo avrei detto e me ne sarei andata, e se avesse fatto storie mi sarei licenziata. Non avrei sopportato di vivere un altro giorno asfissiata dal panico e da quel senso di colpa. Rivolevo la mia tranquillità, anche se noiosa e patetica.
Feci un grosso sospiro e andai incontro al mio destino.
Non appena entrai, esordii ancor prima che mi dicesse cosa voleva.
«Patrick, dobbiamo parlare!» Cercai di essere il più decisa possibile, ma la mia voce non volle saperne di sembrare risoluta.
«Certo! - rispose da dietro la mia schiena. Mi ero fiondata in quell'ufficio quasi a occhi chiusi, senza nemmeno vedere se fosse solo. Era dietro di me - ma non ora».
Infilò la mano sotto la mia gonna e mi penetrò con le dita. Soffocai in gola un gemito. Tutte le mie barriere crollarono e fui di nuovo schiava dei miei sensi.
«Vedo che ti eccita stare senza il tuo tanga.»
Se lo girò nella mano libera e se lo portò al viso annusandolo. Quel modo di fare così perverso e sporco mi piaceva da morire.
«Bene, perché dovrai imparare a farne a meno. Voglio saperti sempre nuda là sotto. - le sue labbra mi lambirono il collo - voglio saperti nuda per me.»
Famelico mi levò la gonna facendola scivolare a terra. Ero nuda, sotto la luce bianca che affogava il suo ufficio. Non c'era il buio dello sgabuzzino a celare le mie voglie. Erano lì, spiattellate davanti al mondo, talmente fiere e vittoriose da far fuggire il mio senso di colpa chissà dove.
«Quanto sei bella!» rantolò, gettando a terra il tanga e avventandosi sul mio seno.
Ero stretta a lui in una morsa di piacere.
Portò entrambe le mani fra le mie cosce e cominciò a massaggiare e massaggiare ovunque.
Ansimai per quelle dita che si muovevano dentro e fuori di me, che scorrevano fra le mie labbra, che premevano e che accarezzavano magistralmente i miei pertugi, già assaporando il momento in cui sarei esplosa di piacere. Lo volevo dentro di me come quella mattina, e volevo la sua bocca fra le mie gambe. Lui sfilò le dita e liberò il suo sesso gonfio di voglia. Si sedette sul divano in pelle e non esitai ad accontentarlo. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di avere un altro orgasmo da lui. Mi chinai fra le sue gambe e cominciai a leccare quel membro imponente dalla base, risalendo lentamente, stuzzicando la sua eccitazione e trattenendola nella mia bocca. Lo vezzeggiai, lo baciai e lo succhiai spingendolo più giù nella mia gola, ingoiando tutto il suo piacere, fiera dei gemiti che emetteva, fiera di farlo godere.
Non volevo aspettare. Fra le mie gambe c'era una festa in corso che non avevo intenzione di interrompere, così divaricai le gambe e con la mano libera raggiunsi il clitoride turgido e pulsante d'eccitazione. Con due dita lo liberai allargando le labbra e con l'altro lo massaggiai, lo titillai soffocando le mie urla di piacere sul suo sesso che mi riempiva la bocca.
Patrick si alzò e mi fece fare lo stesso. Baciandomi avidamente mi spinse verso la sua scrivania. Voleva prendermi là sopra.
Mi fece inginocchiare su di essa e allargare le gambe. Ero completamente aperta per lui e in attesa della sua bocca. Sentivo i miei umori colare e gocciolare sul piano di vetro. Mi baciò le cosce, le natiche, saggiando ogni centimetro della mia pelle, avvicinandosi ai miei pertugi vogliosi per poi allontanarsi nuovamente, centellinando i suoi baci con una lentezza crudele e facendomi scoppiare d'eccitazione. Sentivo la voglia di lui mordermi il ventre e uscire dalla mia gola in urla supplichevoli. Poi la sua bocca approdò nel mio dolce frutto e mi annullai nell'estasi del godimento. Le sue labbra succhiarono le mie labbra, la sua lingua mi penetrò, stuzzicò il perineo corteggiando il mio anfratto proibito, massaggiandolo e invogliandolo a lasciarsi andare all'estremo piacere. Ero a un passo dall'orgasmo. Era piacere allo stato puro. Io stessa ero diventata puro piacere, completamente succube dei miei sensi, rapita da quel godimento che mi animava e che mi faceva muovere il bacino per spingere il mio sesso sempre di più verso la sua bocca.
L'ufficio non era deserto, c'era ancora qualche collega al lavoro, chiunque sarebbe potuto entrare, ma non m'importava. Volevo solo godere. Godere di nuovo.
Mentre la sua lingua continuava a mandarmi al manicomio, infilò un dito nel mio secondo ingresso. Mi ritrassi turbata, non volevo che mi prendesse lì.
«Rilassati - sussurrò - vuoi l'orgasmo migliore che tu abbia mai avuto?» Mi guardò con quello sguardo che sapeva risvegliare i miei sensi, senza smettere di giocare con il mio clitoride.
Annuii. Come avrei potuto rifiutare? Sapevo bene l'immenso piacere che mi sarebbe scoppiato dentro se mi avesse presa da dietro, ma avrei voluto evitarlo per auto-punirmi per ciò che stavo facendo: non meritavo di godere così tanto, ma impazzivo dalla voglia di lui.
«Allora fidati di me» e affondò di nuovo la sua lingua fra le mie gambe.
Rimisi i piedi a terra chinandomi in avanti sulla scrivania. Patrick mi penetrò con forza, mentre le sue mani mi afferrarono il seno. Di nuovo la sua verga spavalda dentro di me, di nuovo stavo godendo come non mai. Poi, prima che esplodessi, rallentò il ritmo, prese un flacone dal cassetto, ne raccolse un po' sulle dita, cominciò a massaggiarmi il perineo e a seguire i contorni di quel pertugio lussurioso che voleva prendersi, facendosi strada dentro di me.
D'istinto lo contrassi, poi mi arresi. E fu come se non avessi mai goduto prima d'allora. Sentii il piacere amplificarsi, espandersi su tutto il mio corpo e raggiungere vette mai esplorate prima, mai nemmeno immaginate. Patrick fu molto paziente e delicato, abile nei tempi e nelle mosse e quando mi penetrò, il lieve dolore fu presto soppiantato dal piacere più intenso, pieno e totale che avessi mai provato. Godevo, godevo ovunque là sotto, senza che riuscissi a capire dove esattamente partiva tutto quel piacere. Lo sentivo ovunque fra le mie gambe, dentro il mio ventre, lungo le cosce, i polpacci, i piedi e su sul mio seno fino a scoppiarmi in testa. Quando poi allungai una mano sul clitoride esplosi nell'orgasmo più lungo e sconvolgente che avessi mai avuto. Patrick aveva ragione a dirmi che avrei avuto il migliore orgasmo della mia vita e ora, non ci avrei più rinunciato per niente al mondo. Avevo preso la mia decisione.

***

In un ufficio, dall'altro capo del mondo, squillò il telefono.
«Parli!» intimò l'uomo che rispose, sapendo bene chi lo stava chiamando.
«È fatta» disse freddamente l'altro uomo.
«Sapevo di poter contare su di lei. Prosegua come stabilito.»
Entrambi riagganciarono senza dire altro.
... Continua ...

Se vuoi scoprire se Denise cederà alle proprie voglie o se la ragione avrà il sopravvento, non ti resta che Acquistare il romanzo "È solo sesso". Le sorprese non mancheranno ... ♥


♥ by Sarah S. ♥


È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 2)

Ecco il 2° Capitolo del Racconto Erotico "È solo sesso". Se vuoi sapere come tutto è cominciato leggi il 1° Capitolo.

E' solo sesso - Capitolo 2


Rimasta sola, in quello sgabuzzino buio, svestita e senza più nemmeno il tanga da mettermi, cominciai a  fare i conti col senso di colpa. Lo stesso stramaledetto senso di colpa che ti assale quando assecondi l'istinto, quando egoisticamente ti lasci andare alle tue pulsioni fregandotene di tutto il resto.
Prima di uscire, però, non riuscii a fare a meno di scivolare là sotto, indugiando dove prima c'era stato Patrick. Raccolsi i miei umori mischiati a ciò che restava della sua esplosione di piacere e me li portai alla bocca succhiando tutto.
Scivolai mestamente fuori dallo sgabuzzino pregando che nessuno si fosse accorto di nulla.
Se durante quell'incontenibile orgasmo volevo che ogni essere vivente assistesse a quell'apoteosi di piacere, ora speravo di risvegliarmi rendendomi conto che non era stato alto che un sogno.
Raggiunsi la mia scrivania cercando di essere il più normale possibile, ma ciò che accadeva fra le mie gambe me lo rendeva decisamente difficile. L'aria accarezzava il mio sesso umido e camminare senza slip era terribilmente piacevole. Era come se senza quel piccolo pezzo di stoffa la mia parte più porca fosse libera di spadroneggiare a suo piacimento.
Percorsi il corridoio sentendomi addosso gli occhi penetranti di Patrick. Il suo ufficio dominava su tutto. Avrei voluto essere infuriata con lui per quello che mi aveva fatto, ma non ci riuscii. Come potevo infuriarmi con chi mi aveva fatto godere così? Me la presi invece con me stessa e con la mia assoluta mancanza di controllo. Dov'erano finiti i miei freni inibitori? Patrick li aveva decisamente manomessi.
Mi sedetti alla mia postazione sapendo di essere in un ritardo pazzesco per terminare la relazione per la riunione delle 10. Certo il mio capo non ne avrebbe fatto un dramma, visto che la causa della mia negligenza era lui, ma come mi sarei giustificata agli occhi dei miei colleghi? Oltretutto non ero certo nello spirito adatto per concentrarmi su quel noioso stuolo di numeri.
Quando aprii il cassetto, però, notai una cartellina in cartone verde intitolata "Relazione".
L'afferrai e l'aprii. Era esattamente ciò che avrei dovuto presentare alla riunione. Qualcuno aveva fatto il lavoro per me.
Sollevai lo sguardo frugando fra le persiane semi aperte che nascondevano l'ufficio di Patrick. Feci appena in tempo a vedere la sua sagoma scura, poi si trincerò dietro quelle asticelle d'alluminio. Era stato lui. Aveva calcolato tutto. Mi aveva assegnato quell'incarico all'ultimo secondo sapendo che poi, per ultimarlo, avrei dovuto recarmi prima in ufficio avendomi così tutta per sé, e io c'ero cascata come una pera cotta.
Figlio di puttana. Pensai sorridendo. 
Avrei voluto licenziarmi da quel posto. Sarei voluta fuggire e scappare il più lontano possibile da quell'uomo perché sapevo di non essere abbastanza forte da respingerlo, soprattutto ora che avevo assaggiato il piacere che era in grado di darmi, ma come avrei giustificato quella decisione? E trovare un altro lavoro in breve tempo sarebbe stato impossibile.
No, avrei dovuto troncare tutto, potevo farcela. Cercai di convincermi che sarei stata in grado di farlo. Ma quando ripesavo a quegli orgasmi mi rendevo conto che non avrei più potuto fare a meno di lui.
Lui era così diverso. Io stessa ero diversa con lui.
«Denise è tutto ok?» I miei disordini mentali non erano passati inosservati alla mia dirimpettaia di scrivania. Ero talmente presa dalle mie elucubrazioni che non mi ero nemmeno accorta del suo arrivo.
«Oh, ciao Susan, sì, sì, va tutto bene - Mentii sfoderando il mio sorriso migliore - E' solo che questa relazione mi manda in tilt, ma ormai l'ho conclusa» Sollevai vittoriosa la cartellina verde.
«Giusto in tempo! - Rispose lei, sollevata per me - Perché la riunione sta giusto per iniziare. È meglio se ti sbrighi»
Era giunto il momento. Dovevo presentarmi ad una stramaledetta riunione di cui non me ne importava un accidente, fingendo che quella mattina non fosse accaduto proprio nulla. Non ce l'avrei mai fatta.
«Salve Signora Gray - Esordì Patrick, quando mi presentai alla riunione, affogando il mio cuore con quel suo sguardo spavaldo - Vedo che è riuscita a completare la relazione. Brava, sapevo di poter contare su di lei» Concluse distogliendo freddamente lo sguardo.
Mi dava del "Lei" come se niente fosse. Mi venne la nausea.
Io mi sentivo morire per l'imbarazzo e lui, invece, si comportava come se davvero non fosse accaduto nulla.
Non udii una parola di quella riunione. Ero troppo impegnata ad ascoltare le mie paranoie. Avrei voluto che la sua indifferenza mi facesse sentire sollevata, in fondo era quello che volevo: che tutto tornasse come prima, che quella faccenda non fosse stata altro che un singolo errore presto dimenticato. Che non mi cercasse più, che non mi desiderasse più, che mi lasciasse in pace. Era questo che volevo, no? Invece la sua indifferenza mi mandava in bestia. Come poteva far finta di nulla dopo la scopata apocalittica di appena due ore prima? C'era solo una spiegazione: mi aveva usata per i suoi porci comodi per poi scaricarmi come il seme che ancora mi colava fra le cosce. Mi sentii umiliata, schifata di me stessa per essermi piegata come una stupida alle mie voglie. Ero solo un altro oggetto della sua collezione, un'altra avventura da raccontare agli amici. Null'altro che questo. Una stupida puttana.
Poi notai qualcosa sbucare dal suo taschino. Un piccolo lembo di pizzo blu: era il mio tanga.



Anticipazione del capitolo 3:


"Per tutto il resto del giorno lottai con e contro me stessa. Una guerra persa in partenza.
Ero combattuta fra la mia parte razionale, che mi imponeva di troncare tutto, e la parte che invece a questo si opponeva con tutte le forze, perché non voleva rinunciare a quel piacere così sublime provato quella mattina. 
Quando il telefono squillò ebbi un sussulto. Con la mano tremante sollevai la cornetta.
«Vieni» Disse la voce all'altro capo del filo e riattaccò senza aggiungere altro.
Era Patrick. ..."


Se vuoi scoprire se Denise cederà alle proprie voglie o se la ragione avrà il sopravvento, non ti resta che leggere il 3° Capitolo. Lo troverai su questo blog da Domenica 15 Luglio 2012. Le sorprese non mancheranno ... ♥


Leggi gli altri Capitoli già pubblicati:






È solo sesso (Racconto erotico – Capitolo 2)

Ecco il 2° Capitolo del Romanzo Erotico "È solo sesso". Se vuoi sapere come tutto è cominciato leggi il 1° Capitolo.


È solo sesso (Racconto erotico - Capitolo 2)


Rimasta sola, in quello sgabuzzino buio, svestita e senza più nemmeno il tanga da mettermi, cominciai a fare i conti col senso di colpa. Lo stesso stramaledetto senso di colpa che ti assale quando assecondi l'istinto, quando egoisticamente ti lasci andare alle tue pulsioni fregandotene di tutto il resto.
Prima di uscire, però, non riuscii a fare a meno di scivolare là sotto, indugiando dove prima c'era stato Patrick. Raccolsi i miei umori mischiati a ciò che restava della sua esplosione di piacere e me li portai alla bocca succhiando tutto.
Scivolai mestamente fuori dallo sgabuzzino pregando che nessuno si fosse accorto di nulla.
Se durante quell'incontenibile orgasmo volevo che ogni essere vivente assistesse a quell'apoteosi di piacere, ora speravo di risvegliarmi rendendomi conto che non era stato altro che un sogno.
Raggiunsi la mia scrivania cercando di essere il più normale possibile, ma ciò che accadeva fra le mie gambe me lo rendeva decisamente difficile. L'aria accarezzava il mio sesso umido e camminare senza slip era terribilmente piacevole. Era come se senza quel piccolo pezzo di stoffa la mia parte più porca fosse libera di spadroneggiare a suo piacimento.
Percorsi il corridoio sentendomi addosso gli occhi penetranti di Patrick. Il suo ufficio dominava su tutto. Avrei voluto essere infuriata con lui per quello che mi aveva fatto, ma non ci riuscii. Come potevo infuriarmi con chi mi aveva fatto godere così? Me la presi invece con me stessa e con la mia assoluta mancanza di controllo. Dov'erano finiti i miei freni inibitori? Patrick li aveva decisamente manomessi.
Mi sedetti alla mia postazione sapendo di essere in un ritardo pazzesco per terminare la relazione per la riunione delle dieci. Certo il mio capo non ne avrebbe fatto un dramma, visto che la causa della mia negligenza era proprio lui, ma come mi sarei giustificata agli occhi dei miei colleghi? Oltretutto non ero certo nello spirito adatto per concentrarmi su quel noioso stuolo di numeri.
Quando aprii il cassetto, però, notai una cartellina in cartoncino verde intitolata "Relazione".
L'afferrai e l'aprii. Era esattamente ciò che avrei dovuto presentare alla riunione. Qualcuno aveva fatto il lavoro per me.
Sollevai lo sguardo frugando fra le persiane semi aperte che nascondevano l'ufficio di Patrick. Feci appena in tempo a vedere la sua sagoma scura, poi si trincerò dietro quelle asticelle d'alluminio. Era stato lui. Aveva calcolato tutto. Mi aveva assegnato quell'incarico all'ultimo secondo sapendo che poi, per ultimarlo, avrei dovuto recarmi prima in ufficio avendomi così tutta per sé, e io c'ero cascata come una pera cotta.
Figlio di puttana. Pensai sorridendo.
Avrei voluto licenziarmi da quel posto. Sarei voluta fuggire e scappare il più lontano possibile da quell'uomo perché sapevo di non essere abbastanza forte per respingerlo, soprattutto ora che avevo assaggiato il piacere che era in grado di darmi, ma come avrei giustificato quella decisione? E trovare un altro lavoro in breve tempo sarebbe stato impossibile.
No, avrei dovuto troncare tutto, potevo farcela. Cercai di convincermi che sarei stata in grado di farlo. Ma quando ripesavo a quegli orgasmi mi rendevo conto che non avrei più potuto fare a meno di lui.
Lui era così diverso. Io stessa ero diversa con lui.
«Denise è tutto ok?» I miei disordini mentali non erano passati inosservati alla mia dirimpettaia di scrivania. Ero talmente presa dalle mie elucubrazioni che non mi ero nemmeno accorta del suo arrivo.
«Oh, ciao Hanna, sì, sì, va tutto bene. - mentii sfoderando il mio sorriso migliore - è solo che questa relazione mi manda in tilt, ma ormai l'ho conclusa.» Alzai vittoriosa la cartellina verde.
«Giusto in tempo! - rispose lei, sollevata per me - perché la riunione sta giusto per iniziare. È meglio se ti sbrighi.»
Era giunto il momento. Dovevo presentarmi a una stramaledetta riunione di cui non me ne importava un accidente, fingendo che quella mattina non fosse accaduto proprio nulla. Non ce l'avrei mai fatta.
«Salve Signora White. - esordì Patrick quando mi presentai alla riunione, affogando il mio cuore con quel suo sguardo spavaldo - vedo che è riuscita a completare la relazione. Brava, sapevo di poter contare su di lei.» Concluse, distogliendo freddamente lo sguardo.
Mi dava del "Lei" come se niente fosse. Mi venne la nausea.
Io mi sentivo morire per l'imbarazzo e lui, invece, si comportava come se davvero non fosse accaduto nulla.
Non udii una parola di quella riunione. Ero troppo impegnata ad ascoltare le mie paranoie. Avrei voluto che la sua indifferenza mi facesse sentire sollevata, in fondo era quello che volevo: che tutto tornasse come prima, che quella faccenda non fosse stata altro che un singolo errore presto dimenticato. Che non mi cercasse più, che non mi desiderasse più, che mi lasciasse in pace. Era questo che volevo, no? Invece la sua indifferenza mi mandava in bestia. Come poteva far finta di nulla dopo la scopata apocalittica di appena due ore prima? C'era solo una spiegazione: mi aveva usata per i suoi porci comodi per poi scaricarmi come il seme che ancora mi colava fra le cosce. Mi sentii umiliata, schifata di me stessa per essermi piegata come una stupida alle mie voglie. Ero solo un altro oggetto che aveva aggiunto alla sua collezione, un'altra avventura da raccontare agli amici. Null'altro che questo. Una stupida puttana.
Poi notai qualcosa sbucare dal suo taschino. Un piccolo lembo di pizzo blu: era il mio tanga.


... Continua ...



Se vuoi scoprire se Denise cederà alle proprie voglie o se la ragione avrà il sopravvento, non ti resta che Acquistare il romanzo "È solo sesso". Le sorprese non mancheranno ... ♥


by Sarah S. ♥



Voglia di sconosciuto (Racconto)


Entrai nel supermercato accaldata per la torrida temperatura estiva. Una sferzata di aria fredda sparata dall’aria condizionata mi fece rabbrividire. Sentii i capezzoli inturgidirsi e li vidi sbucare impertinenti da sotto la camicetta. Non indossavo il reggiseno e sorrisi piacevolmente divertita dalla leggera carezza che lo sfregamento contro il delicato tessuto faceva al mio seno.
Mi diressi verso il banco frigo che stava vicino all’entrata e mi chinai per scegliere una confezione di prosciutto. Alle mie spalle distinsi chiaramente una voce maschile sbottare sommessamente:
«Porca vacca che culo!».
D’istinto mi voltai incuriosita e vidi un uomo mangiarmi il culo con gli occhi.  “Il mio culo ha fatto un’altra vittima!” pensai sorridendo, tornando con lo sguardo al banco degli affettati.
Avanzai lungo lo scaffale cercando quel formaggio che mi piaceva tanto, quando di sfuggita lo vidi ancora alla mie spalle. Fingendo indifferenza, quell’uomo continuava a squadrarmi il fondoschiena. Dopo un attimo di imbarazzo, realizzai che la cosa non mi dispiaceva affatto. Mi stuzzicava l’idea che quell’uomo, che tra l’altro mi sembrava anche di bell’aspetto, fosse rimasto così colpito dal mio culo.
Continuai  a girovagare all’interno del supermercato intenta a fare la spesa, ma ogni volta che mi giravo, lo vedevo dietro di me, a volte più lontano, altre più vicino, ma sempre con gli occhi fissi su di me con uno sguardo che lasciava capire bene che non vedeva l’ora di violare il mio didietro.
Anziché sentirmi minacciata o turbata, mi sentii sempre più intrigata da quell’uomo. Cercai di osservarlo con più attenzione e vidi che dimostrava una trentina d’anni come me, era fasciato in una t-shirt nera che metteva in risalto il fisico asciutto, e divertita notai che i jeans non riuscivano più a celare il suo pacco decisamente ingrossato.
A quella vista sentii l’eccitazione salire sempre più. Era un perfetto sconosciuto, per quanto ne sapevo poteva essere un maniaco pervertito o un assassino, ma in quel momento l’unica cosa che avrei voluto era andare da lui e stringere quel pacco nelle mie mani.
Sentii il battito accelerare e la mia fica inumidirsi e diventare sempre più impaziente di godere. Proseguivo fingendomi indifferente, ma continuavo a cercarlo e soprattutto, ogni mio gesto non era più rivolto alla spesa, ma a sedurre quello sconosciuto, così continuavo a riempire il carrello con articoli che si trovavano nei ripiani più bassi così che il mio culo sodo fosse ben esposto. Camminavo lentamente e non mancavo di lanciargli occhiate maliziose e infuocate.
Quel gioco stava diventando sempre più eccitante. “Chissà se il suo cazzo è davvero così grosso come sembra da quel pacco?” Pensavo sempre più arrapata, e già mi immaginavo di godere facendomi scopare da lui. Ma l’immaginazione non mi bastava. Io quel cazzo lo volevo davvero dentro di me, così cominciai a pensare a dove e come avremmo potuto sfogare i nostri bollori fino a quando scorsi in fondo al corridoio i camerini di prova.
“Perfetto!” Pensai. Dopo aver lanciato un’occhiata furtiva ma eloquente al mio inseguitore, abbandonai il carrello e mi infilai nello stretto corridoio che conduceva a quelle microstanzette separate fra loro da altrettante micro pareti che non ci avrebbero certo nascosto dagli sguardi e dalle orecchie indiscrete, ma volevo quel cazzo a qualunque costo.
Percorsi frettolosamente tutto il corridoio, entrai nell’ultima cabina e attesi. Restai immobile, impalata al centro della stanzetta e mi misi in ascolto. Sentivo il cuore in gola e la fica fremere e pulsare di eccitazione al pensiero che entro breve quelle mani l’avrebbero sondata e violata. Udii dei passi avvicinarsi e più si avvicinavano più sentivo il battito del mio cuore accelerare, poi sentii la tenda alle mie spalle spalancarsi freneticamente.
Le mie orecchie quasi non udivano altro che il battito impazzito del mio cuore. Quell’uomo ora era a pochi centimetri da me, ma restai immobile, non mi voltai per guardarlo e tenni gli occhi bassi per non vederlo riflesso nello specchio che avevo di fronte. In quel momento non volevo vederlo, volevo solo sentirlo.
Le sue mani non si fecero attendere e cominciarono a palpare il culo da sopra la gonna, poi scivolarono sulle cosce e sollevarono quel tessuto che ancora ci divideva. Le sue dita calde e ruvide affondarono avidamente nella mia carne, massaggiando e palpando le mie chiappe sode.
Brividi di piacere cominciarono a rotolarmi addosso quando le sue dita si avvicinarono alle mie mutandine. Infilò una mano nella camicetta e mi palpeggiò le tette attirandomi a sé, mentre con l’altra afferrò energicamente la mia vulva e la strofinò aumentando la mia eccitazione che già sentivo esplodere. Il suo cazzo duro era incollato al mio culo, ma era ancora imbrigliato nei jeans.
Appoggiai un piede sullo sgabello divaricando le gambe e cominciai a roteare il bacino contro il suo, mentre il mio respiro si fece più affannoso.
Le sue dita entrarono nelle mie mutandine e stuzzicarono ogni anfratto della mia fica vogliosa. La sua mano si riempì con i miei umori. Sentivo il suo petto gonfiarsi e sgonfiarsi sempre più velocemente e rantoli arrapati salire dalla sua gola.
Sfilò poi la mano dalla mia camicetta e si chinò fino ad avere la bocca pari al mio culo, spostò le mutandine a cominciò a leccarlo e a penetrarlo con la lingua. Quel contatto caldo, umido e tanto desiderato mi fece impazzire. Rovesciai il capo indietro, mi aggrappai alle pareti e cominciai a gemere in preda all’estasi. La sua lingua scivolava avanti e indietro fra il clitoride e il culo, variando la velocità e i movimenti. Quella lingua sembrava fatta apposta per farmi godere. Sembrava volesse mangiare la mia fica.
D’un tratto si alzò lasciandomi per un attimo disorientata, ma non appena sentii la fibbia della cintura tintinnare, mi girai di scatto fino a trovarmi di fronte a lui e allungai una mano sul suo pacco. Lo palpai prima attraverso i jeans, poi glieli sbottonai liberando il suo cazzo duro come il marmo. Sorrisi bramosa, era ancora più grande di quanto pensassi.
Con un gesto rapido mi fece girare nuovamente e mi attaccò al muro. Prese energicamente i miei fianchi e li attirò a sé avvicinando il mio culo al suo membro. Infilò due dita e cominciò a muoverle lentamente. Sentivo lo sfintere tirare per la forzatura. Scivolai con una mano dentro le mie mutandine e titillai il clitoride inondato dai miei umori. Il fastidio per l’intrusione si fece sempre più piacevole. Fece entrare un terzo dito e dopo poco il mio culo fu pronto per ricevere il suo cazzo.
Sfilò le dita e appoggiò la cappella nel buco ancora dilatato, lo sentii premere e farsi largo dentro di me. Con movimenti lenti attese che il mio culo si rilassasse. Il piacere che sentivo si fece sempre più intenso, incontenibile. Le mie dita continuavano a massaggiare il clitoride e a stuzzicare il buco della fica, mentre il suo cazzo mi penetrava sempre più velocemente.
Sentivo il piacere ovunque, un’unica zona orgasmica che prendeva ogni anfratto del mio basso ventre, tanto da non riuscire a capire quale parte mi desse più godimento, se il culo, la fica o tutti e due. Inarcai il bacino più che potei, le sue palle sbattevano contro la mia fichetta.
Godevo e godevo, avrei voluto contenere i miei gemiti per non richiamare una folla di curiosi, ma non ci riuscivo. Ero ebbra di piacere per quel cazzo sconosciuto che mi inculava come un forsennato dentro un microscopico camerino di un supermercato. Il godimento continuò a salire e salire fino a quando scoppiai in un dirompente orgasmo.
Aprii gli occhi e mi vidi riflessa nello specchio accaldata, scompigliata, con le tette di fuori e un sorriso soddisfatto stampato sul viso, mentre dietro di me l’uomo era impegnato a sfondarmi il culo con gli ultimi colpi fino a quando venne, riempiendomi col suo seme.
Restammo qualche istante immobili attendendo che i nostri respiri tornassero normali, poi uscì dal mio culo intorpidito e ci ricomponemmo.
Quando fu ora di uscire da quell’alcova improvvisata, scostò la tenda e indicandomi l’uscita disse:
«Dopo di te e dopo il tuo fantastico culo!».
Scoppiai in una fragorosa risata e seguii il suo invito. Uscendo dal camerino notai una coppia di coniugi che ci guardava. La donna con un’aria molto contrariata, mentre l’uomo aveva sul volto un’espressione decisamente divertita. Non mi curai di loro e proseguii nel mio giro di acquisti fino a quando sentii una voce famelica alle mie spalle:
«Mmm … che bel sederino!».