Archivi del mese: settembre 2014

Sculacciate per San Valentino: Il racconto di Suoc

 

Quell’anno non vedevo l’ora che arrivasse S. Valentino.

Ero curiosa di come lo avremmo passato insieme e soprattutto curiosa della sua faccia quando avrebbe visto il mio intimo.

Mutandine rosse con un cuoricino trasparente che lasciava intravedere il triangolino dei peli scuri e dietro…okay, era un perizoma esageratamente ristretto. Il reggiseno era simile, molto imbottito, con cuoricini rosso scuro sulle coppe.

 

E finalmente quel giorno era arrivato.

Mi lavai, sparsi sul mio corpo una fraganza alla fragola e fiduciosa aspettai l’arrivo di lui.

Il mio principe azzurro.

Roberto.

 

Roberto era un avvocato galante.

Ci dividevano 20 anni di differenza, lui ne aveva 40 ed io 20.

Ma era come se non esistessero quegli anni.

Lui trovava piacevole la mia freschezza, io meravigliosa la sua esperienza.

 

Mi avrebbe portato ad una festa di suoi conoscenti, e poi, speravo nel suo letto.

Io ero vergine.

A Roberto non lo avevo detto, ma ovviamente per lui era stato chiaro.

 

Mi ero vestita con un abitino scollato, nero ed elegante, che mi faceva apparire più grande e più bella.

Ero in ritardo di 10 minuti sull’orario e lui era già arrivato.

Dovevo finire di sistemare il trucco però e mettere in risalto gli occhi verdi che lui tanto adorava.

 

Con 15 minuti di ritardo scesi:

Sei troppo bella per essere rimproverata ma…odio i ritardi”

Me lo diceva sempre.

Mi diede una rosa rossa che aveva comprato per me, lo baciai sulle labbra, salimmo in macchina e ci avviammo alla cena.

 

La cena si rivelò come avevo previsto noiosissima.

E, stremata dalla noia, io tirai fuori il telefonino e incurante del resto mi misi a messaggiare su facebook.

Roberto mi guardò con l’aria severa.

Marta, ti prego! Non farmi fare la figura di quello che si è portato la ragazzina…metti via quel coso!”

Ecco, nemmeno mio nonno faceva così!

Lo misi in borsa ubbidiente.

Dopo poco però non resistetti e lo ritirai fuori, tenedolo nascosto sotto il tavolo.

Sei incorreggibile” mi sorrise lui “volevo chiederti di ballare, ma sei occupata….”

Nonononono” mi affrettai ad alzarmi e a dargli la mano.

Ballavamo bene.

Non so che ballo fosse, era semplice, bastava seguire la musica.

 

Ci risedemmo solo dopo altri tre balli, quando lui, stremato, volle fare una pausa.

Ne approfittai per andare in bagno.

Tornata in sala non lo vidi seduto.

Ballava.

Ballava con una donna sulla 35ina, bella, bionda, con delle tette enormi.

Rimasi sconvolta.

Finita la musica lui le baciò la mano e tornò al tavolo con lei.

Marta, volevo presentarti, Nina, la mia ex. Sì, è sempre stata così bella…”

Ero accecata dalla gelosia…

Bella? Se ti piacciono le prostitute di mezza età!”

Non feci in tempo a dirlo.

Roberto mi fulminò.

Devi scusarla, è solo una ragazzina gelosa…Marta, scusati immediatamente!”

Ahaah” risi forzatamente “te lo puoi sognare, le prostitute non meritano scuse”

 

Non capii nulla.

E non riuscii ad impedirlo.

Roberto mi prese per un braccio, mi fece voltare e mi diede sei, forse sette, sculaccioni sul vestito.

La sala intera ci fissava.

Sei una ragazzina…! Ora ti insegno io l’educazione…” e ogni sculaccione bruciava per vergonga.

 

Dopo l’imbrazzo paralizzante iniziale capii quello che stava per accadere.

Roberto si sedette su una sedia, e usando il braccio che non aveva ancora lasciato, mi fece posizionare sulle sue ginocchia.

Il viso mi diventò improvvisamente rosso.

Non potevo crederci, la posizione in cui i genitori mettono i bambini che compiono qualche marachella…

Ancora con più sgomento sentii le sue mani alzarmi la gonna.

Cercai di impedirglielo usando le mani ma non c’era verso.

 

No, Roby, non qui. Non è il caso, la sala è piena di persone. Se proprio devi punirla, è meglio se vai di sopra.”

Non capivo nulla.

La gonna del vestito era quasi totalmente alzata.

Roberto si era fermato in tempo.

Mi permise d’alzarmi.

E poi, presa per il solito braccio, mi fece attraversare la sala.

Scortati da quella Nina salimmo di un piano.

Ringrazia non so cosa, una bella sculacciata pubblica, era quello che ci voleva…” io ero spaventata da quei modi bruschi.

 

Arrivammo di sopra.

Roberto si sedette su una sedia di nuovo, e di nuovo mi mise in posizione sulle sue ginocchia.

no, devi rimanere, devi vedere la punizione, è giusto!”

Io ero di spalle, ma avevo capito che Nina aveva tentato di uscire uscire.

Se lo fai per me non è necessario! Anzi, non farlo, non voglio!”

No, lo faccio per lei” disse Roberto “e se te ne vai la mia punizione non sarà sufficentemente educativa.”

Nina rimase.

Si posizionò dietro di me.

Roberto mi alzò la gonna.

Vide il mio perizoma audace e sorrise.

Poi iniziò a sculaccirmi.

Con la mano, senza pause, colpi regolari, molto forti…

ehm…molto più forti di quello che credevo.

Ahi…io…ahi…no….”

Erano vuote lamentele.

Lui non avrebbe ceduto.

Dopo un centinaio di colpi Roberto mi tolse il perizoma, anche se, ai fini della punizione fisica, era inutile.

Mi vergognai molto, credevo di dover trascorrere una notte romantica, da donna, ed invece ero sculacciata come una bambina, peggio, come una bimba pestifera.

Iniziai, proprio come una bambina, a piangere.

I colpi erano sempre più forti, circa a duecento sculaccioni si fermò.

 

Mi fece alzare.

Io cercavo di tenere bassa la gonna sulla micetta, ma la cosa era difficile.

Poi lui mi fece togliere le mani e il vestito.

Che bella scena!

Io in reggiseno e con le mutandine alle ginocchia, davanti non solo al mio fidanzato ma alla sua ex che mi ha appena vista sculacciata come una bimba.

Piangevo.

 

Roberto mi fece poi voltare e piegare, si sfilò la cinta dei pantaloni e iniziò a darmele.

La vergogna, il dolore, le lacrime mi facevano malissimo.

Lo scongiurai, ma lui impassibile, mi diede cinquanta cinghiate.

 

Finita la sculacciata mi fece arrivare ad un angolino e mi impose di star lì per 10 minuti.

Nina, vuoi punirla?”

Nina scosse il capo, e disse qualcosa, che non colsi, a voce bassa.

Poi i due uscirono dalla stanzetta.

 

I singhiozzi che avevo tantato di tenere a freno con Roberto e Nina nella stanza mi invasero.

Iniziai a piangere disperata, e per la vergogna, e per la paura, e per tutte quelle sensazioni che mi vorticavano dentro.

 

Poi sentii una mano calda sulla schiena.

Dai, non fare così, la punizione è finita!”

Roberto era ancora lì, mi voltai.

Lui mi avvicinò a se e mi strinse tra le sue braccia forti: “tesoro mio, non pinagere così….ti ho sculacciata perché imparassi la lezione…dovevo…ehm…capisci?”

Io singhiozzai una risposta muta.

Lui mi sorrise dolce come mai: “oh piccolina!” mi stampò un bacio sulla guancia.

Nina ha detto che sei stata proprio brava, sai? Ne hai prese tante e tutte senza fare storie infinite…sono orgoglioso di te…!”

Ci abbracciammo ancora.

Poi la sua mano s’infilò sotto il reggiseno scoprendo prima il seno destro e poi quello sinistro.

E alla fine sganciandolo e lasciandolo a terra.

Un’altra mano mi scivolò tra le gambe all’inizio serrate e poi sempre più aperte.

 

Mi ritrovai stesa a terra. Completamente nuda, le gambe spalnacete ed una lingua cocente a frugare misteri inenarrabili.

Bruciavo. Bruciavano le natiche. Bruciava tutto.

Mi innamorai veramente, in quella notte di San Vantino di un amore che non ho più abbandonato.

Nda: l’ho scritto un po’ di fretta; mi scuso per eventuali imprecisioni linguistiche e approfitto per ringraziarvi tutti dei bei commenti (e pure per i brutti!) ricevuti.

Racconti di sculacciata: l’Allieva

Marco ci invia questo racconto ispirato a esperienze della sua vita vissuta di Master.

Il locale non è molto grande ma luminoso. Vicino alla finestra c’è un pianoforte e nella parete opposta è appesa una carta geografica e una lavagna. Di fianco alla cartina ci sono dei ganci sul muro dai quali sono appesi una bacchetta in rattan, un cinturone e due pale, una in legno e l’ altra in cuoio.
Di fronte alla carta geografica si trova una scrivania con due sedie. Una è vuota e nell’ altra è seduto un giovane maestro che guarda con ossesione l’ orologio.
Dal corridoio si sentono passi veloci e risa di ilarità. La porta si spalanca ed entra una giovane ragazza vestita con un leggero abito bianco legato in vita da un nastro azzurro in seta. Alla mano sinistra porta un grazioso ombrellino parasole. Il suo respiro è corto perché ha corso. I suoi capelli sono neri e i ricci molto fitti. Le sue labbra sono sottili e delicate e sembrano disegnate da un pittore da quanto sono seducenti.
-Buongiorno signor maestro. Scusi il ritardo ma ho una notizia stupenda! Ha letto il giornale? Da oggi 5 luglio, anno del Signore 1811, la nostra nazione non è più sotto il dominio spagnolo ma siamo liberi! In città non si parla d’ altro e mi sono fermata a parlare con un soldato che raccontava di avere prestato servizio sotto Simòn Bolivar. L’ argomento era così interessante che non mi sono accorta del ritardo. Mi scusi, non accadrà mai più.
La sua voce è gioiosa come quella di una bimba.
-Signorina Antonella lei è in ritardo di venti minuti. Questo comportamento è inaccettabile. Poi purtroppo devo contraddirla, ho letto il giornale, è stata dichiarata l’ indipendenza ma la Spagna non la riconosce. Ci saranno nuove guerre e una ragazza per bene e aristocratica come lei ha il compito di pregare per i soldati. Mi raccomando la sera, prima di addormentarsi, si inginocchi davanti al suo letto e reciti le preghiere.
Ma adesso torniamo a noi, devo punirla per il suo ritardo. Si pieghi sul tavolo e sollevi il vestito.-
La ragazza ubbidisce. Il maestro le scopre le natiche. Poi stacca dalla parete la paletta di legno.
-Poiché il ritardo è di venti minuti riceverà venti colpi. Li conti ad alta voce.-
Antonella stringe i denti per prepararsi ai colpi.
Il maestro si toglie la giacca, si rimbocca la manica della camicia e si prepara a colpire.
La ragazza al primo colpo risponde:
-Uno signore-
Il secondo colpo è più forte del primo. Ad ogni colpo Antonella ha un sussulto e trattiene le lacrime. Le sue guance sono rosse come le sue natiche. Dopo appena un paio di colpi la ragazza si alza dolorante.
-Signorina mantenga la posizione questa è una punizione.-
Lei torna a piegarsi e si prepara per ricevere i colpi. Continua a contare ma alla metà dei colpi che deve ricevere non può fare a meno di staccare le mani dal tavolo ed alzarsi.-
Il maestro le massaggia dolcemente le natiche indolenzite. Poi, apre un cassetto del tavolo, ne tira fuori un libro. Si avvicina alla ragazza, la obbliga a piegarsi e le appoggia il libro sulla schiena.
-Se farà cadere il libro terminata la punizione riceverà delle lunghe e sonore sculacciate, ha capito? –
-Si signor maestro ma brucia! Io sto facendo del mio meglio.-
-Non voglio sentire scuse! Le concedo un minuto poi continueremo con la punizione-
-Grazie signor maestro-
Nel frattempo lui cerca lo sguardo di lei. Il suo sguardo è pieno di grinta ma sottomesso. Il maestro la guarda attentamente , trova che ci sia qualche cosa di mistico in lei. Sembra una divinità del Candomblé. Poi da un’ occhiata all’ orologio.
-Il minuto è passato. Signorina Antonella è pronta per la punizione?-
-Si signore-
-Quanti colpi deve ancora ricevere?-
-Dieci signore-
-Bene li conti a voce alta e a ogni colpo aggiunga ” mio maestro”-
-Undici mio maestro- dice la ragazza dolorante. Una lacrima le riga la guancia.
Continua a contare ma al diciottesimo colpo non resiste, si alza e fa cadere il libro.
Lui la richiama all’ ordine, intimandole di raccogliere il libro e tornare in posizione, ma lei ha troppo male e non ascolta.
Allora appoggia lo strumento sul tavolo, prende la sedia e la pone in centro alla stanza. Aspetta che la sua allieva sia fisicamente pronta, poi la prende dolcemente per la mano e la fa sdraiare sulle sue ginocchia.
I primi colpi sono deboli, come quasi avesse timore di colpirla, ma poi, diventano sempre più forti. Le sue grandi mani colpiscono violentemente le sue natiche.
Il suo sedere è tutto rosso come una ciliegina ma ha la sensazione che il maestro colpisca di più la natica sinistra. Il dolore diventa insopportabile e bisbiglia sottovoce che la punizione finisca. Il maestro invece continua a colpire.
-Arriverà ancora in ritardo?-
-No signor maestro-
-Va bene la punizione è finita, si alzi e si metta nell’ angolo con la faccia rivolta al muro.-
La ragazza si alza e fa quanto le è stato ordinato. Il maestro le impone di sollevare il vestito in modo da rimanere con il sedere scoperto. raccoglie il libro dal pavimento e lo infila in mezzo alle ginocchia di Antonella, poi si siede al tavolo a leggere il giornale.
-Resti ferma così fino a quando non lo dico io. Poi sarà libera di fare ciò che le piace.
Oggi non faremo lezione, è una giornata troppo importante per la nazione e dobbiamo festeggiare. Viva la repubblica. Viva Simòn Bolivar

Racconti di sculacciate: FESSEE

“Sei pronta, mia cara?” “Sono pronta, maman!” “E allora, dai! Non vedi come egli stia aspettando?”
la bella Edwige abbassò il braccio e la claquette arrivò per la prima volta sulle nude natiche del marito, disteso sulle ginocchia dell’amata moglie. Nello stesso istante, anche maman diede il via alla sua performance: soltanto che lei adoprava una corta striscia di cuoio piegata in due, sulle chiappe nude e rotondette del giovane Antoine.
Una decina di minuti dopo, le melucce dei due maschietti erano più rosse di quelle che si colgono sugli alberi nel caldo sole di luglio.
“Hai gridato e ti sei agitato! Questo non si conviene ad un uomo! – riprovò maman al ragazzo ancora piegato su quel ballatoio largo e possente rappresentato dalle cosce di lei- sembri piuttosto una ragazzina! Ah, già tu ti consideri tale… Devo forse passare alla frusta?” “No, no, signora! – implorò Antoine- Vi prego risparmiatemi! E’ tremenda la frusta, fa uscire il sangue: l’ultima volta che l’avete usata, mi avete piagato la schiena….” “Voglio essere misericordiosa – concesse la donna anziana- Edwige – e volse la testa verso la coppia composta dalla figlia e dal genero- se hai finito con tuo marito, puoi procedere!” “Subito, maman. Lui ne sarà felice!” un ultimo, tremendo, colpo di claquette si abbatté sulle chiappe più che arrossate di Marcel, come ad indicargli che il peggio doveva ancora venire, per lui.
L’uomo, tutto tremante, si alzò da quella vergognosa posizione e si mise dritto davanti alla moglie: il suo fallo era alzato e proteso. La claquette partì dal basso verso l’alto e ritornò in basso: nel suo percorso, colpì per due volte quella carnea protuberanza. Marcel si piegò in avanti per il dolore, per un attimo. Il suo fallo era ancora eretto, sebbene diventato di colore rossastro.
Edwige allargò le ginocchia ed alzò la gonna: sotto, non indossava nulla. Marcel si inginocchiò e protese la testa fra le cosce della moglie. Maman lanciò un’occhiata soddisfatta ai due che stavano assolvendo, a modo loro, i doveri coniugali e vibrò un’altra tremenda cinghiata sulle reni di Antoine, ordinandogli nel contempo di alzarsi. Anche il giovane obbedì. Sapeva fin troppo bene che cosa lo attendeva. Rapidamente, nudo com’era, andò verso la parete, vi appoggiò i palmi aperti, posizionandoli esattamente 15 centimetri sotto la cornice inferiore del quadro con la veduta settecentesca di Venezia e protese all’infuori il sedere rovente. “Sì, credo che questo possa andar bene!- giudicò maman, rigirando fra le mani un fallo di caucciù- è certamente più lungo e più grosso di quello che mio genero possiede naturalmente e che a te sembra piacere tanto. Vedremo se ti piace anche questo!” si avvicinò alle spalle di Antoine, gli pose la mano sinistra sulla spalla, stringendo forte le dita. E spinse il godemiche dentro il ragazzo, dal basso verso l’alto, senza alcuna delicatezza. Quando quel coso gommoso entrò dentro di lui per tutta la sua lunghezza, le unghie di Antoine tracciarono segni sull’intonaco della parete, segni che si aggiunsero ai tanti che già c’erano.
Maman osservò soddisfatta ciò che aveva fatto e si sedette di nuovo. “Louiselle!” strillò. Un attimo dopo, la porta si aprì per far entrare una giovane donna, piuttosto grassoccia e dalla faccina simpatica. Ella era nuda, completamente nuda. Evitò di guardare il fratello che aveva quel coso dentro di sé, ed anche Marcel, la cui faccia era ancora affogata tra le gambe dell’altra signora, si avvicinò alla signora padrona e le disse, rassegnata: “Sono pronta, madame!” girandosi a mostrare le terga alla donna seduta. La doppia cinghia si levò in alto e si abbassò; lo schiocco fece girare la testa alla bella Edwige, ma ella arrovesciò gli occhi e sospirò: era arrivata al momento culminante, spasmodico…la petit mort l’ebbe sua preda.
Flop! fece il godemiche quando maman l’estrasse dal retto di Antoine; il ragazzo esalò un respiro e portò in avanti il bacino. Avrebbe voluto correre con la mano verso l’inguine, per porre fine al tormento ma, se l’avesse fatto, gli sarebbe capitata la frusta. Quell’orrendo arnese di nervo di cavallo intrecciato…le unghie graffiarono di nuovo la parete.
Maman consegnò il fallo di caucciù nelle mani di una piangente Louiselle, che lo prese come se fosse un oggetto alieno: l’avrebbe lavato, da lì a poco, asciugato per bene e rimesso a posto, nel cassetto insieme agli altri.
NON PERDETE IL PROSSIMO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE
BK