Archivi del mese: giugno 2014

Mamme che sculacciano. (parte quarta)

Si sa che quando un gruppo di donne sposate si ritrovano per conversare o parlano dei loro mariti o, più raramente, dei loro figli. Così accadeva anche per le signore del palazzo in cui abito che si erano conosciute anni prima soprattutto grazie al fatto che i figli quando erano piccoli si intrufolavano ora in casa dell’una ora in casa dell’altra per andare a trovare i loro amichetti. Naturalmente, come accade sempre, i bambini facevano amicizia con i bambini e le bambine facevano altrettanto con le altre bambine del palazzo. Poi, come diceva una vecchia canzone “i figli crescono e le mamme imbiancano”. Così, dopo aver frequentato le elementari e le medie, ciascun ragazzo e ciascuna ragazza aveva frequentato la scuola media superiore che aveva scelto secondo le proprie inclinazioni. Successivamente, chi si era iscritto all’università optando per una facoltà o per un’altra in base a una serie di criteri e chi aveva fatto una scelta diversa. Qualcuno dei ragazzi si era perso per strada durante tutto questo tempo e la stessa cosa era accaduta a qualcuna delle ragazze, ma in buona sostanza i due gruppi avevano conservato la loro integrità. I ragazzi erano, come avviene da che mondo è mondo, più spacconi e vanitosi. Le ragazze più furbe e, nel caso di qualcuna del loro gruppo, anche più intelligenti. Le donne essendo state per secoli sottomesse agli uomini, prima al padre e poi al marito, per trovare un po’ di autonomia avevano acquistato in modo naturale e, quasi senza accorgersene, una certa malizia e una maggiore capacità di dire bugie rispetto ai maschi. Le ragazze del gruppo femminile non facevano eccezione a questa regola.

Tra le ragazze, nel corso degli anni, quelle antipatiche o se ne erano andate di loro spontanea volontà o erano state costrette dalle altre a lasciare il gruppo. Quelle che erano rimaste avevano stabilito tra loro una notevole complicità e una grande confidenza, al punto che sapevano tutto l’una dell’altra, per esempio quando ciascuna di loro avrebbe avuto il ciclo e che marca di assorbenti usava in quella circostanza.

Tanti anni prima erano state più o meno tutte delle piccole monelle, poi crescendo la maggior parte di loro ne aveva combinate di tutti i colori e infine ora che erano grandi ciascuna dava il meglio di sé stessa. Chi si faceva bocciare nella maggior parte degli esami che sosteneva all’università e chi perdeva continuamente il lavoro a causa dei continui ritardi o delle frottole che raccontava a ogni pie’ sospinto ai diretti superiori.

Una volta le signore del palazzo si riunirono a casa di una di loro che le aveva invitate per un tè con pasticcini. Dopo essersi naturalmente lamentate dei loro mariti, come facevano sempre, passarono ai figli e in particolare alle figlie. “Marta e Cristina sono sempre state insopportabili ma ora hanno passato ogni limite” disse una delle signore. “A chi lo dici, Caterina non voleva mai fare i compiti a casa quando frequentava le superiori e ora si vedono i risultati. All’università ha dato tre esami, uno l’ha superato con 18 e negli altri due è stata bocciata; figuriamoci, invece di studiare, se ne va sempre in giro con le amiche e rientra a casa quando vuole”. “E allora cosa dovrei dire di Stefania e Michela. Ieri si sono fatte beccare in un grande magazzino da un agente della sicurezza mentre infilavano nella borsetta una bottiglietta di profumo e in un batter d’occhio si sono ritrovate al commissariato. C’è voluta tutta la capacità di persuasione di mio marito per convincere il commissario che sarebbe stata la prima e l’ultima volta e che, se le lasciava andare, a casa le aspettava una punizione esemplare. Al che il commissario, impietosito più dal padre che dalle ragazze che non mostravano alcun segno di pentimento, dopo una bella ramanzina le mandò a casa dove però naturalmente non subirono alcuna punizione.”

Nella discussione intervennero altre signore tutte lamentando il pessimo comportamento delle loro figlie. A un certo punto, la signora del quarto piano che si chiamava Gualtieri, una professoressa di liceo senza figli molto intelligente e che vestiva sempre in modo elegante, disse rivolgendosi alle altre signore: “ma, toglietemi una curiosità, voi le avete mai sculacciate prima d’ora?” Una signora si affrettò a dire: “Nooooo. Io non le ho mai toccate e neppure mio marito.” Un’altra disse: “mai, neppure uno schiaffetto”. Un’altra ancora: “Io ho cercato solo di farle ragionare ma nessuna volta ho usato le mani”. “E allora” disse la professoressa Gualtieri “non vi sembra che sia venuto il momento che ricevano tutte le sculacciate che avevano meritato e che non hanno ricevuto in passato quando avevano un’età più consona a questo genere di punizioni?” Tutte le altre signore annuirono. “Allora” continuò la professoressa Gualtieri “vi invito tutte a casa mia dove ho un salone molto ampio. Qui le ragazze saranno punite ciascuna dalla propria madre. Trattandosi di ragazze ormai grandi non possono certo essere messe a pancia in giù sulle ginocchia materne con il culetto scoperto e sculacciate fino a farglielo diventare rosso vivo, ma dovete procuravi qualcosa che faccia molto più male della vostra mano. A questo proposito ognuna sceglierà lo strumento che preferisce. Inoltre per quella che possiamo definire la “sculacciata collettiva” propongo di invitare parenti e amici (uomini e donne) ad assistere alla punizione, che in questo modo sarà più umiliante e quindi più efficace per chi la riceve. E poi ci potranno dare consigli e giudizi prima, durante e dopo la punizione. Raccomando però a ciascuna di voi di trovare una scusa plausibile per far venire da me la propria o le proprie ragazze. Se venissero a sapere qual è la vera ragione del mio invito, furbe come sono, troverebbero senz’altro il modo di darsela a gambe o quantomeno di procurarsi un’efficace pomata anestetica da cospargere a piene mani sulle proprie natiche prima di uscire di casa in modo da rendere la punizione molto meno dolorosa e quindi praticamente inutile.”

Le signore, tranne ovviamente la padrona casa, se ne tornarono nei loro appartamenti riflettendo principalmente, come aveva loro raccomandato la professoressa Gualtieri, alla scusa da inventare per far partecipare senza sospetti la propria figlia o le proprie figlie alla “sculacciata collettiva” e allo strumento da usare senza risparmio sul giovane sedere delle proprie ragazze.
Il pretesto con il quale fare in modo che le ragazze venissero volentieri a casa della professoressa Gualtieri non fu particolarmente originale. La signora in questione avrebbe invitato, oltre alle ragazze del palazzo, anche i più bei giovanotti del vicinato in modo che potessero conoscersi. Si sarebbe trattato di una sorta di “happy hour”, dove si poteva prendere un aperitivo e ci si potevano scambiare i numeri dei loro smartphone. Ci sarebbe stata anche della musica moderna e chi avesse voluto ballare avrebbe potuto farlo. Se avessero avuto un po’ più di accortezza, le ragazze avrebbero subito fiutato la fregatura, ma le mamme confidavano nel fatto che le loro “sciacquette” ragionavano più con la patatina che con il cervello e che non si sarebbero fatta sfuggire l’occasione per conoscere dei bei ragazzi.
Una volta risolto il problema della scusa, le signore si concentrarono sulla scelta dello strumento più efficace da far ripetutamente entrare in energico contatto con i culetti nudi delle loro figlie. Su questo punto però non c’era che l’imbarazzo della scelta. Infatti, esiste da tempo un’ampia gamma di strumenti per sculacciare e molti sono stati sperimentati con ottimi risultati su un numero enorme di natiche maschili e femminili di tutto il mondo, anche se in ciascuna nazione si sono manifestate delle preferenze per l’uno o per l’altro.

La necessità di usare strumenti ad hoc derivava, oltre che dalla volontà di punire più efficacemente delle ragazze ormai grandi, anche dal fatto che dopo un po’ di sculacciate somministrate con la mano alcune ragazze avevano la patatina completamente bagnata, segno evidente che, nonostante ormai il loro culetto fosse di un bel rosso lampone, non sentivano abbastanza male e mostravano, del tutto involontariamente, che anzi le sculacciate le eccitavano. Le mamme potevano accorgersi quando questo accadeva passando di tanto in tanto, mentre sculacciavano, la mano sulla patatina della figlia, rimanendo interdette quando la trovavano bagnata. Per ridurre questo rischio diventava necessario usare strumenti più efficaci della mano che rendessero il dolore nettamente prevalente rispetto agli effetti collaterali che possono avere le sculacciate. Dopo tutto lo scopo della “sculacciata collettiva” era quello di infliggere alle ragazze una punizione da ricordare a lungo e non di far sì che provassero piacere.

(continua)

mammaallantica

Bel video di cinghiate

Oggi vi voglio presentare un bel video di cinghiate, segnalato da Magdalene tempo fa e che io colpevolmente non ho pubblicato prima:

Clicca qui per visualizzare il video.

Ringrazio tutti coloro che fanno le segnalazioni, io cerco di accontentare tutti, quindi pubblico video in cui le punizioni sono più severe e altri in cui c’è anche del sesso…il mondo è bello perché è vario in fondo ;)

Per chi avesse voglia di leggere anche un bel racconto di sculacciata, consiglio di cliccare sul link. E’ un racconto pubblicato nel 2010, ormai sono passati 4 anni, su Perversionis abbiamo tanti meravigliosi racconti…approfittatene ;)

Sculacciate e sesso a scuola

Una bella segnalazione ricevuta da Mario, che pubblico con grande piacere:

Ti segnalo il film “Double trouble” apparso su xHamster il 10 Giugno sotto il titolo: “Teacher fucks two schoolgirls and spanks”.

Clicca qui per vedere il filmato.

Si tratta di una delle ultime produzioni della “Lupus”. Le protagoniste sono delle pornoattrici. Qualcuno, io compreso, potrebbe avere qualche rimpianto delle ragazzotte non professioniste utilizzate in precedenza. Purtroppo non ci sono sottotitoli, ma la storia è molto semplice. Una delle due studentesse evita la meritata punizione succhiando la minchia dell’insegnante e facendosi poi trombare senza tanti complimenti. Beccate a fumare in bagno, l’amica ha imparato la lezione e usa gli stessi metodi precedentemente utilizzati dalla compagna. La povera Bianca Ferrrero, cecoslovacca con pseudonimo italiano, stavolta deve subire una memorabile sculacciata sulle ginocchia del professore sgambettando a più non posso! Nonostante il sederotto voluminoso, pare che la lezione sia davvero efficace!

Il collegio Marie Duval.

Nel periodo tra le due guerre a Parigi era molto conosciuto il collegio femminile Marie Duval dove le famiglie dell’alta borghesia mandavano le loro figlie con lo scopo di ricevere l’educazione necessaria a stare in società e la preparazione adeguata a quello che sarebbe stato il loro futuro e cioè trovare marito, fare figli, allevarli ed educarli. Il collegio, diretto da madame Blanche, si contraddistingueva per le rette alte che pagavano i genitori e per le sculacciate frequenti subite dalle ragazze.

Come è noto le sculacciate in francese vengono indicate con il sostantivo singolare femminile “fessée”. La fessée deriva a sua volta da fesse che significa “natica”. Quindi, come il termine italiano sculacciate, la fessée deriva dalla parte del corpo oggetto della punizione. Secondo la tradizione francese, per le mancanze più lievi la fessée era impartita sul culetto nudo della ragazza sistemata a pancia in giù di traverso sulle ginocchia con le gambe penzoloni in modo che il culetto fosse teso e le sculacciate più brucianti. Per le infrazioni più gravi veniva usato il “martinet”, uno strumento di punizione che veniva anch’esso usato sul sedere nudo ed era costituito da un corto manico di legno, da una estremità del quale uscivano da 6 a 10 cinghie di cuoio piuttosto sottili lunghe 30 – 40 centimetri. Inutile dire che una “fessée au martinet” lasciava sulla pelle del culetto un intrigo di strisce viola che duravano a lungo, bruciavano come le fiamme dell’inferno e impedivano per molti giorni alla ragazza punita di sedere senza fare smorfie di dolore.

Tra una punizione e l’altra nel collegio venivano impartite lezioni di francese, matematica, storia, geografia, taglio, cucito, ricamo, economia domestica e molte norme del galateo riguardanti ad esempio il come sedere a tavola, usare le posate e così via. In tutto l’istituto non c’era un uomo, eccetto il vecchio giardiniere che era lì da anni. Non era mai stato un bell’uomo e le ragazze diciannovenni dell’ultimo anno, intente a fantasticare sul loro futuro marito che sarebbe stato aitante e fascinoso, non l’avevano mai degnato di uno sguardo. La situazione di isolamento aveva fatto sì che anche le giovinette più grandi, tutte vergini, non sapevano granché di cosa fosse un rapporto coniugale, salvo che era un atto che si consumava con un uomo, per lo più a letto, e immaginavano che servisse soprattutto ad avere figli. Le più sveglie tra loro sapevano che non serviva solo ad avere figli e comunque dava molto piacere sia all’uomo che alla donna ma specialmente a quest’ultima. Tutte le ragazze grandi comunque, come quel tale che portava la sveglia appesa dietro la schiena, non vedevano l’ora.

Se non fosse stato per le sculacciate che vi si dispensavano, Il collegio Marie Duval era un luogo dove le giovinette di buona famiglia vivevano con tutte le comodità. Avevano una lunga camerata con i letti disposti sui due lati, numerose docce calde, un ampio salone dove consumavano tre pasti al giorno e un bel giardino dove passare le ore libere dalle lezioni e dallo studio. Una volta o due alla settimana venivano accompagnate dalle insegnanti a fare una passeggiata fuori dal collegio in fila per due tutte con un’elegante divisa celeste sulla quale mettevano un mantello azzurro nei mesi invernali. All’interno del collegio indossavano una gonna larga a pieghe blu, una camicetta bianca e un tailleur rosso. Sotto il tailleur d’inverno potevano indossare un pullover celeste. Anche se per i jeans e la minigonna si sarebbero dovuti aspettare ancora molti anni, sotto la gonna le ragazze non portavano più da tempo i mutandoni fino al polpaccio ma delle normali mutandine di cotone bianco che però, a differenza del tanga e del perizoma diventati di moda molto più tardi, coprivano interamente le natiche.

Improvvisamente un fatto venne a turbare la monotonia di cui era intrisa la vita, sculacciate incluse, che si conduceva nel collegio Marie Duval. Il garzone del fornaio, un bel ragazzo atletico sui vent’anni, portava tutte le mattine in bicicletta dentro una grande cesta di vimini il pane fresco al collegio. Le ragazze dell’ultimo anno gli avevano messo gli occhi addosso e capitava spesso e volentieri che di notte nel silenzio della camerata infilassero sotto le lenzuola la mano destra e stuzzicassero vigorosamente il bottoncino della loro patatina tutta bagnata fantasticando di essere oggetto di carezze, baci e abbracci da parte di quel ragazzo. Se la cosa si fosse fermata lì niente di grave, però andò oltre.

Durante una delle passeggiate fuori dal collegio una delle ragazze dell’ultimo anno che si chiamava Nicole finse di avere un urgente bisogno e chiese all’insegnante che le accompagnava di poter lasciare il gruppo per pochi minuti. Il permesso fu accordato dietro la promessa di rientrare tra le proprie compagne poco più avanti e con la precisazione che se non l’avesse fatto nel più breve tempo possibile al ritorno in collegio il suo culetto ne avrebbe seriamente sofferto. La ragazza naturalmente non aveva nessun bisogno urgente da soddisfare e aveva architettato tutto in modo da potersi svincolare dal gruppo nelle vicinanze del forno da cui proveniva tutte le mattine il pane fresco per il collegio. Nel forno oltre al padrone c’era anche il garzone intento a impastare farina, lievito, acqua e sale che sarebbero serviti a preparare il pane del giorno dopo. La ragazza, che era giovane e carina da morire nella sua divisa celeste, impiegò pochissimo a convincere il ragazzo a vedersi a mezzanotte in un luogo poco distante dal collegio. Con tutto che la ragazza si fosse assentata per non più di un quarto d’ora, al suo ritorno l’insegnante le rivolse un’occhiataccia come a dire per questa volta la passi liscia ma la prossima le sculacciate non te le toglie nessuno.

Una ragazza diciannovenne dell’ultimo anno non avrebbe dovuto preoccuparsi più di tanto di farsi tirare su la gonna, abbassare le mutandine candide e ricevere una dose di sculacciate sul sederino scoperto sistemata di traverso sulle ginocchia se non per il fatto che a infliggere la punizione veniva chiamata la lavandaia del collegio che in virtù del suo lavoro aveva sviluppato dei bicipiti tali da menare sberle così potenti che anche un sedere diciannovenne rimbalzava ad ogni colpo di quasi mezzo metro. Naturalmente la lavandaia disponeva all’occorrenza anche della propria spazzola da bucato. Sicché a far salire la temperatura del culetto fino a renderlo rovente e di un bel colore rosso viola e fino a fare in modo che la ragazza in lacrime urlasse a perdifiato non ci voleva molto, ma la lavandaia per maggiore sicurezza continuava a sculacciare per una buona mezzora. L’uso del martinet era invece una prerogativa assoluta della direttrice del collegio, madame Blanche, che a onor del vero vi ricorreva molto raramente anche perché le ragazze temevano questo strumento più del diavolo ed evitavano di commettere mancanze gravi.

A completare il piano architettato da Nicole non mancava altro che procurarsi la chiave del cancello del collegio. Infatti le mura che circondavano l’istituto erano troppo alte per poterle scavalcare anche con l’aiuto di qualche compagna. Una delle insegnati aveva l’incarico di aprire il cancello quando le ragazze uscivano per la passeggiata e chiuderlo quando tutte quante erano rientrate. Per il resto del tempo le chiavi del cancello erano riposte all’interno di un armadietto nella stanza delle insegnanti che potevano prenderle quando volevano per uscire dal collegio tutte le volte che non dovevano fare lezione ed erano libere da altre incombenze. L’ingresso in questa stanza era però rigorosamente proibito alle ragazze e se avessero osato disobbedire a questo divieto e fossero state scoperte, nel giro di un’ora si sarebbero ritrovate a piangere a dirotto con il sedere viola. Nicole osò e si mise le chiavi del cancello nella tasca della divisa.

La cena venne consumata alle sette e alle nove, dopo le consuete operazioni di pulizia personale, ciascuna era già nel proprio letto e, dopo una rapido controllo da parte di un’insegnante, furono spente le luci della camerata. Verso le undici e mezzo Nicole cercando di fare meno rumore possibile si vestì, sgattaiolò fuori dalla camerata e, guardando bene che non ci fosse nessun’insegnante in giro, raggiunse il cancello. Dopo averlo aperto lo richiuse e raggiunse il luogo dell’appuntamento con il garzone. Questi, che aveva detto al padrone che andava a riposare un po’ ma che sarebbe tornato la mattina presto per aiutarlo a infornare il pane, si trovava già lì ad aspettarla.

In giro non c’era anima viva e, comodamente seduti su una panchina, cominciarono ad abbracciarsi e a baciarsi, naturalmente alla francese. Lei, in particolare, aveva poca esperienza alla quale però sopperì con l’intuito. Si tolse il reggiseno e si lasciò baciare la pelle liscia come la seta e mordicchiare i capezzoli dal ragazzo che mostrava ormai un evidente rigonfiamento che premeva sul davanti dei pantaloni. Nicole, dopo averli sbottonati si impossessò del suo membro e con le dita di una mano cominciò far fare su e giù al prepuzio. Poi pensò che al ragazzo, che mostrava di gradire molto quello che la ragazza gli stava facendo, sarebbe piaciuto ancora di più se lei gli avesse preso il glande scoperto tra le sue labbra e avesse cominciato a succhiarlo. Il giovane godeva da impazzire e cercava di fare in modo da prolungare il piacere il più possibile. Ma alla fine sentì che il proprio cervello veniva pervaso da sensazioni sconvolgenti e che il proprio membro con una serie di spasmi espelleva il suo seme. Nicole, che di come andavano queste cose sapeva ben poco, pensò addirittura di aver fatto del male al ragazzo. Comunque si voltò a sputare e si asciugò frettolosamente le labbra con il fazzoletto con cui si soffiava il naso quando aveva il raffreddore. Poi lasciando il giovane ancora stordito disse: “Perdonami, ho fatto tardi e devo scappare.”

Giunta davanti al collegio vide il cancello aperto e una piccola folla d’insegnanti che l’aspettavano. Infatti, in seguito a un controllo fatto in piena notte, una di loro si era rese accorta della sua assenza e aveva dato l’allarme. Il gruppo era capitanato da madame Blanche in persona che aveva un’espressione particolarmente severa. “Signorina, non voglio neanche pensare” disse “alle ragioni che ti hanno spinto a commettere un’infrazione così grave alle regole del collegio. Mi basta sapere che sei entrata nella stanza delle insegnanti dove hai preso le chiavi del cancello e sei uscita da sola di notte all’insaputa di tutte. Solo per questo meriti una punizione esemplare che ti infliggerò io stessa, naturalmente con il martinet sul sedere nudo. Quindi, visto che ormai siamo tutte sveglie nel cuore della notte per colpa tua, seguimi subito nel mio studio in modo che poi potremo andarcene a dormire, eccetto te che sicuramente passerai questa notte in bianco e forse anche la prossima.”

Arrivate nello studio di madame Blanche questa disse alla ragazza: “Per prima cosa sbottonati la gonna, toglitela, piegala bene e mettila su una sedia. Poi abbassati la mutandine fino alle caviglie e rimboccati con cura tutto quello che porti sopra la vita in modo che tutta la superficie del tuo culetto sia ben esposta alle cinghie del martinet. Infine piegati sulla mia scrivania a gambe unite con le mani tese in modo da afferrarne l’altro bordo e sporgi bene il sedere all’indietro.”

Non appena la ragazza ebbe completato questi preparativi, durante i quali madame Blanche era andata prendere il martinet, arrivò all’improvviso il primo colpo che, come i successivi, cadde sulla parte più carnosa del culetto di Nicole. La ragazza, che pure era stata sculacciata numerose volte, si rese conto che tra la mano o la spazzola della lavandaia e il martinet c’era una bella differenza: il male che faceva quest’ultimo era almeno cento volte maggiore rispetto a quello delle sculacciate. Urlò talmente forte che la sentì tutto il quartiere e, fin dal primo colpo, si mise a tremare in preda ad un pianto convulso. Madame Blanche, d’altra parte, era convinta che Nicole doveva subire una punizione che le avrebbe fatto passare per sempre la voglia di commettere un’infrazione così grave e continuò a lungo a infierire con l’infernale strumento sulle natiche delicate della ragazza, che continuava a urlare e a piangere implorando la direttrice di porre fine alla punizione. Dopo aver fatto provare alla pelle sensibile del culetto di Nicole ancora per una diecina di minuti il morso delle cinghie di cuoio, Madame Blanche ritenne che il castigo fosse sufficiente e posò il martinet sul piano della scrivania accanto alla ragazza.

Il culetto di Nicole era ridotto in uno stato pietoso con un gran numero di strisce viola che si intersecavano in tutte le direzioni e provocavano un bruciore tremendo. La ragazza non aveva mai sentito così male in vita sua e non riusciva a trattenere le lacrime che le uscivano copiose dagli occhi, rigandole completamente il viso e cadendo infine sul piano della scrivania della direttrice. Appena si fu un po’ ripresa, Nicole chiese a madame Blanche il permesso di rivestirsi che le fu accordato dietro la solenne promessa di non farlo più. In caso contrario la direttrice avrebbe di nuovo usato il martinet sul suo posteriore scoperto, ma questa volta gliene avrebbe date tante da toglierle la pelle.

Dopo aver subito questa lezione Nicole continuò ancora per un po’ a pensare al garzone del fornaio, ma si vergognava e quando lui la mattina veniva a consegnare il pane la ragazza si nascondeva. Fu così che dopo la notte della punizione con il martinet i due ragazzi non si videro più. Poi anche l’ultimo anno di collegio finì e Nicole conobbe altri giovanotti, uno dei quali diventò suo marito. Però, anche ora che aveva una famiglia, in certi momenti non poteva fare a meno di ripensare a quel bel ragazzo che tutti i giorni portava il pane fresco al collegio.

mammaallantica

La troia che fa la piscia


Molti uomini trovano particolarmente erotico vedere donne che fanno la piscia, ecco una bella foto. Ancora più intrigante il fatto che sia stata scattata dal fratello della troia, che su internet afferma pubblicamente di fare sesso incestuoso con la sorella. Sarà vero? Io credo di sì...

La troia che fa la piscia


Molti uomini trovano particolarmente erotico vedere donne che fanno la piscia, ecco una bella foto. Ancora più intrigante il fatto che sia stata scattata dal fratello della troia, che su internet afferma pubblicamente di fare sesso incestuoso con la sorella. Sarà vero? Io credo di sì...

Mamme che sculacciano. (parte terza)

Come vi ho detto, mia madre non mi risparmiava le sculacciate e nel secondo di questi racconti vi ho dato un esempio del trattamento che lei mi riservava quando ero molto giovane e non ero ancora sposata. Allora sculacciare non era una cosa da mantenere riservata e il fatto che qualcuno potesse ascoltare non era un problema di cui preoccuparsi. Il concerto assordante generato dal rumore delle sculacciate e dagli strilli di chi le subiva, faceva dire ad alcune mamme nel promettere la punizione: “a casa facciamo un bel po’ di musica.”
Attualmente questo tipo di punizione non è più di moda e ciò a causa principalmente di una ben orchestrata campagna mediatica sponsorizzata, per così dire, da psicologi, psicoterapeuti e pedagoghi che ne hanno messo in evidenza i presunti lati negativi. A questo proposito andrebbe ricordato però che intere generazioni sono cresciute benissimo a suon di sculacciate senza riportare nessun trauma e che un culetto nudo può essere a lungo sculacciato con la mano o con strumenti sicuri senza altre conseguenze se non quelle di farlo diventare di un bel colore rosso viola, di farlo bruciare come le fiamme dell’inferno e provocare strilli acuti e lacrime abbondanti da parte di chi subisce la punizione.
Il sedere è una parte del corpo sensibile, ma assolutamente priva di organi e i danni procurati dalle sculacciate scompaiono al massimo nel giro di una o due settimane. Uno schiaffo in faccia è molto più pericoloso e da condannare perché può provocare a chi lo riceve danni anche gravi specialmente se la guancia non viene colpita con precisione.
Un’altra obiezione che si sente fare spesso a proposito delle sculacciate è che una giovane si sentirebbe umiliata nel subire un castigo che in passato era riservato quasi esclusivamente a ragazzini e ragazzine non ancora adolescenti. L’umiliazione è spesso una componente essenziale della punizione, si pensi ad esempio ad un rimprovero. Questo aspetto è sicuramente presente anche nel caso delle sculacciate la cui caratteristica principale resta però quella che fanno male.
Anche se passate di moda nessuno può mettere la mano sul fuoco che, al riparo delle mura domestiche, i genitori non ricorrano alle sculacciate per mettere in riga i figli quando hanno oltrepassato la misura. Ad esempio alcune delle mie amiche mi hanno confidato di usarle ma, a differenza di quello che avveniva in passato, solo quando in casa non c’è nessuno, eccetto eventualmente il marito, dopo aver chiuso porte e finestre e senza farlo sapere in giro per paura di essere criticate. Sempre in via confidenziale ho saputo che molte delle mie conoscenti, specialmente quelle che hanno delle figlie femmine che già frequentano o stanno per frequentare l’università, le sculacciano per il loro bene, essendo ben consapevoli dei rischi che esse corrono in aggiunta a quelli ai quali sono soggetti entrambi i generi. Quello che di cui si preoccupano è che le loro figlie studino, si comportino bene, non frequentino cattive compagnie e che tornino casa all’ora stabilita.
A questo proposito quando si verificano atti di violenza, senz’altro da condannare senza esitazioni, si dice comunemente che la ragazza non va colpevolizzata. Da un certo punto di vista sarà pure giusto. Però quando un ragazzo gira di notte da solo rischia nel peggiore dei casi un’aggressione da parte di un gruppo di balordi che generalmente si conclude con qualche contusione, qualche ferita leggera e con il furto del portafogli. Quando è una ragazza, magari carina, a girare sola di notte rischia di essere stuprata da un branco di delinquenti che infieriscono su di lei uno dopo l’altro. In questa dolorosa evenienza non c’è condanna esemplare per gli autori della violenza sessuale che possa ripagare la ragazza del danno fisico e psichico subito, sempre che i responsabili dello stupro vengano arrestati.
Un’altra preoccupazione delle madri delle figlie femmine è che queste, magari allettate da facili guadagni, entrino nel giro della prostituzione. Ma lasciamo i casi più estremi di cui si occupano televisione e giornali e torniamo ai fatti più vicini alla vita quotidiana di tutti noi.
Nell’appartamento accanto al nostro abita una famiglia con una figlia che studia lettere moderne all’università ed è una bella ragazza snella non ancora fidanzata. Io non ho l’abitudine di ascoltare i fatti degli altri, ma si sa quanto siano sottili i muri dei moderni condominii. Ebbene, da qualche anno mi capitava a volte di sentire al di la del muro, per una mezzora o giù di lì, un inconfondibile suono secco di sberle sulla pelle nuda e strilli così acuti che lasciavano ben pochi dubbi su quello che stava accadendo alla studentessa dell’appartamento a fianco al nostro.
Dal momento che anche io sculaccio spesso e volentieri le mie due figlie, per un atto di riguardo una volta ho chiesto alla signora della porta accanto se le era capitato di sentire dei rumori provenienti dal nostro appartamento che l’avevano infastidita. La sua risposta è stata molto franca e per nulla imbarazzata. Sì, le era capitato di tanto in tanto ma si era subito resa conto che schiaffi, pianti e strilli erano dovuti a una bella scarica di sculacciate e che non era rimasta per niente infastidita in quanto anche lei non esitava a sottoporre a un analogo trattamento sua figlia Tiziana quando se lo era meritato, ottenendo con le sculacciate ottimi risultati. In particolare, quella volta che sua figlia si era presa gioco di lei raccontandole una sfilza di bugie.
Le cose andarono in questo modo. Tiziana, ogni volta che tornava dall’università dopo aver sostenuto un esame, raccontava di averlo superato con un 30 o comunque con un voto non inferiore a 27. Ormai la ragazza era al quarto anno ed era in procinto di chiedere che le venisse assegnata la tesi. Un giorno sì e uno no la madre le chiedeva quale argomento avrebbe dovuto svolgere, ma Tiziana tergiversava. Questo si ripeté per cinque o sei volte, finché la signora, insospettita dal comportamento della figlia, una volta che lei era in gita con le amiche, decise di recarsi di persona all’università per parlare direttamente con le colleghe di Tiziana. Le loro risposte la raggelarono “ma quali 30, ma quale tesi, quella ha sostenuto non più di una diecina di esami nella metà dei quali è stata bocciata.”
La signora se ne tornò a casa come un cane bastonato provando però più rabbia che delusione. Quella volta Tiziana non l’avrebbe passata liscia e il suo sedere avrebbe subito un trattamento tale che anche una ragazza adulta di ormai 23 anni come lei se ne sarebbe ricordata a lungo. L’aveva combinata così grossa che la consueta sculacciata impartita con la mano o con il dorso di una spazzola di legno non le sembrava una punizione sufficiente. Le tornò in mente che una volta tornando a casa si era accorta che lì vicino avevano aperto un negozio di articoli di arredamento ed era entrata a curiosare. Si ricordava di aver visto dei rametti diritti di legno pieno, alcuni dei quali profumati, di varie dimensioni contenuti in stretti e alti cilindri di vetro. Ne aveva visti anche in casa di alcune sue amiche che sostenevano di averli acquistati a scopo ornamentale. In quella occasione, tra sé e sé si era detto “questo è quello che ci vorrebbe per punire Tiziana ora che è grande e le sculacciate non le fanno più male abbastanza.”
Quindi tornò in quel negozio all’interno del quale trovò quello che cercava: bacchette di legno pieno, robuste, sottili (5 o 6 millimetri di diametro) e lunghe più o meno 60 centimetri. Pensò che avrebbero fatto un male cane anche al culetto ventitreenne di Tiziana che prima di sera sicuramente avrebbe fatto la loro conoscenza. Non era stata in grado di valutarne la flessibilità e quindi aveva comprato un cilindro di vetro che ne conteneva sei così da averne più che a sufficienza nel caso in cui qualcuna si fosse spezzata durante l’impiego al quale intendeva destinarle. Al momento di pagare, la signora che stava alla cassa le rivolse uno sguardo complice, avendo intuito che l’acquisto non era rivolto ad abbellire la casa.
Intanto Tiziana era tornata dalla gita e si era allegramente abbandonata sul divano del soggiorno. Subito dopo entrò la madre che senza perdersi in chiacchiere le disse: “Guarda che sono stata all’università e ho parlato con le tue colleghe. Quindi so tutto e ti chiederei la cortesia di abbassarti jeans e mutandine e di chinarti a gambe unite sulla spalliera di una sedia appoggiando le mani sulle parti laterali della seduta in modo da esporre il tuo bel sedere indifeso alla punizione che intendo infliggerti.” Tiziana, che sapeva perfettamente di averla combinata grossa e che sarebbe stato inutile tentare di evitare il castigo, fece subito quello che le aveva ordinato sua madre. Questa, con in mano una delle bacchette che erano state tenute a bagno nell’acqua per un paio d’ore, stette per un po’ a guardare il culetto bianco di sua figlia che era piccolo ma rotondo e ben in carne e che sembrava fatto apposta per il corpo giovane e snello della ragazza. Per un attimo la madre di Tiziana fu tentata di posare la bacchetta e lasciar perdere tutto. Ma non poteva, la ragazza aveva tradito la sua fiducia e, cosa ancora più importante, se non avesse ricevuto la punizione che aveva meritato, avrebbe perseverato nell’errore. Quindi avanti con le bacchettate che, dopo il caratteristico swisssssch, lasciavano sulla parte più delicata del sederino della ragazza delle sottili striature violacee che bruciavano da morire. Intanto Tiziana, perso ogni rispetto di sé stessa, piangeva come una bambina e strillava talmente che tutta la stanza risuonava delle sue grida “aihh….che maleeee…., basta mamma …. ti pregoooo…., perdonami….non ti racconterò più bugieeee….”. La signora intanto, convinta delle sue buone ragioni, metteva nella punizione tutta la forza del il suo braccio destro e a ogni bacchettata ricordava a Tiziana una delle sue bugie: “questa è per il 30 in letteratura italiana, questa è per il 28 in filologia romanza, questa è per il 30 in storia della lingua italiana, questa è per il 27 in letteratura europea, questa è per il 30 in storia dell’arte moderna” e dopo aver continuato a lungo con le bacchettate e con i falsi risultati della figlia, che lei si era annotati con precisione maniacale e che ormai ricordava a memoria, terminò con una bacchettata più forte delle altre “e questa è per la frottola della tesi di laurea.” Il sedere di Tiziana era ridotto in uno stato pietoso e le faceva talmente male che tremava tutta, piangeva come una fontana e urlava talmente forte da farsi sentire a un chilometro di distanza.
Però questa lezione le fece bene. Tiziana si mise a studiare con impegno e i risultati si videro presto. La mia vicina, che scottata dalla precedente esperienza andava ogni volta a controllare se la figlia le aveva detto la verità, stentava a credere che le bacchettate avessero avuto un effetto miracoloso di quella portata.

(continua)

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