Archivi del mese: agosto 2013

Il racconto breve di un pompino

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Una puttanella conosce un ragazzo in webcam, ci fa sesso virtuale e ha un orgasmo megagalittico. Decide quindi di farsi scopare dal vivo da questo ragazzo, lo ricontatta, gli fa un meraviglioso pompino e si fa sborrare in faccia. La troia gode solo al contatto con lo sperma. Poi continuano a scopare tutta la notte. La sequenza fotografica si riferisce solo alla fase pompino -> sperma in faccia. La storia è vera, il fortunato ragazzo è un mio amico.

Il mio fiorellino

Il racconto di oggi ci è inviato da Bry, che fa il suo debutto come autore di Perversionis. E comincia molto bene, visto che il racconto è bello e merita molto. Buona lettura.

Elisa era ancora in auto quando cominciò ad avvertire un leggero senso di malessere, ma non ci badò pensando che fosse dovuto solo ad un po’ di stanchezza del resto in quei giorni si stava allenando molto a breve sarebbe ricominciato il campionato e come capitano della squadra sapeva di dover dare il massimo per non deludere le sue compagne. Focalizzò il pensiero su Mattia che sapeva a breve avrebbe rivisto. Giunse a casa e nel vedere l’auto parcheggiata non potette trattenere un sorriso, doveva aver finito in anticipo il turno pomeridiano in ospedale.
-Ciao piccola!- la baciò Mattia, quando la vide rientrare prendendole la borsa che portava ancora in spalla.
-Sei tornato un po’ prima!-le chiese lei
-Si tesoro, Andrea è arrivato prima.- disse facendo riferimento al suo collega. Cenarono e poi salirono in camera per consumare la brama di sentirsi uno parte dell’altro.
Il giorno seguente Mattia si recò a lavoro, mentre Elisa che era già alzata per la corsa mattutina era ancora in doccia. Eppure sebbene si sentisse meglio, ancora quello stato di malessere non era diminuito, decise di non pensarci e si dedicò ai suoi libri.
Mattia tornò a casa verso le 14.30 ed insieme pranzarono e mentre Mattia si era accomodato sul divano, Elisa si stava dedicando alle stoviglie, ma fu che il malessere che l’aveva attanagliata tornò a farsi sentire facendole perdere l’equilibrio e provocando la rottura del piatto che aveva in mano. Il rumore richiamò l’attenzione di Mattia che corse in cucina.
-Amore stai bene?- disse avvicinandosi
-Certo-le rispose lei un po’ perchè davvero andava meglio, ma soprattutto perché altrimenti le avrebbe impedito di andare agli allenamenti.
-Tesoro sei pallida, sei sicura di star bene-richiese cominciando a sentirgli il polso, ma lei ritraendosi riconfermò che non c’era nulla di cui preoccuparsi
-Promettimi solo che se non ti senti bene stasera resti a casa!-chiese con tono risoluto e lei annuì, cominciando a mettere tutto in ordine. Mattia uscì per recarsi nuovamente in ospedale, le aveva detto che si trattava di un urgenza e lei augurandogli una buona giornata lo salutò.
Preparata la borsa come sempre si recò agli allenamenti, ma a metà della seconda ora quel forte capogiro ritornò più prepotente e Elisa svenne miseramente in campo. Celeri compagne e allenatore le si avvicinarono e subito la soccorsero, aveva la fronte calda e sudata, troppo per il solo allenamento, era evidente che era febbricitante. L’allenatore chiese che fosse chiamato il numero che aveva lasciato per le emergenze, mentre piano tentava di farla rivenire.
-Pronto-esordì Marco prendendo il telefono mentre si avvicinava alla auto.
-Pronto, Marco solo Vanda- rispose una voce familiare all’altro capo del telefono.
Sorpreso che una compagna di squadre di Elisa lo chiamasse, per giunta nelle ore dell’allenamento chiese:
-Buona sera Vanda, tutto bene?- e poi con maggiore apprensione- E’ successo qualcosa? Elisa sta bene?- e lei le raccontò dell’accaduto.
-Sto arrivando!- e chiuse la conversazione. Era preoccupato, ma era anche tanto arrabbiamo la sua piccola, non solo era stata irresponsabile, ma era anche venuta meno ad un promessa…
Giunse in palestra nel più breve tempo possibile e l’allenatore lo condusse da Elisa che era stata portata in infermeria.
-Ho detto che non voglio, non mi serve!-era la voce di Elisa, sentirla lo rincuorò.
Bussarono alla porta ed una voca femminile, gli disse di entrare. Elisa era stata distesa su di un lettino e l’infermiera che le era accanto voleva somministrarle una flebo, allenatore dopo essersi assicurato che stava meglio si allontanò.
-Buona sera, dottore-Mattia conosceva l’infermiera lavoravano allo stesso ospedale e ricambiò il saluto, dopo aver dato un veloce sguardo al contenuto della flebo, guardò Elisa, che non aveva ancora incrociato il suo sguardo.
-Elisa come stai?-
Al sentir pronunciare il suo nome per intero Elisa, comprese che Mattia era arrabbiato.
-Bene, infatti, ho già spiegato ad Agnese che non mi servono farmaci!-
-Invece la farai tutta e senza storie- tagliò corto Mattia.
-Ho detto che…-Mattia la fulminò con lo sguardo e lei non osò continuare, finalmente l’infermiera potette praticarle la flebo. Quando sentì l’ago invaderle il braccio, non riuscì a trattenere un mugolio soffocato.
-Da brava Elisa è tutto finito! Dottore vi lascio soli, sarò nella stanzina a fianco per qualunque cosa, non esitate a chiamarmi, torno tra 15 minuti, per controllare la flebo!- e chiuse la porta dietro di se. Prima che Mattia parlasse trascorsero momenti di puro silenzio che le sembrano durare un’ eternità.
-Hai 23 anni eppure non sembra che tu sia capace di prenderti cura di te stessa, in più mi avevi fatto una promessa.- e nel farlo le sentì la fronte, aveva sicuramente un po’ di febbre.
-Elisa non sopporto le bugie lo sai, se stavi male, da persona matura restavi a casa-il suo tono era molto austero, ma lei non rispose aumentando il suo nervoso.

-Come vuoi a casa ne riparleremo- Elisa sapeva cosa intendeva dire con quelle parole, l’avrebbe punita.
La flebo finì ed Agnese dopo averle consigliato riposo, la lasciò andare a casa. Il suo allenatore le impose almeno 3 giorni di riposo e si offrì di riportarle l’auto appena gli allenamenti si fossero conclusi.
Matteo la aiutò a saliere in auto e si avviarono a casa, senza ancora rivolgersi la parola.
Salirono in casa e Matteo non adagiò nemmeno il cappotto che le disse:
-Corri in camera, arriverò tra poco- il tono non ammetteva repliche.
-Matteo, io…-
-No Elisa, non voglio sentire una parola, voglio solo che vai in camera, ora!- disse indicando le scale.
Lei annuì e salì in camera.
Dopo poco ecco giungere anche Matteo, la trovò seduta ad attenderlo, gli occhi erano arrossati, intuì che aveva pianto.
-Elisa prima di tutto misuriamo la temperatura!- disse mostrandole il termometro.
-Non ho la febbre, sto molto meglio ero solo stanca-rispose lei preoccupata.
-Non ti ho chiesto pareri, ti ho detto di farlo- e lei riluttante allungò la mano per prendere il termometro.
-No mia cara, fa parte della tua punizione-
-Perché mi punirai?- chiese supplichevole e speranzosa che non lo facesse.
-Si Elisa, ti sei meritata una dura punizione, lo faccio educarti lo sai!-
Copiose lacrime cominciarono a rigarle il viso
-Ti prego no ti prego!- cominciò ad agitarti.
-Elisa sono stanco, girati subito o sono guai!- disse ordinandole di mettersi prona.
-No, no, no!-
Stanco di sentirla protestare la girò, non curante delle sue suppliche, le abbassò i pantaloni e arrivò alle sue mutandine, calando anche quelle.
-Ti prego questo no, mi fa paura!-pianse
-La prossima volta ci penserai di più!-le disse dilatandole le natiche e ungendole il suo intimo orifizio e poi con decisione la penetrò con il termometro.
-Ahiiiii!-urlò
-Buona! Tempo 5 minuti e lo togliamo, guai se lo fai cadere!- disse allontanando la mando e lasciandolo inserito. Trascorso il tempo necessario lo sfilò, non senza strapparle un piccolo gridolino di dolore.

-Hai qualche linea di febbre, ma visto che hai avuto la forza di andare agli allenamenti, sono certo che non avrei problemi a ricevere la tua punizione!- e così dicendole la mise carponi sulle gambe, avendo cura di sfilare completamente i pantaloni e la mutandine prima solo calate.
-Ti comporti da bambina e come tale ti punirò!-
-No dai amore ti prego!- ma non ebbe il tempo di concludere perché il primo colpo le colpi la natica destra in pieno, non era tanto forte, ma la velocità con cui giunse il secondo intensificò il dolore. Dopo i primi 20 il dolore era insopportabile.
-Ti prego basta!-urlò, ma lui non sembrava sentirla.
Altri 20 colpi calarono sul suo sederino martoriato, prima che si fermasse.
-Ora te ne darò altre 40 con la spazzola!- sentenziò.
-No, no basta!- e nel dirlo tentò di alzarsi, ma questo le procurò un’altra scarica di sculaccioni, con una forza maggiore di prima.
-Come preferisci allora saranno 50 colpi e guai se tenti di muoverti ancora!- prima ancora che potesse replicare, afferrò la spazzola e cominciò a percuoterla.
Il primo colpo fu tanto forte e le smorzò il fiato.
-Ahi! Matteo basta ti prego!- ma i colpi non si arrestarono, ogni volta le sembrava fossero più forti.
-Ahhh!- piangeva, scalciando ad ogni colpo. Finalmente quella tortura si concluse. Elisa era sfinita aveva gli occhi gonfi e supponeva anche il suo sedere dovesse esserlo.

-Mi dispiace ma non abbiamo finito!-annuncio Mattia
-No ti prego, ti prego, basta, ho sbagliato non dovevo prometterti una cosa che non avrei mantenuto e soprattutto sono stata irresponsabile, mi dispiace!- disse alzandosi e guardandolo negli occhi.
-Infatti lo sei stata per questo ti sei meritata questa punizione!- senza mezzi termini la riportò di nuovo sulle sue ginocchia. Elisa lo sentì prendere qualcosa dal comodino.
-Ora prenderai gli ultimi 50 colpi con il cucchiaio di legno, se tenti di scansarti ricomincio da capo!-
-No per favore!- pianse Elisa prima ancora che cominciasse. Ed io colpi arrivarono, forti, intensi, dolorosi.
Dopo i primi 10 stava già urlando.
-Elisa non muoverti o ricomincio!- l’avvertì.
-Ahi, basta ti prego!- ma a nulla servirono i suoi lamenti, ricevette la sua punizione fino all’ultimo colpo.
Quando concluse, Elisa sembrò non accorgersene, tanto era stremata dal dolore.
-Vieni qui – le ordinò Mattia e quelle parole la ridestarono da quello stato di estraniazione, lei si avvicinò.
- Stenditi pancia sotto sul letto- lei piangendo lo fece senza obbiettare
Ancora una volta sentì Mattia aprire qualche cassetto, ma non osò guardare.
Lo sentì avvicinarsi e scartare qualcosa, il rumore familiare la fece girare e vide cosa aveva preso.
-No, la supposta no per favore!- ma lui senza rispondere le dilatò ancora un volta le natiche, le unse e la spinse senza mezzi termini, introducendo anche parte dell’’indice nell’ano.
-Ahi!-urlò lei e pianse. Mattia la lascò sfogare e quando le parse che si fosse calmata con tono più dolce le disse:
-Non rifarlo non infrangere una promessa lo odio lo sai. Se stai male non puoi allenarti, non costringermi ad importi di lasciare gli allenamenti, sai che potrei farlo!-
Lei annuì.
-Scusami!- lui senza risponderle la mise a letto e la lasciò riposare.
“ti amo” pensò Mattia, ma non glielo disse non era ancora il momento, domani avrebbe avuto modo di dimostrarle quanto l’amasse, oggi doveva temerlo per non ripetere i suoi errori.
Era ancora mattino presto quando Mattia, lasciò il suo piccolo fiorellino stretta ancora nella braccia di Morfeo. Sul letto un bigliettino affinchè la sua dolce principessa potesse sorridere mentre nella sua mente risuonavano le parole scritte in bella grafia “Buon giorno, dolce angelo. Ti amo”.
Erano le 10 quando Elisa si destò dal letto, ancora stretta nel confortante abbraccio caldo delle coperte, il sedere le doleva ancora. Notò che sul guanciale di Mattia c’era adagiato un biglietto e nel leggerlo si illuminò. Avevano fatto la pace, quel biglietto ne era la prova.

SILVANINA

Silvanina è sempre stata una ragazza piena di problemi. Si credeva brutta e non lo era affatto; non si piaceva perché pensava di esser grassa ma non era vero. Voleva rimanere un’eterna bambina, ma non poteva esserlo per tutta la vita. Sua madre mi confessò che era colpa sua se Silvanina era diventata così: l’aveva trascurata, per badare alla propria carriera. E, adesso che era arrivata all’apice, si trovava con una figlia sconvolta. Talmente sconvolta che, all’ennesimo brutto voto, aveva aperto il gas, approfittando del fatto di essere sola in casa. Per fortuna, Galina era rientrata presto e le conseguenze sulla salute di Silvanina non erano rimaste. Sulla psicologia, sì e tante.
Un professore deve saper insegnare e basta! Se è anche un buono psicologo meglio per lui. Mi accorsi subito che non erano né l’italiano né il latino né il greco i veri scogli: erano ben altri.

“Per ricostruire bisogna prima distruggere” diceva uno slogan di quando io ero giovane. Dovevo distruggere Silvanina e, dopo, tirarne fuori il tanto di buono che c’era dentro di lei. Farle toccare il fondo per farla tornare in superficie, a respirare l’aria pura e a vedere la luce del sole.

Riformare anche le basi didattiche che aveva, o, meglio, che non aveva. In un certo senso, dovevo incarnare per lei la figura paterna, che praticamente non aveva mai conosciuto. Un padre giusto, ma severo all’occorrenza.
Il Dolce Stil novo, la perifrastica passiva, l’ottativo obliquo potevano aspettare: non troppo, però. Ma non erano la priorità assoluta. Bastone e carota, più questa che quello. A poco a poco, Silvanina iniziò ad aprirsi con me. Dialogo, dialogo, dialogo: altro che la semplice ora, ci passavo interi pomeriggi con lei. Ottenni qualche risultato, anche in campo scolastico: solo due materie, a settembre. Si trattava di lavorare tutto luglio e tutto agosto, era il mio mestiere: io campavo dando ripetizioni private, allora. Avvertii la madre di Silvanina. Lei mi diede carta bianca, a malincuore ma lo fece. Sin dal primo momento, avevo pensato che pure la signora D*R* avesse bisogno di una buona bastonatura, di tanto in tanto. No, no era questione di soldi: era una sfida. Una sfida fra me, Silvanina e il greco.

“Senti, hai sedici anni: non ti puoi permettere di ragionare più come una bambina. Non sei deficiente, anzi sei molto, molto intelligente. Ma sei troppo pigra per far ragionare le cellule grigie. Se mi fai incazzare, giuro che ti prendo a sculacciate: a due a due, finché non diventano dispari. E’ una frase abusata, ma se ti comporti da bambina, ti tratterò come una bambina! Se mi domandi un’altra volta perché le consonanti non hanno l’accento, giuro che ti piego qui sopra e ti do tante di quelle sculacciate da fartelo diventare rosso come un cocomero e gonfio come un pallone. Sono il triplo di te, come stazza, posso farlo con una mano sola. E non frignare! Non è proprio il caso. Se non ci credi, azzardati a fare un’altra domanda imbecille e vedrai che ti succede….” Il mio discorsetto la stupì, al minimo. Non la sculacciai, ma semplicemente perché mi infilai le unghie nei palmi per non farlo. A settembre, Silvanina fu promossa.

Pensavo di non vederla mai più, invece…. Era stata proprio Silvanina, mi disse sua madre, a chiedere di me: sarei stato il suo sostegno, il suo tutor (la signora si piccava di conoscere l’inglese). Non solo il professore di materie letterarie, ma una specie di bastone per… “A proposito di bastone, signora, quando Silvanina se le sarà meritate, ce le prenderà: su questo non transigo. L’ho già avvertita, questa estate” La signora D* R* annuì: “E’ mancata la severità nei confronti di mia figlia, ha ragione professore. Mai una sculacciata, neppure uno schiaffetto…l’ho trascurata… sigh” Forse ero alterato, forse buttai fuori il mio intimo sadismo, fatto è che dissi :“Non faccia così, se no prendo a sculacciate pure lei, signora!”. “Magari, professore, certe volte ne sento proprio il bisogno, sa?!”.
Non furono rose e fiori, le resistenze di Silvanina era ancora tante. Non mettevo lingua sul fatto che giocasse ancora con la bambola che le avevano regalato per la I° Comunione, o che guardasse troppa tv ma qualcosa dove pur impararla, doveva pur impegnarsi nello studio del 2° Classico.
“Alzati in piedi!”
“Ma che ho fatto?”
“Alzati ed appoggia le mani sul tavolo. Prima lezione! Quanto a quello che hai fatto, rileggi bene la frase, ma bene! Stando in piedi!”
“Iverunt ad……ah, che stupida! Essi andarono verso….era così semplice. Faccia piano professore. Ahi! Mi ha fatto….Ahi!…male…. Mi devo rimettere seduta per forza? Sa, mi da un certo dolore…”
Ne prese un po’ durante tutto l’anno. Ma ce la fece. Avevo buttato all’aria il latino, ma italiano e greco rimanevano due scogli. Li superò, ma si prese latino con 4. oltre ad educazione fisica: l’unica, credo, in tutta Italia ad esser rimandata in ginnastica!
“Ma che gli hai fatto, alla prof?”
“Niente! Semplicemente, le dicevo ad ogni lezione che ero indisposta…capisce, professore?… indisposizione di donne…. Lei mi ha rimandato, per insufficienza di valutazione! Ho capito, ho capito: mi alzo in piedi”
Furono tanto forti, che arrivò pure Galina, allarmata dal rumore. Osservò la scena, sorrise e se ne andò. Silvanina tirò su con il naso, aveva le labbra atteggiate alla smorfia che precede il pianto. Non permise alle lacrime di uscire.

“Hai la maturità, quest’anno. Non puoi fallire. Patti chiari, amicizia lunga. Quelle che ti ho dato, saranno, rispetto a quelle che ti darò, come l’otto volante rispetto al terremoto di Messina. E, se proprio te le sei cercate, ti tiri pure giù le mutandine. Puoi rivolgerti ad un altro, se non ti va. Queste sono le mie condizioni!”
“Dav…davvero sul…sul sederino scoperto?! Ma non sta be… Mi vergogno, già a pensarci… oddio, prof… Mica dice sul serio? Che mi lascia così, dico. Che faccio io, senza di lei? “
“Guarda, che mica ti sto ricattando! Sta tutto in te. Se fai bene, bene! Sennò, giù le mutandine!”
Ero stato troppo duro? Avevo osato troppo? Silvanina sospirò.
Cominciai subito. Al primo compito d’italiano: non aveva capito la traccia. Una debacle. Sorvolai. La versione di greco: la battaglia di Maratona, vista dai Persiani. Quella di latino: Canne.
“Allora?”
“E’ che insomma…ero molto emozionata….”
“Tutte e tre le mattine, peraltro non consecutive?”
“E’ che…che ho problemi esistenziali…”
“Anch’io! Quali problemi….”
“Preferisco le botte” Silvanina titubava a svelarmeli. Dovevano essere gravi. Ma io ero andato troppo oltre, oramai.
Si mise in piedi. Io rimasi seduto. Non dissi niente. Lei si abbassò i jeans. E subito dopo, le mutandine, scoprendo il sederino fino al limite delle cosce, come se dovesse fare una puntura.
Le arrivarono quattro pacche. La ciccia si abbassò. I segni rimasero, subito coperti dalle mutandine. Stavolta, Silvanina diede libero sfogo al pianto.
Alla successiva, un paio di mesi dopo, le mutandine calarono più giù. Le sculacciate furono sei. Silvanina non pianse.
Era ormai certo, seppur non ufficiale, che la seconda prova sarebbe stato greco. Si concentrò sulle versioni. Le insegnai i piccoli trucchi scolastici della mia generazione e di quelle precedenti: sono sempre validi. A maggio, Silvanina si mostrava particolarmente svagata, come se fosse assente. O innamorata. Glielo chiesi senza mezzi termini. Arrossì fino alla cima dei capelli. Probabilmente un compagno di scuola o qualche ragazzo che aveva conosciuto in discoteca, il sabato.
“Ok, Ok, mi alzo!” La gonna finì alle caviglie, le mutandine alle ginocchia. Trattenni la mano già alzata. “Mbeh?” le chiesi perplesso. “Me le dia prof, più forte che può. Mi faccia sentire la sua mano, mi faccia sentire che…che mi vuole bene…a Silvanina, non ad un’alunna!”
Avevo capito. La esaudii. Furono tante e forti: la pelle tutta rossa, con le impronte prima bianche, poi bluastre, che presto sarebbero diventate nere.
“Non ti sedere. Rimani così, con le mutandine calate, tutto il ciborio scoperto. E’ una forma di punizione anche questa. Ma non per demeriti scolastici. Io potrei essere tuo padre. Tu devi cercarti un ragazzo giovane, della tua età, con cui trascorrere momenti meravigliosi. Silvanina, sei tanto simpatica a volte…ti voglio bene…no!, non nel senso che pensi tu! Adesso, rivestiti”
Non lo fece, anzi si girò verso di me, come se mi si stesse offrendo. Né prof, né amante, né tutor: il complesso di Edipo o come cavolo si chiama, l’amore di una figlia verso il padre. Non difficile da capire. Avrei potuto dileggiarla, insultarla o approfittarne, oppure far finta di niente. Ripresi la versione, ma Silvanina non mi seguiva più.
“Se la maturità va bene, ci andiamo a mangiare una pizza insieme con chiunque tu preferisca. Se va male, invece, devi spogliarti nuda, ma proprio nuda nuda, e ti faccio assaggiare la cinta sulle chiappe. Ci siamo intesi? No, signora, la prego non intervenga! Mi lasci finire il discorso, anche se brutale. Silvana non ti puoi permettere di fallire, non ancora una volta! Ma se fallisci, non accetto scuse: è colpa tua! Chi sbaglia, paga!”
Si impegnò, caspita se si impegnò. Mi raccontava di studiare fino a tarda notte e i risultati erano palpabili. Si prese qualche sculaccione, a sedere coperto, ma più per mantenere l’abitudine che perché se lo fosse veramente meritato.
Le diedero 37/60: ci potevamo stare. Silvanina era tanto contenta: aveva dimostrato a se stessa di valere qualcosa. Mi chiamò a fine luglio: potevo passare da lei?
Galina era tornata in Ucraina per le ferie. La mamma era fuori. Strano a dirsi, Silvanina stava facendo qualcosa: stava stirando. Aveva indosso un abito strano, una specie di camicione bianco, leggero, qualcosa di arabeggiante. Parlammo. Parlò. Mi spiegò un sacco di cose. Mi chiese, spudoratamente, di frustarla. Veramente, per l’ultima volta. Si sfilò il camicione dalla testa. Si abbassò le mutandine e si piegò sul tavolo, ancora ingombro di panni. Mi tolsi la cinghia. Non c’era nessuna ragione al mondo per picchiarla, me ne rendevo conto. Quattro. Schioccanti. Il culo arrossato. Silvanina mi ringraziò, prima di rivestirsi.
Pensavo che oramai non avrei avuto più ragione di frequentare quell’elegante appartamento al centro della città, che mai più avrei rivisto Silvanina.
A settembre, squillò il telefono “Sono la signora D*R*, professore, la madre di Silvanina: si ricorda di me? Se non le spiace, professore, avrei urgenza di parlarle….no, no…riguarda me, non Silvanina…
Quando pensa di poter venire? Allora l’aspetto….l’indirizzo lo conosce!”.