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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 23:36:01

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/01/01/1467323153.jpgLa mia prima volta.

Ricordo spesso la mia prima esperienza BDSM, che coincise anche con la mia
prima esperienza sessuale. Al tempo avevo 16 anni e studiavo come segretaria d’
azienda. Un amico dei miei genitori, Francesco, un uomo sulla quarantina, mi
aveva proposto un lavoretto per i mesi estivi. Siccome abitava a una ventina di
chilometri da casa nostra, si era deciso che sarei andata da lui con la
corriera il martedì mattina e che sarei tornata a casa il sabato a mezzogiorno.
Affascinante e garbato era affabile con me quanto lo era sua moglie. Io del
resto per lui ero un’ottima impiegata. Era titolare di una piccola agenzia
immobiliare e finanziaria. Io rispondevo al telefono e scrivevo le lettere per
i suoi clienti. Sua moglie invece si occupava della casa e della cucina, e solo
eccezionalmente veniva in ufficio.
Lì c’era un cassetto sempre chiuso a chiave e, un giorno che ero sola, mi
accorsi che Francesco si era dimenticato di chiuderlo come al solito,
lasciandoci la chiave infilata. Siccome quel pomeriggio non avevo niente da
fare, presa dalla curiosità, lo aprii. Grande fu il mio stupore nel vedervi
lettere con fotografie allegate, tutte di donne o di coppie. Quasi tutte foto
suggestive e particolari di donne legate, sottomesse, frustate, che mostravano
gli organi sessuali come in offerta al cazzo o alla frusta.
Cominciai a leggere quelle lettere, alcune delle quasi si perdevano in
dettagli pratici ed erotici prospettandomi scenari che mai mi sai immaginata,
visto che ancora ero vergine. Ma quella lettura mi turbava e mi sentivo i seni
gonfiarsi e le mutandine di cotone inumidirsi. Ricordo che non seppi resistere
alla tentazione di toccarmi. Ne provai una sensazione gradevolissima e conobbi
il mio primo vero orgasmo.
Mi stavo ancora gustando quel piacere, quando squillò il telefono. Sentii la
voce di Francesco che mi chiedeva di togliere la chiave che aveva dimenticato
nella serratura del cassetto, e soprattutto di non aprirlo. Ma ora che avevo
scoperto il suo segreto, ne potevo approfittare a mio piacimento. Così andai di
corsa al vicino ferramenta e feci fare un duplicato della chiave. Appena
avutala la nascosi accuratamente nella mia borsa. Per tutto il pomeriggio lessi
quelle lettere, che mi facevano venire pensieri folli. Tante situazioni erano
troppo forti per me e non riuscivo a capire come una donna potesse umiliarsi o
provare dolore a quel livello per un uomo, chiamato Padrone. Ma per altre cose,
tipo le sculacciate sul culo, mi immedesimavo e mi sentivo prudere e bagnare
tra le cosce.
Quando la sera lui rientrò, io già lo guardavo con due occhi di donna, e lui
se ne accorse. Lo scrutai accuratamente, e notai il rigonfiamento nei suoi
pantaloni. In una delle lettere, una donna parlava del suo grosso cazzo, che le
aveva procurato tanto piacere, e me ne ricordai.
“Perché m guardi così, piccola Giulia?”, mi chiese.
“Perché tu sei gentile con me e io ti voglio bene!”, gli risposi.
Erano le sei di sera, lui chiuse l’ufficio, andammo a casa a mangiare e poi io
mi ritirai verso le dieci. Ma non riuscivo a dormire, perché pensavo a tutto
quello che avevo letto. Verso le undici sentii prima i sospiri e poi le urla di
Gisella, sua moglie, e dei frammenti di conversazione. Lei aveva paura che io
potessi essere sveglia, ma lui la rassicurò. E ricominciò a batterla, credo,
perché lei ricominciò ad urlare.
“Che bei segni che ti sto lasciando sul culo. Ora te lo sfondo!”.
E sentii Gisella che con qualcosa in bocca gli rispondeva:
“Fallo! Sono al tuo servizio… lo sai”.
E subito ricominciò a gemere e a urlare, mentre Francesco emetteva grugniti di
piacere.
Impiegai molto tempo prima di prendere sonno, quella notte, e mi masturbai più
volte prima di poter sprofondare, sfinita, nel sonno ristoratore.
La mattina dopo avevo la faccia stravolta, e Gisella si informò su come avevo
dormito. Le risposi che avevo fatto fatica a cadere nelle braccia di Morfeo, e
lei arrossì.
Io maliziosamente ricordai le sue grida e pensai alla giornata che avrei
passato con Francesco, e ciò mi procurò delle sensazioni perverse. Giunti in
ufficio Francesco mi disse che bisognava archiviare dei fascicoli. Per farlo,
dovevo salire su una piccola scala. Mi presi un attimo di tempo, quindi andai
in bagno e mi tolsi le mutandine. Avevo tanta voglia e volevo provocarlo.
Seduto alla sua scrivania, era inevitabile che non si accorgesse delle mie
chiappe nude. Quale sarebbe stata la sua reazione? Con in mano il primo
fascicolo, per sistemarlo nello scomparto, salii sulla scaletta e mi sollevai
sulla punta dei piedi. Mi accorsi che la minigonna mi si alzava e mi si era
scoperto involontariamente tutto il culo. Fu allora che Francesco si alzò e
sorridendo mi disse:
“Ma che belle gambe che hai… e che chiappette sode! Ho visto che sei senza
mutandine, e allora meriti una bella sculacciata per la tua insolenza”.
E mentre diceva così, mi accarezzava da sotto la schiena e il culo, per poi
far scivolare la mano tra le mie cosce che tenevo socchiuse, cercando le labbra
già tutte bagnate di desiderio.
Facendomi scendere da quel trespolo, mi prese tra le braccia, e mi fece
sfregare contro tutto il suo corpo duro e teso. Poi si staccò, mi chiese se
avevo già fatto l’amore, mentre andava a chiudere a chiave la porta dell’
ufficio. Gli risposi di no, ma da quando avevo letto quelle lettere oscene, ne
avevo una voglia indiavolata. Lui mi fissò negli occhi, stringendomi contro il
suo petto, poi con uno sguardo duro mi disse:
“Piccola puttanella impertinente, non dovevi leggerle. Meriti una bella
punizione. Ora te ne accorgerai!”.
E rovesciandomi sulle sue ginocchia, mi sollevò la gonna e iniziò a
sculacciarmi come una bambinetta. Mi massaggiava la natica, poi colpiva
improvvisamente, poi scavava tra le cosce per sentirne l’effetto. Io sentivo il
suo uccello sempre più duro contro il mio fianco e, malgrado il dolore per gli
scapaccioni, avevo un desiderio immenso di essere posseduta. Con le lacrime
agli occhi lo supplicai di smettere, ma lui imperterrito ci stava prendendo
gusto. Poi d’un tratto si sfilò la cinghia di cuoio dai pantaloni, la piegò in
quattro, e ricominciò a battermi con quella, con forza, con sadismo. Io urlavo
dal dolore, e lo implorai di nuovo. Ma lui diceva “Stai zitta, cagna! Lo sento
come ti bagni”. E mi mostrava le dita appiccicose dopo aver passato la mano tra
le mie labbra.
Lo supplicai di nuovo, con gli occhi ciechi per le lacrime. Allora cominciò a
premere leggermente la mia pelle arrossata e piena di segni con la punta delle
dita ed io, inconsciamente, pazza di desiderio eccitato, aprii del tutto le
cosce mostrandogli la mia fica bagnatissima. Lui allora, frugandomi nel mezzo,
mi aprì le labbra più intime e con l’indice mi sfiorò il bottoncino, già tutto
duro per l’eccitazione. Gemendo di piacere per le sue carezze, riscaldata dal
dolore e rassicurata che la punizione fosse finita, gli colai letteralmente
sulle mani.
Allora mi fece sedere sulle sue ginocchia, con la schiena appoggiata al suo
petto, a cosce ben aperte, e mi masturbò con arte, scatenandomi un orgasmo
violento. Poi mi chiese di abbassargli i pantaloni e di tirargli fuori l’
uccello, grosso e teso. Infatti gli deformava enormemente gli slip, e quando
glieli calai, a fatica, quel cazzo enorme emerse come un diavolo tentatore dall’
inferno. Mi prese la mano e l’appoggiò su quel blocco di carne caldo e duro. Mi
mostrò come dovevo fare per procurargli il piacere e, facendomi inginocchiare
sul tappeto tra le sue gambe, mi chiese di succhiarglielo. Sentivo il membro
vibrare sotto la mia lingua, tendersi, gonfiarsi, e cercare nuovi spazi dentro
la mia gola. Io impacciata cercavo di contenerlo, la mia testa bloccata con la
sua mano sulla nuca, superando lo stimolo del vomito e la mancanza di fiato
mentre si inoltrava sempre più in fondo. Nel frattempo mi aveva aperto la
camicia e slacciato il reggiseno, e mi arrotolava i capezzoli tra le dita. Il
piacere e il dolore si mescolavano, insieme alla curiosità e allo stupore
perverso di avere un cazzo così grosso dentro la mia bocca.
Mi chiese se desideravo offrirgli la mia verginità. Davanti al mio entusiasmo
positivo, accennato con gli occhi, non potendo parlare, mi fece stendere per
terra e cominciò a ricoprirmi il corpo ed il viso di teneri baci. La sua bocca
mi mordicchiava i seni, li aspirava, li leccava. Le sue mani si muovevano
sempre più padrone sulle mie cosce e sul mio ventre piatto. Gemevo di piacere e
ansimavo di paura. Mormoravo parole d’amore e suppliche. Perché non mi facesse
male, e perché facesse cessare quel tormento tra le cosce che mi stava
distruggendo l’orgoglio più delle cinghiate.
Vedendomi in stato di trance, che quasi vaneggiavo, mi aprì e mi sollevò le
cosce tuffandoci il viso a baciare, leccare e mangiarmi il clitoride e la fica.
Gli dissi allora: “Prendimi! Fammi tua… ti do tutto ciò che vuoi!”.
Con lentezza si distese sopra di me. Sfregò il glande contro il mio clitoride
infiammato, lo fece scivolare bagnato all’entrata della mia intimità, finché
non andò a cozzare contro la membrana dell’imene. Aspirando allora la mia
lingua, mescolandola con la sua, strizzandomi una tetta con la mano, s’affondò
dentro di me con un colpo secco, facendo a pezzi la mia verginità. Mandai un
grido di dolore ma, ben presto, un fuoco interno divorò tutto il mio essere,
mentre lui si stava scavando il solco nella mia vagina, plasmandomi donna, e io
tremai con tutti i muscoli, tanto era strano quanto percepivo nel mio ventre.
Francesco andava e veniva dentro di me, uscendo per poi penetrarmi meglio e,
sentendo che il piacere era prossimo a fondergli il membro, mi offrì il suo
sperma da bere. Assorbii il suo glande duro, con ancora il gusto del mio
sangue, aspirandolo. Sentii i getti di un liquido denso che mi schizzavano in
bocca, mentre Francesco grugniva di piacere. Fu lui che mi insegnò a bere il
forte liquore del piacere maschile.
Dopo quella mattina, la più bella e movimentata della mia vita, rincasammo per
pranzo. Gisella ci trovò stanchi, e Francesco le spiegò che avevamo schedato un
sacco di pratiche e che straordinariamente avrebbe dovuto chiudere l’agenzia il
pomeriggio, perché aveva bisogno di me per redigere un contratto urgente a casa
di un cliente. Gentilmente Gisella si offrì di fermarsi per qualche ora in
ufficio, così da tenerlo aperto, idea che lui accettò con entusiasmo.
Mentre mangiavamo, lui infilò la mano sotto la mia gonna e mi strizzò le
labbra della fica, ancora senza mutandine. Quando Gisella fu uscita, chiuse a
chiave la porta dell’appartamento e mi fece spogliare completamente. Mi chiese
se mi era piaciuto tutto, e se volevo di più. Naturalmente dissi di sì. Allora
mi fece chinare e io gli slacciai i pantaloni. Sentivo il suo sesso caldo
contro il mio petto. Lo strinsi tra le mie tette poi presi l’iniziativa di
leccarlo e succhiarlo. Era tenero e lo sentii che si abbandonava alle mie
labbra. Poi improvvisamente divenne duro e sentii emergere la sua aria
dominante. Mi guidò sul suo cazzo tenendomi per i capelli finché mi mancò il
respiro.
“Mettiti in ginocchio! Apri bene le ginocchia e spingi in fuori il culo!”.
Così feci, e lui mi legò le braccia dietro la schiena forzandomi il culo
ancora più in alto.
“Visto che oggi ti è piaciuto, completiamo la lezione!”, mi disse.
Prese una canna di bambù e mi costrinse a subire l’umiliazione di dieci colpi
per natica, a cui non potevo certo sottrarmi, ma solo urlare dal dolore. Ma
quando poi affondò la faccia nel mio solco mi sentii sgorgare fiumi di umori.
Con la lingua mi lappava il clitoride, con le mani mi palpava e divaricava le
chiappe, mentre con l’indice mi stuzzicava l’ano. Lo fece scivolare lentamente
dentro quel buco stretto, con un movimento rotatorio. Vedendo che provavo
piacere, ci infilò anche il medio, per rendere più elastico e agevole il
passaggio.
“Ora mia cara Giulia, sentirai forse un po’ male, ma poi, vedrai, giungerà
anche il piacere”.
Dopo che mi ebbe ben leccato l’orifizio, si sistemò tra le mie cosce e
sprofondò il suo cazzone nella mia fica. Sentendo che mi stavo avvicinando all’
orgasmo, ne uscì, mi sfiorò l’ano col glande umido, poi lo introdusse
dolcemente ma con determinazione nel mio muscolo anale. Con una forte spinta di
reni lo infilò allora completamente, procurandomi un urlo disperato di dolore.
Con le dita mi sollecitava il clitoride e i capezzoli, per cercare di diminuire
il dolore al culo. Sentendo che le tette mi tornavano dure, e la fica si
bagnava sempre di più, cominciò a far entrare e uscire il randello sempre più
velocemente. Le cosce mi tremavano, la pancia era sconvolta da vibrazioni, e io
finalmente gridai la mia gioia. Getti di piacere mi inondarono il ventre, e
ogni schizzo fu per me una soddisfazione, sentendo che godeva del mio culo.
Quando si ritirò, tutto il sedere mi doleva, per le bacchettate e per l’
intrusione, ma ero meravigliosamente felice. Ero diventata una donna e pensavo
alle mie compagne di classe, che dicevano di non aver provato nessuna
sensazione piacevole, mentre per me quel giorno era stato come essere in
paradiso. E da allora cominciò il mio inferno.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 23:32:01

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/00/02/1467323153.jpgIl possesso.

Pensai “Quando Gilberto viene a casa, il due gennaio… manterrò la promessa
fatta alla mia amica Dora. Non uscirò più con lui e non gli permetterò di
baciarmi o toccarmi… non…”. Ma l’antica passione e il piacere tornarono, mentre
pensavo a mio cugino. Andai alla finestra e sollevai la tenda per guardare nel
cortile. Le sfere di pietra sopra le colonne dell’ingresso erano dischi neri
contro la luce del lampione mentre il cancello di ferro, lasciato semi aperto,
era bianco di brina. “No”, mormorai, “no.., non lo amo, non lo amo, non lo
amo…”.
Lasciai ricadere la tenda al suo posto e mi allontanai dalla finestra. Erano
le otto e dieci di sera. Ormai la festa non si faceva più. Che peccato. Mi misi
di fronte allo specchio dell’armadio e mi ammirai per un po’, soprattutto il
seno, che non mi era mai sembrato così seducente come in quel vestito. Tutte le
pieghe del morbido chiffon sembravano disegnate con lo scopo di dare al seno un
morbido rilievo, accarezzandone le curve e rivelando appena lo spazio nel
mezzo. Mi sentivo particolarmente bella con l’abito lungo, perché le gambe
magre da sedicenne non si vedevano. Decisi di spogliarmi e di leggere a letto,
finché mi sarebbe venuto sonno. Mancavano ancora tre ore e più al ritorno di
mia zia. La casa era così silenziosa che udivo i battiti del mio cuore e anche
il fruscio dei miei movimenti mi faceva sussultare. Cercai di sganciarmi il
vestito. Riuscivo a raggiungere la lampo, ma non a prenderla come occorreva per
tirar giù la zip. Tentai a lungo, fino a farmi dolere le braccia, inutilmente.
L’aveva chiusa zia Lella e non potevo aprirla da sola. Sedetti sulla sedia coi
miei libri, non osavo sedermi come al solito sul pavimento, non volevo sciupare
il vestito.
Avevo letto poche frasi, quando mi parve di udire un passo sulla ghiaia.
Strinsi il libro con tanta forza che spiegazzai una pagina e trattenni il
fiato. Non sbagliavo. I passi attraversavano il cortile diretti verso il
portone. Il cuore mi martellava mentre aspettavo che il campanello suonasse. I
secondi passavano, ma vi fu soltanto silenzio. Rimasi ad aspettare per diversi
minuti, tesa in ascolto, poi incominciai a rilassarmi. Forse l’avevo
immaginato, oppure chi era venuto se ne era andato senza che lo udissi.
Un momento dopo udii un rumore che mi mozzò il fiato per lo spavento. Passi
pesanti salivano decisi le scale. Erano sul pianerottolo. Mi alzai in piedi di
scatto e lascia cadere il libro. Le ginocchia mi tremavano tanto che non
riuscivo quasi a reggermi. La serratura non aveva la chiave e la luce si vedeva
dal pianerottolo sotto la porta. L’unica arma che trovai era la sedia e l’
afferrai, aspettando che la porta si aprisse. Non ero certamente un avversario
formidabile, una ragazzina magra e tremante vestita di chiffon azzurro e scarpe
d’argento, con una fragile sedia di vimini. Ma l’intruso non mi vide così. Dopo
un momento di silenzio angoscioso, bussarono con forza alla porta.
Ero impietrita dal terrore, incapace di muovermi.
“Paoletta! Ci sei?”. La voce di Gilberto. Mi sentii venir meno per il
sollievo. Deposi la sedia e aprii la porta. Era allegro, giovane, familiare.
Aveva il naso rosso per il freddo.
“Che cos’hai?”, domandò. “Sembri sorpresa di vedermi. Non è arrivato il mio
telegramma? Dov’è mia madre?”.
“E’ fuori, a cena da un’amica”. La mia voce tremava.
“A che ora torna?”.
“Ha detto verso le undici. Oh, Gilberto… ero tanto spaventata! Pensavo che
fosse un ladro. Perché sei arrivato così presto? Avevi detto gennaio.”.
Alzò le spalle. “Se vuoi saperlo, ho litigato con la ragazza dalla quale
stavo”.
“Allora era una ragazza! Zia Lella lo pensava.”.
“Hai obiezioni?”. Entrò in camera e chiuse la porta dietro di sé. Senza
aspettare una risposta, riprese: “Come mai sei tutta elegante? Vai fuori? Devo
ammetterlo, sei proprio una bellezza”. Mi fissava in modo così sfacciato che
avvampai di rossore.
Gli voltai le spalle. “No, non vado fuori. Dovevo andare ad una festa ma non c’
è più perché… perché un ragazzo è morto in un incidente in moto”.
“Quale ragazzo? Quello che doveva andarci con te?”. La sua voce era dura.
“No… non era… è il fratello della mia amica”. Mi accorsi che piangevo e
nascosi la faccia.
Gilberto mi venne vicino e prese ad accarezzarmi i capelli, passando
lentamente e con forza la mano dalla testa fino alle spalle, più e più volte.
“Non piangere”, disse. “Oh, Dio! I tuoi capelli! Che effetto mi fanno.”. passò
le dita tra una ciocca e l’altra, in modo che mi accarezzava il collo e le
spalle. E poi all’improvviso la sua mano mi toccava il seno.
Mi svincolai e andai a mettermi con la schiena rivolta verso la finestra.
“No!”, gridai. “Non voglio!”.
“Oh sì, che vuoi. Lo vuoi moltissimo”. Venne lentamente verso di me ed io mi
ritrassi contro le tende,
“Non voglio! Lasciami in pace, Gilberto! Per favore, per favore!”.
La sua faccia era contro la mia e il fiato odorava di liquori. Mi afferrò per
le spalle con tanta forza che gridai per il dolore. “Ascolta”, mormorò, “è la
vigilia di Natale e ho intenzione di divertirmi, anche se non vuoi. Ma non ti
conviene far tante storie, accidenti.”. Allentò la stretta e prese a sorridere.
“Avanti, sii sportiva. Divertiamoci! Calmati… calmati! Ti ricordi com’era bello
durante le ultime vacanze? Soltanto che non siamo mai arrivati al punto giusto,
no?”.
“No, Gilberto, per favore, non voglio…”.
“Ho detto sì. “. Si strinse contro di me e riprese ad accarezzarmi tenendomi
con un braccio, in modo che non potessi muovermi.
“Il mio vestito… “, mormorai. “Oh, attento al mio vestito… lo strapperai…”.
“E allora toglitelo”. Si fece indietro e respirava ansando. “Avanti,
toglitelo,”.
“Non posso. Non riesco ad aprire la lampo…”.
“Dov’è? L’apro io. Vieni qui!”.
“Ti prego Gilberto… no! Ti prego, vattene. Voglio andare a letto”.
“Anch’io. E con te. E niente me lo impedirà.”.
“No!”. Lo stomaco mi si rivoltò per l’orrore. “Non voglio… non voglio…”.
“Cos’hai detto…?”. La sua voce bassa. Mi fissava con lo sguardo freddo e
immobile che conoscevo tanto bene.
“Ho detto che non voglio”. Strinsi i denti per evitare che sbattessero.
“Non vuoi cosa?”.
“Non voglio togliermi il vestito e… niente di quel che vuoi… e se cerchi di
costringermi, urlo! Urlo così forte che qualcuno verrà.
“Se non ti lasci togliere il vestito, te lo strappo di dosso”. Afferrò le
delicate pieghe sulla spalla. “E adesso fa come ti dico!”. Non potevo
sopportare l’idea che strappasse il mio bel vestito e mi voltai lentamente.
Aprì la lampo e il vestito mi cadde hai piedi. Ero nuda dalla vita in su, e
quando Gilberto mi venne addosso, mi misi a urlare. Lui mi tappò la bocca con
una mano.
“Se fai un altro strillo, sai che cosa ti faccio? Ricordi quel che ho detto
quel giorno vicino al fiume? Ricordi gli scarafaggi? Come ne eri terrorizzata?
Vado a prenderne nella serra… ce ne sono di grossi e neri… e ti lego… e poi…”.
Soffocavo sotto la sua mano, e nel cervello esplosero terrore e rabbia che mi
diedero un’improvvisa forza. Mi svincolai dalla sua stretta e mi misi a urlare.
“Va bene”, disse lentamente, “l’hai voluto e l’avrai”. Attraversò la camera e
uscì, senza guardarsi indietro.

Lo guardai uscire, intontita dal terrore. Tremavo in tutto il corpo. Che cosa
avrebbe fatto? Oh dio, dio, che cosa avrebbe fatto? Ero sconvolta da una
spaventosa nausea e corsi nel bagno. Non volevo sentirmi male in camera.
Chiusi a chiave la porta e sedetti sull’orlo della vasca, tremando da capo a
piedi. All’improvviso mi vidi nello specchio, con la faccia bianca come gesso,
i capelli in disordine e la carne nuda arrossata dove le mani di Gilberto l’
avevano toccata. Al sicuro dietro la porta chiusa a chiave, incominciai a
calmarmi. Non poteva raggiungermi là dentro, sarei rimasta nel bagno finché non
fosse tornata mia zia. Rabbrividivo anche per il freddo, oltre che per la
paura. Mi avvolsi in un asciugamano e guardai dalla finestra. Il giardino era
buio e vedevo soltanto la pallida striscia del sentiero nel mezzo del prato e
un baluginare di luci nella casa accanto, tra gli alberi.
Poi il cuore mi diede un tuffo. Il raggio di una torcia splendeva lungo il
sentiero, un lungo raggio d’argento che andava verso la serra. Vidi l’alta
figura di Gilberto disegnata nella luce. Percorse il sentiero e scomparve oltre
la porta della serra. Istintivamente strinsi l’asciugamano intorno alle spalle.
Il cuore mi martellava nelle orecchie. E se fosse riuscito ad entrare nel
bagno… non avrei potuto sopportarlo. Ero sicura che sarei impazzita, se uno
scarafaggio mi si avvicinava.
Il sudore appiccicoso mi sprizzava da tutti i pori. I miei occhi erano fissi
sulla serra, dove la luce compariva e scompariva. I minuti passarono e
finalmente, quando Gilberto venne fuori, vidi splendere la torcia. Portava
qualcosa sotto il braccio e camminava veloce verso la casa.
Quando udii i suoi passi salire le scale e raggiungere il pianerottolo, la
testa mi girava. Non avevo osato spegnere la luce e pensavo che sarebbe venuto
dritto verso il bagno, invece andò nella sua camera e passò un po’ di tempo
prima che tornasse nel corridoio. Prese a scuotere la maniglia della porta del
bagno.
“Esci di là!” la sua voce era spessa e minacciosa.
“No… non esco. Rimango qui finché non torna tua madre.”.
“Ah sì?”, fece lui serio.
“Sì.” Non potevo quasi respirare, ma cercai di controllare la voce in modo che
sembrasse decisa.
“Sai che cos’ho qui?”. Non potevo parlare. “Ho degli scarafaggi in una
scatola… ne ho tre… neri e grossi con le zampe pelose. Corrono sul fondo della
scatola… vogliono uscire. Li senti sbattere contro i lati?”.
“Portali via… portali via…”. La mia voce era un gorgoglio strozzato.
“Esci di là e vieni a letto con me?”.
“No… no… “.
“Va bene. Conto fino a tre e se non esci, questi li libero e li faccio passare
sotto la porta. Poi vado a prendere degli altri scarafaggi e li metto nel tuo
letto e in mezzo ai tuoi vestiti, dappertutto. Non saprai mai quando ne
troverai uno. Bene, incomincio a contare. Uno… due…”.
“No… no! Vengo…”, ansimai. “Vengo…”.
Girai la chiave e spalancai la porta, stingendo l’asciugamano contro il petto.
Gilberto indossava la vestaglia azzurra e tendeva la scatola verso di me,
sorridendo di quel sorriso furbo da mascalzone. Era la scatola delle mie scarpe
d’argento, una scatola di cartone bianca e lucida. C’era il coperchio, ma udivo
il fruscio e i leggeri colpi degli scarafaggi, e capii che non scherzava.
“Portali via!”. Soffocavo, appoggiata alla parete. “Ti prego… ti prego…”.
Scosse la scatola, vicino al mio orecchio e mi diede uno spintone.
“Corri… va’ in camera tua. Fa’ presto, sono già le nove”.
Attraversai barcollando il corridoio e andai nella mia camera. Gilberto entrò
dopo di me e chiuse la porta con una chiave che poi ripose nella tasca della
vestaglia. Rimasi in piedi accanto al letto, tremante. Depose la scatola sulla
mensola, vicino alle Christmas cards. C’era anche quella di mia madre. In quel
momento avrei dato metà della mia vita per essere fuori di lì, con lei, al
sicuro tra le sue braccia.
“Vieni qui”, disse Gilberto.
Mi avvicinai e quando fui abbastanza vicina, mi tolse l’asciugamano dalle
spalle e lo lasciò cadere a terra. Rimase immobile a guardarmi e quando cercai
di indietreggiare, mi afferrò per un braccio mentre con l’altra mano sollevava
il coperchio della scatola. Prima che tentassi di fuggire mi diede una spinta
in avanti e vidi gli scarafaggi all’interno… neri. Emisi un urlo di terrore e
lottai per liberarmi dalla sua stretta, mentre mi avvicinava sempre più la
scatola al viso. Ma era inutile. Era il doppio più forte di me.
“Gilberto… ti prego… Farò tutto quello che vuoi… Tutto…”.
Mise una mano nella scatola e tirò fuori uno scarafaggio. Vedevo le zampe e le
antenne agitarsi mentre lottava tra le sue dita. Lentamente l’avvicinò, sempre
di più, finché toccava quasi il mio collo. Tentai di urlare, ma non potevo.
Gilberto tenne l’insetto sulla mano, e lasciò quasi che strisciasse sulla mia
pelle. Stavo per svenire dal terrore. Poi lasciò libero il mio braccio e gettò
lo scarafaggio nella scatola.
“E adesso vieni a letto con me, vero?”, sussurrò, stringendomi tra le braccia
e accarezzandomi i capelli, improvvisamente affettuoso. “Avanti, spogliati del
tutto e stenditi sul letto”.

Giacqui tremante e piangente, mentre spegneva la luce e si toglieva la
vestaglia. Tra le tende di pizzo filtrava la luce di un lampione e vidi il suo
corpo bianco mentre veniva verso il letto. La scatola di cartone luccicava
sulla mensola. Un indicibile terrore mi batteva e pulsava dentro con forza
crescente, un terrore così mescolato al desiderio che non distinguevo più la
differenza.
“Se torna mia madre”, mormorò, “non rispondere. Sta’ zitta e penserà che
dormi”. Poi il peso del suo corpo fu sopra di me, le sue mani nei capelli, come
a tenermi ferma. Sentivo il calore bruciante della sua pelle eppure tremavo per
il freddo. Sentivo il cigolio del letto e l’esasperante mescolanza di piacere e
di dolore che sembravano fondersi dentro di me. E continuamente la mia passione
cresceva, al pensiero della bianca scatola rettangolare quasi indistinguibile
dalle lucenti Christamas cards sulla mensola.
Finalmente Gilberto giacque immobile. Il mio corpo dolorava per la sofferenza
e il terrore, ma agognava alla soddisfazione. Nonostante la sua brutalità,
forse a causa di essa, la schiavitù che mi legava a lui non era diminuita. Ero
stata costretta all’atto sessuale dalla sua spietata crudeltà e tuttavia i miei
sensi agognavano l’estasi convulsa che continuava a negarmi. Man mano che la
mia paura cresceva, crescevano anche il mio desiderio e la mia schiavitù.
Da lontano mi giunsero le prime note acute di una cantilena di Natale, sempre
più dolci e più forti. Udii il battito lento del cuore di Gilberto, non all’
unisono col rapido martellare del mio. Mi misi a piangere silenziosamente,
soffocando i singhiozzi nel cuscino. Il canto continuò a lungo e dopo un po’ la
mano di Gilberto si abbandonò sulla mia spalla e capii che dormiva.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 23:30:05

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/02/02/1467323153.jpg

Se mi ami, picchiami!

Ho un’amica che si chiama Benilde. La chiamo Benny perché è più corto e più
comodo. Una mora e una bionda, formiamo una bella coppia. Ha vent’anni come me.
Fa l’università come me e, come me, è una vera depravata.
Dal punto di vista studio non si può dire che abbiamo cominciato bene l’anno,
ma dal punto di vista sesso, quel che è certo è che lo finiremo bene come lo
abbiamo cominciato.
Ci siamo conosciute sui banchi di scuola e siamo diventate le migliori amiche
del mondo, e anche di più perché abbiamo molte affinità. Non ci siamo più
lasciate e ci amiamo moltissimo.
Il nostro gioco attuale sono i ripassi. Studiamo Diritto per difendere in
futuro le donne maltrattate.
Faccio una domanda a Benny e se non trova la risposta entro due minuti, deve
fare pegno o avere una punizione. Ad ogni modo, pegni o punizioni sono sempre
gli stessi.
Per esempio, le chiedo l’articolo 37 del Codice penale. Non lo sa.
“Questa me la paghi”, le dico, “spogliati!”.
“In alto o in basso?”, mi risponde Benny con la folle speranza che dica in
basso.
“In alto!”.
Si slaccia la camicetta, ma troppo lentamente, per i miei gusti. Allora le
faccio sibilare la verga di bambù sopra la testa come un domatore.
“Sbrigati!”, le intimo.
Continua a sbottonarsi rabbrividendo di finta paura. Aspetto con impazienza il
momento in cui la vedrò apparire nel suo reggiseno di pizzo bianco.
Adoro i suoi seni, più belli dei miei. Sono come mele enormi, rotondi,
elastici e serici, così sensibili che basta che li guardi per far rizzare i
capezzoli.
Benny aspetta. Sa che mi piace guardarla.
“Alza le braccia, ma prima voglio che ti slacci il reggiseno”.
Benny lo slaccia e io prendo una spallina con la punta della verga e glielo
levo lentamente per far durare il piacere dell’attesa.
Finalmente ho di nuovo davanti a me i seni nudi coi capezzoli che ammiccano e
le larghe areole scure, fatti apposta per essere succhiati. E dato che mi piace
vederli muovere, le faccio alzare e abbassare le braccia per vederli cambiare
forma. Poi le ordino di incrociare le braccia dietro la schiena e le do dei
colpetti di verga sui seni. Tremano e si sollevano. Quando comincia a fare
delle smorfie, afferro i capezzoli fra le dita e stringo, prima leggermente,
poi sempre più forte. Geme, ma le piace da morire. Tira fuori la punta della
linguetta rosa fra le labbra carnose. La agita come un serpente. Le do della
maiala e le ordino di togliersi la gonna.
Se la fa girare in vita, slaccia il bottone e poi tira giù lentamente la lampo
per far sentire a tutte e due il rumore della zip che ci eccita un casino.
Per continuare il gioco, ci vuole un’altra punizione. Le chiedo di spiegarmi l’
articolo 238 del Codice penale. Naturalmente non lo sa. Le dico che è un
disastro, una pigrona, una fannullona. E le ricordo che ogni errore merita una
punizione.
Diventa implorante e cerca di rovesciare le posizioni facendo appello ai miei
sentimenti.
“Mi ami?”.
Rispondo con un grugnito.
“Se mi ami, picchiami!”.
Le rispondo che, dato che me lo chiede con tanta gentilezza…
“Tirati giù le mutandine!”.
Benny si abbassa le mutandine scoprendo un bel paio di chiappe di cui non mi
stanco mai di ammirare la rotondità. Allora colpisco. Comincio piano piano, poi
sempre più in fretta e sempre più forte. La carne tremola sotto i miei colpi,
passa dal rosa al rosso, e ogni colpo lascia una traccia sulla sua pelle.
Aspetto che chieda grazia.
“Pietà, smettila, mi fai male”.
Con la punta della bacchetta, la costringo ad aprire le cosce. Faccio risalire
la verga tra le chiappe.
E’ in fiamme e dimena il culo come una cagna in calore. Adesso il bambù
diventa dolce e le accarezza l’entrata della vagina. Benny dà dei colpetti di
reni, avanti e indietro, strusciandosi contro la canna.
Allora mi avvicino e le incollo la bocca come una ventosa sulla fica fradicia.
Il calore del morso della verga ha fatto effetto. Sembra un alto forno. Il
succo cola dalla fornace e io mi disseto.
Una ventina di colpetti di lingua e Benny gode come una pazza.
Dopo di che, si ricorda perfettamente quel particolare articolo del Codice
penale.

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 23:26:01

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/01/01/2653807742.jpgTi voglio bene papà.

Sono entrato nella tua cameretta
sei ancora a letto assonnata
ti tiro indietro le coperte per svegliarti
e ti scopro con le gambe nude
belle gambe acerbe ma già ben tornite da donna
e mi piaci con la tua t-shirt invece del solito pigiama

non so cosa mi prende ma un’eccitazione mi assale
….improvvisa… più del solito

mi avevi chiesto se potevi andare in discoteca stasera
e ne approfitto.. sì, ti ci mando… però…

e inizio a darti ordini con un tono severo

“Togli le mutandine!!!”

così poi stasera ti lascio andare in discoteca a ballare..
e tu ci tieni tanto.. perché ti fa sentire grande..
e allora mi devi dare qualcosa

lo fai tirandoti le coperte addosso…

“No… devi farlo senza coperte
nuda… davanti a me !”

“Ma se arriva mamma?”

“Abbiamo tempo fino alle 12,30
rimboccati bene la maglietta ora… e apriti bene come ti ho detto
dovremmo finire per allora
Brava… così… fammi vedere….
e ora… Toccati !”

tu ti vergogni…
dici che sei solo una bambina…
che non sai nemmeno cosa vuol dire toccarsi
ma io insisto…
voglio farti diventare la mia piccola troia
tu non lo sai ancora.. ma ti ci porterò…

“Ma papi… Tu mi vuoi troia?”

pian piano ti ci voglio portare
il passo troppo lungo ti spaventa e scappi…
ma lentamente ti ci ritroverai senza neppure rendertene conto..
a piccoli passi

ora hai solo la maglia che ti protegge

“Va bene, io mi tocco per te, e tu in cambio mi fai andare a ballare”

“Ecco.. apri le gambine.. su… da brava”

lo stai facendo ma ti tieni la maglia nel mezzo… ti vergogni

“Mi vergogno di mostrartela”

“Piega le ginocchia ora… come mi piaci con quella mano li.. pudica e
virginale”

piegando le ginocchia la maglia è risalita indecentemente…
troppo rispetto a quello che speravi

tu un po’ ti copri la fica con un lembo di tessuto..
ma non ti accorgi che hai lasciato scoperto una porzione del tuo culo
vedo il tuo buchino grinzoso… e due chiappe piene che affondano nel lenzuolo

due chiappe forse troppo cicciotte per una bimba come te

cicciotte ma appetitose… per un pervertito come me
ti chiedo se ti sei mai masturbata…
e tu fingendo stupore mi dici che non sai che vuol dire
io fingo di crederti… e mi propongo di insegnarti
ora.. dove hai la mano… muovila su e giù e schiacciando.. anche col
tessuto..
anzi.. fallo entrare un po’

e mentre lo fai scopri sempre più qualche centimetro di fica..

“Ti piace? Dillo!”

“Sì.. è vero… Mi piace”

e ormai ti stai abituando alla mia presenza e alla situazione..
e hai sempre meno vergogna
ora ti sembra quasi naturale che io ti stia guardando,,,
e che come padre ti insegni a diventare grande

“Brava.. da brava.. continua…
ora lascia perdere il tessuto.. “

“Sì, papi”

“…e vai a cercare la carne li sotto…
dai non vergognarti… ti piace… e io sono il tuo papà..
chi può insegnarti meglio di me… vita mia
io ti ho dato la vita… e tu sei prima di tutto mia….
e ora voglio insegnarti il piacere”

anche se so bene che hai già provato a cercarlo da sola

e ora il lembo della maglia non lo trattieni più.. ed è scivolato via… oltre
il pancino…

si… lo so benissimo che l’hai già fatto
qualche notte ti ho spiata da dietro la porta socchiusa…
sentendoti gemere senza accorgertene
ecco… ora stai godendo…
e nemmeno ci badi più che sei mezza nuda davanti a tuo padre
con le cosce oscenamente aperte…
e quella mano sempre più nervosa che ti sta dando piacere
tenti di chiudere gli occhi e di abbandonarti alle tue fantasie
ma ti richiamo…

“Guardami… sono io.. papà….”

“Sì….”

“Voglio che godi per me!
Tira su la maglia ora…
scopri i seni….”

“Mi vergogno.. ho le tette piccole”

“Voglio vedere le tue piccole tette che crescono”

“Ma papà…”

“Muoviti… ubbidisci!”

ora sto diventando di nuovo autoritario…
l’eccitazione crescente e la situazione
mi hanno fatto perdere il controllo che avevo…

“Dai papa lo sai che mi vergogno, che sono piccole”

Ed io subdolo.. coinvolgente.. ti spingo
ora sono prepotente… ti pretendo

“Fammi vedere le tettine…
sono piccole ma sono il tuo unico ornamento di donna..
per il resto sei soltanto buchi….”

“Se mi scopro non mi prendi in giro?”

“Non ti prendo in giro…
le ho già viste spiandoti mentre ti cambiavi”

va bene… alzi la maglia

“E quante volte le ho sentite appena accennate
quando fino a poco tempo fa ti insaponavo facendoti il bagno..
fammi vedere…”

“Ma ero ancora piatta… ora sono sviluppata”

“Mi piace guardarti diventare donna…
le tue tettine che crescono… la tua fighetta che gode…”

ora sei veramente nuda.. sempre più oscena nella tua innocenza
mi alzo…

“Come le trovi?”

mi avvicino
le tocco…
mi piace la loro consistenza…
sono piccole ma deliziose
compatte nella mia mano…
e quando sfioro il capezzolo con il pollice… subito reagisci con un fremito

“Continua bambina mia
tu continua…
mentre ti accarezzo e palpo le tue tettine
le adoro sai…”

“Continuo a toccarmi per te
Ti piacciono anche se adori quelle della mia amichetta?”

“Già… quando la porti a casa non le stacco gli occhi di dosso…
ma tu sei mia….
tu sei la mia bambina
e io ho potere su di te
tu sei qui.. sempre a disposizione…
e ci saranno notti che ti verrò a trovare…
per farti rifare quello che fai ora…
e anche di più…”

ora ti poso una mano sul ginocchio…
poi la faccio scendere lungo la coscia spalancata…
arrivo a sfiorare la tua mano che si muove nella pappetta che si è formata
scendo tra le natiche
ti sfioro il buchino
poi risalgo verso l’ingresso della vagina
e ti tasto dentro

“Sto per venire…”

dove la parete sottile mi preclude l’ingresso
cerco un piccolo varco
tento di insinuarci il dito
tu emetti un urletto
e io ti dico…

“Ecco.. bambina mia… sarà qui che ti prenderò
guardami… sarò io a prenderti…
a farti tanto male… ma a renderti donna..
e ora..
VIENI
VIENI PICCOLA TROIA

“Sono la tua troietta?”

PRESTO LO SARAI
TI FARO’ DIVENTARE LA MIA TROIETTA…
SI…
LA MIA PICCOLA PUTTANA PERSONALE…

“Dimmi, sono meglio della mia amichetta?”

TU SEI MIA…
TUI SEI MEGLIO DI CHIUNQUE AL MONDO…
TU SEI LA MIA BAMBINA E IL MIO AMORE
SEI LA PIU’ BELLA DI TUTTE

“Vengo!!!!”

E SONO FIERO CHE SEI LA MIA BAMBINA
VIENI
VIENI COL MIO DITO DENTRO
CHE GIA’ CERCA SPAZIO E TI ALLARGA UN PO’…
POI VERRAI TANTO SUL MIO CAZZO… VEDRAI
MIA…MIA…MIA
MIA .. TUTTO

“E ora copriti che già si sta aprendo la porta… e arriva mamma a vedere che
combiniamo…
ma è il nostro segreto…
shhhhhhhhhhhhh”

“Ti amo… papà!!”

“Ti adoro bambina mia…

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I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 22:36:01

https://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/01/01/1467323153.jpgLa mia prima volta.

Ricordo spesso la mia prima esperienza BDSM, che coincise anche con la mia
prima esperienza sessuale. Al tempo avevo 16 anni e studiavo come segretaria d’
azienda. Un amico dei miei genitori, Francesco, un uomo sulla quarantina, mi
aveva proposto un lavoretto per i mesi estivi. Siccome abitava a una ventina di
chilometri da casa nostra, si era deciso che sarei andata da lui con la
corriera il martedì mattina e che sarei tornata a casa il sabato a mezzogiorno.
Affascinante e garbato era affabile con me quanto lo era sua moglie. Io del
resto per lui ero un’ottima impiegata. Era titolare di una piccola agenzia
immobiliare e finanziaria. Io rispondevo al telefono e scrivevo le lettere per
i suoi clienti. Sua moglie invece si occupava della casa e della cucina, e solo
eccezionalmente veniva in ufficio.
Lì c’era un cassetto sempre chiuso a chiave e, un giorno che ero sola, mi
accorsi che Francesco si era dimenticato di chiuderlo come al solito,
lasciandoci la chiave infilata. Siccome quel pomeriggio non avevo niente da
fare, presa dalla curiosità, lo aprii. Grande fu il mio stupore nel vedervi
lettere con fotografie allegate, tutte di donne o di coppie. Quasi tutte foto
suggestive e particolari di donne legate, sottomesse, frustate, che mostravano
gli organi sessuali come in offerta al cazzo o alla frusta.
Cominciai a leggere quelle lettere, alcune delle quasi si perdevano in
dettagli pratici ed erotici prospettandomi scenari che mai mi sai immaginata,
visto che ancora ero vergine. Ma quella lettura mi turbava e mi sentivo i seni
gonfiarsi e le mutandine di cotone inumidirsi. Ricordo che non seppi resistere
alla tentazione di toccarmi. Ne provai una sensazione gradevolissima e conobbi
il mio primo vero orgasmo.
Mi stavo ancora gustando quel piacere, quando squillò il telefono. Sentii la
voce di Francesco che mi chiedeva di togliere la chiave che aveva dimenticato
nella serratura del cassetto, e soprattutto di non aprirlo. Ma ora che avevo
scoperto il suo segreto, ne potevo approfittare a mio piacimento. Così andai di
corsa al vicino ferramenta e feci fare un duplicato della chiave. Appena
avutala la nascosi accuratamente nella mia borsa. Per tutto il pomeriggio lessi
quelle lettere, che mi facevano venire pensieri folli. Tante situazioni erano
troppo forti per me e non riuscivo a capire come una donna potesse umiliarsi o
provare dolore a quel livello per un uomo, chiamato Padrone. Ma per altre cose,
tipo le sculacciate sul culo, mi immedesimavo e mi sentivo prudere e bagnare
tra le cosce.
Quando la sera lui rientrò, io già lo guardavo con due occhi di donna, e lui
se ne accorse. Lo scrutai accuratamente, e notai il rigonfiamento nei suoi
pantaloni. In una delle lettere, una donna parlava del suo grosso cazzo, che le
aveva procurato tanto piacere, e me ne ricordai.
“Perché m guardi così, piccola Giulia?”, mi chiese.
“Perché tu sei gentile con me e io ti voglio bene!”, gli risposi.
Erano le sei di sera, lui chiuse l’ufficio, andammo a casa a mangiare e poi io
mi ritirai verso le dieci. Ma non riuscivo a dormire, perché pensavo a tutto
quello che avevo letto. Verso le undici sentii prima i sospiri e poi le urla di
Gisella, sua moglie, e dei frammenti di conversazione. Lei aveva paura che io
potessi essere sveglia, ma lui la rassicurò. E ricominciò a batterla, credo,
perché lei ricominciò ad urlare.
“Che bei segni che ti sto lasciando sul culo. Ora te lo sfondo!”.
E sentii Gisella che con qualcosa in bocca gli rispondeva:
“Fallo! Sono al tuo servizio… lo sai”.
E subito ricominciò a gemere e a urlare, mentre Francesco emetteva grugniti di
piacere.
Impiegai molto tempo prima di prendere sonno, quella notte, e mi masturbai più
volte prima di poter sprofondare, sfinita, nel sonno ristoratore.
La mattina dopo avevo la faccia stravolta, e Gisella si informò su come avevo
dormito. Le risposi che avevo fatto fatica a cadere nelle braccia di Morfeo, e
lei arrossì.
Io maliziosamente ricordai le sue grida e pensai alla giornata che avrei
passato con Francesco, e ciò mi procurò delle sensazioni perverse. Giunti in
ufficio Francesco mi disse che bisognava archiviare dei fascicoli. Per farlo,
dovevo salire su una piccola scala. Mi presi un attimo di tempo, quindi andai
in bagno e mi tolsi le mutandine. Avevo tanta voglia e volevo provocarlo.
Seduto alla sua scrivania, era inevitabile che non si accorgesse delle mie
chiappe nude. Quale sarebbe stata la sua reazione? Con in mano il primo
fascicolo, per sistemarlo nello scomparto, salii sulla scaletta e mi sollevai
sulla punta dei piedi. Mi accorsi che la minigonna mi si alzava e mi si era
scoperto involontariamente tutto il culo. Fu allora che Francesco si alzò e
sorridendo mi disse:
“Ma che belle gambe che hai… e che chiappette sode! Ho visto che sei senza
mutandine, e allora meriti una bella sculacciata per la tua insolenza”.
E mentre diceva così, mi accarezzava da sotto la schiena e il culo, per poi
far scivolare la mano tra le mie cosce che tenevo socchiuse, cercando le labbra
già tutte bagnate di desiderio.
Facendomi scendere da quel trespolo, mi prese tra le braccia, e mi fece
sfregare contro tutto il suo corpo duro e teso. Poi si staccò, mi chiese se
avevo già fatto l’amore, mentre andava a chiudere a chiave la porta dell’
ufficio. Gli risposi di no, ma da quando avevo letto quelle lettere oscene, ne
avevo una voglia indiavolata. Lui mi fissò negli occhi, stringendomi contro il
suo petto, poi con uno sguardo duro mi disse:
“Piccola puttanella impertinente, non dovevi leggerle. Meriti una bella
punizione. Ora te ne accorgerai!”.
E rovesciandomi sulle sue ginocchia, mi sollevò la gonna e iniziò a
sculacciarmi come una bambinetta. Mi massaggiava la natica, poi colpiva
improvvisamente, poi scavava tra le cosce per sentirne l’effetto. Io sentivo il
suo uccello sempre più duro contro il mio fianco e, malgrado il dolore per gli
scapaccioni, avevo un desiderio immenso di essere posseduta. Con le lacrime
agli occhi lo supplicai di smettere, ma lui imperterrito ci stava prendendo
gusto. Poi d’un tratto si sfilò la cinghia di cuoio dai pantaloni, la piegò in
quattro, e ricominciò a battermi con quella, con forza, con sadismo. Io urlavo
dal dolore, e lo implorai di nuovo. Ma lui diceva “Stai zitta, cagna! Lo sento
come ti bagni”. E mi mostrava le dita appiccicose dopo aver passato la mano tra
le mie labbra.
Lo supplicai di nuovo, con gli occhi ciechi per le lacrime. Allora cominciò a
premere leggermente la mia pelle arrossata e piena di segni con la punta delle
dita ed io, inconsciamente, pazza di desiderio eccitato, aprii del tutto le
cosce mostrandogli la mia fica bagnatissima. Lui allora, frugandomi nel mezzo,
mi aprì le labbra più intime e con l’indice mi sfiorò il bottoncino, già tutto
duro per l’eccitazione. Gemendo di piacere per le sue carezze, riscaldata dal
dolore e rassicurata che la punizione fosse finita, gli colai letteralmente
sulle mani.
Allora mi fece sedere sulle sue ginocchia, con la schiena appoggiata al suo
petto, a cosce ben aperte, e mi masturbò con arte, scatenandomi un orgasmo
violento. Poi mi chiese di abbassargli i pantaloni e di tirargli fuori l’
uccello, grosso e teso. Infatti gli deformava enormemente gli slip, e quando
glieli calai, a fatica, quel cazzo enorme emerse come un diavolo tentatore dall’
inferno. Mi prese la mano e l’appoggiò su quel blocco di carne caldo e duro. Mi
mostrò come dovevo fare per procurargli il piacere e, facendomi inginocchiare
sul tappeto tra le sue gambe, mi chiese di succhiarglielo. Sentivo il membro
vibrare sotto la mia lingua, tendersi, gonfiarsi, e cercare nuovi spazi dentro
la mia gola. Io impacciata cercavo di contenerlo, la mia testa bloccata con la
sua mano sulla nuca, superando lo stimolo del vomito e la mancanza di fiato
mentre si inoltrava sempre più in fondo. Nel frattempo mi aveva aperto la
camicia e slacciato il reggiseno, e mi arrotolava i capezzoli tra le dita. Il
piacere e il dolore si mescolavano, insieme alla curiosità e allo stupore
perverso di avere un cazzo così grosso dentro la mia bocca.
Mi chiese se desideravo offrirgli la mia verginità. Davanti al mio entusiasmo
positivo, accennato con gli occhi, non potendo parlare, mi fece stendere per
terra e cominciò a ricoprirmi il corpo ed il viso di teneri baci. La sua bocca
mi mordicchiava i seni, li aspirava, li leccava. Le sue mani si muovevano
sempre più padrone sulle mie cosce e sul mio ventre piatto. Gemevo di piacere e
ansimavo di paura. Mormoravo parole d’amore e suppliche. Perché non mi facesse
male, e perché facesse cessare quel tormento tra le cosce che mi stava
distruggendo l’orgoglio più delle cinghiate.
Vedendomi in stato di trance, che quasi vaneggiavo, mi aprì e mi sollevò le
cosce tuffandoci il viso a baciare, leccare e mangiarmi il clitoride e la fica.
Gli dissi allora: “Prendimi! Fammi tua… ti do tutto ciò che vuoi!”.
Con lentezza si distese sopra di me. Sfregò il glande contro il mio clitoride
infiammato, lo fece scivolare bagnato all’entrata della mia intimità, finché
non andò a cozzare contro la membrana dell’imene. Aspirando allora la mia
lingua, mescolandola con la sua, strizzandomi una tetta con la mano, s’affondò
dentro di me con un colpo secco, facendo a pezzi la mia verginità. Mandai un
grido di dolore ma, ben presto, un fuoco interno divorò tutto il mio essere,
mentre lui si stava scavando il solco nella mia vagina, plasmandomi donna, e io
tremai con tutti i muscoli, tanto era strano quanto percepivo nel mio ventre.
Francesco andava e veniva dentro di me, uscendo per poi penetrarmi meglio e,
sentendo che il piacere era prossimo a fondergli il membro, mi offrì il suo
sperma da bere. Assorbii il suo glande duro, con ancora il gusto del mio
sangue, aspirandolo. Sentii i getti di un liquido denso che mi schizzavano in
bocca, mentre Francesco grugniva di piacere. Fu lui che mi insegnò a bere il
forte liquore del piacere maschile.
Dopo quella mattina, la più bella e movimentata della mia vita, rincasammo per
pranzo. Gisella ci trovò stanchi, e Francesco le spiegò che avevamo schedato un
sacco di pratiche e che straordinariamente avrebbe dovuto chiudere l’agenzia il
pomeriggio, perché aveva bisogno di me per redigere un contratto urgente a casa
di un cliente. Gentilmente Gisella si offrì di fermarsi per qualche ora in
ufficio, così da tenerlo aperto, idea che lui accettò con entusiasmo.
Mentre mangiavamo, lui infilò la mano sotto la mia gonna e mi strizzò le
labbra della fica, ancora senza mutandine. Quando Gisella fu uscita, chiuse a
chiave la porta dell’appartamento e mi fece spogliare completamente. Mi chiese
se mi era piaciuto tutto, e se volevo di più. Naturalmente dissi di sì. Allora
mi fece chinare e io gli slacciai i pantaloni. Sentivo il suo sesso caldo
contro il mio petto. Lo strinsi tra le mie tette poi presi l’iniziativa di
leccarlo e succhiarlo. Era tenero e lo sentii che si abbandonava alle mie
labbra. Poi improvvisamente divenne duro e sentii emergere la sua aria
dominante. Mi guidò sul suo cazzo tenendomi per i capelli finché mi mancò il
respiro.
“Mettiti in ginocchio! Apri bene le ginocchia e spingi in fuori il culo!”.
Così feci, e lui mi legò le braccia dietro la schiena forzandomi il culo
ancora più in alto.
“Visto che oggi ti è piaciuto, completiamo la lezione!”, mi disse.
Prese una canna di bambù e mi costrinse a subire l’umiliazione di dieci colpi
per natica, a cui non potevo certo sottrarmi, ma solo urlare dal dolore. Ma
quando poi affondò la faccia nel mio solco mi sentii sgorgare fiumi di umori.
Con la lingua mi lappava il clitoride, con le mani mi palpava e divaricava le
chiappe, mentre con l’indice mi stuzzicava l’ano. Lo fece scivolare lentamente
dentro quel buco stretto, con un movimento rotatorio. Vedendo che provavo
piacere, ci infilò anche il medio, per rendere più elastico e agevole il
passaggio.
“Ora mia cara Giulia, sentirai forse un po’ male, ma poi, vedrai, giungerà
anche il piacere”.
Dopo che mi ebbe ben leccato l’orifizio, si sistemò tra le mie cosce e
sprofondò il suo cazzone nella mia fica. Sentendo che mi stavo avvicinando all’
orgasmo, ne uscì, mi sfiorò l’ano col glande umido, poi lo introdusse
dolcemente ma con determinazione nel mio muscolo anale. Con una forte spinta di
reni lo infilò allora completamente, procurandomi un urlo disperato di dolore.
Con le dita mi sollecitava il clitoride e i capezzoli, per cercare di diminuire
il dolore al culo. Sentendo che le tette mi tornavano dure, e la fica si
bagnava sempre di più, cominciò a far entrare e uscire il randello sempre più
velocemente. Le cosce mi tremavano, la pancia era sconvolta da vibrazioni, e io
finalmente gridai la mia gioia. Getti di piacere mi inondarono il ventre, e
ogni schizzo fu per me una soddisfazione, sentendo che godeva del mio culo.
Quando si ritirò, tutto il sedere mi doleva, per le bacchettate e per l’
intrusione, ma ero meravigliosamente felice. Ero diventata una donna e pensavo
alle mie compagne di classe, che dicevano di non aver provato nessuna
sensazione piacevole, mentre per me quel giorno era stato come essere in
paradiso. E da allora cominciò il mio inferno.

I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 22:32:01

https://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/00/02/1467323153.jpgIl possesso.

Pensai “Quando Gilberto viene a casa, il due gennaio… manterrò la promessa
fatta alla mia amica Dora. Non uscirò più con lui e non gli permetterò di
baciarmi o toccarmi… non…”. Ma l’antica passione e il piacere tornarono, mentre
pensavo a mio cugino. Andai alla finestra e sollevai la tenda per guardare nel
cortile. Le sfere di pietra sopra le colonne dell’ingresso erano dischi neri
contro la luce del lampione mentre il cancello di ferro, lasciato semi aperto,
era bianco di brina. “No”, mormorai, “no.., non lo amo, non lo amo, non lo
amo…”.
Lasciai ricadere la tenda al suo posto e mi allontanai dalla finestra. Erano
le otto e dieci di sera. Ormai la festa non si faceva più. Che peccato. Mi misi
di fronte allo specchio dell’armadio e mi ammirai per un po’, soprattutto il
seno, che non mi era mai sembrato così seducente come in quel vestito. Tutte le
pieghe del morbido chiffon sembravano disegnate con lo scopo di dare al seno un
morbido rilievo, accarezzandone le curve e rivelando appena lo spazio nel
mezzo. Mi sentivo particolarmente bella con l’abito lungo, perché le gambe
magre da sedicenne non si vedevano. Decisi di spogliarmi e di leggere a letto,
finché mi sarebbe venuto sonno. Mancavano ancora tre ore e più al ritorno di
mia zia. La casa era così silenziosa che udivo i battiti del mio cuore e anche
il fruscio dei miei movimenti mi faceva sussultare. Cercai di sganciarmi il
vestito. Riuscivo a raggiungere la lampo, ma non a prenderla come occorreva per
tirar giù la zip. Tentai a lungo, fino a farmi dolere le braccia, inutilmente.
L’aveva chiusa zia Lella e non potevo aprirla da sola. Sedetti sulla sedia coi
miei libri, non osavo sedermi come al solito sul pavimento, non volevo sciupare
il vestito.
Avevo letto poche frasi, quando mi parve di udire un passo sulla ghiaia.
Strinsi il libro con tanta forza che spiegazzai una pagina e trattenni il
fiato. Non sbagliavo. I passi attraversavano il cortile diretti verso il
portone. Il cuore mi martellava mentre aspettavo che il campanello suonasse. I
secondi passavano, ma vi fu soltanto silenzio. Rimasi ad aspettare per diversi
minuti, tesa in ascolto, poi incominciai a rilassarmi. Forse l’avevo
immaginato, oppure chi era venuto se ne era andato senza che lo udissi.
Un momento dopo udii un rumore che mi mozzò il fiato per lo spavento. Passi
pesanti salivano decisi le scale. Erano sul pianerottolo. Mi alzai in piedi di
scatto e lascia cadere il libro. Le ginocchia mi tremavano tanto che non
riuscivo quasi a reggermi. La serratura non aveva la chiave e la luce si vedeva
dal pianerottolo sotto la porta. L’unica arma che trovai era la sedia e l’
afferrai, aspettando che la porta si aprisse. Non ero certamente un avversario
formidabile, una ragazzina magra e tremante vestita di chiffon azzurro e scarpe
d’argento, con una fragile sedia di vimini. Ma l’intruso non mi vide così. Dopo
un momento di silenzio angoscioso, bussarono con forza alla porta.
Ero impietrita dal terrore, incapace di muovermi.
“Paoletta! Ci sei?”. La voce di Gilberto. Mi sentii venir meno per il
sollievo. Deposi la sedia e aprii la porta. Era allegro, giovane, familiare.
Aveva il naso rosso per il freddo.
“Che cos’hai?”, domandò. “Sembri sorpresa di vedermi. Non è arrivato il mio
telegramma? Dov’è mia madre?”.
“E’ fuori, a cena da un’amica”. La mia voce tremava.
“A che ora torna?”.
“Ha detto verso le undici. Oh, Gilberto… ero tanto spaventata! Pensavo che
fosse un ladro. Perché sei arrivato così presto? Avevi detto gennaio.”.
Alzò le spalle. “Se vuoi saperlo, ho litigato con la ragazza dalla quale
stavo”.
“Allora era una ragazza! Zia Lella lo pensava.”.
“Hai obiezioni?”. Entrò in camera e chiuse la porta dietro di sé. Senza
aspettare una risposta, riprese: “Come mai sei tutta elegante? Vai fuori? Devo
ammetterlo, sei proprio una bellezza”. Mi fissava in modo così sfacciato che
avvampai di rossore.
Gli voltai le spalle. “No, non vado fuori. Dovevo andare ad una festa ma non c’
è più perché… perché un ragazzo è morto in un incidente in moto”.
“Quale ragazzo? Quello che doveva andarci con te?”. La sua voce era dura.
“No… non era… è il fratello della mia amica”. Mi accorsi che piangevo e
nascosi la faccia.
Gilberto mi venne vicino e prese ad accarezzarmi i capelli, passando
lentamente e con forza la mano dalla testa fino alle spalle, più e più volte.
“Non piangere”, disse. “Oh, Dio! I tuoi capelli! Che effetto mi fanno.”. passò
le dita tra una ciocca e l’altra, in modo che mi accarezzava il collo e le
spalle. E poi all’improvviso la sua mano mi toccava il seno.
Mi svincolai e andai a mettermi con la schiena rivolta verso la finestra.
“No!”, gridai. “Non voglio!”.
“Oh sì, che vuoi. Lo vuoi moltissimo”. Venne lentamente verso di me ed io mi
ritrassi contro le tende,
“Non voglio! Lasciami in pace, Gilberto! Per favore, per favore!”.
La sua faccia era contro la mia e il fiato odorava di liquori. Mi afferrò per
le spalle con tanta forza che gridai per il dolore. “Ascolta”, mormorò, “è la
vigilia di Natale e ho intenzione di divertirmi, anche se non vuoi. Ma non ti
conviene far tante storie, accidenti.”. Allentò la stretta e prese a sorridere.
“Avanti, sii sportiva. Divertiamoci! Calmati… calmati! Ti ricordi com’era bello
durante le ultime vacanze? Soltanto che non siamo mai arrivati al punto giusto,
no?”.
“No, Gilberto, per favore, non voglio…”.
“Ho detto sì. “. Si strinse contro di me e riprese ad accarezzarmi tenendomi
con un braccio, in modo che non potessi muovermi.
“Il mio vestito… “, mormorai. “Oh, attento al mio vestito… lo strapperai…”.
“E allora toglitelo”. Si fece indietro e respirava ansando. “Avanti,
toglitelo,”.
“Non posso. Non riesco ad aprire la lampo…”.
“Dov’è? L’apro io. Vieni qui!”.
“Ti prego Gilberto… no! Ti prego, vattene. Voglio andare a letto”.
“Anch’io. E con te. E niente me lo impedirà.”.
“No!”. Lo stomaco mi si rivoltò per l’orrore. “Non voglio… non voglio…”.
“Cos’hai detto…?”. La sua voce bassa. Mi fissava con lo sguardo freddo e
immobile che conoscevo tanto bene.
“Ho detto che non voglio”. Strinsi i denti per evitare che sbattessero.
“Non vuoi cosa?”.
“Non voglio togliermi il vestito e… niente di quel che vuoi… e se cerchi di
costringermi, urlo! Urlo così forte che qualcuno verrà.
“Se non ti lasci togliere il vestito, te lo strappo di dosso”. Afferrò le
delicate pieghe sulla spalla. “E adesso fa come ti dico!”. Non potevo
sopportare l’idea che strappasse il mio bel vestito e mi voltai lentamente.
Aprì la lampo e il vestito mi cadde hai piedi. Ero nuda dalla vita in su, e
quando Gilberto mi venne addosso, mi misi a urlare. Lui mi tappò la bocca con
una mano.
“Se fai un altro strillo, sai che cosa ti faccio? Ricordi quel che ho detto
quel giorno vicino al fiume? Ricordi gli scarafaggi? Come ne eri terrorizzata?
Vado a prenderne nella serra… ce ne sono di grossi e neri… e ti lego… e poi…”.
Soffocavo sotto la sua mano, e nel cervello esplosero terrore e rabbia che mi
diedero un’improvvisa forza. Mi svincolai dalla sua stretta e mi misi a urlare.
“Va bene”, disse lentamente, “l’hai voluto e l’avrai”. Attraversò la camera e
uscì, senza guardarsi indietro.

Lo guardai uscire, intontita dal terrore. Tremavo in tutto il corpo. Che cosa
avrebbe fatto? Oh dio, dio, che cosa avrebbe fatto? Ero sconvolta da una
spaventosa nausea e corsi nel bagno. Non volevo sentirmi male in camera.
Chiusi a chiave la porta e sedetti sull’orlo della vasca, tremando da capo a
piedi. All’improvviso mi vidi nello specchio, con la faccia bianca come gesso,
i capelli in disordine e la carne nuda arrossata dove le mani di Gilberto l’
avevano toccata. Al sicuro dietro la porta chiusa a chiave, incominciai a
calmarmi. Non poteva raggiungermi là dentro, sarei rimasta nel bagno finché non
fosse tornata mia zia. Rabbrividivo anche per il freddo, oltre che per la
paura. Mi avvolsi in un asciugamano e guardai dalla finestra. Il giardino era
buio e vedevo soltanto la pallida striscia del sentiero nel mezzo del prato e
un baluginare di luci nella casa accanto, tra gli alberi.
Poi il cuore mi diede un tuffo. Il raggio di una torcia splendeva lungo il
sentiero, un lungo raggio d’argento che andava verso la serra. Vidi l’alta
figura di Gilberto disegnata nella luce. Percorse il sentiero e scomparve oltre
la porta della serra. Istintivamente strinsi l’asciugamano intorno alle spalle.
Il cuore mi martellava nelle orecchie. E se fosse riuscito ad entrare nel
bagno… non avrei potuto sopportarlo. Ero sicura che sarei impazzita, se uno
scarafaggio mi si avvicinava.
Il sudore appiccicoso mi sprizzava da tutti i pori. I miei occhi erano fissi
sulla serra, dove la luce compariva e scompariva. I minuti passarono e
finalmente, quando Gilberto venne fuori, vidi splendere la torcia. Portava
qualcosa sotto il braccio e camminava veloce verso la casa.
Quando udii i suoi passi salire le scale e raggiungere il pianerottolo, la
testa mi girava. Non avevo osato spegnere la luce e pensavo che sarebbe venuto
dritto verso il bagno, invece andò nella sua camera e passò un po’ di tempo
prima che tornasse nel corridoio. Prese a scuotere la maniglia della porta del
bagno.
“Esci di là!” la sua voce era spessa e minacciosa.
“No… non esco. Rimango qui finché non torna tua madre.”.
“Ah sì?”, fece lui serio.
“Sì.” Non potevo quasi respirare, ma cercai di controllare la voce in modo che
sembrasse decisa.
“Sai che cos’ho qui?”. Non potevo parlare. “Ho degli scarafaggi in una
scatola… ne ho tre… neri e grossi con le zampe pelose. Corrono sul fondo della
scatola… vogliono uscire. Li senti sbattere contro i lati?”.
“Portali via… portali via…”. La mia voce era un gorgoglio strozzato.
“Esci di là e vieni a letto con me?”.
“No… no… “.
“Va bene. Conto fino a tre e se non esci, questi li libero e li faccio passare
sotto la porta. Poi vado a prendere degli altri scarafaggi e li metto nel tuo
letto e in mezzo ai tuoi vestiti, dappertutto. Non saprai mai quando ne
troverai uno. Bene, incomincio a contare. Uno… due…”.
“No… no! Vengo…”, ansimai. “Vengo…”.
Girai la chiave e spalancai la porta, stingendo l’asciugamano contro il petto.
Gilberto indossava la vestaglia azzurra e tendeva la scatola verso di me,
sorridendo di quel sorriso furbo da mascalzone. Era la scatola delle mie scarpe
d’argento, una scatola di cartone bianca e lucida. C’era il coperchio, ma udivo
il fruscio e i leggeri colpi degli scarafaggi, e capii che non scherzava.
“Portali via!”. Soffocavo, appoggiata alla parete. “Ti prego... ti prego…”.
Scosse la scatola, vicino al mio orecchio e mi diede uno spintone.
“Corri… va’ in camera tua. Fa’ presto, sono già le nove”.
Attraversai barcollando il corridoio e andai nella mia camera. Gilberto entrò
dopo di me e chiuse la porta con una chiave che poi ripose nella tasca della
vestaglia. Rimasi in piedi accanto al letto, tremante. Depose la scatola sulla
mensola, vicino alle Christmas cards. C’era anche quella di mia madre. In quel
momento avrei dato metà della mia vita per essere fuori di lì, con lei, al
sicuro tra le sue braccia.
“Vieni qui”, disse Gilberto.
Mi avvicinai e quando fui abbastanza vicina, mi tolse l’asciugamano dalle
spalle e lo lasciò cadere a terra. Rimase immobile a guardarmi e quando cercai
di indietreggiare, mi afferrò per un braccio mentre con l’altra mano sollevava
il coperchio della scatola. Prima che tentassi di fuggire mi diede una spinta
in avanti e vidi gli scarafaggi all’interno… neri. Emisi un urlo di terrore e
lottai per liberarmi dalla sua stretta, mentre mi avvicinava sempre più la
scatola al viso. Ma era inutile. Era il doppio più forte di me.
“Gilberto… ti prego… Farò tutto quello che vuoi… Tutto…”.
Mise una mano nella scatola e tirò fuori uno scarafaggio. Vedevo le zampe e le
antenne agitarsi mentre lottava tra le sue dita. Lentamente l’avvicinò, sempre
di più, finché toccava quasi il mio collo. Tentai di urlare, ma non potevo.
Gilberto tenne l’insetto sulla mano, e lasciò quasi che strisciasse sulla mia
pelle. Stavo per svenire dal terrore. Poi lasciò libero il mio braccio e gettò
lo scarafaggio nella scatola.
“E adesso vieni a letto con me, vero?”, sussurrò, stringendomi tra le braccia
e accarezzandomi i capelli, improvvisamente affettuoso. “Avanti, spogliati del
tutto e stenditi sul letto”.

Giacqui tremante e piangente, mentre spegneva la luce e si toglieva la
vestaglia. Tra le tende di pizzo filtrava la luce di un lampione e vidi il suo
corpo bianco mentre veniva verso il letto. La scatola di cartone luccicava
sulla mensola. Un indicibile terrore mi batteva e pulsava dentro con forza
crescente, un terrore così mescolato al desiderio che non distinguevo più la
differenza.
“Se torna mia madre”, mormorò, “non rispondere. Sta’ zitta e penserà che
dormi”. Poi il peso del suo corpo fu sopra di me, le sue mani nei capelli, come
a tenermi ferma. Sentivo il calore bruciante della sua pelle eppure tremavo per
il freddo. Sentivo il cigolio del letto e l’esasperante mescolanza di piacere e
di dolore che sembravano fondersi dentro di me. E continuamente la mia passione
cresceva, al pensiero della bianca scatola rettangolare quasi indistinguibile
dalle lucenti Christamas cards sulla mensola.
Finalmente Gilberto giacque immobile. Il mio corpo dolorava per la sofferenza
e il terrore, ma agognava alla soddisfazione. Nonostante la sua brutalità,
forse a causa di essa, la schiavitù che mi legava a lui non era diminuita. Ero
stata costretta all’atto sessuale dalla sua spietata crudeltà e tuttavia i miei
sensi agognavano l’estasi convulsa che continuava a negarmi. Man mano che la
mia paura cresceva, crescevano anche il mio desiderio e la mia schiavitù.
Da lontano mi giunsero le prime note acute di una cantilena di Natale, sempre
più dolci e più forti. Udii il battito lento del cuore di Gilberto, non all’
unisono col rapido martellare del mio. Mi misi a piangere silenziosamente,
soffocando i singhiozzi nel cuscino. Il canto continuò a lungo e dopo un po’ la
mano di Gilberto si abbandonò sulla mia spalla e capii che dormiva.


I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 22:30:05

https://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/02/02/1467323153.jpg

Se mi ami, picchiami!

Ho un’amica che si chiama Benilde. La chiamo Benny perché è più corto e più
comodo. Una mora e una bionda, formiamo una bella coppia. Ha vent’anni come me.
Fa l’università come me e, come me, è una vera depravata.
Dal punto di vista studio non si può dire che abbiamo cominciato bene l’anno,
ma dal punto di vista sesso, quel che è certo è che lo finiremo bene come lo
abbiamo cominciato.
Ci siamo conosciute sui banchi di scuola e siamo diventate le migliori amiche
del mondo, e anche di più perché abbiamo molte affinità. Non ci siamo più
lasciate e ci amiamo moltissimo.
Il nostro gioco attuale sono i ripassi. Studiamo Diritto per difendere in
futuro le donne maltrattate.
Faccio una domanda a Benny e se non trova la risposta entro due minuti, deve
fare pegno o avere una punizione. Ad ogni modo, pegni o punizioni sono sempre
gli stessi.
Per esempio, le chiedo l’articolo 37 del Codice penale. Non lo sa.
“Questa me la paghi”, le dico, “spogliati!”.
“In alto o in basso?”, mi risponde Benny con la folle speranza che dica in
basso.
“In alto!”.
Si slaccia la camicetta, ma troppo lentamente, per i miei gusti. Allora le
faccio sibilare la verga di bambù sopra la testa come un domatore.
“Sbrigati!”, le intimo.
Continua a sbottonarsi rabbrividendo di finta paura. Aspetto con impazienza il
momento in cui la vedrò apparire nel suo reggiseno di pizzo bianco.
Adoro i suoi seni, più belli dei miei. Sono come mele enormi, rotondi,
elastici e serici, così sensibili che basta che li guardi per far rizzare i
capezzoli.
Benny aspetta. Sa che mi piace guardarla.
“Alza le braccia, ma prima voglio che ti slacci il reggiseno”.
Benny lo slaccia e io prendo una spallina con la punta della verga e glielo
levo lentamente per far durare il piacere dell’attesa.
Finalmente ho di nuovo davanti a me i seni nudi coi capezzoli che ammiccano e
le larghe areole scure, fatti apposta per essere succhiati. E dato che mi piace
vederli muovere, le faccio alzare e abbassare le braccia per vederli cambiare
forma. Poi le ordino di incrociare le braccia dietro la schiena e le do dei
colpetti di verga sui seni. Tremano e si sollevano. Quando comincia a fare
delle smorfie, afferro i capezzoli fra le dita e stringo, prima leggermente,
poi sempre più forte. Geme, ma le piace da morire. Tira fuori la punta della
linguetta rosa fra le labbra carnose. La agita come un serpente. Le do della
maiala e le ordino di togliersi la gonna.
Se la fa girare in vita, slaccia il bottone e poi tira giù lentamente la lampo
per far sentire a tutte e due il rumore della zip che ci eccita un casino.
Per continuare il gioco, ci vuole un’altra punizione. Le chiedo di spiegarmi l’
articolo 238 del Codice penale. Naturalmente non lo sa. Le dico che è un
disastro, una pigrona, una fannullona. E le ricordo che ogni errore merita una
punizione.
Diventa implorante e cerca di rovesciare le posizioni facendo appello ai miei
sentimenti.
“Mi ami?”.
Rispondo con un grugnito.
“Se mi ami, picchiami!”.
Le rispondo che, dato che me lo chiede con tanta gentilezza...
“Tirati giù le mutandine!”.
Benny si abbassa le mutandine scoprendo un bel paio di chiappe di cui non mi
stanco mai di ammirare la rotondità. Allora colpisco. Comincio piano piano, poi
sempre più in fretta e sempre più forte. La carne tremola sotto i miei colpi,
passa dal rosa al rosso, e ogni colpo lascia una traccia sulla sua pelle.
Aspetto che chieda grazia.
“Pietà, smettila, mi fai male”.
Con la punta della bacchetta, la costringo ad aprire le cosce. Faccio risalire
la verga tra le chiappe.
E’ in fiamme e dimena il culo come una cagna in calore. Adesso il bambù
diventa dolce e le accarezza l’entrata della vagina. Benny dà dei colpetti di
reni, avanti e indietro, strusciandosi contro la canna.
Allora mi avvicino e le incollo la bocca come una ventosa sulla fica fradicia.
Il calore del morso della verga ha fatto effetto. Sembra un alto forno. Il
succo cola dalla fornace e io mi disseto.
Una ventina di colpetti di lingua e Benny gode come una pazza.
Dopo di che, si ricorda perfettamente quel particolare articolo del Codice
penale.

I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 22:26:01

https://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/01/01/2653807742.jpgTi voglio bene papà.


Sono entrato nella tua cameretta
sei ancora a letto assonnata
ti tiro indietro le coperte per svegliarti
e ti scopro con le gambe nude
belle gambe acerbe ma già ben tornite da donna
e mi piaci con la tua t-shirt invece del solito pigiama

non so cosa mi prende ma un’eccitazione mi assale
….improvvisa… più del solito

mi avevi chiesto se potevi andare in discoteca stasera
e ne approfitto.. sì, ti ci mando… però…

e inizio a darti ordini con un tono severo

“Togli le mutandine!!!”

così poi stasera ti lascio andare in discoteca a ballare..
e tu ci tieni tanto.. perché ti fa sentire grande..
e allora mi devi dare qualcosa

lo fai tirandoti le coperte addosso…

“No... devi farlo senza coperte
nuda... davanti a me !”

“Ma se arriva mamma?”

“Abbiamo tempo fino alle 12,30
rimboccati bene la maglietta ora... e apriti bene come ti ho detto
dovremmo finire per allora
Brava… così… fammi vedere….
e ora… Toccati !”

tu ti vergogni...
dici che sei solo una bambina...
che non sai nemmeno cosa vuol dire toccarsi
ma io insisto...
voglio farti diventare la mia piccola troia
tu non lo sai ancora.. ma ti ci porterò...

“Ma papi… Tu mi vuoi troia?”

pian piano ti ci voglio portare
il passo troppo lungo ti spaventa e scappi...
ma lentamente ti ci ritroverai senza neppure rendertene conto..
a piccoli passi

ora hai solo la maglia che ti protegge

“Va bene, io mi tocco per te, e tu in cambio mi fai andare a ballare”

“Ecco.. apri le gambine.. su... da brava”

lo stai facendo ma ti tieni la maglia nel mezzo... ti vergogni

“Mi vergogno di mostrartela”

“Piega le ginocchia ora... come mi piaci con quella mano li.. pudica e
virginale”

piegando le ginocchia la maglia è risalita indecentemente...
troppo rispetto a quello che speravi

tu un po’ ti copri la fica con un lembo di tessuto..
ma non ti accorgi che hai lasciato scoperto una porzione del tuo culo
vedo il tuo buchino grinzoso... e due chiappe piene che affondano nel lenzuolo

due chiappe forse troppo cicciotte per una bimba come te

cicciotte ma appetitose... per un pervertito come me
ti chiedo se ti sei mai masturbata...
e tu fingendo stupore mi dici che non sai che vuol dire
io fingo di crederti... e mi propongo di insegnarti
ora.. dove hai la mano... muovila su e giù e schiacciando.. anche col
tessuto..
anzi.. fallo entrare un po’

e mentre lo fai scopri sempre più qualche centimetro di fica..

“Ti piace? Dillo!”

“Sì.. è vero… Mi piace”

e ormai ti stai abituando alla mia presenza e alla situazione..
e hai sempre meno vergogna
ora ti sembra quasi naturale che io ti stia guardando,,,
e che come padre ti insegni a diventare grande

“Brava.. da brava.. continua...
ora lascia perdere il tessuto.. “

“Sì, papi”

“…e vai a cercare la carne li sotto...
dai non vergognarti... ti piace... e io sono il tuo papà..
chi può insegnarti meglio di me... vita mia
io ti ho dato la vita... e tu sei prima di tutto mia....
e ora voglio insegnarti il piacere”

anche se so bene che hai già provato a cercarlo da sola

e ora il lembo della maglia non lo trattieni più.. ed è scivolato via... oltre
il pancino...

si... lo so benissimo che l'hai già fatto
qualche notte ti ho spiata da dietro la porta socchiusa...
sentendoti gemere senza accorgertene
ecco... ora stai godendo...
e nemmeno ci badi più che sei mezza nuda davanti a tuo padre
con le cosce oscenamente aperte...
e quella mano sempre più nervosa che ti sta dando piacere
tenti di chiudere gli occhi e di abbandonarti alle tue fantasie
ma ti richiamo...

“Guardami... sono io.. papà....”

“Sì….”

“Voglio che godi per me!
Tira su la maglia ora...
scopri i seni....”

“Mi vergogno.. ho le tette piccole”

“Voglio vedere le tue piccole tette che crescono”

“Ma papà...”

“Muoviti... ubbidisci!”

ora sto diventando di nuovo autoritario...
l'eccitazione crescente e la situazione
mi hanno fatto perdere il controllo che avevo...

“Dai papa lo sai che mi vergogno, che sono piccole”

Ed io subdolo.. coinvolgente.. ti spingo
ora sono prepotente... ti pretendo

“Fammi vedere le tettine...
sono piccole ma sono il tuo unico ornamento di donna..
per il resto sei soltanto buchi....”

“Se mi scopro non mi prendi in giro?”

“Non ti prendo in giro...
le ho già viste spiandoti mentre ti cambiavi”

va bene... alzi la maglia

“E quante volte le ho sentite appena accennate
quando fino a poco tempo fa ti insaponavo facendoti il bagno..
fammi vedere...”

“Ma ero ancora piatta... ora sono sviluppata”

“Mi piace guardarti diventare donna...
le tue tettine che crescono... la tua fighetta che gode...”

ora sei veramente nuda.. sempre più oscena nella tua innocenza
mi alzo...

“Come le trovi?”

mi avvicino
le tocco...
mi piace la loro consistenza...
sono piccole ma deliziose
compatte nella mia mano...
e quando sfioro il capezzolo con il pollice... subito reagisci con un fremito

“Continua bambina mia
tu continua…
mentre ti accarezzo e palpo le tue tettine
le adoro sai...”

“Continuo a toccarmi per te
Ti piacciono anche se adori quelle della mia amichetta?”

“Già... quando la porti a casa non le stacco gli occhi di dosso...
ma tu sei mia....
tu sei la mia bambina
e io ho potere su di te
tu sei qui.. sempre a disposizione...
e ci saranno notti che ti verrò a trovare...
per farti rifare quello che fai ora...
e anche di più...”

ora ti poso una mano sul ginocchio...
poi la faccio scendere lungo la coscia spalancata...
arrivo a sfiorare la tua mano che si muove nella pappetta che si è formata
scendo tra le natiche
ti sfioro il buchino
poi risalgo verso l'ingresso della vagina
e ti tasto dentro

“Sto per venire…”

dove la parete sottile mi preclude l'ingresso
cerco un piccolo varco
tento di insinuarci il dito
tu emetti un urletto
e io ti dico...

“Ecco.. bambina mia... sarà qui che ti prenderò
guardami... sarò io a prenderti...
a farti tanto male... ma a renderti donna..
e ora..
VIENI
VIENI PICCOLA TROIA

“Sono la tua troietta?”

PRESTO LO SARAI
TI FARO’ DIVENTARE LA MIA TROIETTA...
SI...
LA MIA PICCOLA PUTTANA PERSONALE...

“Dimmi, sono meglio della mia amichetta?”

TU SEI MIA...
TUI SEI MEGLIO DI CHIUNQUE AL MONDO...
TU SEI LA MIA BAMBINA E IL MIO AMORE
SEI LA PIU’ BELLA DI TUTTE

“Vengo!!!!”

E SONO FIERO CHE SEI LA MIA BAMBINA
VIENI
VIENI COL MIO DITO DENTRO
CHE GIA’ CERCA SPAZIO E TI ALLARGA UN PO’...
POI VERRAI TANTO SUL MIO CAZZO… VEDRAI
MIA...MIA...MIA
MIA .. TUTTO

“E ora copriti che già si sta aprendo la porta... e arriva mamma a vedere che
combiniamo...
ma è il nostro segreto...
shhhhhhhhhhhhh”

“Ti amo… papà!!”

“Ti adoro bambina mia...

A gambe aperte


Sono una troia. Non è un vanto, ne tantomeno una confessione. E' semplicemente la pura e semplice constatazione di un dato di fatto. Non ci posso fare nulla, il sesso mi piace tanto. E mio marito, malgrado abbia un cazzo lungo e grosso, non riesce a soddisfarmi. Ho bisogno di un certo numero di orgasmi vaginali e quelli li sento solo con un cazzone grosso grosso che mi penetra nella vagina. E allora sono una donna che passa la maggior parte del tempo a gambe aperte e con la vagina aperta, perché sono molto disponibile. Mi piace davvero tanto sentire dentro, tutto dentro, il cazzo dell'Uomo. Un Uomo vero, ovviamente, che merita l'iniziale maiuscola. Un Uomo che voglia fottermi, incularmi, farmi male per il suo piacere.

Mio marito ha accettato di avere una moglie troia, come ha accettato all'epoca del nostro fidanzamento il fatto di avere una fidanzata troia. Lui mi ama e paga tutti i miei conti, se passo tanto tempo a scopare non ho tempo per lavorare e sono una donna esigente. Però lo tratto bene, lo faccio scopare tutte le volte che ha voglia, di giorno e di notte. Ma mi ama così tanto che quando mi dorme accanto (e non succede sempre visto che a volte vado a farmi  scopare di notte nei parcheggi e lo lascio solo a casa) si sveglia, si masturba per me ed eiacula sulla mia faccia o sul mio corpo. Vi assicuro che svegliarsi la mattina imbrattate di sperma per me è qualcosa di meraviglioso, qualcosa che mi mette voglia di fare sesso. E siccome lui spesso è già fuori a lavorare quando la mattina io mi sveglio (bisogna lavorare parecchio per mantenere una come me) sono costretta a mettermi al telefono e chiamare qualche uomo che so disponibile anche di mattina (discoccupati, immigrati, disadattati vari) perché mi vengano a casa a scopare.

Mio marito lo sa e penso che mentre si masturba per me è questo il pensiero che lo eccita tanto: il fatto che il giorno dopo sarò costretta a farmi montare da rifiuto umano per soddisfare i miei bollenti spiriti mattutini che lui stesso ha acceso con il suo sperma...